la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0083.JPGSap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

“Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte”

Non c’è veleno di morte nelle cose. Queste recano l’impronta di una benedizione che le rende portatrici di salvezza. La riflessione sapienziale cerca di leggere nella realtà del mondo il segno della presenza di Dio: scorge una bontà di fondo connessa alla radice profonda di ogni cosa e legge questa bontà come derivante da una sorgente di vita buona. C’è una benedizione che sta alla radice e che viene da una volontà di bene propria del Dio amante della vita. E tuttavia l’esperienza pone davanti anche le forze della morte che contraddicono e deturpano ogni bellezza. Ma tale costatazione non conduce ad attribuire a Dio stesso progetti di rovina per i viventi, ma a ribadire che il suo è disegno di amore e di vita. Dio non gode della rovina, la sua presenza è di bontà e di salvezza: tutto ciò che è espressione del male suscita una domanda aperta che tale rimane e non accetta facili soluzioni. Ma essa non può far venire meno, nell’affidamento a Lui, la certezza fondata sulla sua Parola e sulla promessa che il Dio della vita rimane fedele al suo dono di alleanza.

Gesù ha manifestato nei suoi gesti il volto di Dio della vita: nel suo agire si è posto in deciso contrasto nei confronti di ogni forza di morte e di malattia. Due donne sono al centro di due episodi riportati nella pagina di Marco: la figlia di Giairo di soli dodici anni, e una donna segnata dalla sofferenza di un’infermità prolungatasi negli anni. Al centro sta la fede che viene riconosciuta da Gesù come forza di salvezza.

Giairo si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’. Gesù lo invita: ‘Non temere continua solo ad aver fede’. Gesù giunge alla sua casa. Risponde alla richiesta insistente, decide di essere presente: il suo stile è quello di andare e visitare. Nella casa rivolge alla figlia di Giairo la parola: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è questo già annuncio efficace della risurrezione. La risurrezione è infatti ‘alzarsi dalla morte’. Tutti i parenti sono presi da stupore, come nel racconto di Marco lo saranno i testimoni della risurrezione. In questo incontro Marco presenta un grande annuncio: nei gesti di Gesù è presente la forza della risurrezione quale vittoria sul potere della morte. Gesù rende partecipi coloro che a lui si affidano con tutto il cuore del movimento della sua risurrezione.

Una donna senza nome, di cui si descrive solo la malattia e il timore si avvicina a Gesù. Impaurita aveva cercato di toccare il suo mantello. Mentre la folla attorno a lui lo premeva da ogni lato Gesù si accorge che qualcuno lo aveva toccato. E’ un tocco particolare, non è come quello di chi lo spinge: è un lambire la sua veste, il suo mantello nell’attesa di chi si affida. Gesù la riconosce e le dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Riconosce la fede di quella donna come forza di salvezza. Nel tentativo di toccare il suo mantello quella donna ha raccontato la semplicità della fede e la profondità di un consegnarsi. Ha compreso che Gesù proprio nel suo cammino di povertà è più forte della malattia che esclude ed emargina. E Gesù risponde a questo sincero desiderio d’incontro. La fede è ben altro rispetto all’esaltazione della folla che cerca miracoli. E’ piuttosto incontro personale, affidamento profondo e nascosto e si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a Gesù la propria vita e cerca un contatto personale con lui. Fede è così far propria la scelta di povertà di Gesù.

Paolo ai Corinti e alle chiese della Macedonia chiede di organizzare una colletta per aiutare la comunità di Gerusalemme che vive un momento di difficoltà. A Corinto era stato deciso l’invio di un aiuto economico ma l’organizzazione della colletta procedeva con lentezza: per questo Paolo invia Tito suo collaboratore con altri due per sollecitare e portare a compimento quell’opera (2Cor 8,6). Questo gesto di aiuto diviene motivo per presentare i motivi di fondo che determinano lo stile di rapporti cristiani tra le comunità e le persone.

La situazione dell’altro, anche lontano, nella difficoltà, costituisce un appello a condividere. Redistribuire i beni, fare uguaglianza, prendersi cura di chi ha meno sono richieste derivanti dal vangelo. Paolo ricorda che quest’opera generosa è per mettere alla prova la generosità dell’amore (agape). La colletta non è solamente un gesto di elemosina. La motivazione di questo gesto sta nel riferimento a Cristo. Ne è in gioco il rapporto con lui: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”

L’uguaglianza che si realizza con il gesto della colletta costituisce così un’esperienza della grazia “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”. Paolo suggerisce di scoprire la relazione nuova a cui apre l’incontro: dare e ricevere non sono a senso unico. Per gli uni significa condivisione di beni materiali, ma chi dà si trova investito di un dono; riceve un altro tipo di beni. Non si tratta quindi di un impoverimento ma di aprirsi allo scambio dei doni. E’ il miracolo della gratuità. Paolo parlando di questo scambio rinvia all’evento dell’incarnazione: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi…’. L’incontro con Gesù, la fedeltà alla sua incarnazione si attua nelle relazioni di solidarietà e di condivisione.

Alessandro Cortesi

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La tua fede…

In un libro che ha avuto successo qualche anno fa i giovani italiani sono stati definiti in modo generale come ‘la prima generazione incredula’. Su questa linea si sono sviluppate indagini e analisi che hanno sottolineato l’individualismo e l’indifferenza come tratti principali di una generazione che per molti aspetti non vive attitudini proprie ma partecipa a movimenti in atto trasversali nelle diverse generazioni.

Tra coloro che si sono posti in attitudine di ricerca ed insieme in posizione di ascolto c’è Alessandro Castegnaro direttore dell’Osservatorio religioso del Triveneto. Il suo punto di vita è diverso ed manifesta una posizione critica di fronte a chi legge la condizione giovanile situandola entro le categorie di ateismo e incredulità. Osserva infatti movimenti profondi in atto nella sensibilità giovanile e ne sottolinea innanzitutto un aspetto dominante: la ricerca di autenticità nella ricerca di sé: tale orientamento, così importante per i giovani, non conduce necessariamente all’individualismo ma è cammino irto e difficile laddove il rapporto con la tradizione religiosa vede un mutamento radicale.

Osserva Castegnaro: “la stessa identità religiosa non viene semplicemente ‘trasmessa’, ma è oggetto di scelta e di costruzione. La tradizione religiosa non si pone dunque più come un insieme di credenze da assumere ‘chiavi in mano’, senza un lavoro e una appropriazione; non si pone più come un insieme di valori e di regole obbliganti, che si tratta di apprendere in casa o in parrocchia e di attuare poi nella propria vita, ricevendoli come un dovere. Il rapporto con le religioni cambia di forma.
Le religioni diventano uno spazio nel quale è possibile portare avanti le proprie esplorazioni, condurre incursioni, fare esperienze, per qualcuno trovare riposo o un momentaneo ristoro, a partire dal bisogno di comprendere se stessi e dalla personale ricerca di senso” (A. Castegnaro, Al di là del pessimismo, I giovani, la fede, la chiesa, Intervento all’assemblea USMI Vicenza 7 ottobre 2017)

Ciò che sta al primo posto nella preoccupazione dei giovani è la ricerca di se stessi, della propria identità nella fedeltà, questa sì perseguita con tenacia, ad essere autentici e non a lasciarsi definire da scelte compiute da altri e imposte su di loro. Vari aspetti del loro collocarsi in rapporto alla fede sono così evidenziati. In primo luogo essi si situano ‘fuori del recinto’. “Il recinto – dice ancora Castegnaro – è un fatto mentale. È l’idea che l’istituzione, anche quella religiosa, venga prima della persona, che la risposta venga prima della domanda, che la legge venga prima della coscienza, che l’obbedienza venga prima della libertà. Tutto questo non è più. Si tratta di un fatto avvenuto, qualcosa di cui si può solamente prendere atto. La fonte di ciò che permette di considerare plausibile, credibile, degna di rispetto e di attenzione una proposta religiosa di senso è traslocata dall’empireo intoccabile delle religioni nell’intimità spirituale delle persone”.

Una ricerca interiore, intima, certamente si espone a tutti i rischi dell’intimismo, della soggettività incapace di aprirsi al confronto, dell’individualismo disinteressato dell’altro. Ma non necessariamente questi rischi sono esiti della ricerca interiore. Un secondo tratto proprio della sensibilità giovanile è quella della religione in stand by: essi non attuano un rifiuto di ostilità o di disinteresse, e neppure si sentono trascinati ad un impegno e coinvolgimento, eccettuati alcuni particolari settori. La maggior parte di essi lascia le questioni religiose sullo sfondo dell’esistenza, rinviando ad altri momenti domande che peraltro non sono cancellate. La condizione più diffusa è quella di presa di distanza dall’istituzione percepita come incapace di cogliere le proprie ricerche di senso, e a questa si accompagna il sentimento di indeterminatezza. Il non avere certezze non implica un aver chiuso con la dimensione religiosa, ma ne inaugura un diverso approccio.

Rilevando tali caratteristiche Castegnaro individua quella che egli definisce come ‘la terra di mezzo del credere’: “Quello che i giovani ci dicono è che oggi il credere non è così sicuramente associato all’idea di certezza come di solito pensiamo. C’è un vasto spazio, probabilmente maggioritario, una ‘terra di mezzo’ del credere, in cui prendono vita gradi, configurazioni e livelli del credere quanto mai frastagliati. Questa terra di mezzo si manifesta come indeterminatezza, incompletezza, indecidibilità e desiderio di credere più che in termini di ottusa incredulità. È una specie di possibilismo o di probabilismo, che da un lato appare esitante, ma dall’altro rappresenta un modo per tenere aperta la possibilità di esplorare lo spazio religioso. Come ha detto un giovane: ‘Io sono non credente, ma una cosa l’ho capita, a Dio bisogna lasciare la porta socchiusa’” (ibid).

L’esperienza dei giovani nel mondo contemporaneo chiede di essere accostata e letta con la cura e l’attenzione per scorgervi la provocazione che proviene da tale esigente ricerca di autenticità. Essa reca con sé l’esigenza di tempi diversi che sono tempi di attesa, di sospensione ma anche di maturazione: lo stare nell’incertezza affrontando la sfida di evitare le certezze facili è attitudine talvolta faticosa. I giovani testimoniano e comunicano la presa di distanza dall’istituzione percepita come incapace di dare testimonianza significativa di orizzonti per investire la vita. Sono disposti a vivere rispetto e ascolto per testimoni che operano scelte coerenti coinvolti in modo personale, spesso propri in forme non inquadrate nelle direttive della chiesa stessa.

Tutto questo pone in discussione i criteri tradizionali del credere connesso ad una appartenenza acritica alla chiesa, e la distinzione tra credere e non credere come dati opposti e contraddittori. In un’età dell’incertezza e del disincanto la sfida è quella di vivere la pazienza nell’entrare in dialogo laddove le porte sono socchiuse, perché cammini di autenticità possano maturare.

Così conclude Castegnaro invitando ad abitare anche la complessità del rapporto con i giovani e dell’esperienza del credere oggi: “Nel mondo contemporaneo infatti non si può evitare di essere coinvolti in un processo di individuazione del proprio credo, che assume forme complesse e ha bisogno di tempo” (ibid).

Alessandro Cortesi op

 

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