la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica di Pentecoste – anno B – 2018

_MG_2021At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Nel IV vangelo lo Spirito Santo è al centro dei discorsi dell’ultima cena, i discorsi di addio. E’ promesso da Gesù come colui che verrà, ed ha i tratti di una presenza personale: prima di lasciare i suoi promette un consolatore, qualcuno che egli stesso manderà. Lo Spirito è in relazione profonda con il Padre, perché ‘procede dal Padre’ e sta anche in relazione con Gesù, il Figlio, perché ne sarà testimone: “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27). Il momento del dono dello Spirito è poi presentato nel IV vangelo alla morte di Gesù: dopo aver amato i suoi fino alla fine dopo che tutto è stato compiuto, ‘consegnò lo Spirito’, dono della sua presenza di comunione.

Il consolatore (colui che è ‘chiamato vicino’, il ‘paraclito’) porta aiuto, sta accanto, sostiene. E’ Gesù innanzitutto il consolatore, ma, prima di lasciare i suoi, annuncia loro il venire di ‘un altro consolatore’. Lo Spirito assume i tratti di presenza vicina come di chi sta accanto e accompagna e insegna e ricorda nel tempo dell’assenza di Gesù: “vi suggerirà ciò che dovrete dire”. La sua presenza avrà anche i tratti della guida: “vi guiderà alla verità tutta intera”. Lo Spirito viene così presentato come presenza silenziosa, vicina nell’intimità, non delimitabile, ma capace di donare forza nel cammino. Sta accanto nel momento della prova, nella fatica della testimonianza. Raduna la comunità chiamata a riconoscere e vedere l’amore di Gesù e a continuarlo nelle relazioni reciproche.

Lo Spirito guida verso l’altro da sé: accompagna ad incontrare Gesù Risorto, la verità tutta intera. Gesù, via verità e vita, non s’identifica con una dottrina da conoscere ma è presenza da incontrare. Lo Spirito avrà il compito di introdurre in quel ‘rimanere in’ Gesù, che per il IV vangelo è il senso della vita di chi lo segue, dei discepoli chiamati alla comunione e alla testimonianza. Così pure lo Spirito sarà guida all’incontro con la presenza di Gesù risorto che è ancora e sempre scoperta a cui aprire il cuore e mai conquista, possesso o privilegio: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Aprirà un futuro da attendere e verso cui vivere nella fedeltà al presente.

Lo Spirito reca anche i tratti della comunione e dell’amore. Accoglie tutto dal Padre, e introduce nella vita in cui il Figlio condivide tutto con il Padre: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

Il dono dello Spirito genera una vita nuova: è la vita di chi si apre alla accoglienza dello Spirito e cammina nella libertà e nel dono di sé.

C’è nella vita la possibilità di un orientamento secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: scrivendo ai Galati, Paolo, con l’espressione ‘legge della carne’, indica una vita piegata nell’egoismo. In questi termini denuncia una vita che non fa proprio lo sguardo del povero, che non guarda agli altri e per questo si intristisce. Alla legge della carne espressione dell’egoismo Paolo oppone la ‘legge dello Spirito’ e ne indica i frutti. Sono i segni di una vita aperta alla relazione, all’accoglienza, a non voler primeggiare e aggredire: “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni di una vita buona, sono i frutti dello Spirito. Lo Spirito agisce e trasforma l’interiorità e suscita azioni capaci di coraggio e di testimonianza. La sua azione è forza (dynamis) che fa ‘camminare’: Paolo delinea così a vita del credente come un camminare secondo lo Spirito.

Alessandro Cortesi op

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Politica

Viviamo un tempo nel quale si sperimenta una profonda crisi della partecipazione e dell’impegno politico. A diversi livelli si avverte lo sfrangiarsi dei legami sociali, le lotte tra gruppi di interesse e di potere, il dominio dei potentati della finanza che hanno svuotato la dignità del lavoro, il prevalere di logiche di violenza e guerra. In un tempo di individualismo sperimentiamo la fragilità a cui è esposta la convivenza sociale.

Ogni giorno è da recuperare il senso di responsabilità verso l’altro e se questo non è compiuto, antichi fantasmi si riaffacciano, i fantasmi della prevaricazione dei forti sui deboli, del razzismo che esclude e divide le persone, dei metodi violenti di imposizione e intimidazione di stampo fascista.

Porsi l’interrogativo su Spirito e politica è forse non questione da ingenui e sognatori. C’è un soffio dello Spirito da accogliere proprio in un contesto in cui drammaticamente si sperimenta ciò che contrasta i frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé…

Sono molteplici e quotidiani i segni che contraddicono il soffio dello Spirito, quel soffio che pur è presente nella storia e nei cuori come sete di giustizia, attesa di pace e che ritorna prepotente a farsi sentire nel grido delle vittime: sono i segni della violenza, delle oppressioni, del non riconoscimento dell’altro.

L’impegno politico oggi non può essere inteso come limitato ad ambiti ristretti. Appare sempre più come dimensione che dovrebbe segnare la vita dei singoli e delle comunità sociali. Che senso ha fare politica oggi? Gianrico Carofiglio in un’intervista con Jacopo Rosatelli (edita dalle edizioni gruppo Abele, 2018) riflettendo sulle questioni relative a politica e verità, suggerisce una bella immagine:

“La politica è un impegno qui e ora, oltre le chiacchere e i proclami. E’ fare i conti con le cose come sono davvero. E spesso non sono belle, lineari e pulite come le vorremmo. Ci si può inzaccherare, sì. Ma come si sporcano di fango gli stivali dei volontari che intervengono nelle alluvioni che ciclicamente investono porzioni del nostro territorio devastato dal dissesto idrogeologico. Bisogna stare nel fango, a volte, per aiutare gli altri ad uscirne. Oggi fare politica nel nostro Paese vuol dire molto speso avere i piedi nel fango, in contesti difficili, dove la realtà sfugge a schemi ideologici troppo rigidi: può non piacere, ma se si vuole incidere davvero sulle cose per migliorarle, bisogna averne piena consapevolezza. Da sola l’alternativa della ‘testa fra le nuvole’ non funziona” (p.90)

La capacità di trasmettere emozioni, la capacità di uno sguardo in lontananza non appiattito sul presente e sull’esito dei sondaggi, lo sguardo lungo sul futuro e la consapevolezza del passato, la pazienza nell’operare cambiamenti che non sono frutto del tutto e subito, ma lenta disposizione di spostamenti di tasselli, la radicalità nei principi insieme ad un’attitudine di realismo nel confrontarsi con la prassi. Sono queste alcune delle caratteristiche che vengono elencate, insieme ad un netto contrasto della ormai diffusa esaltazione della genericità e dell’incompetenza, quali proprie di un impegno politico che interpreti oggi la sete di giustizia di fronte alle eclatanti iniquità e ingiustizie. Chi s’impegna per gli altri risponde ad una esigenza di orientamento verso valori per difendere chi non ha voce.

Nella crisi della politica oggi è presente una chiamata dello Spirito che spinge alla relazione oltre ogni egoismo e suscita doni diversi e molteplici perché siano posti a servizio di una costruzione comune.

Alessandro Cortesi op

Invocazioni allo Spirito (di don Tonino Bello)

Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversale sulle carni inaridite anfore di profumi. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia e frutto della giustizia sarà la pace.

Spirito Santo, che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esili. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori. Donaci la gioia di capire che Tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

Spirito Santo, che hai invaso l’anima di Maria per offrici la prima campionatura di come un giorno avresti invaso la Chiesa e collocato nei tuoi perimetri il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza. Donaci il gusto di sentirci “estroversi”. Rivolti cioè, verso il mondo, che non è una specie di Chiesa mancata, ma l’oggetto ultimo di quell’incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costruita. Se dobbiamo attraversare i mari che ci separano dalle altre culture, soffia nelle vele, perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire. Se dobbiamo camminare sull’asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena, Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo “agonizzare” perché giunga a compimento l’opera della Redenzione.(…)

 

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