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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

I domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1663.JPGIs 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?”

Il volto di Dio è presentato dal terzo-Isaia, profeta del dopo esilio, come colui che porta salvezza, redentore. Il vagare senza meta e il cuore indurito sono le due immagini che esprimono la condizione di chi si è dimenticato della presenza di Dio nella vita, della relazione che lega in una alleanza.

L’invocazione del profeta si fa preghiera: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. E’ una richiesta a ritornare guardando a coloro che si ricordano delle sue vie. E’ sottintesa implorazione a far ricordare quelle vie che sono state vie di liberazione. La richiesta di un ritorno di Dio si unisce al riconoscimento di aver vissuto il peccato come ribellione. Ma la fiducia nella vicinanza di Dio è più grande del peccato: Dio è colui che si fa incontro:

“Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

L’invocazione si chiude con una immagine che richiama la creazione e la presenza di Dio padre di tutte le cose perché sorgente di ogni esistenza. L’argilla è solo materia informe nelle mani del vasaio. Deve riconoscere come tutto proviene dalle mani di chi la può plasmare e riplasmare di nuovo. Così la vita di una umanità tratta dalla terra che vive per l’opera e per il soffio di Dio: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.

Dio ha i tratti di un tu che ‘va incontro’ a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle sue vie.

Paolo, iniziando a scrivere alla comunità di Corinto di cui ha avuto notizie e a cui si appresta a rispondere a tante difficoltà e dubbi sollevati, innanzitutto ha parole di lode per i tanti e diversi doni che rendono quella comunità ricca di differenze: “non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.

Paolo richiama ad un futuro manifestarsi di Gesù. Ogni impegno trova suo fondamento nella fedeltà di Colui che è fedele: “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”

‘Dio è fedele’. La sua fedeltà è in rapporto ad un sogno di comunione. Su questo deve fondarsi l’attesa dei Corinti verso il manifestazione di Cristo. C’è una chiamata nella vita dei cristiani ad un legame di comunione che lega insieme e avviene attraverso l’incontro con Gesù.

La parabola dei servi e del portiere è posta nel quadro del capitolo 13 di Marco, i cosiddetto discorso apocalittico: il richiamo di fondo al cuore di questo discorso è a vegliare, cioè vivere il tempo con consapevolezza e impegno.

C’è un ricordo della stanchezza degli apostoli che si addormentarono e non resistettero nel rimanere accanto a Gesù (Mc 14,37). Ma c’è anche un rinvio alla vita di una comunità che si stanca e non tiene il passo. Vegliare significa non perdere di vista il rapporto con Gesù. lo stare con lui. Gesù visse il tempo della sua vita nel rapporto profondo unico con l’Abba. Ha vissuto l’affidamento della fede e nel suo ‘vegliare’ sta la radice del suo agire.

Vegliare si oppone all’indifferenza, alla superficialità, alla disattenzione di sprecare il tempo. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà…”

Vegliate non è imperativo che mantiene sotto la minaccia e nella paura. E’ piuttosto il vegliare di chi sa che qualcuno sta giungendo e per questo il tempo assume un altro spessore. E’ annuncio del ritorno di colui che è passato facendo del bene, di Gesù che ha testimoniato nella sua vita il disegno di Dio di un mondo di fraternità. E’ invito a scorgere all’orizzonte di un presente contraddittorio i segni di un farsi vicino che non viene meno e porterà a compimento le promesse del Dio fedele. L’incontro con Gesù, la comunione, saranno l’ultima parola della storia. Nel tempo il vegliare si declina nello scorgere i segni, affrettare il venire, preparare il cuore.

Alessandro Cortesi op

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Vegliate

‘Vegliate’ è il grande invito dell’avvento: come chi nella notte attende una presenza amata che torni e bussi alla porta. Come chi veglia accanto a chi soffre.

E’ di questi giorni una notizia che ci ha drammaticamente riportato il contrasto tra la perdita di umanità, e la capacità dei poveri di saper vegliare anche laddove la malvagità sembra cancellare ogni respiro di dignità.

Una eritrea di 24 anni ha partorito un figlio, nato morto mentre era ancora in Libia, imprigionata, in attesa di potersi imbarcare nel viaggio della speranza verso l’altra sponda del Mediterraneo, verso l’Europa agognata. Ma dopo il parto è rimasta per tre giorni agonizzante, fino a morire prima dell’imbarco. I trafficanti hanno caricato il suo cadavere sul barcone ordinando a coloro che erano stati imbarcati di gettarlo in mare durante la traversata. Altre donne salite sul barcone non hanno obbedito a questo comando disumano. L’hanno vegliata fino all’approdo in Sicilia ad Augusta, dopo essere stati recuperati dalla ONG spagnola ‘Open arms’, il 25 novembre u.s. ‘Era nostra sorella’ hanno detto. Sono stati 431 i superstiti di questa navigazione.

L’hanno vegliata nel buio della notte e nel mare, nel buio della malvagità degli aguzzini e nel buio dell’indifferenza di un’Europa che non riconosce ai migranti dignità e sta conducendo una guerra per tenerli esclusi. Quel vegliare ha reso testimonianza della gratuità dell’umana compassione. Private di ogni cosa hanno saputo donare: la loro cura, la loro umanità, la loro speranza: ‘Qui troverà pace’ hanno anche detto. Hanno saputo scorgere negli occhi di una vittima lo specchio dell’essere tutti stranieri nel tempo dell’esistenza. Cosa che non riusciamo a vivere nell’Europa che si arrocca e sigilla le frontiere. Quel vegliare è un sussulto di umanità, un messaggio silenzioso a chi non sa più vegliare su volti umani che recano sofferenza.

Questo anonimo vegliare è segno profetico e dovrebbe risvegliare da un sonno che pesa sui nostri giorni. La navigazione umana è un viaggio comune in una attesa che chiederebbe di essere condivisa.

Alessandro Cortesi op

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