la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1689.JPGIs 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate consolate il mio popolo…’. La parola del profeta invita il popolo a sollevarsi e a prepararsi per un ritorno. E’ la fine dell’esilio, della desolazione. Si apre un tempo nuovo, un cammino dai tratti di un secondo esodo. Nel deserto Dio sarà ancora guida e si attuerà un incontro nuovo. Dio è il signore della storia: è vano inseguire altri idoli che si rivelano inconsistenti (Is 41,29). In questo evento di liberazione si apre la comprensione di fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Un messaggero annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come nell’uscita dall’Egitto quando accompagnava gli spostamenti delle tribù di notte e di giorno nella nube e nel fuoco (Es 13,18.21). Si apre ora una ‘via sacra’, diritta come quelle dei templi di Babilonia, nuovo passaggio attraverso il mare. Immagine di liberazione e di novità. Memoria dell’esodo che non deve venir meno e si rinnova in tempi diversi. In essa Dio stesso si fa incontro e il popolo dovrà camminare ancora, con gioia, verso la promessa. ‘Il Signore che viene con potenza’ è il Dio dal volto della tenerezza che raccoglie le pecore madri e guarda gli agnellini. La via del ritorno dall’esilio è cammino di nuovo esodo verso la terra promessa.

All’inizio del suo vangelo Marco: dice subito che Gesù stesso è la bella notizia. L’amore del Padre si fa vicino nei suoi gesti e nelle sue parole. Vangelo è così annuncio di consolazione, e non solo. La bella notizia è un incontro con Gesù, inizio di un cammino per stare dietro a lui, per seguire i suoi passi, su quella strada da lui percorsa.

Nel suo inizio Marco richiama due testi di profeti: annunci del giorno del Signore, e indicazione di un messaggero che prepara la via. Introduce prima di Gesù la figura del Battista. Il suo profilo è descritto come ‘voce’ che prepara una svolta radicale, il giorno del Signore, l’intervento definitivo di Dio. E’ annuncio tutto rivolto ad un altro, ad una presenza vicina: è Gesù il più forte (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22) che vince le opere di ‘colui che divide’, e battezza con Spirito Santo. E’ colui che viene a sconfiggere il male e donare lo spirito, dono degli ultimi tempi. Egli ‘viene’ e il Battista lo annuncia con una parola scarna, con lo stile sobrio del profeta del deserto. Al cuore della sua testimonianza sta appello alla conversione.

Sono inviti che si rinnovano: vivere l’incontro con Dio riscoprendo la precarietà e il cammino dell’esodo, ascoltare l’appello dei messaggeri che indicano Gesù come il veniente che lotta contro il male e dona lo spirito. Accogliere la bella notizia di Gesù apre ad un cambiamento della vita.

Alessandro Cortesi op

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Voce nel deserto

Si susseguono, come un gocciolamento da un lavandino rotto, episodi inquietanti di intimidazioni, gesti sguaiati, azioni violente. Sono i tratti di un ritornante fascismo che rispolvera antichi tragici simboli, nega i crimini attuati nella storia, offende la dignità di vittime innocenti di discriminazioni e persecuzione, recupera rituali di gruppo per alimentare arroganza e senso di dominio nella volgarità propria di espressioni e lugubri gesti. Sono le attitudini che si manifestano nelle curve degli stadi, in azioni provocatorie di gruppi e di singoli. Sono i messaggi di razzismo e xenofobia che coagulano nuove aggregazioni alla ricerca di consenso nei quartieri del disagio, nelle aree più degradate, ma anche nelle aree borghesi laddove si diffonde la paura. E la paura è incentivata ad arte da chi ha interesse a sollevare l’allarme sociale. Si rende presente nell’atteggiarsi prepotente, nell’insulto e nello svillaneggiamento, nell’offesa urlata sui social network con pesanti intimidazioni e minacce. Spesso tali manifestazioni vengono minimizzate e addirittura giustificate.

Sta crescendo da tempo in vari paesi europei un diffuso sentimento nutrito di stereotipi, che individua negli stranieri la causa dei mali di società frammentate, che denigra i poveri in quanto colpevoli della condizione di indigenza, che si scaglia contro i deboli, che sostiene forme di esclusione e di scarto scagliandosi contro i più fragili ed afferma in modi nuovi il mito della forza, l’uso della violenza, che riprende gli slogan contro gli ebrei e i rom della retorica nazista oltraggiando simboli e negando i crimini della storia.

Parole e gesti sono usati per intimidire, per impedire a giornalisti di compiere il loro lavoro, per scoraggiare chi è impegnato sul piano dell’accoglienza dei migranti. Anche in Italia si stanno susseguendo episodi in varie città, in situazioni diverse. Assommati gli uni agli altri non costituiscono più momenti isolati e insignificanti, prese di posizione momentanee di esaltati sguaiati. Sono invece da leggere come un sintomo ormai evidente della diffusione di una pericolosa malattia, il ritorno di una attitudine che non è limitata ad un’epoca del passato e chiusa. Il fascismo non è solamente un periodo della storia nazionale dei decenni del potere di Mussolini con i suoi esiti tragici da relegare ai libri di storia: è piuttosto una modalità di intendere i rapporti basata sul dominio, sulla mancanza di rispetto dell’altro, sull’eliminazione della libertà, sul prevalere della forza e dell’arroganza. E’ una malattia i cui germi sono ancora presenti nella nostra società. E il rinascente fascismo si nutre del silenzio di chi non reagisce e vive indifferenza o tacita assuefazione.

Mariapia Veladiano s’interroga con riferimento a fasce sociali, quelle dei più giovani, particolarmente vulnerabili a tale nuovo proselitismo: (Perché i giovani non capiscono la sostanza del fascismo, “La Repubblica” 5 dicembre 2017): “Fascismo è un’esperienza politica, sociale e umana illiberale e violenta. Un problema è che per i ragazzi la sostanza illiberale del fascismo è inimmaginabile. Non tanto perché crescono immersi nelle libertà fondamentali dell’individuo e del cittadino: parlano quando vogliono e di quel che vogliono, si spostano dove li porta il desiderio, si ritrovano, si aggregano e disaggregano. Protestano. Ma soprattutto perché si percepiscono illimitati. Questa libertà di espandersi non conosce il limite dato, ad esempio, dal divieto di turpiloquio, di offesa, di aggressività verbale. Semplicemente dal rispetto dell’altro. È per molti di loro inimmaginabile che tutto non sia assolutamente sempre ovvio nel momento in cui lo pensano buono per se stessi e così è per i loro genitori, per la politica, per la società. E quando un piccolo limite oggettivo si concretizza, come il numero chiuso a scuola o un’assemblea negata per giusto motivo, scatta la rabbia di lesa maestà e la rabbia è buona nemica del pensiero. Quanto alla sostanza violenta del fascismo, anche qui ci si scontra con qualcosa di diffuso che è la profonda accettazione sociale della violenza”.

L’accettazione della violenza costituisce il dato più grave contro cui reagire in modo lucido oggi. In tale propagazione si celano i germi di una malattia che intacca le società nei suoi strati più deboli e in quelli più arroccati sulle proprie sicurezze e si diffonde. A fronte di tutto questo forse è da pensare una reazione in cui la responsabilità diventa impegno sociale. E non solo nelle forme di manifestazioni pubbliche di piazza ma scegliendo con chiarezza l’impegno diffuso e capillare, nei luoghi quotidiani, quelli della scuola, dello sport, del lavoro, e trovando nuovi modi per limitare e annullare quella diffusione che attraversa il mondo della comunicazione virtuale. Mantenere uno sguardo attento a lottare contro il fascismo come attitudine violenta e illiberale è questione che interpella nella capacità di essere testimoni di una buona notizia che narra del sogno di Dio, la possibilità di fioritura di giustizia nei rapporti umani. Voce nel deserto è quella che annuncia la possibilità di scoperta del senso più profondo della vita non nella violenza e nella sopraffazione dei più forti e prepotenti, ma nella capacità di riconoscimento dell’altro e di convivenza nelle differenze. E’ questa una voce da lanciare nel deserto di tante solitudini oggi, per risvegliare sussulti di coscienze che appaiono preda di una nebbia che tutto avvolge e reca con sé violenza e devastazione.

Alessandro Cortesi op

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