la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Venerdì santo – 2018

IMG_2774Is 52,13-53,12; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

Paolo parla della ‘parola della croce‘ scandalo e stoltezza. Il messaggio della croce si scontra con la pretesa di avere qualcosa di cui vantarsi che sia altro rispetto al crocifisso. E avverte la comunità di Corinto a cui scrive di non svuotare la croce di Cristo (1Cor 1,17). Dalla parola della croce può nascere una esistenza nuova in coloro che ne fanno criterio della vita.

Sotto la croce è possibile scorgere che lì ha inizio una vita nuova. Il quarto vangelo dice che sotto la croce si attua una nuova convocazione: ‘quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me’.

La croce, il patibolo, segno dell’obbrobrio e dalla malvagità umana, si trasforma in luogo dove Gesù manifesta la sua gloria, il volto di Dio come amore gratuito. La croce diviene segno di una vittoria. In quel momento avviene l’inizio di una comunità il cui tratto è l’affidamento. Un affidamento reciproco e di consegna. ‘Sotto la croce stava sua madre e il discepolo che Gesù amava…’

C’è chi rimane sotto la croce, nel momento più tragico, nel momento della morte. Rimane scorgendo nella vita di Gesù, nella sua morte una fedeltà all’amore sino alla fine. Gesù è entrato anche nel luogo senza Dio, laddove c’è morte, cattiveria umana, violenza, non assecondando le forze della violenza, del male e della morte, ma portando la parola dell’amore più forte della morte.

Il quarto vangelo proprio nel momento della morte di Gesù legge che lì già è sceso il dono dello Spirito  come ultimo respiro donato: ‘emise lo Spirito’. E lo Spirito è affidato quando Gesù affida sua madre al discepolo che amava e reciprocamente il discepolo a lei. In questo quadro – che è lettura nella fede della morte di Gesù – si potrebbe cogliere il senso profondo della croce come affidamento.

La chiesa che nasce dalla croce è raduno, convocazione di uomini e donne chiamati ad un affidamento di legami nuiovi aperti oltre ogni confine. Sua radice è  l’affidamento di Gesù che consegna la sua vita per tutti, che ha fatto della sua vita una esistenza donata. Ma è anche l’affidamento reciproco per stare in ascolto dell’altro, a ‘prenderlo con sé’ nella sua casa, ‘tra le cose proprie’.

La croce indica questo primo volto della chiesa che è sogno non di un gruppo separato ma di nuove relazioni nell’umanità tutta: una convocazione in cui l’affidamento a cui si è chiamati è l’affidamento gli uni degli altri al di là di ogni differenza e riconoscendo le diversità che pongono in relazione.

Gesù rende la croce luogo di ‘gloria’ perché lì si manifesta il segreto della sua vita, il cuore di un’esistenza radicata nell’amore accogliente e di risposta: l’esistenza intesa come un libero e volontario andare incontro, prendersi carico degli altri. Gesù, che ha fatto della la sua vita un dono per tutti, alla fine quando ‘tutto è compiuto’ consegna lo Spirito.

La consegna dello Spirito è l’unica ed autentica potenza che viene dalla croce: è la debolezza di un ultimo respiro, soffio per vivere nello Spirito che ha spinto Gesù. Sotto la croce nel dono dello Spirito ha inizio la chiesa: così il IV vangelo la delinea nel volto della ‘donna’ presa con sè dal discepolo. Lì sorge l’invio ad essere responsabili per gli altri, per tutti i figli e figlie di Dio dispersi nel mondo. C’è un lasciarsi accogliere nell’inermità di chi si affida e c’è una accoglienza da vivere in modo attivo.

Per questo la chiesa, convocazione che sorge dalla croce e dallo Spirito, dovrà preoccuparsi solo di essere segno di accoglienza di ogni cammino umano.

Gesù ha fatto della sua vita un dono senza riserve, un venire incontro e discendere. La chiesa che nasce dalla croce è chiamata a riconoscere la sua debolezza e a viverla come dono. Gesù ha reso la croce – luogo della morte, luogo lontano da Dio, luogo dell’ingiustizia e del male perpetrato dall’uomo – il luogo del manifestarsi di Dio amore. In questa scelta ci apre la scoperta che solo accanto alle vittime della storia si può incontrare la vicinanza di Dio.

La liturgia del venerdì santo, così spoglia, essenziale fatta di gesti silenziso, di parole nude, di preghiera che si ricorda di tutti e tutti accoglie, richiama ad un essere chiesa/umanità che sta in silenzio sotto il crocifisso, che vive l’accoglienza, che si scopre responsabile di un affidamento reciproco e inviata ad essere segno dell’amore nel servizio; raduno sotto l’innalzato per porsi dalla parte delle vittime della storia.

“Il Cristo innalzato da terra / attira gli uomini di tutti / in croce con braccia distese / li porta al Padre in offerta / Per l’uomo invoca il perdono / a tutti promette il suo regno / consegna la madre ai credenti / lo Spirito effonde sul cosmo / A Cristo che è il nuovo Adamo /risorto per tutti i fratelli / al Figlio dell’uomo veniente / la gloria e la lode per sempre “ (da un inno della liturgia di Bose)

Alessandro Cortesi op

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“Similmente come Dio formò la donna dal fianco di Adamo, così Cristo ci ha donato l’acqua e il sangue dal suo costato per formare la Chiesa. E come il fianco di Adamo fu toccato da Dio durante il sonno, così Cristo ci ha dato il sangue e l’acqua durante il sonno della sua morte. Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così il Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato” (Giovanni Crisostomo, Catechesi 3, 13-19; SCh 50, 174-177).

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