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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0640Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Al tempo del re Ezechia (718-687 a.C.), un maggiordomo del re, contestato da Isaia per la brama di grandezza viene destituito e al suo posto viene affidato ad un altro il compito di guidare gli abitanti di Gerusalemme, e il richiamo va a Davide, il re a cui è stata fatta la promessa di Dio. “Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto… in quel giorno chiamerò il mio servo Eliakim… sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme… gli porrò sulla spalla la chiave di Davide, se egli apre, nessuno chiuderà”. Una responsabilità è connessa a questo simbolo. Le chiavi aprono e chiudono. Sono simbolo di un mandato e di una responsabilità affidata.

La pagina del vangelo di Matteo narra un dialogo tra Gesù e Pietro. A lui è affidato un ruolo particolare come riferimento del gruppo dei dodici e della comunità che Gesù aveva convocato attorno a sé. E’ ripreso il motivo delle chiavi (16,19) con la citazione del versetto di Isaia: “a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. E’ il segno di un affidamento, una responsabilità è consegnata connessa al legare e sciogliere.

Ricorre nel vangelo di Matteo il termine ‘chiesa’ e rinvia all’ebraico, ‘convocazione di chiamati’ (qahal), comunità che si riunisce in assemblea per il culto di Jahwè. Gesù indica questa comunità in un rapporto al messia. Su di lei le forze della morte, gli inferi, non potranno prevalere. La comunità è presentata come luogo di salvezza, su cui non avranno predominio le forze del male.

Nel quadro di un discorso apologetico il brano veniva posto alla base dell’affermazione indiscutibile di Gesù stesso come fondatore della chiesa: nella parola di affidamento delle chiavi avrebbe istituito la chiesa, fondandola su Pietro, e trasferendo poi le prerogative di Pietro ai suoi successori.

Il giuramento antimodernista del 1910 che riprende l’enciclica Pascendi, costituisce una sintesi di questa visione che alla domanda se Gesù avesse avuto intenzione di fondare la chiesa e fosse stato lui stesso ad edificarla sulla presenza di Pietro risponde in modo chiaro e affermativo: “Credo fermamente che la chiesa custode e maestra della parola rivelata è stata istituita immediatamente e direttamente dallo stesso Cristo vero e storico, mentre era tra di noi, e che essa è stata edificata su Pietro, principe della gerarchia apostolica, e sui suoi successori per sempre” (DS 3540).

Un approccio esegetico e storico critico dei testi del Nuovo Testamento ha condotto a cogliere una serie di problemi per una più approfondita interpretazione di questo passo. Sono emerse innanzitutto difficoltà dal punto di vista storico: i vangeli scritti dopo la Pasqua proiettano in una situazione precedente alcuni sviluppi di quanto le comunità vivono dopo la pasqua. I vangeli sono quindi già in se stessi interpretazione e attualizzazione di un passaggio tra il momento dell’esperienza di Gesù e una situazione post-pasquale. La chiamata dei Dodici è un segno simbolico attuato da Gesù ma non è finalizzata ad una trasmissione o delega di poteri, piuttosto è azione simbolica della raccolta delle dodici tribù di Israele, inizio dell’irrompere del regno di Dio al cuore della missione di Gesù.

Lumen Gentium (n. 5) esprime una visione consapevole di tali acquisizioni nell’indicare Gesù come fondamento della chiesa ma non parlando di lui come fondatore. Il Nuovo Testamento mostra che la chiesa vede i suoi inizi dopo la resurrezione di Gesù, sulla base dell’annuncio del regno, e sul fondamento dell’annuncio pasquale della risurrezione del crocifisso, per opera dello Spirito.

Il termine ekklesia ricorre solo due volte (in Matteo cap. 16 e 18) in testi sicuramente post-pasquali. Lo stesso Luca, che pur conosce e cita continuamente il termine chiesa negli Atti degli apostoli, non lo utilizza mai, neanche una volta, quando narra parole  e gesti di Gesù nel suo vangelo.

In Mt 16 è espressa la volontà di Gesù di edificare la chiesa in un orizzonte futuro: è futuro con rinvio alla sua morte e risurrezione. La chiesa sta quindi in un decisivo rapporto con questo passaggio e non viene prima. Nella visuale di Matteo la ekklesia è opera del Risorto che vive in eterno (cfr. Mt 28,20: ecco io sono con voi tutti i giorni …) e si pone nel legame con Gesù figlio di Dio, in un rapporto unico in quanto Gesù parla della ‘mia’ chiesa.

La chiesa è delineata in Matteo come raduno di tutti coloro che riconoscono come Pietro che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio. Inoltre il legame con il messia indica anche il rapporto con il Gesù terreno e con la sua parola.

Matteo pone questo gesto di Gesù subito dopo la domanda ai suoi discepoli sulla sua identità: ‘La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo?’. E’ lui il messia, debole, rifiutato ma a cui spetta il giudizio sulla storia – come richiama la figura del figlio dell’uomo. Simon Pietro riconosce che Gesù è messia e figlio. Ma a questo punto Pietro deve scoprire che quanto ha detto non proviene da sue capacità e forze ma è un dono: ‘né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli’. E’ chiamato ad una conversione: il suo rapporto con Gesù proviene da un dono da accogliere nella disponibilità della fede. A lui, chiamato a vivere questo percorso, Gesù affida un compito in relazione alla comunità. La presenza di Pietro è segno. Ricorda la dipendenza da un dono ed anche che ogni responsabilità è affidamento, non per lui solo, ma per tutta la comunità che Gesù desidera.

Il rinvio alla roccia (kefa singifica roccia) è da accostare al discorso della montagna: Gesù aveva parlato della casa sulla roccia e della casa sulla sabbia. (“Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” Is 28,16). Su questa costruzione nulla potrà portare distruzione. In Isaia è immagine di un nuovo popolo che ha inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo rimasto fedele: al centro della loro vita sta la fede, roccia su cu stare saldi. Matteo rilegge questi testi in rapporto alla comunità che Gesù voleva. Pietro Kefa è testimone che ha espresso la fede in Gesù e ha scoperto che la fede stessa non è conquista ma dono.

Pietro fa fatica ad accettare la via di Gesù così lontana dalle idee umane del potere. Gesù non è un messia che vuole conquistare un potere umano ma subisce la croce, dà la sua vita e passa per la sofferenza e la morte. A Pietro starà il compito di seguire Gesù e di esserne suo testimone, insieme con tutta la comunità che si raccoglie attorno a lui.

Nella chiesa continua la necessità di ‘legare e sciogliere’, sarà necessario continuare lo sforzo di cogliere quale sia la volontà di Dio nelle diverse situazioni umane. E’ funzione di responsabilità di tutta la comunità.

Nel libro dell’Apocalisse (Ap 3,7-13 nella lettera ad una delle sette chiese dell’Asia minore) ricorre l’immagine delle chiavi: “All’angelo della chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”. Gesù risorto è riferimento centrale alla vita della comunità, continua ad essere vivo e operante ed è lui solo che ha la piena responsabilità sulla nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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Chiavi

Nabi Samuel è un villaggio nella Cisgiordania distante circa 7 km e mezzo da Gerusalemme. E’ situato in un territorio particolare la cosiddetta seam-zone, l’area tra la Linea verde e il muro di separazione eretto da Israele per gran parte all’interno dei Territori occupati della Palestina. Nabi Samuel è uno tra i tanti villaggi che soffrono di una particolare condizione di isolamento: sono circa 7500 abitanti nell’intera Cisgiordania e 250 circa a Nabi Samuel.

Le condizioni di vita degli abitanti di queste enclaves è particolarmente penosa e difficile. Da quando nel 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est, la Striscia di Gaza, il Golan e il Sinai egiziano si sono susseguite le conseguenze della occupazione e del progressivo ampliamento della colonizzazione israeliana, soprattutto la confisca di terre da destinare agli insediamenti ebraici, e la demolizione di case. Tutti questi fattori hanno reso la vita degli abitanti di questi villaggi sempre più difficile ed hanno generato un progressivo abbandono del villaggio da parte dei residenti.

In un recente reportage sulla situazione di Nabi Samuel riportato dall’agenzia Nena News la condizione dei residenti è presentata come quella di chi è costretto a vivere in gabbia: isolata rispetto all’Autorità Nazionale palestinese che non può condurvi l’amministrazione e segregata rispetto a Israele. La gran parte della popolazione non può recarsi a Gerusalemme ma può solamente accedere alla Cisgiordania attraverso un check-point dove spesso non è consentito o viene rallentato il passaggio di beni essenziali e delle ambulanze. Il villaggio inoltre non può essere raggiunto dagli altri residenti in Cisgiordania. Proprio lì l’associazione italiana Cospe sta svolgendo una attività di assistenza e solidarietà per sollevare dalla condizione di isolamento rispetto all’ambiente anche vicino.

Quest’anno ricorre l’anniversario di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni (giugno 1967-2017). Può essere singificativo leggere una riflessione di questo annivesario nell’articolo curato da Giorgio Bernardelli per il sito ‘Bocche scucite’ nel giorno di tale anniversario (L’infermiera israeliana che ha allattato il piccolo palestinese).

Nabi Samuel è un villaggio che ricorda il dramma che stanno vivendo ormai da decenni le popolazioni palestinesi a distanza di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni e prima ancora a partire dalla data del 1948 ricordata dai palestinesi come la Nakba, la catastrofe, ossia l’allontanamento dalle loro case con l’esproprio dei propri campi e dei propri beni. Il 14 maggio 1948 avvenne la fondazione ufficiale dello Stato di Israele. A seguito della proclamazione iniziò la prima guerra fra arabi e israeliani conclusasi con una sconfitta degli arabi. Come conseguenza circa 700mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case e a lasciare i villaggi. Altre decine di villaggi palestinesi subirono la distruzione e gli abitanti da allora furono costretti a vivere nei campi profughi.

Nelle risoluzioni 242 e 338, l’ONU ha chiesto a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 (da qui prendono il nome ‘territori del 67’ i territori che erano stati ottenuti con la vittoria del 1948) ed ha riconosciuto invece le conquiste del 1948. Molte delle famiglie palestinesi già dopo la cacciata del 1948/49 hanno recato con sé le chiavi delle case abbandonate e che sono state poi occupate o distrutte.

La vicenda del villaggio di Nabi Samuel ricorda l’urgenza per ricercare una situazione di giustizia che offra un futuro di pace alla terra dove due popoli sono e saranno chiamati a vivere uno accanto all’altro e insieme, trovando modalità di accettazione dell’altro e di superamento di mezzo secolo di ostilità, violenze e oppressione.

Le chiavi di casa sono il simbolo di questo ricordo ed un richiamo a quell’esigenza di giustizia, che nonostante l’oppressione, non può rimanere tacitato. Le chiavi di casa conservate e consegnate da padri e madri ai propri figli e figlie costituiscono un filo che lega il passato e la responsabilità del presente nonostante tutte le delusioni e le situazioni insopportabili dell’occupazione e l’umiliazione a cui un intero popolo è sottoposto.

Sono chiavi che ricordano come la vita delle persone e dei popoli è legata alla casa, la casa che è il riparo dove ritrovarsi e riposare e la casa che è la patria dove trovare accoglienza rifugio, sicurezza. Le chiavi di casa potrebbero essere un forte simbolo di richiamo a ricercare una pace giusta, soprattutto con attenzione a chi è vittima più debole di una oppressione e violazione di diritti che spezza le vite delle persone.

«È possibile perseguire l’impegno per una soluzione pacifica delle controversie e dei conflitti. Si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza». Così si è espresso papa Francesco nel 2014, nel suo incontro con Shimon Peres a quel tempo presidente di Israele.

Le chiavi possono essere segno di questa ricerca di porte da aprire anche laddove sembra vi siano solo catenacci serrati.

Alessandro Cortesi op

 

 

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