la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XV domenica – tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0306Am 7,12-13; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

“Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”

E’ uno scontro quello presentato nella pagina di Amos. Il profeta è cacciato via dal sacerdote del santuario perché vada altrove a portare la sua parola perché “questo è il santuario del re e il tempio del regno”. Santuario e potere del re uniti come una sola cosa. In un abbraccio mortale. La logica del dominio terreno non può sopportare la voce del profeta che denuncia l’ingiustizia come male davanti a Dio. Amos non aveva nessuna intenzione di essere profeta: s è trovato coinvolto nella chiamata irresistibile di Dio. Non ha parole proprie da dire, né interessi da difendere.

Betel era il luogo in cui Giacobbe aveva incontrato Dio: lo aveva chiamato così in una notte di solitudine e abbandono, Bet-El, cioè ‘casa di Dio’ (Gen 28,19). Aveva là scoperto che Dio era lì vicino a lui, e lui non lo sapeva. Proprio quando privato di tutto aveva lasciato dietro di sé la sua terra indifeso scoprì il Dio vicino che non abbandona. Aveva lasciato una pietra a ricordo di quell’incontro. E su quella pietra era stato eretto un santuario alle dipendenze del re. Il sacerdote è così ora preoccupato non delle indicazioni di Dio, ma di quelle del re. La casa di Dio è divenuta la casa di un potere che non sopporta la parola del profeta. Amos richiama alla memoria della pietra delle origini, a quel gesto di un culto che proveniva dalla vita, e richiama così il primato della giustizia da attuare con i più deboli. Fare giustizia al povero, redistribuire le ricchezze, non sfruttare i lavoratori. Tutto questo è insopportabile alle orecchie del potere e il profeta è allontanato.

Gesù “chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. Gesù invia i suoi. Nella scelta di inviarli dice loro che la fede è cammino. Sono inviati ad a due a due, insieme per aprirsi ad incontri nuovi. La missione è la loro vita e non sarà una questione di affermazione personale. Saranno invece chiamati scoprire lo stare insieme, il ‘noi’ da costruire giorno dopo giorno nell’ospitalità reciproca e aperta: in quel dialogo in quell’incontro Gesù rimane con loro.

Gesù non dà ai dodici indicazioni particolari sull’insegnamento se non l’annuncio del regno vicino. Chiede loro di vivere uno stile fatto di gesti e scelte che toccano la vita: solo un bastone e i calzari, non pane, né pesante sacca da viaggio, né denaro, non due tuniche. Sono indicazioni che parlano di sobrietà, dell’accontentarsi di poco, di non cercare assicurazioni per il domani, di non accumulare: una vita da poveri, cioè liberi per camminare. Il loro messaggio sarà il modo in cui vivono. Lo stile del loro andare sarà vangelo, e dovrà ricordare Gesù, che ha vissuto la libertà dei poveri. Gesù non li invia a portare aiuto ai poveri, li fa andare assumendo la condizione del povero. Si distingueranno non per abilità di parola, ma per essere segno e presenza di liberazione. Gesù costituisce testimoni, non preoccupati di andare contro qualcuno, ma ad esprimere in uno stile di esistenza la bella notizia che è il vangelo.

Alessandro Cortesi op

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Maturità

Si sono conclusi da poco gli esami della maturità. Per molti giovani un momento importante, conclusione del percorso della scuola superiore e passaggio di scelte. Sono giornate vissute tra un presente di emozioni e paure ed il pensiero ad un futuro che si presenta per loro come particolarmente incerto. La maturità è uno dei pochi riti di passaggio rimasti nell’età giovanile, fatto di esperienza, speranze e timori. Come sempre c’è chi prende anche questo esame alla leggera, chi in un breve arco di giorni, con la complicità di amici, riesce a recuperare uno studio trascurato negli anni, c’è anche chi, forse la maggioranza, lo ha preparato passo dopo passo, nel quotidiano impegno fatto di compiti, interrogazioni, nel ritmo dell’andare e ritornare da scuola, in quel rapporto umano con professori e compagni che costituisce la ricchezza insondabile dell’esperienza scolastica e plasma la vita in anni decisivi, quelli dell’adolescenza e della giovinezza, che poi rimangono non solo incisi nei ricordi ma segnano le interiorità per quanto in quegli anni si è sperimentato.

Quest’anno i temi della prova scritta richiamavano questioni importanti, particolarmente attuali in un momento di diffusione di una ondata nera di discriminazione e disumanità in Italia e in Europa, ondata fatta di proclami contro i più deboli, di ingiurie sui social, di disprezzo conclamato e di consenso attribuito ai seminatori di paure e ai venditori di illusorie promesse. Temi che richiamavano a riflettere, in controtendenza rispetto ad un’atmosfera di esaltazione dell’incompetenza e di volgarità arrembante sulla scena della politica.

I temi ponevano la domanda sulla solitudine, una domanda che potrebbe sembrare obsoleta nel tempo in cui tutto è social. Eppure questo tema ha trovato grande accoglienza smascherando quanto per lo più non si dice, che la vita, anche dei giovani, è segnata da seti non riconosciute né ascoltate, e che la solitudine è un’ombra minacciosa da cui si cerca di fuggire senza affrontare il rischio di guardarla in faccia, nell’illusorio stare insieme in cui la comunicazione è schiacciata dal rumore che assorda e da chiacchere spesso vuote in cui difficilmente si riconoscono parole di accoglienza. Senza affrontare la sfida, quella sì autentica, di costruire convivenze in cui il ‘noi’ aperto e plurale prevalga sull’io, ripiegato e incapace di riconoscere l’apertura costitutiva all’altro da sè.

E ancora l’esame di maturità di quest’anno ha proposto le pagine de Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani, pagine che raccontano di un mondo della provincia italiana e di una famiglia ebraica, che, in un graduale cambiamento, nello scorrere dei giorni, vede lentamente attuarsi le politiche della discriminazione e della persecuzione. Dove il tutto avviene non in modi eclatanti, non in eventi epocali, ma in episodi ordinari che demarcano scelte di esclusione: il non poter più frequentare la biblioteca, ad esempio, decisione comunicata in modo burocratico da un bonario funzionario che forse non si rendeva conto del suo essere un piccolo ingranaggio della più grande catena del male che dilagava. E quella superficialità, con la minimizzazione che si accompagnava da parte di molti per quanto stava avvenendo, nell’assenza di reazione a partire dai piccoli gesti quotidiani, diventava onda di consenso e di esecuzione di leggi che avrebbero invece dovuto suscitare obiezione e far sussultare le coscienze. L’orrore dei campi di sterminio iniziò nel tranquillo tran tran di giornate simili alle altre, nella ‘normalità’ di misure approvate ed eseguite da persone senza qualità, nel silenzio e nel venir meno dei legami della compassione.

Ricorrono in quest’anno gli 80 anni dall’emanazione delle leggi razziali del governo fascista nel 1938. La testimonianza di chi nel passato in periodi bui ha reagito con la propria vita a scelte di malvagità, oppressione e violenza e di chi oggi in tanti luoghi sconosciuti della terra cerca di mantenere un piccolo raggio di coscienza lucida, e reazione a falsità, menzogne  violazioni, è testimonianza di maturità umana e libertà. Reagire alla disumanità e lottare per la dignità delle persone, è attuazione di quello stile che Gesù chiedeva ai suoi: di andare liberi, per non lasciarsi legare da un potere che usa la malvagità e non riconosce la dignità dei volti.

Alessandro Cortesi op

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