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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Quaresima – anno B – 2018

IMG_2120Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Dopo la pagina dell’alleanza con Noè e quella della legatura di Isacco, un altro passaggio della storia dell’alleanza è suggerito dalla prima lettura: il dono della legge a Israele. Il percorso di quaresima è una preparazione tutta orientata alla Pasqua di Gesù e fa ripercorre la storia delle alleanze di Dio con l’umanità.

La legge data a Mosè è via per un’esistenza nell’incontro con il Dio liberatore. Le parole dei comandamenti acquistano senso a partire dalla prima parola, chiave di tutta la legge: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Le dieci parole sono così declinazione nella quotidianità dell’unica parola dell’amore che racchiude il nome stesso di Dio e il suo impegno incondizionato di fedeltà. Dio è sceso a liberare Israele, vittima di oppressione. La legge indica una via di libertà (racchiusa nelle prime tre parole che parlano della relazione con Jahwè) e di un nuovo modo di impostare la vita nelle relazioni con gli altri (le altre sette parole). Su questa via Israele è chiamato a liberarsi da idoli vani e scoprire che nel rispondere a Dio e nel servizio sta il compimento della propria vita.

Per Paolo parola definitiva di Dio è Gesù Cristo. Paolo sottolinea che il suo sguardo è rivolto a Gesù nella morte di croce che ha sofferto. In rapporto a lui, il crocifisso, si può trovare il senso profondo del comandamento: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti…. Voi siete miei amici perché fate quello che vi comando” (Gv 14,15; 15,14).

Il IV vangelo pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. Giovanni presenta Gesù come agnello che dà la sua vita e muore mentre nel tempio venivano uccisi gli agnelli per la cena pasquale. Anche a lui non viene spezzato alcun osso (cfr. Es 12,46; Gv 19,36).

Nel gesto nel tempio è racchiusa l’indicazione di inizio di un tempo nuovo, del messia: secondo la profezia di Zaccaria nei tempi messianici non ci sarebbe stato “più nessun mercante nella casa del Signore degli eserciti” (Zac 14,21). Il gesto di Gesù è così critica allo snaturamento del culto ma anche indicazione del ‘nuovo tempio’, quello della sua umanità e di un culto vissuto in spirito e verità (cfr. Gv 4,21-24): “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo”. anche il segno del tempio rinvia alla persona di Gesù. In lui si apre possibilità di accesso al Padre: egli parla della ‘casa del Padre mio’: con Gesù è giunto il tempo del culto in spirito e verità. Il IV vangelo presenta la croce come luogo in cui si manifesta la gloria di Dio: il volto l’amore.

“Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. ‘Ricordare’ è comprendere il senso profondo dei gesti di Gesù alla luce della risurrezione, ricordare è profondamente connesso al cammino del credere.

Alessandro Cortesi op

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Lavoro

“Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio”

A dieci anni circa di distanza dall’inizio della crisi economica che ha segnato la vicenda internazionale, l’esperienza quotidiana pone davanti agli occhi una trasformazione del mondo del lavoro e delle sue forme. In Italia, nonostante le riforme attuate, l’impatto della crisi è stato pesantissimo sulla vita quotidiana delle famiglie e soprattutto sui più fragili, e continua ad esserlo soprattutto per i giovani ma non solo. Al momento attuale la disoccupazione giovanile è all’11 %, con percentuali preoccupanti al Sud e con il fenomeno di chi vive in una condizione di inattività e delusione in cui non si ha un lavoro e nemmeno lo si cerca. E il tasso di disoccupazione del nostro Paese è insieme a Grecia e Spagna uno dei più alti in Europa.

I dati sul mondo del lavoro in Italia manifestano alcuni elementi rilevanti: Roberta Carlini, Cosa resta del lavoro in Italia dopo dieci anni di crisi, “Internazionale” 18 dicembre 2017.

Secondo l’ISTAT il livello degli occupati a fine 2017 si avvicina a quello del periodo pre-crisi con un notevole incremento soprattutto nell’ultimo anno. Tuttavia c’è anche da osservare come i nuovi posti di lavoro siano per lo più precari e con retribuzioni molto basse in situazione di sottoccupazione. E’ in aumento il fenomeno del part-time ma ancora i dati Istat rilevano l’aumento del part-time involontario cioè imposto dalle aziende e che interessa circa il 19% delle donne. (Mai così tanta gente al lavoro in Italia, Il Post 14.01.2018)

Il fenomeno più rilevante è la trasformazione del mondo del lavoro in un ambito in cui sempre più si affermano i ‘rapporti brevi’, cioè tutte le forme di lavori precari e saltuari che costituiscono soprattutto per molti giovani l’unico modo di impegnarsi nell’ambito lavorativo: quattro milioni di persone sono coinvolte in queste modalità di lavoro costituite da chi lavora prestando collaborazioni con la partita IVA o da chi è assunto con contratti a termine. Per quel che riguarda la disoccupazione emerge un pesante divario tra il Nord Italia e il Sud del Paese e tra la situazione degli uomini e quella delle donne. Se l’occupazione femminile risulta in crescita ciò appare dovuto principalmente alla riforma delle pensioni con l’allungamento dell’età pensionabile delle donne, soprattutto nel settore privato. Per quanto riguarda le retribuzioni i dati fanno emergere come rispetto a dieci anni fa vi sia stato un regresso.

Un bel film del regista Daniele Vicari dal titolo Sole cuore amore con una intensa interpretazione di Isabella Ragonese, ha portato sul grande schermo la fatica quotidiana che spesso va oltre ogni capacità di sopportazione, vissuta soprattutto dalle donne in famiglie segnate dalla perdita del lavoro e da condizioni di occupazione precarie. Anche la solarità di una donna aperta generosamente alla vita, il suo grande cuore e l’amore del contesto familiare con la solidarietà di persone vicine, non riescono a fronteggiare una situazione di crisi economica e la perdita del lavoro del marito.

A fronte di questa situazione c’è chi come Marta Fana, ricercatrice all’Istituto di studi politici Sciences Po a Parigi, non esita a lanciare un monito pesante: Non è lavoro, è sfruttamento (ed.Laterza 2017). La critica che emerge da un’indagine condotta nel mondo del lavoro in Italia nel riportare dati e nel riferirsi a storie e volti, si può sintetizzare nei termini di una progressiva proletarizzazione del mondo del lavoro.

La ricerca fa emergere un panorama in cui è fortemente presente la sottoccupazione, il venir meno di tutele e l’imposizione di una flessibilità che si traduce in ritmi di lavoro insopportabili o sfruttamento nei lavori a tre euro l’ora. Alla domanda “Cos’è che unisce fattorini in bicicletta, ricercatori precari, voucheristi ecc.?” (L.Baratta, Intervista a “Linkiesta”) risponde: “Il filo rosso è il capovolgimento della retorica che ha accompagnato il processo di riforma del mercato del lavoro: la sottrazione di diritti e spazi di democrazia nei luoghi di lavoro non è funzionale ad avere più crescita e miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori, ma i lavoratori sono strumenti non neutrali che hanno permesso l’arricchimento di una parte della società, una minoranza, a discapito della maggioranza”.

La ricercatrice rileva come “il lavoro sembra essere stato estromesso dalla cultura e dall’immaginario se non in senso denigratorio, per non parlare di quando si chiedono diritti e tutele. Pensiamo a come viene trattato uno sciopero dei trasporti pubblici locali o il caso Ryanair: tutti parlano dei disagi ai clienti consumatori, nessuno dei disagi ai lavoratori che svolgono turni massacranti, sotto ricatto a ogni cambio di appalto”.

Alla parte critica corrisponde in positivo la richiesta che il riferimento alla Costituzione sia presente nei luoghi di lavoro e la proposta di eliminare le modalità di lavoro povero, e quelle forme di precarizzazione che hanno pesanti conseguenze sull’intera esistenza delle persone.

L’attenzione al lavoro è un’insistenza particolare e sentita negli interventi di papa Francesco. Qui un breve video del suo discorso a Scampia (21 marzo 2015) e di seguito stralci di discorsi in momenti diversi, con molteplici accenti:

“Dio ha voluto che al centro del mondo non sia un idolo, sia l’uomo, l’uomo e la donna, che portino avanti, col proprio lavoro, il mondo. Ma adesso, in questo sistema senza etica, al centro c’è un idolo e il mondo è diventato idolatra di questo “dio-denaro”. Comandano i soldi! Comanda il denaro! Comandano tutte queste cose che servono a lui, a questo idolo. E cosa succede? Per difendere questo idolo si ammucchiano tutti al centro e cadono gli estremi, cadono gli anziani perché in questo mondo non c’è posto per loro! Alcuni parlano di questa abitudine di “eutanasia nascosta”, di non curarli, di non averli in conto… “Sì, lasciamo perdere…”. E cadono i giovani che non trovano il lavoro e la loro dignità. Ma pensa, in un mondo dove i giovani – due generazioni di giovani – non hanno lavoro. Non ha futuro questo mondo. Perché? Perché loro non hanno dignità! E’ difficile avere dignità senza lavorare. Questa è la vostra sofferenza qui. Questa è la preghiera che voi di là gridavate: “Lavoro”, “Lavoro”, “Lavoro”. E’ una preghiera necessaria. Lavoro vuol dire dignità, lavoro vuol dire portare il pane a casa, lavoro vuol dire amare! Per difendere questo sistema economico idolatrico si istaura la “cultura dello scarto”: si scartano i nonni e si scartano i giovani. E noi dobbiamo dire “no” a questa “cultura dello scarto”. Noi dobbiamo dire: “Vogliamo un sistema giusto! un sistema che ci faccia andare avanti tutti”. Dobbiamo dire: “Noi non vogliamo questo sistema economico globalizzato, che ci fa tanto male!”. Al centro ci deve essere l’uomo e la donna, come Dio vuole, e non il denaro!” (Francesco, Incontro con il mondo del lavoro; discorso pronunciato, Cagliari 22 settembre 2013)

“Vorrei condividere con voi tre punti semplici ma decisivi. Il primo: rimettere al centro la persona e il lavoro. La crisi economica ha una dimensione europea e globale; ma la crisi non è solo economica, è anche etica, spirituale e umana. Alla radice c’è un tradimento del bene comune, sia da parte di singoli che di gruppi di potere. È necessario quindi togliere centralità alla legge del profitto e della rendita e ricollocare al centro la persona e il bene comune. E un fattore molto importante per la dignità della persona è proprio il lavoro; perché ci sia un’autentica promozione della persona va garantito il lavoro. Questo è un compito che appartiene alla società intera, per questo va riconosciuto un grande merito a quegli imprenditori che, nonostante tutto, non hanno smesso di impegnarsi, di investire e di rischiare per garantire occupazione. La cultura del lavoro, in confronto a quella dell’assistenzialismo, implica educazione al lavoro fin da giovani, accompagnamento al lavoro, dignità per ogni attività lavorativa, condivisione del lavoro, eliminazione di ogni lavoro nero” (Francesco, Incontro col mondo del lavoro, discorso scritto, Cagliari 22 settembre 2013)

“…ho sentito tante volte questa angoscia: l’angoscia di poter perdere la propria occupazione; l’angoscia di quella persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Precarietà totale. Questo è immorale. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Il lavoro in nero e il lavoro precario uccidono” (Francesco, videomessaggio alla settimana sociale dei cattolici, Cagliari 26.10.2017).

“Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono “unti di dignità”. Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale. Questo è il nocciolo del problema. Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale. E’ anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che è molto bello: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In base a questo possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale. Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia, perché il posto di lavoro lo occupano e lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite” (Francesco, Incontro con il mondo del lavoro, Genova 27 maggio 2017).

Sei giorni lavorerai…

Alessandro Cortesi op

 

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