la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_20241Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

La storia di Samuele, un giovinetto che si apre alla chiamata di Dio nella sua vita è posta in un tempo di silenzio di Dio: “la parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti” (1Sam 3,1). Gli occhi di Eli si andavano indebolendo e non riusciva più a vedere.

In un tempo di aridità Dio chiama e un giovane si dispone all’ascolto e si apre una storia nuova. Dio irrompe in modo inatteso e Samuele è inviato ad essere profeta, uomo della parola. La chiamata di Dio è rivolta a chi dal punto di vista umano non ha particolari doti. Samuele è il figlio della preghiera di Anna che a Dio aveva implorato: “lo offrirò al signore per tutti i giorni della sua vita” (1Sam 1,11). Il suo nome reca in sé il segno del dono e della promessa. La sua vita è segno di grazia e di restituzione: “lo chiamò Samuele perché, diceva, al Signore l’ho richiesto” (1Sam 1,20).

Dio guarda ai piccoli e a lui rivolge la chiamata nel pronunciare il suo nome e lo invia. Samuele si rende pronto con disponibilità: ‘Parla Signore, il tuo servo ti ascolta’. Tutta la sua vita sarà sotto il segno della parola con un cuore docile: “non lasciò andare a vuoto” le parole di Dio (cfr. 1Sam 3,19). La chiamata di Dio si rende vicina e comprensibile attraverso incontri e voci umane: la presenza paziente e saggia di Eli, che si tira indietro e lascia spazio ad un ascolto e ad un’apertura del cuore davanti a Dio, orienta il giovane Samuele. Eli non pretende di sapere, non lo rinchiude in schemi prefissati. Apre cammini di libertà. E rimane disponibile al disegno di Dio.

Anche nella pagina del IV vangelo c’è un racconto di chiamata: è l’incontro dei primi discepoli con Gesù, posto nel quadro dei primi sette giorni dell’attività di Gesù. Una evocazione dei sette giorni della creazione: la Sapienza di Dio, la sua Parola, sta operando una nuova creazione.

L’incontro è suscitato dall’indicazione del Battista: ‘Ecco l’agnello di Dio’ … e due dei suoi discepoli sentendolo parlare così, si misero a seguire Gesù. Gesù è indicato come agnello: è questo un simbolo che evoca l’alleanza e il cammino dell’esodo di Israele. La vita di Gesù è inoltre accostata a quella del profeta, il servo di JHWH: ‘era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì bocca’ (Is 53,7).

A chi inizia a seguirlo Gesù pone una domanda decisiva, ‘Che cosa cercate?’, un itinerario che sarà sviluppato lungo tutto il vangelo. Dopo la morte di Gesù Maria, nel giardino dove si reca per visitare il sepolcro, sarà sorpresa dalla voce dell’ortolano che le chiede: ‘Chi cerchi?’. Il IV vangelo si dipana quindi tra queste due domande fondamentali e accompagna nel passaggio dall’una all’altra: il ‘che cosa cercate?’ all’inizio si compie nella domanda ‘chi cerchi?’ alla fine. Domande che rimangono aperte per chiunque legge queste pagine.

I discepoli rispondono a Gesù con un’altra domanda: ‘Maestro dove dimori?’. Sono spinti da una curiosità e da una ricerca. ‘Dimorare’ rinvia ad un rapporto di comunione di vita: così ‘rimanere’ rinvia a quel rimanere dei tralci nella vite, a cui Gesù invita come modalità di vivere il rapporto con lui ‘perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,4-5).

Gesù non propone una dottrina, né li rinchiude in una serie di obblighi ma chiede loro di seguirlo. Seguire Gesù si connota come uno stare dietro a lui per aprirsi ad un vedere nuovo: ‘Venite e vedrete’. Li invita così ad una condivisione. Da quell’ora di quel giorno la vita dei due discepoli diverrà un vivere insieme con Gesù, un rimanere in lui. La sua dimora è la sua presenza. La fede è essenzialmente un cammino insieme a lui. E Giovanni annota… ‘quel giorno rimasero con lui’. Chi scrive ha un ricordo preciso di quando ciò avvenne: forse un riferimento ad un’esperienza personale che ha segnato l’esistenza in un’ora decisiva?

In questa pagina è presentata un’altra sottolineatura: l’incontro con Gesù si attua in una rete di legami quotidiani: Andrea e Simone sono fratelli, poi Filippo incontra Natanaele e gli dice ‘Abbiamo trovato … Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret’. La chiamata di Gesù si fa vicina nel tessuto di rapporti, di vicinanza. Gesù è il figlio di Giuseppe, e nel contempo di lui hanno parlato Mosè e i profeti. La ricerca che inizia nel rimanere con Lui è itinerario per continuare a fissare lo sguardo su di lui. Ma per primo è lui che ha fissato lo sguardo su di noi e chiama per nome. Dà un nome che è fiducia, segno di fedeltà, ed anche invio a divenire il nome che abbiamo ricevuto.

Alessandro Cortesi op

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“Vengo in mezzo a voi perché voglio portare nei miei i vostri occhi – io ho guardato i vostri occhi –, nel mio il vostro cuore. Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui.

Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé. Facciamo tutti un istante di silenzio, ricordandoli e pregando per loro. [silenzio] A voi, lottatori di speranza, auguro che la speranza non diventi delusione o, peggio, disperazione, grazie a tanti che vi aiutano a non perderla”

(papa Francesco, Incontro con i migranti – Bologna hub di via E.Mattei – 1 ottobre 2017)

Chiamata

“Il Centro Astalli esprime profondo cordoglio per l’ultima tragedia nel Mar Mediterraneo.  Si teme un’ecatombe: stando alle testimonianze dei superstiti, il gommone su cui erano stati imbarcati dai trafficanti conteneva 100 persone.

Assistiamo attoniti all’ennesimo oltraggio alla vita umana. Un doppio oltraggio: per le condizioni disumane in cui uomini e donne sono costretti a morire e per un’indifferenza sempre più dilagante da parte di istituzioni nazionali e sovranazionali e purtroppo anche della società civile.

Il Centro Astalli chiede a istituzioni nazionali ed europee una tempestiva azione umanitaria di ricerca e soccorso in mare per le imbarcazioni in difficoltà, consentendo approdo sicuro in un porto europeo e l’istituzione immediata di un canale d’evacuazione dalla Libia per i migranti in transito e in detenzione in un Paese in cui dignità, sicurezza e diritti umani non sono garantiti”.

E’ questo l’ultimo appello (9.01.2018) emesso dal centro Astalli dei gesuiti di fronte all’ultima strage di migranti nel Mediterraneo. E’ un appello a soluzioni praticabili, possibili. Ed esprime il senso di tristezza per la sordità dei paesi europei di fronte a quanto sta avvenendo, per l’indifferenza rispetto alle condizioni di tanti uomini e donne che affrontano le fatiche e i drammi della migrazione.

In questo tempo in cui le parole di umanità sono rare e così anche la parola di Dio è rara perché non ascoltata, c’è un grido che proviene in modo incessante innanzitutto da chi è vittima di una condizione del mondo segnata da ingiustizia e iniquità.

Un missionario da anni in Niger ricorda che guardare l’Europa dal Sud capovolge i criteri di giudizio, fa imparare tante cose: “ecco la fortuna che mi ha accompagnato in tutti questi anni fino ad oggi. La fortuna di ‘sguardare’ il mondo dal Sud che poi è un altro mondo, un mondo che apre gli occhi sulla realtà che ci avviluppa. È solamente dal punto di vista dei poveri che si può scoprire la verità delle cose e della storia. Vivere a Sud di Lampedusa, l’isola diventata il simbolo della frontiera tra l’Italia e l’Africa, mi ha insegnato tante cose. Una di queste è la scoperta che la frontiera dell’Italia mi ha seguito, si trova nel Niger, ad Agadez” (M.Armanino, L’Italia torna in Africa. La vergogna di un italiano in Niger,Avvenire” 9 luglio 2018).

In una  situazione internazionale segnata dal crescere di una retorica della forza e dalla violenza praticata in molti modi, sconcerta anche l’utilizzo di armi fabbricate in Italia nei bombardamenti aerei sulle zone abitate da civili in Yemen come ha rilevato un’inchiesta del New York Times e come è stato denunciato dalla Rete italiana per il disarmo e da altre associazioni (cfr. R.Beretta, Yemen e armi ai sauditi: coerenza nordica, ipocrisia italica e i suoi giannizzeri, http://www.unimondo.org)

In un tempo di visioni corte c’è chi suggerisce visioni diverse. E non manca la voce di Dio che si fa vicina in modi sempre nuovi. E’ una voce che è appello di umanità.

E’ possibile rimanere ciechi e non cogliere le esigenze del vangelo e renderlo motivo per giustificare egoismi e chiusure, per mantenere lo status quo, per coltivare indifferenza e ingiustizie. Oggi la chiamata di Dio è da scorgere nelle chiamate di uomini e donne che chiedono dignità.

La voce di Dio si rende presente in chi grida speranze e attese che oggi naufragano in un mare divenuto muro di separazione e di allontanamento. Chiama ad un ascolto che provoca credenti e non credenti per scoprire le radici di un’umanità vissuta nella benevolenza, nell’ascolto dell’altro e nel perseguire rapporti giusti nella pace. Per vivere la fede come cammino in cui l’incontro con Dio si compie nell’ascolto di chi soffre.

Alessandro Cortesi op

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