la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2018”

XXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0951Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?” Nel vangelo di Marco i farisei sono presentati come gruppo in forte polemica con Gesù. Per certi versi Marco opera una caricatura della spiritualità farisaica, legata alla Legge, alla fedeltà quotidiana all’alleanza, ad esprimere la fede in atti concreti e visibili. Per certi aspetti il loro impegno era espressione di coerenza e vicino a quanto Gesù stesso proponeva. Ma Marco nell’indicare i farisei sottolinea un modo di opporsi a Gesù proprio di persone religiose, ma che vivono una religiosità centrata su di sé, escludente e incapace di aprirsi al dono di grazia. Marco scorge che vi è un rifiuto della proposta di Gesù che giunge proprio da persone religiose, che non comprendono il suo annuncio e vi si oppongono perché destabilizza un modo di intendere la religione. I farisei divengono così paradigma di un modo di vivere la religione in termini di esteriorità, di egoismo, di preoccupazione per sé e di indifferenza agli altri. Sono chiusi alle sofferenze del prossimo e per loro le norme stanno al di sopra dell’attenzione alle persone. L’osservanza delle prescrizioni, l’esecuzione dei riti, sono così slegati dall’attenzione agli altri. Vi è al fondo una pretesa di stare nel giusto in rapporto a Dio ed una mentalità di autoaffermazione che esclude e si pone in una condizione di autosufficienza e di superiorità.

I farisei criticano Gesù perché i discepoli prendono cibo senza lavarsi le mani, il che era una prescrizione religiosa e igienica. Gesù risponde a questa critica affrontando la questione del rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni che sono frutto di elaborazione umana. Gesù si oppone decisamente all’ipocrisia: è questo l’atteggiamento raffinato di chi anziché vivere la fedeltà a Dio in rapporti di giustizia pone la sua preoccupazione nell’adempimento di pratiche religiose ritenendo che questo sia tutto. I profeti richiamavano con forza che l’autentico culto doveva essere compiuto nella vita e stare in rapporto ad un impegno concreto di giustizia nei rapporti con gli altri e denunciavano un modo di rapportarsi a Dio che dava spazio al culto, ma senza coinvolgimento del cuore e perdendo di vista il centro della fede come rapporto che coinvolge la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Il cuore nella mentalità ebraica è il centro della persona. “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso (…) Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vita. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù pone la medesima domanda: dove sta il cuore, ossia il centro delle decisioni della persona? Se il cuore sta presso Dio allora il culto dovrebbe risultare un modo di vivere in cui si attua un nuovo modo di relazione con gli altri, e al primo posto sta lo sguardo alle persone a cui Dio, difensore del povero, dello straniero e della vedova, rinvia. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri. Gesù smaschera la deviazione di ogni tipo di fariseismo religioso, il trasporre tradizioni di uomini quale esigenza divina divenendo indifferenti alle persone, alla loro sete di liberazione e di vita.

“Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”: la durezza di queste parole dovrebbe rimanere monito ad ogni tentazione sempre presente di non mantenere il riferimento alla parola di Dio, alla sua richiesta di un culto come giustizia per i poveri, criterio primo e irrinunciabile della nostra esistenza.

C’è un secondo aspetto da cogliere nella risposta di Gesù alla questione sul puro e sull’impuro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. Bene e male non stanno nelle cose in se stesse. Le cose in se stesse non sono buone o cattive. E’ invece la persona che decide per il bene o per il male nel modo in cui utilizza le cose. .

Così dicendo Gesù dice che tutte le cose in se stesse sono buone ma possono essere utilizzate in vario modo, per il bene o per il male. In sé non hanno radice di male. Tutto viene da Dio e per questo non può esser cattivo o impuro in sé. E’ chiamata in gioco la responsabilità umana che non può essere delegata ad altri. Gesù critica quindi una religiosità che fa rimanere tranquilli perché si osservano alcune pratiche esteriorie  non s’interroga sull’orientamento del cuore. E indica come il rapporto con Dio sia un dialogo vivente in cui non si è mai concluso di domandare cosa è bene davanti a lui e in rapporto agli altri.

Puro e impuro rinviano allora ad una vita di fedeltà a Dio che trova espressione in una prassi che ha radice in un ‘cuore’ rivolto al Signore. Gesù richiama all’interiorità, a quella sorgente profonda da cui ogni comportamento della vita ha origine. Pone ogni persona davanti nella situazione di responsabilità, nell’esigenza di rispondere a se stessa e agli altri, davanti a Dio. E’ un messaggio di libertà e di fiducia perché apre ad accogliere la presenza di Dio, che solo può liberarci dall’egoismo e da ogni tipo di idolatria.

Alessandro Cortesi op

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C’è un tipo di responsabilità a cui oggi siano chiamati in modo particolare, che unisce insieme il rispondere agli altri, in particolare a chi soffre per l’ingiustizia e l’iniqua distribuzione dei beni della terra e la vita stessa del pianeta: è la responsabilità ecologica che si scopre inscindibilmente legata alla responsabilità sociale. I mutamenti climatici in atto stanno dimostrando come un certo modello di sviluppo che viene presentato come elemento di miglioramento delle condizioni di vita dei popoli incide profondamente sugli equilibri ecologici. Così la devastazione della terra, lo sfruttamento senza limite delle risorse, si riflette nello sfruttamento e nell’impoverimento di popolazioni e persone.

Nel Messaggio per la 13ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si terrà il 1° settembre 2018 la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro insieme alla commissione per l’ecumenismo e il dialogo richiamano a Coltivare l’alleanza con la terra.

Ricorda il simbolo dell’arcobaleno di Gen 9,12. L’arco nel cielo richiama il dono della terra come spazio abitabile: Dio promette un futuro in cui l’umanità e gli altri viventi possano fiorire nella pace

In contrasto a questa visione di alleanza e di pace è richiamata la situazione del nostro presente: “Anche gli ultimi mesi hanno visto diverse aree del paese sconvolte da eventi metereologici estremi, che hanno spezzato vite e famiglie, comunità e culture – e le prime vittime sono spesso i poveri e le persone più fragili. Le stesse storie narrate da tanti migranti, che giungono nel nostro paese chiedendo accoglienza, parlano di fenomeni inediti che colpiscono – in modo spesso anche più drammatico – aree molto distanti del pianeta”.

Di fronte all’ampiezza del degrado può insorgere un senso di impotenza e di disperazione. Il Messaggio richiama ad un’attitudine di attenzione e di prevenzione fatta di pazienza e di un quotidiano operare che investe l’ambito politico e le scelte economiche. E viene sottolineato come la cura del creato sia da collegare ad una cura per gli altri, per il popolo e ad una dimensione spirituale: “…la sfida non interessa solo l’economia e la politica: c’è anche una prospettiva pastorale da ritrovare, nella presa in carico solidale delle fragilità ambientali di fronte agli impatti del mutamento, in una prospettiva di cura integrale. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, anche per orientare a nuovi stili di vita e di consumo responsabile…”

“Ma c’è anche una prospettiva spirituale da coltivare: papa Francesco ricorda che “la pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita” (Laudato Si’, n.225)”.

Tali sfide sono da affrontare con la cura che parte dai comportamenti quotidiani e dalla lucidità nel saper leggere le cause profonde di fenomeni quali il cambiamento climatico e le migrazioni che segnano il nostro presente.

“é importante operare assieme, perché possiamo tornare ad abitare la terra nel segno dell’arcobaleno, illuminati dal “Vangelo della creazione”.

Alessandro Cortesi op

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XXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0778.JPGGs 24,1-18; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

La grande assemblea di Sichem è momento di ritrovarsi di un popolo che ha compiuto il cammino dell’esodo. Entrati nella terra promessa, si presenta una nuova situazione che richiede una scelta. Su quali basi costruire un futuro comune? “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire”. E’ sempre presente la possibilità di seguire idoli vani. La domanda di Giosuè giunge al termine di un discorso in cui sono state ripercorse le tappe di una storia in cui Israele ha incontrato Dio vicino e liberatore. Segue la risposta non di individui isolati ma di un popolo che si ritrova accomunato in una direzione di fondo e assume una attitudine di responsabilità. “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Perché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto… Perciò anche noi vogliamo servire il Signore perché egli è il nostro Dio”. Il ‘noi’ di questa risposta indica una identità posta senza relazione, in modo egoistico e sganciato dall’assunzione del farsi carico degli altri. Essa trova le sue radici in una storia di liberazione e si orienta al futuro come fedeltà. Implica la scelta di vivere nella logica della liberazione e di farsi responsabili per gli altri popoli e per le vittime dell’oppressione. A Sichem si attua il passaggio della fede, è rinnovata l’alleanza: è una scelta di libertà per servire il Dio che si è fatto per primo incontro. Ma nel cammino di servire Dio il popolo sarà sempre rinviato allo sguardo del suo cammino di liberazione e ad assumere lo stile di Dio che ha ascoltato il grido delle vittime.

Nel IV vangelo le parole di Gesù provocano difficoltà e scandalo: “Questo linguaggio è duro chi può intenderlo?”. Gesù chiede di passare ad un nuovo registro di intendere nell’affidarsi allo Spirito: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. Le sue parole indicano un cammino di conversione. C’è un modo di intendere le cose e la vita secondo la carne dove tutto è basato sulle risorse e sull’intelligenza umana. Gesù propone un modo nuovo di conoscere che fa scorgere dimensioni nuove, nell’affidamento alla sua parola. Solo la forza dello Spirito rende possibile tutto questo. Lo Spirito insegnerà ogni cosa. Gesù chiede ai suoi di scorgere nel segno del pane la sua vita, la sua carne e il suo sangue versato per la vita del mondo.

Di fronte a queste parole annota Giovanni “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”, ed anche i dodici vivono la difficoltà. ‘Volete andarvene anche voi?’. Simon Pietro risponde: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio’. Nell’esperienza del rapporto con Gesù, nell’accogliere la sua testimonianza nel suo percorso di vita si fonda la possibilità di affidarsi a lui e di seguirlo. Nelle parole di Pietro è racchiuso il senso di affidamento allo Spirito, quale atteggiamento di ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù.

Alessandro Cortesi op

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Carne e sangue

Massimo Kothmeir, comandante della nave Diciotti, ha inserito questo disegno come immagine del suo profilo pochi giorni fa. E’ un’immagine che dice tante cose e che nasconde un dramma.

La vicenda della nave ‘Diciotti’ della Guardia costiera italiana in questi giorni fa indignare e provare vergogna. 177 persone, profughi provenienti da Eritrea Somalia e altri paesi, da giorni sono trattenuti, bloccati nel porto di Catania dopo che la nave era stata fermata al largo di Lampedusa per cinque giorni senza poter ricevere autorizzazione allo sbarco. A bordo migranti segnati da lunghi periodi di abusi e torture, che necessitano assistenza e cura dopo essere stati tratti in salvo nelle acque del Mediterraneo. Tra loro chi ha diritto a richiedere asilo. Ieri sera 27 minori sono stati fatti scendere.

Il trattenimento di persone e la restrizione di libertà personale non è ammessa dalla Costituzione se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria (art. 13) e dalle Convenzioni internazionali. L’art. 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo (Cedu) riporta: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” e l’art 5 prevede i casi in cui una persona può essere privata della libertà, affermando il principio che: “Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, se non nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge: …”.

Si è giunti a privare di fatto persone migranti della libertà, in violazione dei principi costituzionali, secondo il Garante dei detenuti in una lettera al Ministero dell’Interno. Questi ricorda che già nel 2016 l’Italia era stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per la mancanza di una giustificazione legale per il trattenimento di alcuni cittadini tunisini nel centro di Lampedusa e in alcune navi a Palermo.

Il trattamento riservato ai migranti non solo ostacola la possibilità di accedere alla procedura della richiesta di asilo, ma si configura come un trattamento disumano, che non si cura della vita delle persone, e rinnega quei principi umanitari di rispetto della dignità di ogni essere umano che hanno costituito la base di una cultura di riconoscimento dei diritti umani in Europa in particolare dopo le tragedie delle guerre mondiali. Il venir meno a principi fondamentali e il fatto che persone, le più deboli, siano utilizzate e rese strumento di ricatti o per risolvere conflitti politici a livello europeo o per aumentare i consensi a scopo elettorale suscita indignazione per la violazione dei diritti umani e per mancanza di umanità.

La stessa Guardia costiera è stata posta in seria difficoltà tra obbedienza alla propria missione di salvare vite umane e obbedienza al governo. A ciò si aggiunge la vergogna per la deriva culturale in atto. Sempre più l’Italia appare un Paese incapace di scorgere le reali dimensioni dei problemi, di affrontarli in modo costruttivo, di porre attenzione alle persone più deboli.

Il vescovo di Bologna Matteo Zuppi intervenendo alla FestAmbiente di Ripescia ha detto “L’emergenza conviene, c’è qualcuno che ci guadagna. Quando non c’è una politica seria non si possono risolvere i problemi. L’emergenza dei profughi conviene soltanto a chi non vuole decidere o a chi fa vedere che decide o che ha la soluzione”. L’Italia senza accoglienza diventa un museo (“La Repubblica” 19 agosto 2018).

Qui di seguito una testimonianza diretta che aiuta a guardare negli occhi la realtà, a scorgere le reali dimensioni di quanto stiamo vivendo al di là delle deformazioni di una comunicazione virtuale che toglie la possibilità dell’incontro umano e con esso della possibilità di sentire ancora la compassione per la carne di uomini e donne che soffrono. Partecipare a mangiare il pane carne e sangue di Cristo per chi è cristiano significa entare nella vita di colui che si è identificato con le vittime e con gli esclusi della storia, lui stesso vittima della violenza e del potere.

Il testo che segue è stato scritto da una operatrice di Terre des hommes presente allo sbarco dei minori ieri sera al porto di Catania e riportato dal sito Terre des hommes. E’ un aiuto a guardare ad una storia possibile, che pure è in atto nei gesti e nelle scelte di chi intende costruire la vita come percorso di un ‘noi’ solidale e non di egoismi in continua lotta, ben lontana e altra rispetto alla storia di vergogna e disumanità che si sta scrivendo in Italia in questi tempi:

“Ho trascorso nei centri di accoglienza per minori stranieri un po’ meno di 1000 giorni della mia vita negli ultimi quattro anni. Amo il mio lavoro e sono felice perché mi permette di avviare uno scambio, di entrare in relazione, di creare uno spazio di cura, di scoprire cose di sé e dell’altro.  Ieri però non sono stata così felice di presenziare a questo sbarco autorizzato su Facebook alle ore 18 circa. Vedendo quel video ho allertato i colleghi e mi sono messa la t-shirt bianca d’ordinanza, quella di Terre des Hommes, ancor prima di essere allertata. Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno era tutto e solo orecchie. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori. Abbiamo accolto 27 scheletrini, tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato. Abbiamo accolto 27 scheletrini, comprese due splendide fanciulle. Mentre li guardavo, seduti a terra e delimitati da transenne, mi sentivo la ricca e bianca signora europea che si reca la domenica pomeriggio allo zoo umano, così, per vedere l’effetto che fa. Il mio è un lavoro fatto di parole, come gli essere umani. Ieri sera eravamo in grosse difficoltà con la lingua, i fanciulli erano tutti eritrei tranne una ragazzina somala. Il mediatore non era potuto essere presente. A volte non restava che guardarci, domandarci con gli occhi “Ma quindi come va, come ti senti?”. “Ma tu chi sei? Perché mi guardi? Che vorresti dirmi?”. E mentre ci scambiavamo questi sguardi io pensavo, a dispetto della incredibile magrezza, della scabbia, delle orecchie a sventola, dei capelli arruffati di salsedine, delle bende lerce, del braccio sparato… pensavo che erano proprio belli. Mi ripetevo questo, “Che belli che siete”, e posso solo immaginare la mia faccia inebetita di fronte a tanta resilienza e, soprattutto, al permanere della capacità di fidarsi dell’altro. E in quei frangenti mi sono chiesta perché così tante persone siano arrabbiate e di cosa abbiano paura. Di due occhi che ti sorridono? Di due orecchie a sventola enormi? Di quattro ricci arruffati? Forse, del fatto che loro hanno perso la capacità di fidarsi dell’altro, forse perché non ce l’hanno mai avuta? Sono stati trasferiti tutti nel corso della nottata e mentre ero per strada e me ne tornavo a casa, orecchie a sventola mi ha riconosciuta dal pulmino su cui si trovava e mi ha salutato. L’ho salutato pure io. Penso che i sorrisi degli occhi, i saluti, il riconoscersi, valgano come un’altra bella storia. Come pure il non avere paura. Quella è la storia più bella, è la storia delle possibilità. Dei momenti in cui ciò che sarà non c’è ancora, se non nella tua testa, e sei pronto a lasciarti perturbare. Del tempo in cui tutto può ancora accadere se gli dai il giusto spazio. Dei giorni in cui non ti fai prendere dalla paura e rimani aperto a ciò che arriva. Di piccoli attimi di felicità”.

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0847Pr 9,1-6; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

“Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi… sappiate comprendere la volontà di Dio… siate ricolmi dello Spirito Santo”

La lettera agli Efesini inizia con uno sguardo sul disegno di Dio sul cosmo e sulla storia. E’ un disegno di bene e di benedizione aperto a ebrei e pagani. La chiesa è così indicata con l’immagine del corpo di cui Cristo è capo, costruzione in cui Cristo è pietra di fondamento. L’umanità è chiamata come sposa a vivere nella comunione. Il disegno di Dio è quindi disegno di grazia per costruire una comunità di fratelli e sorelle. Da questo dono sorge un nuovo modo di intendere la vita personale e collettiva: ‘vigilate’ è invito a leggere la vita alla luce di questo disegno.

‘Dio ci ha scelti in Cristo prima della fondazione del mondo’: il dono di benedizione genera un imperativo di responsabilità per gli altri. Il tempo assume una importanza particolare. Non siamo individui isolati ma coinvolti. Comportarsi in modo saggio significa vivere responsabilità e coraggio nel lasciarsi guidare dallo Spirito, nel costruire rapporti di cura. E’ lo Spirito il soggetto che costruisce la chiesa/umanità come comunione.

Nel IV vangelo Gesù a partire dal segno del pane passa ad un modo di parlare aperto: “in verità in verità vi dico, se non mangerete la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Partecipare alla vita è trovare il senso più profondo della propria esistenza. Essa respira di un orizzonte di eternità. La vita eterna non sta in un futuro lontano ma inizia sin dal presente. Prendere parte alla vita di Gesù: questo significa il mangiare la sua carne e bere il suo sangue: non si tratta di una garanzia connessa ad un atto di culto. Gesù chiede piuttosto ai suoi di vivere ciò che i segni indicano: il pane condiviso, il vino versato esprimono in modo simbolico quanto Gesù ha vissuto, indicano il suo darsi per gli altri in vista di una comunione con Dio e tra gli uomini. Gesù chiede di vivere dando testimonianza di come lui ha vissuto. La sua prassi solidale diviene strada per i discepoli. Sin d’ora si può vivere in una prospettiva di risurrezione se la vita viene intesa come esistenza nel servizio, pane spezzato per la vita del mondo. “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”. Nei ‘giorni cattivi’ dell’egoismo e della cattiveria proclamata, tra i tanti gesti di disumanità e d’indifferenza il messaggio del vangelo annuncia e ricorda che la vita acquista senso solo nel dono per gli altri e nella costruzione di percorsi di pace: in questo è già presente la forza della risurrezione e della vita che rimane.

Alessandro Cortesi op

IMG_0768.JPGVigilare

In questi giorni l’Italia vive il lutto per la tragedia che ha colpito tante famiglie che hanno perso i loro cari nel crollo improvviso del ponte Morandi a Genova il 14 agosto u.s. Dovrebbe essere un tempo di presa di consapevolezza e di approfondimento di cosa significa ‘vigilare’ sulla vita, sui beni di tutti, sulla possibilità per ogni persona di essere custodita nelle vicende della vita quotidiana, nella possibilità di lavorare in sicurezza, di viaggiare serenamente, in una convivenza civile in cui al primo posto vi sia l’attenzione ai beni comuni e la responsabilità per altri.

Le rinnovate irresponsabili dichiarazioni alla ricerca di un capro espiatorio unite a espressioni sintomo di mancanza della più elementare cultura giuridica e di rispetto della Costituzione da parte di chi dovrebbe avere il compito di governare la collettività italiana in questi giorni manifesta un degrado che non tocca soalmente l’ambito delle infrastrutture ma ha dimensioni più profonde di degrado etico e civile che stiamo vivendo in tante forme.

Il crollo del ponte Morandi ha manifestato non solo la condizione di mancanza di cura e manutenzione per i beni pubblici e con essa l’incapacità di progettazione da parte di persone e enti competenti, ma nel suo simbolismo di disfacimento di una struttura tesa ad unisce sponde diverse e oluogo di attraversamenti, ha reso evidente quanto oggi stiamo vivendo come crollo di quanto unisce le sponde, i popoli, le culture. Il ponte crollato diviene simbolto di uno sfaldamento di legami e del tessuto connettivo della società e dei rapporti umani a tanti livelli. Uno sfaldamento esito di irresponsabilità, dominio della logica del profitto, occupazione del potere sfruttando il popolo, incapacità di coltivare quotidianamente la cura verso l’altro.

Vigilare nei giorni cattivi è motivo per scorgere l’importanza di costruire ponti, in spe contra spem, ben oltre i ponti come infrastrutture civili, i ponti della comunicazione, della solidarietà, della pietà per chi soffre, far sì che i ponti siano progettati, costruiti con competenza, mantenuti come luoghi di attraversamento contro il degrado culturale e sociale di un tempo oscuro.

Alessandro Cortesi op

 

XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

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“Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi… si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Il profeta Elia vive un momento drammatico nella sua vita: ha risposto alla chiamata di Dio nella sua vita, è giunto ad affrontare il potere e i sacerdoti di Baal prom0tori di un culto di idoli (cfr. 1Re 18,40). La regina decide di vendicarsi su di lui e di farlo ricercare per ucciderlo. A chi domina serve una religione che assecondi i progetti di sottomissione e di controllo. E chi vive la religione in vista di una affermazione di potere è quanto mai utile la benevolenza dei monarchi.

Elia è così costretto a fuggire nel deserto. Si trova solo fino al punto di dire ‘basta Signore, ora è troppo’. In questo condivide l’esperienza di ogni credente che ha impegnato la sua esistenza per il Signore e si trova ad affrontare opposizioni, fallimenti e prove. Il cammino di Elia verso l’Oreb, monte di Dio, è il medesimo di Mosè che aveva guidato il popolo. Anche lui aveva compiuto un esodo personale nel deserto. Poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora il deserto. Elia ripercorre i passi di quel cammino. Senza retorica e senza infingimenti perché cerca di salvarsi e non ce la fa più.

Ma proprio in questo momento di solitudine ed abbandono scopre che qualcuno, un messaggero di Dio, gli procura pane e acqua. Sono segni della vicinanza di Dio che non abbandona mai. Sono anche nutrimento per andare avanti. Elia vive così ancora una volta un incontro con Dio che si fa vicino e lo solleva. Quel pane e quell’acqua sono segni di una presenza di Dio in modo nuovo. Dio non è presente la dove c’è il frastuono del potere ma nella ‘voce di un delicato silenzio’. Elia potrà continuare a camminare solamente con la forza di quel pane come dono.

“perchè aveva detto: io sono il pane disceso dal cielo. E dicevano: ‘costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: sono disceso dal cielo?'” Di fronte al segno del pane compiuto da Gesù vi è chi mormora: è la reazione del sospetto opposta a quanto Gesù chiede, invitando a credere: ‘nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato’.

Nel vangelo di Giovanni ‘i Giudei’ sono categoria-simbolo ad indicare tutti coloro che si pongono in attitudine di sospetto e di rifiuto davanti a Gesù: loro problema è il rifiuto ad accettare che Dio possa farsi vicino, e possa condividere la vita umana fino in fondo. Gesù propone un’attitudine diversa: l’affidarsi, il lasciarsi fare, il rendersi disponibili. Solamente il Padre ha forza di attrazione. A lui si può solo offrire un cuore disponibile. Tutto ciò disorienta un modo di vedere in cui tutto viene fondato sulle proprie capacità e forze. “Io sono il pane vivo”: pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa. La vita di Gesù esprime e rende vicina la vita di Dio. Nel segno del pane ha offerto un segno per indicare la sua stessa vita. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Il termine ‘carne’ (sarx) indica la concretezza e la fragilità dell’esistenza. Nel IV vangelo questo termine è importante. Presente sin dal prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Dio si rende vicino in tutti gli ambiti della vita. Il Dio di Gesù è Dio fragile che si lascia incontrare in chi è più piccolo. Gesù, uomo per gli altri, ha fatto della sua vita un dono ‘per la vita del mondo’, cioè di tutti.

Alessandro Cortesi op

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Esperienza

In una pagina de Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern è narrata un’esperienza vissuta da soldati italiani durante la ritirata di Russia, una scena situata tra il gelo e l’immoto biancore della neve che copriva la steppa e il caldo interno di una isba individuata in lontananza mentre la fame faceva stringere lo stomaco. Entrati in quella stanza i soldati si incontrarono improvvisamente e inaspettatamente di fronte ad altri soldati, con le insegne nemiche, russi che stavano mangiando, seduti a tavola, accolti dalla famiglia che lì abitava, le armi appoggiate in un angolo.

Mario Rigoni Stern ricorda e racconta quell’attimo di impreparazione, imbarazzo e stupore: poteva essere il tragico ulteriore momento di una guerra che ripeteva i suoi riti di morte e violenza. Fu invece un momento in cui la storia prese, come un colpo d’ala, un’altra piega. Il gesto senza parole di una donna che porse ai militari affacciatisi alla porta, scodelle colme di minestra calda e fumante, diede inizio ad un nuovo tempo, un tempo sospeso. Un tempo di silenzio, in cui risuonò solamente all’interno dell’isba il rumore dei cucchiai che raccoglievano quel pasto caldo, dono inatteso, spezzando il pane da inzuppare nel brodo.

Quel momento si prolungò fino a conclusione del desinare e si chiuse con un saluto, e con un cenno del capo, gelidi come il freddo che aggrediva le spalle nell’uscire scostando la porta di legno. In quello spazio e in quel tempo abitato solamente dalla ‘voce di uno svuotato silenzio’, si era attuato un evento minimo, contrastante con il movimento in atto nel mondo, un momento di mangiare insieme, accolti come uomini, al di fuori di ruoli e divise, con le armi abbandonate, appoggiate agli stipiti delle porte, rese inutili da un gesto di ospitalità. In quell’isba di fronte a quella scena a Mario rimasero impressi nel cuore gli occhi dei bambini… Finche saremo vivi ci ricorderemo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere (Il Sergente nella neve, Einaudi, 2008)

Sono queste le esperienze che dicono la possibilità di spezzare il pane come luogo di riconoscimento dell’altro, esperienza di pane vivo che rende possibile la vita umana. Abbiamo bisogno di silenzi abitati da gesti che offrano pane da condividere, abbiamo bisogno oggi di esperienze che oltre le parole sappiano offrire la possibilità di scoprire orizzonti nuovi alla vita. E’ un’esperienza di incontro e di riconoscimento la proposta che Eraldo Affinati suggerisce anche per alcuni ragazzi tredicenni che in questi giorni hanno sparato con una pistola scacciacani gridando frasi offensive ad un ragazzo nero che stava facendo jogging a Pistoia. L’hanno definita una ‘goliardata’, ma tale non è: questo gesto è il frutto di una seminagione di parole e di atteggiamenti di disprezzo e di esclusione dell’altro, è esito di una pseudo cultura della superiorità di alcuni su altri, di quel razzismo quotidiano e diffuso, di sentimenti di ostilità verso chi è divesro e più debole. Un grave segno della chiusura a pensare la vita come spazio e tempo in cui condividere il pane dell’esistenza nella comune umanità. A fronte di tutto questo un lungo tempo sospeso di educazione all’incontro è la sfida che sta davanti a noi in questi difficili giorni. Da qui la proposta di Eraldo Affinati:

“Mi spiego. Io i due pistoiesi li accompagnerei in Gambia, nazione di provenienza del migrante offeso, in uno sperduto villaggio ai confini col Senegal, Sare Gubu; gli presenterei un ragazzino che porta il mio nome. Tredici anni loro. Tredici anni lui. Si conoscerebbero. Giocherebbero a pallone. Farebbero amicizia. Tutti e tre capirebbero tante cose. I giovani italiani non gli direbbero sporco negro bastardo, come hanno apostrofato il profugo senza sapere chi era. Diventerebbero grandi insieme. E Alì Bubacar Eraldo Affinati magari, in cambio della promessa di poter un giorno venire da noi, sarebbe disposto a dare loro perfino la maglietta di Lionel Messi. Lo so: è soltanto un sogno. Ma proprio di questo avrebbero bisogno i ragazzi: esperienze vere, non parole vuote” (Eraldo Affinati, Basta vuote parole. Cosa dare e chiedere ai ragazzi, “Avvenire” 10 agosto 2018).

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0498.JPGEs 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce nel segno della manna, cibo inatteso nel deserto, un intervento del Signore e ne interprete il significato: è pane donato. Il popolo era stanco, logorato dal cammino nel deserto e si era ribellato. La sicurezza di un piatto assicurato era meglio della fatica nel percorso di uscita dall’Egitto. Il bisogno di cibo fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù. Così il popolo ‘mormorava’: è verbo che dice ribellione e sospetto. E’ rinuncia alle attese più profonde di libertà e ripiegamento nella ricerca di assecondare i bisogni immediati.

Manna e quaglie, cibo che scende dal cielo sono segno di Dio, per mettere alla prova Israele : “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4)

La mormorazione del popolo è espressione dell’idolatria perché ricerca solo appagamento della propria fame, e dimentica Dio stesso. E’ questo nella Bibbia il grande peccato: affidare la propria vita a qualcosa che non è Dio. Il segno della manna giunge inatteso di fronte alla ribellione ed al sospetto. E’ sfida per aprire i cuori a scorgere che Dio solo è il Signore. Questo cibo per continuare il cammino potrà essere raccolto solamente per la razione di un giorno: la vita di chi cammina nell’alleanza con Lui trova la sua stabilità solo nell’affidamento. La sua presenza è più preziosa di ogni altra sicurezza.

Nel capitolo 6 Giovanni presenta il dialogo di Gesù con la gente che lo seguiva, nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Dalle sue parole emerge una profonda incomprensione e distanza rispetto alle attese della folla: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27)

Le attese della folla sono centrate sui propri bisogni, e la ricerca di Gesù mira a soddisfare la fame. Gesù vede in questo la strumentalizzazione della sua persona. Le sue parole vogliono condurre ad un passaggio, dalle attese immediate ad un altro livello. I pani distribuiti sono un segno che richiede un cambiamento: si tratta di aprirsi ad accogliere il pane che Gesù stesso è, la sua stessa vita. Da ricercare innanzitutto e come prima cosa è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia. E’ il passaggio del credere, affidamento in lui, decentramento dell’esistenza. I segni sono inizio di un cammino per lasciarsi cambiare, per entrare in un incontro. La questione fondamentale riguarda il credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29).

Il segno del pane rinvia al dono della manna, cibo nel deserto, e Gesù parla di un nuovo dono di presenza e di vita: “il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33). La sua vita consiste nel ‘dare’ e nel ‘darsi’. Credere significa allora accoglienza colui che Dio ha mandato, riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna era stata sostegno per il cammino nel deserto. Gesù presenta se stesso come pane che fa vivere, nutrimento nel camminare ad un incontro di comunione che è l’autentico senso della vita umana.

Alessandro Cortesi op

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Cibo che rimane

Paolo Dall’Oglio è stato rapito cinque anni fa, in Siria, proprio in questi giorni, alla fine di un luglio di guerra, violenze e massacri.  Accompagnato da alcuni amici sin nelle vicinanze del palazzo del governatorato di Raqqa dove si erano stabilite le forze dell’Isis, da quel momento di lui non si sono avute più notizie. Era tornato in Siria per richiedere la liberazione di amici musulmani e cristiani che erano stati imprigionati nel disordine siriano del 2013.

Da allora sono trascorsi cinque lunghi anni. I suoi familiari, il suo Ordine – la Compagnia di Gesù – i suoi tanti amici, cristiani e musulmani, lo attendono, ricercano sue notizie. Paolo si definiva un credente in Gesù innamorato dell’Islam. Aveva fondato un monastero a Deir Mar Mousa, restaurando un antico luogo di preghiera bizantino, per vivere lì l’esperienza di una vita semplice, di preghiera, digiuni, capace di ospitalità, tra musulmani, cristiani, persone in cammino o senza fede.

La sua chiamata, è lui stesso a dirlo, era nata tra la collera e la luce. La collera per la reazione ad accettare il mondo com’è, con le ingiustizie profonde. Cresciuto in una famiglia di profonda tradizione cattolica e di impegno sociale, Paolo avvertiva l’urgenza di impiegare la sua vita per qualcosa di importante. Aveva vissuto la sua giovinezza a Roma negli anni di piombo, aveva compiuto scelte diverse da amici che allora avevano scelto la strada del terrorismo delle Brigate Rosse, ma partecipava a quel respiro comune di una generazione che aspirava ad un cambiamento del mondo. Era poi entrato nella Compagnia di Gesù, senza perdere l’esigenza di radicalità di sguardo al mondo che il vangelo reca con sé e la spinta di libertà.

E la sua chiamata a vivere il vangelo era mossa dalla percezione di una luce. Così ne parla lui stesso: “L’altra forza è la luce. Oggi forse parlerei di trasparenza. Potrei dire la fede. Temo però che ci si possa fare l’idea che la mia luce consista in un quadro di riferimento religioso prefissato, che racchiuda il mio pensiero e la mia esistenza. Ebbene, si tratta esattamente del contrario. E’ una luce-fede il più lontano possibile dall’immediato, è il sentire più intimo, la possibilità di porre i miei sforzi all’interno di una prospettiva, di un progetto in cui credo, che sento, decido essere tutt’un col progetto finale del mondo, il desiderio profondo di ogni cosa, l’auspicio, il disegno dell’Autore della vita, Allah, Dio. (…) Scrivo queste righe nel giorno dell’anniversario della nascita del Profeta in una città curda del nord dell’Iraq, che amo perché ha voglia di vivere e non lo nasconde. Ieri era l’ultimo giorno di una festività dei caldei, figli della Mesopotamia. Confesso che queste due feste mi hanno dato gioia. Per me, non è artificioso dire ‘mi sento musulmano’. In effetti ho sempre creduto in Gesù all’interno di quella chiesa che mi ha portato al largo, lontano; perciò l’islam sta nel mio spazio spirituale e culturale. Questo non è in contraddizione con il mio battesimo, anzi lo esprime. Detto più semplicemente, se credi d poter essere esclusivamente cristiano, allora, in qualche modo, sei un cattivo cristiano” (P.Dall’Oglio, Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Emi 2013, 18).

Nel 1976 aveva percepito la chiamata a servire l’incontro islamo-cristiano. Studiò l’arabo, l’ebraico, il siriaco. E aveva scorto nella Siria con sguardo di mistico, il luogo in cui quest’incontro faceva parte della vita, della storia di quel territorio, promessa e sofferenza. La Siria dominata dalla dittatura degli Assad.

Nel 2011, dopo vent’anni di presenza operosa e di fede, Paolo è testimone dei sommovimenti delle rivoluzioni arabe, delle manifestazioni che vedono anche in Siria l’opposizione al regime e la richiesta di libertà. E’ testimone anche della feroce repressione di quei giorni. Del regime di Bashar Assad Paolo fu lucido oppositore, vivendo una profonda lacerazione interiore: “la mia coscienza cristiana è chiaramente lacerata. Da un lato vi è il desiderio radicale di portare fino in fondo la rivoluzione contro questo regime. Dall’altro, poco o tanto questo pare provocherebbe una islamizzazione radicale della Siria e creerebbe le condizioni per una definitiva emarginazione della comunità cristiana. La creazione di uno Stato in cui si giungesse all’incompatibilità culturale, e magari alle persecuzioni dirette di persone, come è avvenuto a Baghdad o a Mossul, farebbe semplicemente scomparire questa chiesa siriana che mi è infinitamente cara. Confesso di provare anche, dentro di me, un desiderio di vendetta contro coloro che ci hanno fatto così tanto male… al momento attuale noi non vogliamo altro che farla finita con il regime, non importa a quale prezzo e non importa con quale silenzio. Secondo ogni evidenza, qualora questo regime potesse riprendere il potere sul paese, la Siria diverrebbe un buco nero” (ibid. 37).

Così scriveva Paolo nel 2013: Sono passati cinque anni e vediamo ora che la Siria è stata ridotta ad un cumulo di macerie, le città distrutte, il regime di Assad sostenuto da Putin e dall’Iran ha fatto il deserto ad Aleppo, a Damasco, nel quartiere della Douma, a Raqqa e l’ha chiamato pace….

Paolo come monaco era affascinato dalla forza silenziosa della nonviolenza, tuttavia la sua immersione nella tragedia siriana, la vicinanza a persone e storie gli offriva tuttavia motivi di contraddizione e crisi: “Nel marzo 2011, agli esordi della rivoluzione siriana che seguiva passo passo le primavere arabe, il desiderio di un cambiamento senza spargimento di sangue era molto chiaro: nelle classi popolari e tra l’élite contavano soltanto la forza delle idee e un’autentica convinzione nonviolenta. All’inizio i rivoluzionari dicevano: ‘Ciò che non si può ottenere con la nonviolenza non vale la pena di ottenerlo’. Un giovane di Duma, Ghiyat Matar, andava ad offrire l’acqua fresca ai soldati e porgeva loro dei fiori. Fu torturato e ucciso. Una giovane donna, Caroline Ayoub, era andata a distribuire uova di Pasqua ai figli dei rifugiati con un versetto del Corano a parole del Vangelo. E’ stata arrestata e torturata. Le persone venivano torturate perché il governo non poteva concepire, né teanto meno, accettare la nonviolenza. Il regime ha percepito subito questo rischio: sarebbe stato distrutto se non avesse represso la nonviolenza; non poteva cedere alla libertà d’espressione, forse rimpiangeva già di aver ceduto fino a quel punto” (ibid. 75).

Paolo ha vissuto con coinvolgimento interiore e spirituale una solidarietà di esistenza e una autentica compassione con il popolo della Siria, con la terra di Siria, scorgendovi lì la sorgente della civiltà mediterranea. “Non ho bisogno di ripetere i motivi che fanno sì che io i sia schierato dal parte della rivoluzione, al punto di giustificare ‘autodifesa armata di quel popolo tradito e abbandonato dall’opinione pubblica mondiale. Al di là di tutti gli sforzi impiegati in vent’anni di dialogo, devo confessare il fallimento completo dei miei tentativi di favorire un passaggio nonviolento a una democrazia matura, per il bene dei nostri figli e la riconciliazione. Eppure voglio entrare in Siria per portare una testimonianza e per gettare un seme” (ibid. 152)

La sua azione lo condusse a pellegrinaggi di preghiera, di visita e di pianto nei luoghi delle stragi, incontrando parenti di scomparsi, cercando fosse comuni per potervi pregare e d’altra parte la sua vita spirituale ferita dal fallimento e dalla collera respirava di un soffio profondo: “Nutro la speranza che i mujahidin, questi combattenti dell’islam venuti in Siria sulla spinta di una motivazione religiosa radicale, perfino esclusiva, scoprano nella Damasco degli amici di Dio, la Sham dei santi musulmani, una profondità, un’autenticità, una bellezza autenticamente musulmane, una grazie divina abbondante. Questa grazia è legata alla composizione originaria della Siria, dove il pluralismo religioso non dipende da una mancanza di serietà, di autenticità e di radicamento, ma da una conoscenza spirituale della benevolenza di Dio, il Misericordioso… E questa terra, nella quale apparirà l’atteso Ben Guidato mohammadico e sulla quale discenderà al suo ritorno Gesù il Messia, il figlio di Maria, è proprio la medesima terra su cui hanno vissuto nella pace e nell’armonia ebrei, cristiani e musulmani, essi stessi appartenenti a diversi gruppi e scuole.” (ibid. 113)

Il ricordo di Paolo è tenuto vivo, nell’attesa, da tanti amici. Tra essi Riccardo Cristiano, giornalista attento alle vicende medio-orientali ha scritto un libro in cui offre indicazioni preziose e dolorose su quanto è accaduto in Siria ancora martoriata da violenza. Nel suo Siria. L’ultimo genocidio, (Castelvecchi 2017) non solo ricorda la testimonianza e la visione di Paolo Dall’Oglio, ma richiama anche alla funzione dei cristiani d’Oriente di esser inseriti pienamente nel cultura araba in attitudine di solidarietà e dialogo e di fare da ponte per costruire un avvenire di ospitalità reciproca nell’ottica di una cittadinanza che vada oltre i nazionalismi, nel rispetto dei diritti umani.

“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”.

Alessandro Cortesi op

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