la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica Quaresima – anno B – 2018

IMG_2506.JPGGer 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Un altro passaggio del cammino di alleanza segna questa domenica di quaresima: Geremia annuncia una ‘alleanza nuova’ scritta nel profondo del cuore, che compirà la parola della promessa e del dono di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, è promessa come dono che investe l’interiorità e trasforma il cuore, il centro delle scelte personali e dell’orientamento della vita.

La seconda lettura, dalla lettera agli Ebrei, indica in Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza dalle cose che patì e in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto per noi. In lui si compie l’alleanza definitiva.

L’autore della lettera agli Ebrei rilegge la passione di Cristo dicendo: ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. E’ l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Il Padre l’ha esaudito non perché l’ha liberato dalla passione e dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza giunge dal dono di amore di Gesù.

La pagina del IV vangelo si apre con la domanda: ‘Vogliamo vedere Gesù’. Il desiderio di ‘vedere’ racchiude in sé la tensione ad andare in profondità, a scorgere il significato profondo degli eventi. E’ domanda delle comunità per cui vangelo è scritto: qual è in profondità l’identità di Gesù?

A tale domanda segue un lungo discorso: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Gesù parla della sua ora e del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui si consegna al Padre e offre la sua vita per tutti. Consegnato nel tradimento, in realtà egli stesso ha inteso la sua vita come dono: nella sua libertà si consegna come chicco di grano. Nel morire è presente una fecondità nuova. In questo si rivela la gloria di Gesù.

E’ così giunta quell’ora evocata nell’intero percorso del IV vangelo, a Cana, nel dialogo con la donna di Samaria: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. L’ora di Gesù è l’ora della croce, quando tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé. L’ora di Gesù è tempo che anticipa ogni futuro (è ora del figlio dell’uomo) e rivela il senso della storia: è tempo finale che irrompe nel presente e manifesta i tratti dell’amore di Dio.

Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca: ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Gesù sulla croce sarà innalzato: la croce umanamente appare come la più grande umiliazione, costituisce l’esaltazione che già lì si sta compiendo: Giovanni infatti vede sulla croce il rivelarsi della ‘gloria’ di Dio, l’ora in cui si manifesta l’amore senza riserve e senza limiti del Padre che Gesù ha testimoniato ‘fino al segno supremo’: è lui l’esegeta del Padre (cfr Gv 1,18), il Figlio che rende visibile il volto del Padre. Per questo nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ non possono non seguire i passi che lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

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Come un seme

In un tempo segnato da inquietanti movimenti di ripiegamento, di egoismo e di violenza diffusa a livello globale il male sembra prevalere. Ancor più si manifesta come forza che domina perché in questo quadro si avverte l’impotenza – da parte di chi avverte l’urgenza di resistere ed opporsi – di incidere con le proprie scelte e con il proprio impegno individuale o di piccoli gruppi. Movimenti di ampia portata hanno risonanza e si affermano: il rinnovato diffondersi della guerra e della violenza per dominare, l’oppressione attuata dal sistema economico, l’affermarsi di concezioni di razzismo, xenofobia, rigetto dell’altro. Ondate di male attraversano e pervadono il vivere sociale.

L’esperienza rinvia a domande che hanno segnato la riflessione umana nel tempo sul contrasto tra male e bene, sulla possibilità o meno d porre un argine e sconfiggere il male oppure se abdicare ad esso. Ma proprio l’esperienza e la lettura di situazioni e di atti di persone in situazioni di male può aprire alla considerazione che nonostante tutto c’è una resistenza del bene nel cuore umano, una resistenza profonda che come seme fa capolino e germoglia in modo sorprendente, inatteso. E contagia, con una fecondità di cui è difficile calcolare la portata: è la debole e fragile capacità del bene. La vita non è il male (ed. Salani 2016) è il titolo di un agile libro scritto a quattro mani da Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa.

Il libro trae la sua ispirazione da una espressione di Vasilij Grossman, scrittore russo testimone di tragedie immani del Novecento, autore di Vita e destino, che nei suoi libri ha narrato i lager i gulag. Una frase che riassume la conclusione a cui lo stesso Grossman è giunto. Il bene si inframmezza come squarcio in situazioni senza respiro e senza apertura. E’ forza inerme ma rompe l’oppressione del male. E’ come piccolo seme che si fa spazio nella terra, crescendo laddove nessuno pensava la possibilità di novità e di vita. La vita non è il male.

Nonostante tutto, il male non riesce a cancellare ed eliminare del tutto il bene dall’esistenza umana. E’ un bene non teorico, nemmeno legato necessariamente a posizioni religiose o ideologiche. E’ il bene racchiuso in gesti singolari, sgorganti da una resistenza che si fa spazio nel cuore, un desiderio a salvare un pezzetto di Dio nella storia come diceva Etty Hillesum o anche una reazione a non venire meno ad un sogno di umanità. Gesti e scelte che squarciano la cappa nera dell’oppressione. Nonostante tutto il bene non viene cancellato, ma appare, improvvisamente, quasi come epifania, in situazioni diverse in cui sembra non esserci alternativa al buio della violenza e della cattiveria. Non nei termini di un progetto dispiegato come una grande forza che si oppone al male, ma nella debolezza e nella puntualità di gesti che fioriscono da scelte individuali, e che per questo salvano anche gli altri, coloro a cui sono rivolti, ma anche coloro che li vengono a conoscere. E salvano dalla disperazione e dal non senso.

Al cuore delle esperienze descritte nel libro sta la convinzione le scelte di singole persone, quelle che sono poste nella direzione del bene e che costruiscono, sono capaci di contagio. Si tratta di una forza fragile che si espande attraverso le reti di conoscenza di vicinanza di amicalità, quasi un passa-parola del bene che non ha confini. Una forza come di piccoli granelli di sabbia che si inframmezzano tra gli ingranaggi di una grande meccanismo interrompendolo o come di piccoli semi che da puntuali eventi singolari aprono ad un movimento che coinvolge e raduna.

E’ di questi giorni la notizia di una lettera scritta da una giovane studentessa del Burkina Faso in risposta ad una scritta violenta e razzista apparsa nei bagni dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (F.Furlan, “Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere” “La Repubblica” 12 marzo 2018). Al coetaneo razzista che sui muri invocava violenza sugli altri, Leaticia Ouedraogo indirizza queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.

Alessandro Cortesi op

 

 

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