la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “febbraio, 2018”

III domenica di Quaresima – anno B – 2018

IMG_2120Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Dopo la pagina dell’alleanza con Noè e quella della legatura di Isacco, un altro passaggio della storia dell’alleanza è suggerito dalla prima lettura: il dono della legge a Israele. Il percorso di quaresima è una preparazione tutta orientata alla Pasqua di Gesù e fa ripercorre la storia delle alleanze di Dio con l’umanità.

La legge data a Mosè è via per un’esistenza nell’incontro con il Dio liberatore. Le parole dei comandamenti acquistano senso a partire dalla prima parola, chiave di tutta la legge: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Le dieci parole sono così declinazione nella quotidianità dell’unica parola dell’amore che racchiude il nome stesso di Dio e il suo impegno incondizionato di fedeltà. Dio è sceso a liberare Israele, vittima di oppressione. La legge indica una via di libertà (racchiusa nelle prime tre parole che parlano della relazione con Jahwè) e di un nuovo modo di impostare la vita nelle relazioni con gli altri (le altre sette parole). Su questa via Israele è chiamato a liberarsi da idoli vani e scoprire che nel rispondere a Dio e nel servizio sta il compimento della propria vita.

Per Paolo parola definitiva di Dio è Gesù Cristo. Paolo sottolinea che il suo sguardo è rivolto a Gesù nella morte di croce che ha sofferto. In rapporto a lui, il crocifisso, si può trovare il senso profondo del comandamento: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti…. Voi siete miei amici perché fate quello che vi comando” (Gv 14,15; 15,14).

Il IV vangelo pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. Giovanni presenta Gesù come agnello che dà la sua vita e muore mentre nel tempio venivano uccisi gli agnelli per la cena pasquale. Anche a lui non viene spezzato alcun osso (cfr. Es 12,46; Gv 19,36).

Nel gesto nel tempio è racchiusa l’indicazione di inizio di un tempo nuovo, del messia: secondo la profezia di Zaccaria nei tempi messianici non ci sarebbe stato “più nessun mercante nella casa del Signore degli eserciti” (Zac 14,21). Il gesto di Gesù è così critica allo snaturamento del culto ma anche indicazione del ‘nuovo tempio’, quello della sua umanità e di un culto vissuto in spirito e verità (cfr. Gv 4,21-24): “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo”. anche il segno del tempio rinvia alla persona di Gesù. In lui si apre possibilità di accesso al Padre: egli parla della ‘casa del Padre mio’: con Gesù è giunto il tempo del culto in spirito e verità. Il IV vangelo presenta la croce come luogo in cui si manifesta la gloria di Dio: il volto l’amore.

“Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. ‘Ricordare’ è comprendere il senso profondo dei gesti di Gesù alla luce della risurrezione, ricordare è profondamente connesso al cammino del credere.

Alessandro Cortesi op

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Lavoro

“Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio”

A dieci anni circa di distanza dall’inizio della crisi economica che ha segnato la vicenda internazionale, l’esperienza quotidiana pone davanti agli occhi una trasformazione del mondo del lavoro e delle sue forme. In Italia, nonostante le riforme attuate, l’impatto della crisi è stato pesantissimo sulla vita quotidiana delle famiglie e soprattutto sui più fragili, e continua ad esserlo soprattutto per i giovani ma non solo. Al momento attuale la disoccupazione giovanile è all’11 %, con percentuali preoccupanti al Sud e con il fenomeno di chi vive in una condizione di inattività e delusione in cui non si ha un lavoro e nemmeno lo si cerca. E il tasso di disoccupazione del nostro Paese è insieme a Grecia e Spagna uno dei più alti in Europa.

I dati sul mondo del lavoro in Italia manifestano alcuni elementi rilevanti: Roberta Carlini, Cosa resta del lavoro in Italia dopo dieci anni di crisi, “Internazionale” 18 dicembre 2017.

Secondo l’ISTAT il livello degli occupati a fine 2017 si avvicina a quello del periodo pre-crisi con un notevole incremento soprattutto nell’ultimo anno. Tuttavia c’è anche da osservare come i nuovi posti di lavoro siano per lo più precari e con retribuzioni molto basse in situazione di sottoccupazione. E’ in aumento il fenomeno del part-time ma ancora i dati Istat rilevano l’aumento del part-time involontario cioè imposto dalle aziende e che interessa circa il 19% delle donne. (Mai così tanta gente al lavoro in Italia, Il Post 14.01.2018)

Il fenomeno più rilevante è la trasformazione del mondo del lavoro in un ambito in cui sempre più si affermano i ‘rapporti brevi’, cioè tutte le forme di lavori precari e saltuari che costituiscono soprattutto per molti giovani l’unico modo di impegnarsi nell’ambito lavorativo: quattro milioni di persone sono coinvolte in queste modalità di lavoro costituite da chi lavora prestando collaborazioni con la partita IVA o da chi è assunto con contratti a termine. Per quel che riguarda la disoccupazione emerge un pesante divario tra il Nord Italia e il Sud del Paese e tra la situazione degli uomini e quella delle donne. Se l’occupazione femminile risulta in crescita ciò appare dovuto principalmente alla riforma delle pensioni con l’allungamento dell’età pensionabile delle donne, soprattutto nel settore privato. Per quanto riguarda le retribuzioni i dati fanno emergere come rispetto a dieci anni fa vi sia stato un regresso.

Un bel film del regista Daniele Vicari dal titolo Sole cuore amore con una intensa interpretazione di Isabella Ragonese, ha portato sul grande schermo la fatica quotidiana che spesso va oltre ogni capacità di sopportazione, vissuta soprattutto dalle donne in famiglie segnate dalla perdita del lavoro e da condizioni di occupazione precarie. Anche la solarità di una donna aperta generosamente alla vita, il suo grande cuore e l’amore del contesto familiare con la solidarietà di persone vicine, non riescono a fronteggiare una situazione di crisi economica e la perdita del lavoro del marito.

A fronte di questa situazione c’è chi come Marta Fana, ricercatrice all’Istituto di studi politici Sciences Po a Parigi, non esita a lanciare un monito pesante: Non è lavoro, è sfruttamento (ed.Laterza 2017). La critica che emerge da un’indagine condotta nel mondo del lavoro in Italia nel riportare dati e nel riferirsi a storie e volti, si può sintetizzare nei termini di una progressiva proletarizzazione del mondo del lavoro.

La ricerca fa emergere un panorama in cui è fortemente presente la sottoccupazione, il venir meno di tutele e l’imposizione di una flessibilità che si traduce in ritmi di lavoro insopportabili o sfruttamento nei lavori a tre euro l’ora. Alla domanda “Cos’è che unisce fattorini in bicicletta, ricercatori precari, voucheristi ecc.?” (L.Baratta, Intervista a “Linkiesta”) risponde: “Il filo rosso è il capovolgimento della retorica che ha accompagnato il processo di riforma del mercato del lavoro: la sottrazione di diritti e spazi di democrazia nei luoghi di lavoro non è funzionale ad avere più crescita e miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori, ma i lavoratori sono strumenti non neutrali che hanno permesso l’arricchimento di una parte della società, una minoranza, a discapito della maggioranza”.

La ricercatrice rileva come “il lavoro sembra essere stato estromesso dalla cultura e dall’immaginario se non in senso denigratorio, per non parlare di quando si chiedono diritti e tutele. Pensiamo a come viene trattato uno sciopero dei trasporti pubblici locali o il caso Ryanair: tutti parlano dei disagi ai clienti consumatori, nessuno dei disagi ai lavoratori che svolgono turni massacranti, sotto ricatto a ogni cambio di appalto”.

Alla parte critica corrisponde in positivo la richiesta che il riferimento alla Costituzione sia presente nei luoghi di lavoro e la proposta di eliminare le modalità di lavoro povero, e quelle forme di precarizzazione che hanno pesanti conseguenze sull’intera esistenza delle persone.

L’attenzione al lavoro è un’insistenza particolare e sentita negli interventi di papa Francesco. Qui un breve video del suo discorso a Scampia (21 marzo 2015) e di seguito stralci di discorsi in momenti diversi, con molteplici accenti:

“Dio ha voluto che al centro del mondo non sia un idolo, sia l’uomo, l’uomo e la donna, che portino avanti, col proprio lavoro, il mondo. Ma adesso, in questo sistema senza etica, al centro c’è un idolo e il mondo è diventato idolatra di questo “dio-denaro”. Comandano i soldi! Comanda il denaro! Comandano tutte queste cose che servono a lui, a questo idolo. E cosa succede? Per difendere questo idolo si ammucchiano tutti al centro e cadono gli estremi, cadono gli anziani perché in questo mondo non c’è posto per loro! Alcuni parlano di questa abitudine di “eutanasia nascosta”, di non curarli, di non averli in conto… “Sì, lasciamo perdere…”. E cadono i giovani che non trovano il lavoro e la loro dignità. Ma pensa, in un mondo dove i giovani – due generazioni di giovani – non hanno lavoro. Non ha futuro questo mondo. Perché? Perché loro non hanno dignità! E’ difficile avere dignità senza lavorare. Questa è la vostra sofferenza qui. Questa è la preghiera che voi di là gridavate: “Lavoro”, “Lavoro”, “Lavoro”. E’ una preghiera necessaria. Lavoro vuol dire dignità, lavoro vuol dire portare il pane a casa, lavoro vuol dire amare! Per difendere questo sistema economico idolatrico si istaura la “cultura dello scarto”: si scartano i nonni e si scartano i giovani. E noi dobbiamo dire “no” a questa “cultura dello scarto”. Noi dobbiamo dire: “Vogliamo un sistema giusto! un sistema che ci faccia andare avanti tutti”. Dobbiamo dire: “Noi non vogliamo questo sistema economico globalizzato, che ci fa tanto male!”. Al centro ci deve essere l’uomo e la donna, come Dio vuole, e non il denaro!” (Francesco, Incontro con il mondo del lavoro; discorso pronunciato, Cagliari 22 settembre 2013)

“Vorrei condividere con voi tre punti semplici ma decisivi. Il primo: rimettere al centro la persona e il lavoro. La crisi economica ha una dimensione europea e globale; ma la crisi non è solo economica, è anche etica, spirituale e umana. Alla radice c’è un tradimento del bene comune, sia da parte di singoli che di gruppi di potere. È necessario quindi togliere centralità alla legge del profitto e della rendita e ricollocare al centro la persona e il bene comune. E un fattore molto importante per la dignità della persona è proprio il lavoro; perché ci sia un’autentica promozione della persona va garantito il lavoro. Questo è un compito che appartiene alla società intera, per questo va riconosciuto un grande merito a quegli imprenditori che, nonostante tutto, non hanno smesso di impegnarsi, di investire e di rischiare per garantire occupazione. La cultura del lavoro, in confronto a quella dell’assistenzialismo, implica educazione al lavoro fin da giovani, accompagnamento al lavoro, dignità per ogni attività lavorativa, condivisione del lavoro, eliminazione di ogni lavoro nero” (Francesco, Incontro col mondo del lavoro, discorso scritto, Cagliari 22 settembre 2013)

“…ho sentito tante volte questa angoscia: l’angoscia di poter perdere la propria occupazione; l’angoscia di quella persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Precarietà totale. Questo è immorale. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Il lavoro in nero e il lavoro precario uccidono” (Francesco, videomessaggio alla settimana sociale dei cattolici, Cagliari 26.10.2017).

“Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono “unti di dignità”. Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale. Questo è il nocciolo del problema. Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale. E’ anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che è molto bello: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In base a questo possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale. Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia, perché il posto di lavoro lo occupano e lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite” (Francesco, Incontro con il mondo del lavoro, Genova 27 maggio 2017).

Sei giorni lavorerai…

Alessandro Cortesi op

 

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II domenica di quaresima – anno B – 2018

IMG_2209.jpgGn 22,1-18; Rm 8,31-34; Mc 9,2-10

Nelle prima letture del tempo di quaresima in quest’anno siamo accompagnati a ripercorrere una storia di alleanza in cui anche le nostre storie personali si collocano.

La narrazione della legatura di Isacco è passaggio decisivo nell’alleanza con Abramo può essere definito ‘il sacrificio del sacrificio’. Il racconto costituisce espressione della scoperta di un volto nuovo di Dio: non è Dio violento che vuole la morte ed esige i sacrifici umani, ma Dio della promessa e della vita.

Abramo risponde alla chiamata con disponibilità radicale. Fino a costruire l’altare e sistemare la legna per restituire a Dio quel figlio che era il segno della promessa di Dio stesso. Sul monte Mòria, indicato dal Signore, Abramo sale insieme ad Isacco. Ma un angelo del Signore sventa il suo gesto. Abramo messo alla prova nella sua fede scopre che il Dio dell’alleanza non chiede la morte dei suoi figli.

Abramo ha sperimentato che la chiamata di Dio è totale, e pone la vita in un cammino di fede mai concluso, come ascolto alla sua Parola. Ma a lui Dio si rivela come Dio della vita, donatore di una discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice e che lo rinvia ad un cammino di ascolto: ‘tu hai obbedito alla mia voce’.

Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando si rivolge ai cristiani di Roma dicendo: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?”

La consegna è il movimento di tutta la vita di Gesù: davanti al Padre e per gli altri. Liberamente ha consegnato se stesso e tutta la sua vita sta nella linea del dono. E’ da scorgere in quest’orizzonte il senso del termine ‘sacrificio’ che si presta tuttavia a profonde incomprensioni. In Gesù è dono di sé, fino alla fine, vissuto nella solidarietà con le vittime.

Nel suo consegnarsi la sua vita manifesta il volto del Padre che consegna egli stesso il Figlio e in lui il suo amore. Gesù vive così il restituire tutto al Padre perché tutto ha ricevuto.  In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio.

Il dono di sé è ciò che vive Gesù nella sua Pasqua. Marco pone il racconto della ‘trasfigurazione’ al centro del cammino di Gesù, offrendo così una chiave per comprendere la sua morte.

Marco usa un verbo al passivo: “fu trasfigurato” per esprimere un evento che coinvolge la persona di Gesù. E in questo passivo è celato il rinvio all’azione di Dio stesso. Quanto Gesù compie ha radice in Dio stesso. Questo racconto parla della Pasqua di Gesù. Il monte rinvia all’altura del Calvario. Accanto a Gesù compaiono tre discepoli, gli stessi che saranno con lui nell’orto del Getsemani (Mc 14,33). La luce che irrompe e splende parla della vita e della gloria del risorto.

La presenza di Mosè e Elia suggerisce il riferimento al percorso delle alleanze di Dio. Marco offre così un collegamento con la passione e la morte di Gesù nel suo consegnarsi al Padre e agli altri. Al centro la luce del suo corpo in vesti così bianche che ‘nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche’: la sua è una esistenza luminosa nell’amore che risplende e comunica. Pietro propone di fare tre tende, con allusione alla festa ebraica delle capanne, la festa che anticipa il riposo della fine dei tempi e ricordando il luogo della ‘dimora’ di Dio: ora la dimora è la stessa umanità di Gesù.

La nube che avvolge nell’ombra, evocazione della presenza di Dio nella tradizione dell’Esodo (Es 16,10;24,18) lascia spazio ad una voce: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo”. Anche qui come al momento del battesimo al Giordano, la voce indica Gesù come il Figlio: è il mistero della sua identità. Ora la voce è rivolta ai discepoli e invita ad ascoltare lui.

All’inizio del percorso quaresimale la liturgia della Parola ricordando l’alleanza con Abramo provoca ad interrogarci sul cammino della fede e dell’ascolto del Signore Gesù seguendo la via che ha percorso.

L’episodio della trasfigurazione è un testo pasquale: il cammino di Cristo verso la croce, come scelta di dono di sé e di servizio è via che rivela una luce inaccessibile, la luce del volto di Dio. Il progetto di Gesù è associare i suoi nella sua strada. Il nostro cammino verso la pasqua quest’anno può essere percorso di speranza: nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio

Alessandro Cortesi op

 

the-sacrifice-of-isaac-1966(M.Chagall, Il sacrificio di Isacco, Nizza – Musée National Message Biblique Marc Chagall, 1960-66)

Slegare

Al centro della narrazione di Gen 22 sta un gesto con il coltello: anziché uccidere il figlio, Abramo taglia la legatura che teneva bloccato Isacco.

“C’è motivo se questo episodio dell’Antico Testamento ha tanto appassionato pensatori come Kierkegaard e Derrida, ed è la sua natura di sacrificio sospeso. La mano di Abramo non sferra il colpo, perché qui la vera vittima non è Isacco, ma il dispositivo del sacrificio. In questo modo il figlio si pone come l’’insacrificabile’, (…) Ecco, il fatto che l’uomo, nella sua singolarità, sia sottratto per sempre al sacrificio rappresenta, secondo me, la più importante acquisizione politica del cristianesimo”. (Massimo Recalcati, Intervista a cura di A.Zaccuri, Lo psicanalista. Massimo Recalcati: ‘Oltre la logica del sacrificio’, La Repubblica 3 dicembre 2017)

Così afferma Massimo Recalcati in un’intervista in cui ripercorre la sua ricerca ed il modo in cui proprio attraverso la psicanalisi è giunto a riscoprire le radici bibliche di questa scienza e scorgere come psicoanalisi e cristianesimo “hanno in comune l’obiettivo di sacrificare il sacrificio”. E’ quanto articola in modo ampio nel suo libro Contro il sacrificio (ed.Cortina 2017).

Egli sottolinea che: “la mistica del sacrificio sta alla base di tutte le ideologie totalitarie, dal nazismo allo stalinismo, fino ai fondamentalismi nostri contemporanei. Nel momento in cui ci rendiamo conto che in questa accezione lo ‘spirito di sacrificio’ è estraneo al cristianesimo, diventa impossibile cancellare l’uomo in nome di un presunto ideale. Più in profondità, il fatto di riconoscere in ogni uomo il volto di Dio ci permette di stabilire relazioni reciproche libere e feconde, che si fondano sulla consapevolezza del carattere insacrificabile della singolarità di ciascuno» (Intervista a Massimo Recalcati, “La Repubblica” 3 dicembre 2017)

S. Kierkegaard nella sua opera Timore e tremore aveva offerto una lettura di questa pagina cogliendo in esssa il dramma del conflitto tra due tipi di leggi che non possono stare insieme, la legge etica umana quella che chiede la responsabilità del padre nei confronti del figlio, e la legge di Dio che richiede un’obbedienza senza limiti religiosa. Abramo è posto davanti a un aut aut nel suo essere “cavaliere della fede”.

Nel suo approccio dal punto di vista psicanalitico Recalcati osserva come la questione riguardi il rapporto con Isacco in quanto figlio della promessa. La richiesta da parte di Dio al cuore di questa pagina non è il sacrificio, piuttosto è una grande provocazione a slegare, a lasciare andare. Dio richiede ad Abramo la rinuncia a possedere ed ad intendere proprietà tutto ciò che è dono nella vita, anche il figlio della promessa. E’ proposta di un amore che lascia la libertà dell’altro e lo libera dal considerarlo proprietà. L’amore come responsabilità che apre e scioglie.

“Non è forse questo il gesto che più di ogni altro riflette il dono di un padre e di una madre? Saper abbandonare, dopo averli amati e cresciuti, i loro figli nel deserto dell’esistenza? Non a caso Sara morirà all’indomani del ritorno di Abramo. E Isacco potrà trovare moglie in Rebecca solo una volta disceso senza la compagnia del padre dal monte Moria” (M.Recalcati, Il gesto di Abramo padre tormentato tra amore e timore, “La Repubblica” 15 maggio 2016).

“La croce di Gesù è l’atto di donazione in cui la Legge trova compimento Ma già in Isacco viene salvaguardata la singolarità dell’essere umano”.

In un Midrash, che riporta i commenti rabbinici a Genesi, (Midrash Bereshit Rabba 3) nel commento a Gen 22,6: “Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco” il commento rabbinico segnala: “come quello che porta la sua croce sulla spalla”. Tale interpretazione accosta il profilo di Isacco che porta la legna del sacrificio a quello di un uomo che porta la croce. E’ lettura rabbinica che lascia aperte interpretazioni e interrogativi.

Una lettura cristiana di questa pagina è attestata nella Lettera agli Ebrei (11,17-19): Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”. In Isacco è vista un’allusione a Gesù, la sua morte e risurrezione, a colui che si avvia verso il Golgota «portando la croce» (Gv 19,17).

Una lettura artistica del gesto di Abramo può essere colta in una grande tela di Marc Chagall dal titolo Il sacrificio di Isacco (1966) in cui in primo piano sta il volto di Abramo nel momento in cui la sua mano su Isacco legato. Essa è fermata nello scendere di un angelo a braccia aperte a fermare la sua mano, e sullo sfondo si può scorgere la figura di Gesù «come colui che porta la propria croce sulla spalla». Figura questa – nella simbologia di Chagall – delle sofferenze dell’intero popolo ebraico e insieme di tutta l’umanità che porta sulle sue spalle il peso della violenza e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

 

I domenica di Quaresima – anno B – 2018

IMG_2137.jpgGen 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

“Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi… e non ci saranno più le acque del diluvio…”. La quaresima è tempo per sostare e orientare il nostro cammino ad accogliere l’alleanza donata da Dio. La prima lettura di queste domeniche accompagna a ripercorrere e ricordare le diverse alleanze di Dio. Dono di vita e di fedeltà non solo per l’umanità ma per tutta la creazione. Dopo il diluvio e le sue distruzioni, l’arco da guerra, simbolo di ogni arma, è appeso per sempre tra le nubi e diviene arco che unisce cielo e terra. L’arcobaleno si fa segno e ricordo di un incontro che non viene meno e di un sogno di pace. Quaresima è tempo favorevole per ricordare questa alleanza, il disegno di pace nonostante ogni contraddizione e malvagità umana.

La lettera di Pietro che sottolinea il senso battesimale della quaresima, ricorda il diluvio in riferimento al battesimo: prepararsi alla pasqua è cammino battesimale per riscoprire come nelle acque del battesimo, rinasciamo come nuove creature in Cristo, nostra Pasqua.

La breve narrazione delle tentazioni di Gesù nel deserto è seguita dal primo annuncio del vangelo nei suoi caratteri essenziali.

Marco introduce questo brano utilizzando un avverbio a lui caro: ‘e subito’. E’ indicazione di scelte compiute sotto l’ispirazione dello Spirito (1,10.16.20.23.39). Poi dice solamente che Gesù ‘fu espulso’ nel deserto. Gesù è ‘spinto fuori’ dallo Spirito: un rinvio all’essere gettato fuori di Adamo dal paradiso. Gesù è presentato nei tratti di colui che assume la condizione di Adamo, è vicino all’Adamo che nel deserto vive la prova.

E’ così anche sottolineata l’azione dello Spirito nella vita di Gesù: lo Spirito sceso su di lui al battesimo ora lo spinge nel deserto. E con l’accenno al deserto si ricordano così i quaranta giorni di Mosè (Es 24,18), il cammino di Elia (Re 19,8), la vicenda del popolo d’Israele (Dt 8,2). Deserto è luogo della prova e della fatica, ma è anche luogo del fidanzamento, della tenerezza di Dio (Os 2,16).

Marco non si dilunga nella narrazione delle tentazioni. Al centro pone il confronto con il grande avversario, satana, personificazione del male. Non è solo un momento ma Gesù in tutta la sua vita vive questo combattimento. E’ Gesù – ci dice Marco – il più forte, venuto per legare il suo nemico e per saccheggiarne la dimora. La tentazione che Marco vede iniziarsi nel deserto continua e riguarda l’identità di Gesù, la sua via. E’ la tentazione di Gesù ma sarà anche dei discepoli quando avranno davanti il messianismo della violenza e del trionfo umano: “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione” (Mc 14,38).

Nei quaranta giorni accanto a Gesù stanno le bestie selvatiche e gli angeli. La presenza degli animali e la loro tranquillità sottolinea una situazione di armonia fra tutti gli esseri, ed evoca il ricordo del racconto della creazione. Gesù inaugura una creazione nuova segnata dalla pace; anche le fiere, che nella Bibbia sono considerate una grande minaccia alla vita umana (Ez 14,21; Ap 6,8) sono in pace. Isaia con sguardo profetico aveva annunciato un tempo in cui il lupo sarebbe stato accanto al capretto e il vitello e il cucciolo di leone avrebbero pascolato insieme (Is 11,6ss.). Gli angeli sono creature celesti, inviati di Dio (Sal 91,11). Dicono che cielo e terra non sono separati e distanti, ma trovano nuova comunicazione. Sono anche segno del rapporto tra Gesù e il Padre. Gesù è riconosciuto come Figlio, in lui è presente l’armonia della creazione, e nel suo volto traspare il volto dell’Adamo che ha vinto le forze di ogni male, di ogni violenza.

Nel deserto Gesù è così presentato come messia che vince Satana, e vive una condizione di pace con la natura, con gli animali, con Dio. La sua identità è del Figlio amato dal Padre. Ha inizio un mondo nuovo, riconciliato e in pace. Nel deserto lotta contro il male e tutta la sua vita sarà un percorso di liberazione e guarigione che Gesù comunica aprendo a nuovi rapporti di pace, con la natura, con gli altri, con Dio.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_2134.jpgAlleanza con la terra

“La storia comincia con un enorme incendio che scoppia e si propaga nella foresta. Tutti gli animali, grandi e piccoli, scappano al limitare del bosco e si fermano a osservare le fiamme. Tutti tranne un colibrì. ‘Farò qualcosa per spegnere l’incendio’, dice il minuscolo uccellino. Vola fino al torrente più vicino e si tuffa nell’acqua. Si risolleva poi nell’aria portando nel becco una perla d’acqua che lascia cadere sulle fiamme. L’incendio divampa, ma il colibrì continua a volare al torrente e a tornare con una goccia d’acqua nel becco, convinto che quell’azione farà la differenza. Nel frattempo gli altri animali, alcuni dei quali con lunghe proboscidi e grandi bocche, come l’elefante, la giraffa, il leone e il leopardo, ridono della minuscola creatura. ‘ma cosa credi di fare?’ lo scherniscono. ‘Sei solo un colibrì. Lo vedi quanto è esteso l’incendio. Pensi davvero di poter fare qualcosa di buono?’. Senza sprecare tempo e stanco delle loro parole scoraggianti e della loro inazione, il colibrì si volta verso gli altri animali mentre si prepara a tornare al fiume ed esclama: ‘sto facendo del mio meglio!’. A prima vista sembra assurdo che un minuscolo colibrì, trasportando poche gocce d’acqua nel becco possa condizionare un enorme incendio in una foresta. Ma, chiaramente, non è quello il senso della storia. Le lezioni che possiamo trarne sono queste: il colibrì sta lavorando al massimo delle sue capacità per il bene più grande di tutti gli altri animali e delle foresta. (…) La loro inerzia amplifica solo la fatica dell’uccellino. La morale più ampia della storia è che non si raggiunge nulla senza fare sforzo. Come recita la massima attribuita al maestro cinese daoista Lao Tzu: ‘un viaggio di mille miglia inizia con un solo passo’. (…) Per quanto possiamo sentirci dei colibrì, dobbiamo prendere i nostri piccoli becchi e trasportare quella goccia d’acqua (quella goccia di cambiamento) dove è necessaria, e continuare a farlo, a dispetto di ogni previsione. Magari ci attireremo il disdegno, il dileggio o l’indifferenza di quelli più potenti di noi. O magari incoraggeremo altri a fare un passo avanti e seguirci. Non lo sapremo mai finché non abbandoneremo la nostra inerzia e daremo agli altri l’energia per agire. Alla fine, tutto quello che siamo chiamati a fare è il nostro meglio.”

E’ questa una breve storia che Wangari Maathai, biologa e attivista nell’ambito dell’ambientalismo, riporta nel suo libro La religione della terra (Sperling & Kupfer 2011), una storia legata al messaggio che percorre il testo e l’impegno della sua vita, riassunto nelle ‘tre R’, ovvero Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. 

A Wangari Maathai (1940-2011) è stato conferito premio Nobel nel 2004 con la motivazione di essere stata ispiratrice delle lotte per la democrazia e i diritti umani in Kenia ed in particolare per l’impegno delle donne nel migliorare la propria condizione. In Kenia ella è stata una delle iniziatrici del Green Belt Mouvement per il rimboschimento del territorio: in questa sua azione ha suscitato il coinvolgimento e l’impegno di molte donne allargando l’attività del movimento all’intera Africa negli anni ’80. Suo obiettivo era creare reti di collaborazione tra donne per piantare alberi, unendo in tal modo insieme l’ascolto del grido della terra e l’ascolto del grido delle vittime di ingiustizia e discriminazione.

La ‘signora degli alberi’ si fece promotrice della linea del ‘Mottainai’, termine giapponese che indica un sentimento di dispiacere per quanto viene sprecato: è un’esclamazione di disagio ad esempio quando si vede cibo sprecato o tempo perso in cose futili. Ed è un invito invece a scorgere un nuovo rapporto con le cose e con la terra, con i beni della natura di cui non considerarsi padroni, ma custodi e coltivatori, con il pensiero rivolto all’armonia della creazione e alla vita delle generazioni future.

“Se amiamo l’ambiente, dobbiamo identificarci con l’albero che è stato abbattuto e con le comunità umane e animali che stanno morendo perché la loro terra non le sostiene più. Dobbiamo esprimere rammarico per le terre devastate, rabbia quando sentiamo di una specie in pericolo a causa delle attività umane, o quando vediamo un fiume inquinato o una discarica. Dobbiamo onorare la nostra fame di bellezza in mezzo alla sterilità di un ambiente urbano privo di parchi o alberi o fiori. Dobbiamo riconoscere il dispiacere che possiamo provare quando un fiume non arriva più al mare, o il fondo di un lago è incrostato di fango crepato.”

Wangari, divenuta famosa nel mondo per le sue attività fu vice ministro per l’ambiente nel suo paese dal 2003 al 2005 e quando ricevette il Nobel nel 2004 disse “la sfida è ridare ai nostri figli un mondo di bellezza e meraviglia”.

Papa Francesco nella lettera enciclica Laudato si ricorda quanto detto dai Vescovi dell’Australia che hanno parlato di conversione necessaria come una nuova riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore» (LS 218).

L’esigenza di tale cambiamento non è solo individuale ma si rende necessario creare reti comunitarie in cui le forze di ciascuno possano essere unite. “La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria” (LS 219).

Alessandro Cortesi op

 

 

VI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

Jesús+cura+a+un+leproso+4.jpgLv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

Nel mondo antico il riferimento alla lebbra rinviava alle più diverse patologie dermatologiche. Fonte di timore soprattutto per i pericoli del contagio, la lebbra era definita nella Bibbia ‘primogenita della morte’ (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Così i lebbrosi erano particolarmente temuti e tenuti a distanza: non potevano entrare nelle città ma erano costretti a stare lontani ed isolati. La lebbra era anche connessa al religioso e considerata impurità. Era compito dei sacerdoti constatare tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, accogliere il sacrificio richiesto quale ringraziamento (Lev 14,1-32).

La narrazione della guarigione di Naaman lebbroso e pagano, da parte del profeta Eliseo è indicata come un passaggio dalla morte alla vita, opera di Dio (2Re 5,7). E la guarigione dei lebbrosi è uno segni del tempo del messia (Mt 11,3-6).

Nel suo vangelo Marco narra l’incontro di Gesù con un lebbroso. Gesù si lascia avvicinare, lo tocca e gli parla. Entra a contatto con la sofferenza di quell’uomo, esprime la sua compassione e la sua libertà nel lasciarsi coinvolgere dal suo grido e dalla sua richiesta di aiuto.

Una variante del testo fa riferimento alla collera di Gesù davanti al male: ‘si turbò’ esprime la sua reazione di contrasto di fronte al male che disumanizza. Altre lezioni dicono ‘provò compassione’: è un sentimento di dolore profondo che investe il cuore (‘preso nelle viscere’). E’ ripresa del verbo indicante un sentimento di commozione tipicamente femminile usato per parlare del dolore di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Avvicinando il lebbroso Gesù tocca un impuro, va oltre la prescrizione di tenersi a distanza da questi malati. Ma facendo questo va al cuore della legge: restituisce quell’uomo alla sua umanità, gli riconosce dignità innanzitutto come persona. Lo avvicina al di là della sua malattia e nella sua sofferenza. Lo riconsegna alla relazione. Nel suo agire Gesù manifesta una pretesa e una autorità. Con le sue parole e i suoi gesti afferma che compimento della Legge è l’amore. E’ questo che suscita opposizione e rifiuto da parte di chi ha paura del venir meno di un sistema religioso. Da qui ha inizio un movimento di ostilità verso Gesù da parte delle autorità (cfr. Mc 3,6) che lo condurrà alla morte.

Nell’accostare il lebbroso Gesù compie gesti di vicinanza e guarigione. Come la mano stesa da Mosé sulle acque e il braccio potente di Dio nel percorso dell’esodo. Il suo toccare il lebbroso è segno del suo coinvolgimento. Non teme di entrare a contatto e di toccare un impuro. E’ sensibile alla sofferenza. Prende su di sé la condizione che tiene esclusi. Dona accoglienza e restituisce al futuro.

Gesù invita quell’uomo guarito a non dire nulla a nessuno, ma egli ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco qui presenta il profilo del discepolo come di chi ‘annuncia la parola’: nella sua vita ha accolto la liberazione da parte di Gesù, e si scopre restituito ad un rapporto nuovo con gli altri e con Dio.

La scena finale del racconto presenta un rovesciamento: ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’ (1,45). Ora è Gesù costretto a stare fuori della città. Ha preso su di sé la condizione del lebbroso. Marco invita a guardare Gesù stesso come il servo sofferente, irriconoscibile ‘percosso da Dio e umiliato’ colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ (Is 53,3-4). Il suo volto non è quello del messia dominatore si identifica con quello di coloro che sono tenuti in disparte. E’ il servo che prende su di sé la condizione di esclusione e annuncia l’accoglienza senza limiti del Padre. Marco così richiama ad una sequela che sia memoria di questa vicinanza agli esclusi della storia.

Alessandro Cortesi op

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Intoccabili

Il 26 dicembre 2013 un bambino di due anni si ammala a Meliandou, un villaggio della Guinea nell’Africa occidentale. Da quella prima scintilla si diffonde come un fuoco tra la paglia la epidemia di Ebola una malattia il cui contagio passa attraverso il contatto.

“Raccontare cosa sia stata ‘Ebola non è facile. Per Medici senza Frontiere un impegno enorme, oltre ogni aspettativa, qualcosa che ha toccato picchi che nessuno poteva prevedere. Per me sono state tre missioni estenuanti, decine di colleghi e migliaia di pazienti morti. Chiunque l’abbia incontrata sulla propria strada , medici, infermieri, malati, amici che hanno perso qualcuno di caro, le ha dato una definizione diversa. L’ha raccontata in maniera diversa. Io non so ancora come parlarne. Non ho una frase a effetto che cominci con ‘l’Ebola è…’ e qualcosa a seguire , che possa davvero spiegare”.

Dalla missione di Roberto, il dottor Robi, è nato un libro scritto da Valerio La Martire, dal titolo Intoccabili. Un medico italiano nella più grande epidemia di Ebola della storia (ed. Marsilio 2017). I suoi racconti conducono a sorgere ciò che nessuna immaginazione poteva toccare riportando le esperienze vissute a Monrovia. “Toccava il fondo di un inferno da cui nessuno è uscito indenne, neanche quelli che ce l’hanno fatta” ha detto l’autore.

“Mi chiedevo se riuscissi a ritagliarti un po’ di tempo, diciamo un mesetto, sai con l’Ebola siamo messi maluccio, Sierra Leone o Liberia, ancora non so, le cose si stanno muovendo rapidamente. Ce la faresti? Ah, come al solito, partenza il prima possibile. Giorni, ore…”

Da questo invito accolto in una telefonata inattesa ad agosto 2014, mentre stava recandosi al mare dopo una giornata di lavoro in ambulatorio, inizia una progressiva immersione in una realtà di morte e di vita.

“Quando si parte per una missione, una piccola parte di noi rimane ancorata al pensiero del ritorno, alla sicurezza di casa, alla sensazione che alla fine si tornerà indietro, magari prima del previsto. Penso sia qualcosa che accomuni tutti gli operatori umanitari che decidono di andare dove c’è bisogno. Eppure, ogni volta che torniamo decidiamo di ripartire e quella voce che ci consiglia di restare a casa finisce sempre inascoltata”.

Il dottor Roberto parte per rimanere trenta giorni in una missione difficile e poi affrontare i ventun giorni di quarantena al rientro. Il rischio del contagio era alto all’inizio per la poca conoscenza delle procedure e alla fine del periodo per la disinvoltura con cui si svolgevano le procedure ormai apprese.

“’Roberto ben arrivato, io sono Jackson’. Allungai la mano per stringerla, lui mi sorrise e non alzò il braccio. No touch mission. Missione dove il contatto è proibito. Lo sapevo, mi era ben chiaro, eppure stringere la mano è un riflesso incondizionato, qualcosa che è difficile ricacciare indietro”. Roberto giunge al centro di Elwa 3. Al centro giungevano malati da ogni parte in preda ai sintomi della malattia.

“No touch mission, non potevo toccare gli altri, non potevo toccare me stesso. Non potevo toccare i pazienti, cosa diavolo potevo fare? Strizzai gli occhi per togliere il sudore che mi colava dalle ciglia”.

La missione viene descritta nei suoi aspetti drammatici. Sono descritte le scene di persone che si accalcano nella richiesta di aiuto, che si accasciano nell’agonia mentre arrivano al Centro, o muoiono sui sedili delle auto in cui sono state accompagnate. Sono anche ricordati con senso di pietà i momento in cui i medici in tuta accompagnavano coloro il cui test era risultato positivo alla zona ad alto rischio, là dove esausti avrebbero solo cercato un posto dove sdraiarsi per morire. “Ti rendi conto di non averli guardati negli occhi, di non aver detto niente mentre la loro malattia veniva confermata”.

Viene anche raccontato nel libro la sensazione provata da medici e operatori quando al momento del ritorno a casa hanno scoperto che le persone, gli amici avevano paura di loro e li tenevano a distanza. Senza toccarli.

Così Luca in una lettera in cui cerca di ricostruire gli inizi dell’epidemia scrive: “L’Ebola è una malattia che ti punisce. Punisce e rende una colpa l’amore. La prima donna, quel caso zero che ha portato oltre confine la tragedia era una persona come te, qualcuno che vuole curare gli altri. E si è ammalata ed è morta per farlo. E quelle che ha contagiato erano donne che le volevano bene, che le sono state vicine nella fine”.

Valerio La Martire ripercorre nel suo libro le vicende, i pensieri, le emozioni e le fatiche di tanti operatori sanitari che si sono resi disponibili a porsi tra il contagio e le vittime, per fermare l’epidemia, e sono riportate le testimonianze di Roberto Scaini medico di Rimini, Alessia Arcangeli infermiera di Roma, Luca Fontana logista di Lodi, Umberto Pellecchia antropologo toscano, Fanshen Lionetto, medico di Bergamo. Tutti impegnati con Medici senza Frontiere in missioni a cui hanno ripetutamente partecipato. Per stare vicini agli intoccabili del nostro tempo.

Così scrive Alessia: “Quello che facciamo tocca le persone che curiamo e quelli che hanno visto gli altri guarire, tocca chi collabora con noi e impara un lavoro, tocca chi si sente di aver partecipato a qualcosa di importante, tocca quelli che erano lontani e si sono fatti un’idea più vera di quello che succedeva dove eravamo, tocca chi non ce l’ha fatta , ma comunque ha avuto qualcuno che si è preso cura di lui quando stava morendo… Io c’ero quando si combatteva l’Ebola in Africa Occidentale io c’era quando cercavamo di salvare quelle persone. E non si fa il conto di quante ne salviamo, però mi piace pensare che qualcuno si è salvato proprio perché io ero lì e allora tutto assume un senso e penso che ripartirò ogni volta che sarò in grado di farlo”.

L’epidemia dal 2013 al 2016 ha contagiato 28.646 persone e ha toccato i territori di Guinea Sierra Leone e Liberia. Circa un terzo dei contagiati sono stati accolti in un Centro MSF. Di queste 2478 sono stati guariti nei Centri di Medici senza Frontiere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine ufficiale dell’epidemia il 9 giugno 2016.

Alessandro Cortesi op

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