la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “ottobre, 2017”

XXX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1245.JPGEs 22,21-27; 1Tess 1,5-10; Mt 22,34-40

“Maestro qual è il più grande comandamento della legge? Gesù rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore con tutta l’anima e con tutta la mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso”

Un dottore della legge voleva mettere alla prova Gesù e gli pone una questione su cui era aperto il dibattito teologico tra diverse scuole e orientamenti e facilmente potevano sorgere conflitti. Gesù accetta la sfida, non la sfugge. Ma la rende occasione per offrire un orizzonte proprio. La questione del più grande comandamento rinvia alla questione del senso della vita. Nella risposta d Gesù si mescola insieme comandamento e amore, fedeltà alla legge e compimento della legge nella gratuità dell’amore.

Al centro della sua risposta sta l’indicazione dell’amore espresso nei termini dell’‘agape’. Un amore che non può tener separato sguardo a Dio e sguardo all’altro, il prossimo. Agape è termine caratteristico e proprio nel Nuovo Testamento. Amare secondo i tratti dell’agape implica uno stile è attuazione dell’amore come dono e gratuità. Rispetto alla concezione di amore come forza che spinge a prendere e possedere e trattenere per sé, l’agape è apertura ad altro in cui è al centro la dimensione della gratuità e del dono.

L’agape è un amore che va incontro all’altro non per colmare un vuoto, non per impossessarsi di qualcosa o di qualcuno ma nella gratuità dell’accoglienza e della condivisione. E’ sguardo che pone cura verso chi non è amabile: non tiene per sé ma si spezza per… Agape indica dono e ‘gratuità’. E’ il modo di amare proprio di Dio, che apre orizzonti nuovi. Apre il desiderio umano, forza dell’amore, ad essere desiderio che prende su di sé le attese degli altri, giungendo a fare della propria vita un pane spezzato. Dio solo ama così e quando possiamo sperimentare tale tipo di amore è perché si rende presente un dono che non viene da noi.

Nella risposta di Gesù sono uniti insieme due orizzonti dell’amare: amare Dio non può compiersi senza il riconoscimento dell’altro come prossimo.

Imparare ad amare secondo la prospettiva indicata da Gesù – ‘ama il Signore, ama il prossimo come te stesso’ – è la grande questione dell’esistenza cristiana. E’ domanda che inquieta il pensare ma chiede in primo luogo cambiamento di vita. Agape è disponibilità a superare ogni ripiegamento che chiude e porta a trattenere, i beni, gli altri, la vita stessa. Nella società del ‘mercato globale’ dove tutto si desidera e compra o dove tutto si perde ed è inavvicinabile, le parole di Gesù sono una provocazione a vivere la gratuità come stile, da tradurre in percorsi quotidiani, in modo discreto, nella consapevolezza che è frutto di un dono, opera di Dio che agisce nei cuori.

Alessandro Cortesi op

IMG_1215(Gianfranco Meggiato, Il gardino delle muse silenti – 2017)

La guerra disfatta dell’umanità

Cent’anni fa, in questa fine del mese di ottobre, erano i giorni della disfatta di Caporetto. In quel tempo si manifestava in modo eclatante il disastro a cui la guerra conduce. Quella guerra come tutte le guerre. Caporetto significa 11.000 morti, 29.000 feriti, circa 300.000 prigionieri, circa 300.000 sbandati.

Quella guerra proclamata con la retorica della conquista, del nazionalismo e con l’illusione della brevità, della repentina avanzata per ampliare i confini, rivelò nell’autunno del 1917, se non fossero stati sufficienti gli anni precedenti, anche sul fronte italiano il suo lato più oscuro. La morte e la devastazione, la condizione miserevole della ritirata, intere popolazioni costrette a lasciare le loro terre, profughi ridotti in condizioni di miseria e inedia. I civili furono 250.000 in fuga e nei mesi successivi aumentarono a 600.000 rifugiati. Fu poi quell’autunno l’inizio di sofferenze, umiliazioni e fame, per i prigionieri condotti nei campi di concentramento e ai lavori forzati nelle regioni del Nord e dell’Est.

Nulla come le scritture di persone comuni può testimoniare anche da parte di illetterati la disumanizzazione a cui la guerra conduce. In quegli anni essi lasciarono affidati alle lettere a casa, alle cartoline e ai diari il racconto delle condizioni della trincea o dell’inabissamento nelle caverne di neve, i patimenti quotidiani e le speranze di ritornare. La scrittura si impose come imperativo di fronte alla tragedia per poter ricordare la sofferenza insopportabile e per poter resistere alla disumanità.

Tante di queste voci di testimoni sono state raccolte in un libro da Antonio Gibelli (La guerra grande. Storie di gente comune, ed. Laterza 2015, 3 ed) la cui lettura accompagna a scorgere ciò che della guerra non si vede e non si percepisce da lontano. Alcune di queste voci riportano ai giorni di Caporetto e della rotta. Così nei quaderni di Giovanni Bussi, un sarto piemontese della regione delle Langhe:

“Quando fui sul fronte capii che stavo vivendo una grande esperienza, che sarebbe stata una cosa importante, che forse saremmo andati a finire male, che bisognava scrivere tutto. Ho iniziato il diario all’inizio della mia guerra”.

“Io ho solo 19 anni, non ho istruzione, non ho mai avuto una casa mia, ma nella mia ignoranza comprendo tutto l’atroce dramma di questa gente che causa la guerra e di chi la fa fare, deve abbandonare tutto il suo avere e le proprie case e andarsene esule verso l’ignoto. Partono attaccando i buoi al carro sul quale salgono le donne, i vecchi e i bimbi e nel quale hanno messo qualche cosa da mangiare e un po’ di robe personali, gli uomini marciano a piedi alla guida dei carri, imboccano la strada maestra dove vi sono già altri che vanno con carri e altri svariati mezzi di trasporto. Marciano per uno o due chilometri, poi non si può più andare avanti, la strada è ingombrata, per proseguire bisogna staccare i carri, farli rotolare nella scarpata. Poi prelevano, da ciò che avevano caricato, le cose più necessarie e se ne fanno un fagottino per uno e seguitano marciare portandosi dietro i buoi e i cavalli, ma poi è giocoforza abbandonare anche il bestiame che se ne va per i campi. Per qualche tempo le famiglie marciano unite ma poi, nella confusione, perdono contatto, il marito perde di vista la moglie, il bimbo la madre, ecc. e così il dramma di questo terribile esodo è al completo”.

In altri memoriali si possono scorgere i processi di degradazione umana e di malvagità a cui la guerra conduce. Vincenzo Rabito, di origini siciliane, ‘inalfabeta’ come egli stesso si definisce, così descrive la sua metamorfosi da giovane – giunto alla trincea come ragazzo del ’99 – a spietato esecutore e macellaio senza più sentimento umano e impazzito. I suoi appunti sono testimonianza del suo divenire quasi spettatore della trasformazione di se stesso, da giovane timido in un’altra persona assuefatta ad uccidere e alla brutalità.

“E cosí, amme, tutta la paura che aveva, mi ha passato, che antava cercando li morte magare di notte, che deventaie un carnifece. Impochi ciorne sparava e ammazava come uno brecante, no io solo, ma erimo tutte li ragazze del 99, che avemmo revato [eravamo arrivati] piancendo, perché avemmo il cuore di picole, ma, con questa carnifecina che ci ha stato, deventammo tutte macellaie di carne umana”. “Tutte erimo redotte senza penziero, erimo tutte inrecanoscibile, erimo tutte abandonate del monto [abbandonati dal mondo, ossia usciti dai confini del mondo umano]”.

E’ un paradosso che proprio in quei giorni gli fosse proposta una medaglia al valore. Ma è questo il lato oscuro della guerra quello che nessuno vede e conosce se non chi l’ha sperimentata, Da qui sorge quel forte o flebile grido: ‘mai più’ ripetuto da chi ha toccato con mano la guerra come imbarbarimento dell’umanità, come ‘inutile strage’.

La guerra ‘grande’ del 1914-18 fu la prima guerra del secolo breve che rivelò la potenza devastatrice di un tecnologia che cambiava i connotati del combattimento dei secoli precedenti. Non un affrontarsi di eserciti sul campo, ma il coinvolgimento di popolazioni intere. La guerra come seminagione di morte con utilizzo di nuovi mezzi della tecnologia (la mitragliatrice, i cannoni), in balia di comandanti impreparati e insensibili, inebriati da nazionalismi e da miti di grandezza e di potere.

Alcuni diari evidenziano gli aspetti nascosti di tale esperienza come fallimento dell’umanità. Così nei Diari di Giuseppe Manetti, detto Beppe, mezzadro toscano del comune di Bagno a Ripoli, nato nel 1884. Il 13 giugno del 1917 scriveva: “Il posto dove siamo si chiama il vallone di Doberdò: bisognerebbe vedere quante baracche che ci sono quanti ricoveri quanti lavori di offesa e di difesa qua si è creato unaltro nuovo mondo trasformato tutto dalla natura di un terreno civile in una natura artificiale bellica poveri omini tutti i vostri studi come male li ai adoprati [adoperati]! Io sono qui e posso essere nelle ultime ore di vita edamiei bambini cosa li lascierò? altro che della fame perché tutto ciò che noi, ei nostri padri avevano prodotto siamo venuti a distruggerli qua su distruggerli sopra a questi monti quanto siamo in civili!”.

E ancora: “A viverci in mezzo ai bravi soldati si capisce ogni giorno di più che grandissimo sacrificio sia questa grande guerra – scrive il 5 ottobre 1917 –. Chi non dà la vita ha già dato parte del sangue. Se non lo ha dato forse lo darà, e dà in ogni modo i più begli anni della sua fiorente gioventù oppure sacrifica l’affetto fortissimo di padre e di figlio. E lo stento continuo quotidiano, la fatica aumenta perché le forze diminuiscono, l’isolamento forzato – il rancio che anche lui è sempre quello e sempre quello (quando c’è), tutto rende la vita difficile, dura e monotona! E così ben si capisce che in questa lotta inumana tutti patiscono, tutti danno una parte di sè stessi che raramente si potrà recuperare”.

Una lotta disumana in cui tutti soffrono: questo è la guerra.

Oggi non lontano da noi, in Siria, in Irak, in Afghanistan e così nelle regioni dell’Africa subsahariana la guerra è esperienza che continua da anni e anni, con il coinvolgimento di soldati anche bambini, con milioni di profughi, migliaia di vittime soprattutto civili.

Nel cuore dell’Europa in questi giorni assistiamo ad un affermarsi di nuovi nazionalismi e chiusure identitarie nel crescere di attitudini di egoismo e indifferenza verso altri popoli. Proclami e gesti di xenofobia, di razzismo, semi di una cattiveria che s’infiltra e dilaga nei linguaggi quotidiani, nel disprezzo dell’altro, nell’offesa ripetuta e escludente.

Amare Dio e il prossimo appare orizzonte negato dalla malvagità che la guerra, cent’anni fa la guerra ‘grande’, oggi la guerra diffusa spezzettata, comportano. E con esse la seminagione del disprezzo dell’altro, dell’esclusione e del rifiuto che continuano.

La guerra è esperienza di contrasto: quel male così grande ha aperto a molti che l’hanno sperimentato, ai più che ne hanno sofferto la tragedia, a impegnarsi per la pace, a non ripetere quello che è stato. Oggi è urgente non lasciare spazio a fenomeni che sappiamo essere produttori di guerra e che sono sin d’ora fattori di disumanizzazione. Amare Dio e il prossimo è rinnovare tale consapevolezza e scorgere tale responsabilità in un impegno quotidiano.

Alessandro Cortesi op

Caporetto 1917 soldati italiani catturati da soldati tedeschi nelle trincee RareHistoricalPhotos.com .jpg

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XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1077Is 45,1.4-6; 1Tess 1,1-5; Mt 22,15-21

Al tempo di Gesù la Palestina era sotto l’occupazione e il controllo politico della potenza dell’impero romano. Tra le molte tasse che la popolazione subiva oltre alla tassa per il tempio e le varie gabelle che rendevano la vita difficile, c’era anche una tassa dovuta all’imperatore. Era l’odiosa tassa che ricordava il peso della potenza occupante romana e andava pagata con monete particolari. Nelle monete era infatti scolpita l’effigie dell’imperatore. Da qui il rinvio alla questione dell’immagine del Cesare, l’imperatore, che al tempo di Gesù era Tiberio Cesare, nella moneta del tributo.

A Gesù viene posta una questione per metterlo alla prova: è una questione sul dovere di pagare le tasse all’imperatore. Una questione delicata perché dietro a questo gesto poteva esserci il riconoscimento del dominio dei pagani. Ma anche era questione delicata perché ogni affermazione che fosse stata diretta a non riconoscere l’autorità romana poteva generare l’accusa di ribellione.

E’ interessante notare che Gesù non possiede con sé la moneta er pagare il tributo, e chiedendola a color che stanno sfidando mostra già la loro ipocrisia. La fa infatti mostrare da loro stessi. “Mostratemi la moneta del tributo! Ed essi gli presentarono un denaro.

Le sue parole poi presentano poi una tensione: “Egli domandò loro: Di chi è quest’immagine e l’iscrizione? Gli risposero: di Cesare! Allora disse loro: rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

In primo luogo queste parole indicano una distinzione tra ciò che appartiene a Cesare, la sfera della politica, e ciò che compete a Dio. A Cesare vanno pagate le tasse perché la moneta reca la sua immagine. Le monete portano l’effigie dell’autorità imperiale e a tale autorità si deve rispondere nel riconoscimento delle competenze proprie. E’ affermazione di una separazione. C’è una sfera del potere distinta e distante da quella specificamente religiosa. Gesù è ben distante dal riconoscere Cesare come un potere a cui inchinarsi, ma rinvia a restituire ciò che compete.

C’è poi nella risposta di Gesù c’è un altro aspetto su cui riflettere: che cosa intendeva dicendo che c’è qualcosa che compete a Dio nel dare a lui ciò che è di Dio? Che cosa è da riferire a Lui?

Se le monete portano l’effigie di Cesare e al potere statale va riconosciuta autorità per quel che riguarda ambiti particolari della vita umana questo non è tuttavia un riferimento assoluto, non copre né può pretendere di assorbire tutta la vita umana senza riserve e critica.

C’è un luogo in cui è posta l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio? Se nelle monete imperiali appare l’effigie di Cesare vi è un luogo dove è presente l’effigie di Dio?

Nel volto di ogni persona vivente sta il luogo dell’immagine di Dio. A Dio allora compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma è da dare a Dio la totalità dell’esistenza, pur riconoscendo che vi sono dimensioni della vita in cui si attua una responsabilità e competenze proprie. Non è tuttavia un riferimento assoluta che possa escludere il riferimento fondamentale a Dio.

Immagine è la categoria al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. E’ rinvio a Gen 1,26: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliante…’, espressione che indica la creazione stessa dell’uomo come evento di un rapporto unico. ‘Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò’ (Gen 1,27)

Uomo e donna nella loro diversità, e nell’unità che costituisce l’umano, sono costituiti ad immagine del Dio che nella creazione si apre nel dono di sé, comunica vita lasciando spazio all’altro.

I discepoli di Gesù allora sono invitati a due attenzioni: in primo luogo non dovranno mai confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare. La presenza di Dio, sempre più grande non si lascia identificare o rinchiudere in una forza politica o in un dominio umano e culturale. La sua signoria sta oltre ogni realizzazione umana e non viene esaurito da un potere umano.

In secondo luogo discepoli sono chiamati a riconoscere l’immagine di Dio presente in ogni persona. Questo esige un riferimento totale della vita. Ciò apre ad una libertà di coscienza di fronte ad ogni potere politico di cui riconoscere ambiti precisi di competenza ma che non potrà mai porsi come assoluto. Ci sono ambiti della vita che prevedono riferimenti penultimi. L’autorità politica non potrà mai pretendere di esaurire tutta l’intera esistenza delle persone.

Le parole di Gesù sono una sfida a riconoscere che gli ambiti propri della politica, dell’economia, della società non escludono il riferimento a Dio. Ma anche Gesù indica che Dio non può essere ridotto ad un potere che si sostituisce a Cesare o si si pone sul medesimo piano del dominio politico.

Le questioni della politica sono ricondotte ad essere spazio dell’umano, spazio ‘penultimo’.

Alessandro Cortesi op

IMG_1192Catalogna

E’ una giornata di grande incertezza per la Catalogna. Oggi se Carles Puigdemont non proclamerà una dichiarazione di indipendenza potrà evitare che il governo centrale spagnolo intraprenda il procedimento per la sospensione dell’autonomia. Si presentano giorni di grande inquietudine.

Dalla Catalogna giungono in questi ultimi tempi notizie che rendono compartecipi di una grande tensione che attraversa questo paese. La regione è una tra le più vivaci della penisola iberica da tanti punti di vista. Barcellona, la sua capitale, è centro che testimonia una particolare vivacità culturale ed economica, e vive le contraddizioni di ogni grande città affacciata sul Mediterraneo in questo tempo. Città cosmopolita, di arte e cultura, incrocio di commerci, popolata di giovani universitari, snodo di turismo internazionale. E’ città che vede una coloritura multiculturale pur con sacche di povertà, forte immigrazione e situazioni di difficoltà nell’ambito del lavoro. A seguito dell’attentato alle Ramblas a fine agosto vi è stata nella popolazione una risposta di netto rifiuto della violenza e della logica dello scontro tra le religioni e ciò ha costituito un esempio.

In questi ultimi tempi la Catalogna ha vissuto alcuni passaggi che hanno estremizzato una tensione da tempo è maturata con irrigidimenti delle diverse parti e forzature.

Un sentimento forte di identità culturale autonoma legata alla propria tradizione linguistica, il catalano, unito alla consapevolezza di eredità culturali e storiche ha nel tempo condotto ad una richiesta di maggiore autonomia politica rispetto allo Stato centrale che ha anche visto parziali riconoscimenti. Ciononostante è cresciuta non solo una richiesta di ulteriore autonomia ma si è fatta strada la rivendicazione di indipendenza rispetto alla Spagna. Alcune scelte operate dall’attuale governo della regione sono state condotte in violazione dell’ordinamento costituzionale, sulla base del principio di autodeterminazione politica dei popoli.

La popolazione della Catalogna è però profondamente divisa al suo interno e tale frattura attraversa le famiglie, i gruppi sociali e la chiesa. Parte della popolazione pur essendo favorevole all’autonomia non condivide la prospettiva indipendentista: voci di costituzionalisti e intellettuali hanno manifestato preoccupazione a fronte di scelte che si sono poste al di fuori della legalità costituzionale e ordinaria. La richiesta legittima di autonomia ed il suo perseguimento per via democratica ha caratteri diversi dalla rivendicazione di un diritto all’indipendenza ed alla secessione. La convocazione e le modalità di svolgimento del referendum del 1 ottobre sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte.

Le violenze perpetrate dalla Guardia civil per impedirne lo svolgimento sono state d’altra parte una violenza indebita e sproporzionata. Un’espressione di violenza che ha portato una ferita profonda, ha esacerbato gli animi e ha polarizzato le posizioni. Dopo la dichiarazione di indipendenza, poi sospesa, a seguito dei risultati del referendum molte imprese e banche hanno annunciato il loro trasferimento in sedi al di fuori della regione. Madrid, secondo quanto previsto dall’articolo 155 della Costituzione democratica del 1978, potrebbe sospendere l’autonomia regionale.

La situazione è complessa e come in tutte le situazioni complesse la cosa più urgente e necessaria sta nel rifuggire ogni soluzione di tipo semplicistico e che non tiene conto delle gravi questioni in gioco.

Anche le comunità cristiane sono divise a loro interno con una radicalizzazione di scelte. La fede richiede per sua intrinseca dinamica un impegno nella società ed una presa di posizione nelle questioni della vita civile e politica, tuttavia la sfida sempre presente sta nel mantenere uno sguardo capace di distinguere pur nell’impegno ineludibile a prendere posizione. Identificare tout court un orientamento di fede con una precisa opzione politica necessariamente derivante dalla fede sfocia in forme di integrismo: vi sono state nella storia e possono presentarsi anche oggi in modi nuovi.

Il teologo Salvador Pié Ninot in un articolo apparso sul quotidiano catalano “La Vanguardia”, facendo riferimento a vari manifesti apparsi in questo tempo, di tenore indipendentista, ha messo in guardia di fronte a tale rischio (S. Pié Ninot, Signos de integralismo catolico en Catalunia, “La Vanguardia” 29 settembre 2017): “Si deve tener presente che l’insegnamento della chiesa ha funzione di affermare i principi etici di riferimento lasciando ad ogni persona le decisioni possibili nelle loro concretizzazioni. Tali concretizzazioni necessariamente plurali sono il frutto ragionato di una opzione prudenziale e politica. (…) Come si è giustamente criticato l’avallo ecclesiastico maggioritario al nazional-cattolicesimo di un momento storico del nostro paese, è importante tener presente che il Vaticano II ha sottolineato ‘la giusta autonomia del mondo’. Per questo appoggiare una o l’altra opzione politica concreta, per quanto uno possa avere simpatie personali per essa, sta fuori da tale novità decisiva della autonomia del mondo”.

L’affermazione che non sta alla chiesa in quanto tale essere protagonista pubblica, attuando in tal modo una confusione con la comunità politica, è indicazione di un difficile cammino. C’è una distinzione da mantenere tra orientamenti di fondo che provengono dalla fede e le opzioni politiche che vanno poste non in modo assoluto e soprattutto non identificate come direttamente e necessariamente derivanti dalla fede stessa. Se una scelta è doverosa come impegno è peraltro importante coglierne i limiti. Di fronte alla complessità del vivere insieme, che è la questione della politica, sempre più è richiesto uno sguardo capace di distinguere e non confondere i piani. Si ripete la questione posta a Gesù sulla moneta da dare a Cesare quale sfida aperta per noi oggi.

Simone Morandini richiama l’istanza di riscoprire proprio in questi passaggi una prospettiva di etica civile: “Una prospettiva che tenacemente ricorda che anche nelle situazioni di tensione c’è un orizzonte di convivenza da salvaguardare. Che richiama all’esigenza di tutelare quel fondo comune che è l’esserci della civitas, anche laddove si fatichi a concordare sulle forme che essa potrà assumere. Che, d’altra parte, invita all’incontro e la valorizzazione delle differenze, come condizione perché la convivenza sia davvero buona”. (S.Morandini, Catalogna, oltre il paradigma gordiano, in Moralia Blog 9.10.2017)

Per il popolo catalano è l’augurio che questo momento estremamente difficile e di profonda divisione possa portare a maturare una chiara scelta nella linea del dialogo, di una trattativa nella giustizia e nell’ascolto di legittime aspirazioni, mantenendo riferimento alla Costituzione ed alle istituzioni democratiche. Carattere delle scelte politiche è individuare e perseguire il bene concreto e possibile, talvolta il male minore, rifuggendo da forzature e logiche di violenza da ogni parte. Forse questo doloroso momento può essere occasione per scorgere l’importanza di scegliere la via della mediazione – affrontando le reali questioni poste sul piano politico – difficile opera dell’agire di costruzione della convivenza. Anche quando tutto sembra essere senza soluzione.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0920(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e vi aveva piantato scelte viti… Egli aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica… Ebbene la vigna del Signore è la casa di Israele”.

Come nel Cantico dei cantici anche Isaia vede nella vigna un simbolo: la ‘vigna in fiore’ del Cantico evoca la bellezza affascinante della donna amata e così Isaia legge la vigna come la casa d’Israele. La vigna è quindi simbolo in cui si rispecchia la vicenda del popolo di Dio.

La vigna del diletto è situata su di un fertile colle e oggetto del lavoro di cura e coltivazione che l’amato ha svolto. Nonostante questa attenzione la vigna ha prodotto uva selvatica. Da qui la delusione e il fallimento delle attese. Anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Con giochi di parole Isaia propone nel simbolo della vigna infeconda il dramma dell’infedeltà d’Israele nei riguardi di Dio che ha avuto cura di lui.

L’attesa paziente di Dio che ha cura del popolo viene delusa. Il motivo della vigna ritorna nella letteratura profetica (cfr. Os 10,1). Geremia riprende il motivo dell’infedeltà d’Israele ma anche il desiderio di Dio di racimolare un resto disponibile ad ascoltarlo nonostante l’irresponsabilità dei cattivi pastori (Ger 2,21; 6,9; 12,10). Ezechiele usa tale metafora per parlare di Israele nell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e richiama l’esigenza della fedeltà a JHWH (17,24).

Isaia presenta anche una prospettiva nuova in cui il Signore stesso richiama ad un ritorno e dice che la sua fedeltà non viene meno: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. O, meglio, si stringa alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

La parabola dei vignaioli omicidi – che è piuttosto una allegoria in cui ad ogni elemento corriponde un riferimento ‘altro’ – è posta da Matteo nei giorni ultimi di Gesù a Gerusalemme prima dell’arresto e della passione. In essa è ripreso chiaramente il riferimento alla vigna di isaia cap. 5. Ma essa è narrata come una storia di ostilità e rifiuto in cui si affaccia la violenza ripetuta prima sui servi inviati e fino all’eliminazione del figlio del padrone. La parabola si fa aspra denuncia del rifiuto dei capi del popolo che si ripete come infedeltà a Dio e all’alleanza. Ma in questa drammatica storia che in filigrana presenta la vicenda stessa di Gesù come giusto perseguitato e eliminato, c’è una fedeltà che si ripropone, la fedeltà del figlio.

Nella comunità di Matteo la parabola acquista un ulteriore significato: non è solo messaggio a quei capi religiosi di Israele che condannarono Gesù, ma è esempio di ogni rifiuto condotto da chi pretende di essere padrone, di chi non accoglie e rifiuta gli inviati da Dio con la violenza giungendo sino ad uccidere. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il messaggio centrale della parabola sta nella riaffermazione della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto non viene meno la cura e l’amore di Dio. Gesù è pietra scartata dai costruttori ma sarà pietra iniziale di una nuova costruzione. Matteo nella parabola descrive così il dramma di una storia della salvezza che vede in Gesù colui che è scartato, ma porta nuova vita e apre ad un futuro nuovo.

“Dio…, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-16)

Alessandro Cortesi op

IMG_0921.JPG(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Vigna

La vigna è nome che tiene insieme l’uno e i molti. E’ composizione di elementi diversi. Le radici delle viti, i loro fusti, ed insieme le ampie ramificazioni, i tralci, e le grandi foglie a forma di cuore. La vigna è insieme uno e molteplicità. E’ coltivazione di un campo in cui s’intreccia fecondità della terra e lavoro umano. La vigna richiede particolare cura e attenzione: senza una attenta potatura le viti non producono i grappoli dell’uva. Le varie fasi della coltivazione, dalla coltratura del terreno alla legatura dei tralci alla ramatura sono opera che impegna nello scorrere delle diverse stagioni, nel tempo.

La vigna diviene così metafora di un grande processo di vita che unisce insieme la terra e l’uomo. Lo sguardo e la capacità umana incontrano la terra se ne fanno custodia e accompagnamento per una fecondità di vita. La vigna può essere vista come immagine che racconta dell’ambiente in cui viviamo, dei luoghi in cui insieme sulla terra si costruisce relazione. E’ una relazione che vede tante presenze: l’ambiente naturale, le persone che operano, tutti gli elementi che compongono un noi formato di elementi della terra e di presenze umane. E’ relazione anche con la creatività e la capacità di progettare e di creare.

La vigna insomma dice ‘noi’, un noi plurale e in relazione e dove la relazione coinvolge la vita stessa della terra. Racconta di storie in cui non c’è solo riuscita ma tanta fatica e attesa. Talvolta anche fallimento: una improvvisa grandinata, una stagione di siccità, una errata valutazione dei tempi di maturazione dell’uva può condurre a perdere parte o tutto il raccolto. La vigna parla di terra che restituisce con la sua generosità e di un operare umano che deve stare in ascolto dei ritmi della terra.

La vigna evoca anche la fiducia che nonostante il mancato frutto e stagioni andate male la cura e la continuità di coltivazione porteranno esito. La vigna parla di attaccamento e di speranza, di sguardo lungo su quanto può maturare nonostante la mancanza di risultato evidente e la delusione.

La vigna è anche luogo di lotta contro tutto ciò che costituisce minaccia alla sua vita: i parassiti, le malattie che attecchiscono e si diffondono. Nessuna parte di essa può considerarsi preservata e la malattia di una parte rischia di avere diffusione e di portare alla morte. Nella vigna l’attenzione a che ogni processo di corruzione non attecchisca e si diffonda dev’essere continua, quotidiana.

La vigna è metafora di un vivere in cui tutto è interrelato, come la città, ma con la sua collocazione in campo aperto, esposta alla luce del sole e ai venti che smuovono le foglie, in questo essere insieme di respiro della terra e sguardi di volti umani. E’ organismo vivente in cui c’è una linfa che attraverso le radici giunge fino ai pampini più esili, ed anche organismo vivente perché il lavoro che ruota attorno alla vigna è operare di molti che si incontrano e sono invitati a collaborare mettendo ognuno il suo tassello in un’opera comune e per un esito condiviso. Attenzione nel lavoro della vigna è non far restare nessuna parte trascurata o senza respiro, è far sì che l’acqua giunga e possa fecondare la linfa che scorre nei rami. E’ collaborazione infine nella vendemmia che è raccolta insieme di un dono da accogliere con gratitudine e del frutto di una fatica e di una attesa da vivere con gioia.

La vigna è metafora di un vivere non da isolati ma insieme…

Alessandro Cortesi op

Giornata della memoria e dell’accoglienza

IMG_1306.jpgOggi 3 ottobre è giornata di memoria delle vittime del naufragio vicino alle coste di Lampedusa in cui nel 2013 persero la vita 368 bambini, donne e uomini e di tutte le vittime dei viaggi delle migrazioni. Giornata di preghiera per le vittime e per maturare un impegno sempre nuovo di accoglienza.

E’ stata resa nota oggi una Dichiarazione congiunta da parte di Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Commissione delle chiese per i migranti in Europa (CCME) e Conferenza delle chiese europee (KEK) che richiama come “la tutela del  migrante e l’accolgienza del porfugo e del perseguitato sono al centro della nostra fede in Cristo”.

“Ricordiamoci che ogni muro che ci separa dal nostro prossimo e ferma chi fugge da persecuzioni e violenze, ci allontana dall’amore di Dio e dalla sua vocazione ad accogliere e proteggere, così come Lui ci ha accolto e protetto” (…).

La dichiarazione presenta un appello: “Per questo ci opponiamo a ogni politica di chiusura o di spostamento dei confini per prevenire o negare l’accesso a uomini e donne che avrebbero diritto alla protezione internazionale”.

Si rivolge poi a governi e istituzioni internazionali “perché garantiscano passaggi sicuri e corridoi umanitari ai profughi, ai richiedenti asilo e a quanti vivono in condizioni di vulnerabilità e di rischio per la propria vita”.

E altresì chiede “di garantire una più ampia e inclusiva interpretazione del diritto alla protezione internazionale e all’asilo”.

Una parola anche è rivolta alle chiese: “vogliamo sollecitare le nostre chiese perché premano sui governi e le autorità per promuovere politiche più umane e aperte per i rifugiati, per costruire ponti come strumenti di solidarietà e segnali di speranza”.

Domenica scorsa a Bologna, nella sua prima tappa di visita alla città, papa Francesco così si è espresso:

“Ho voluto che fosse proprio qui il mio primo incontro con Bologna. Questo è il ‘porto’ di approdo di coloro che vengono da più lontano e con sacrifici che a volte non riuscite nemmeno a raccontare. Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. (…)

Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet. Se guardiamo il prossimo senza misericordia, non ci rendiamo conto della sua sofferenza, dei suoi problemi. (…)

In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo, che si identifica con lo straniero, di ogni epoca e condizione, accolto o rifiutato (Mt 25,35.43) (…)

Credo davvero necessario che un numero maggiore di Paesi adottino programmi di sostegno privato e comunitario all’accoglienza e aprano corridoi umanitari per i rifugiati in situazioni più difficili, per evitare attese insopportabili e tempi persi che possono illudere.

L’integrazione inizia con la conoscenza. Il contatto con l’altro porta a scoprire il ‘segreto’ che ognuno porta con sé e anche il dono che rappresenta, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi, imparando così a volergli bene e vincendo la paura, aiutandolo ad inserirsi nella nuova comunità che lo accoglie. Ognuno di voi ha la propria storia, mi diceva la signora che mi accompagnava. E questa storia è qualcosa di sacro, dobbiamo rispettarla, accettarla, accoglierla e aiutare ad andare avanti (…)

Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui. Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé.”

(ac)

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