la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXVI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0771Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-48

Il libro dei Numeri nel racconto del cammino dell’Esodo si sofferma su un episodio particolare. Mosè si era scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel condurre il popolo d’Israele. Scelti per un compito di guida essi ricevono il dono dello spirito di profezia. “il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Ma altri due di cui vengono indicati i nomi, Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta, ricevono anch’essi il dono dello spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo agire al di fuori dell’ordine stabilito suscita disorientamento e reazione. Giosuè si reca da Mosè per chiedere di impedirli, ma si sente rispondere: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

Mosè sa leggere la libertà dello Spirito e indica l’atteggiamento da mantenere di fronte all’agire di Dio che va oltre gli schemi umani. “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”. Laddove c’è un dono di Dio si tratta di accoglierlo e riconoscerlo. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa con la pretesa di rinchiudere l’agire di Dio dentro programmi umani. Mosè chiede disponibilità per quanto lo Spirito liberamente suscita anche al di fuori di confini stabiliti. Il racconto indica anche la promessa che tutti siano profeti nel popolo del Signore: profeti, cioè testimoni e portatori della Parola. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad l’azione dello Spirito che soffia dove vuole e fa sorgere profeti, presenze che indicano la via di Dio.

Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi”. Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che agiva attuando liberazione di chi era oppresso ed era al di fuori del gruppo dei ‘nostri’. Gesù li richiama ad avere un animo largo, a rimanere in ricerca per riconoscere i segni della presenza dello Spirito, ad essere aperti ad accogliere la sua iniziativa al di là di schemi di appartenenza. Andando oltre la divisione di chi è dei nostri in contrapposizione agli altri, gli estranei, gli stranieri: “non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Richiama a riconoscere, nel dialogo e nella compagnia, ogni seme di profezia presente nella storia.

La breve sentenza che segue indica che la vita al seguito di Cristo si riconosce non tanto da atti di religiosità e di culto, quanto piuttosto nell’impegno e nei gesti quotidiani dell’esistenza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni piccolo e quotidiano gesto di cura nei confronti di un altro, che è immagine di Dio, non andrà perduto. In ogni azione vissuta con gratuità è presente un raggio della vita di Dio che è dono e relazione di amore. Le chiamate dello Spirito giungono a noi nei gesti semplici di gratuità e cura. In essi è presente l’agire dello Spirito che diviene chiamata a riconoscere la sua presenza e ad assumere uno stile di vita secondo il vangelo.

Le parole di Gesù riportate poi da Marco riguardo allo scandalo (… se ti è motivo di scandalo) sono un forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) nel cammino che Gesù chiede. E’ una esigenza che presenta una particolare radicalità. Rompere con ogni realtà di male e di peccato è richiesta per seguire Gesù e vivere questo cammino nell’attenzione agli altri, soprattutto ai piccoli.

Anche la lettera di Giacomo ha parole dure rivolte ai ricchi che opprimono il giusto: non si può vivere nel disinteresse per gli altri ma ogni tesoro diverrà ruggine se non è inteso secondo la logica della responsabilità e della condivisione per gli altri e con i poveri. Il grido dei poveri e degli sfruttati è ascoltato da Dio.

Alessandro Cortesi op

IMG_0707.JPGNoi e loro

Comunque era veramente come una persona normale, anche se era uno scheletro, poteva sembrare uno di Galirano o al massimo di Rutulano. Ma l’uomo aveva dovuto subito rimettersi la mano sugli occhi perché era accecato. Dovevano entrare in Comune, che era in piazza a parlare col sindaco. Da dove stavamo sentivamo i commenti delle persone. “sono più poveri di come eravamo noi” ha detto una signora con i vestiti da campagna, di fianco a noi. Non mi ricordavo chi era, anche se l’avevo vista tante volte (…) Zi’ Concetta portava un fico alla bocca, lo masticava e poi sputava la pelle. Scuoteva la testa. “E che è?’ Noi non eravamo così. Questi fanno schifo. (p.70)

Nel bel romanzo ‘E tu splendi’ di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli 2018) sono particolarmente evocative le pagine che descrivono la scena in cui il gruppo degli stranieri, scoperti nascosti all’interno della torre normanna dove erano stati ospitati segretamente, entrano tremanti e impauriti nella piazza del paese, avvolti nei loro stracci: la folla dei paesani incuriositi sta a guardare e commenta l’impatto con coloro che sono presenze estranee e minacciose nella loro miseria.

Emerge la contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’. L’altro, colui che sta fuori la cerchia rassicurante e riconoscibile della comune appartenenza è visto come il nemico, come un pericolo da allontanare e da eliminare anche se inerme e senza forze: è qui individuabile la radice di ogni discriminazione ed esclusione, la paura che non si espone all’incontro e che non vuole affrontare la grande sfida dell’altro. Il volto del povero in particolare ricorda la condizione di ogni uomo e donna come creatura di bisogno e di appello.

Le voci degli abitanti del paese in cui Pietro, il bambino protagonista del romanzo, trascorre un’estate di scoperte, esperienze, incontri e memoria – Arigliana, cinquanta case di pietra e duecento abitanti – sono l’esempio della reazione di fronte agli altri, gli immigrati poveri. Questi sono percepiti come presenze estranee, diverse, non appartenenti al mondo dei ‘nostri’. Ma ‘i nostri’ nel racconto appaiono come popolazione  frammentata e segnata dallo sfruttamento e dall’imposizione dei pesi della corruzione e del malaffare, divisa tra dominatori e sfruttati, la maggior parte di essi costretti a sottostare a regole non scritte che li mantengono nell’impoverimento e nella dipendenza di schiavi. Gli stranieri provenienti dai luoghi della miseria e della guerra giungono inattesi, fanno insorgere scomode domande, e, in un clima di sospetto e rifiuto, vengono prima lasciati ai margini poi, immediatamente, usati e sfruttati. Ma proprio da loro sorgerà un barlume di speranza e di gioia in un paese segnato da un equilibrio dettato dal dominio dei più forti e dei più scaltri.

Eppure la loro presenza è tenuta a distanza. La paura la fa da padrona, quella paura espressa nelle parole: ‘noi non eravamo così’. Si percepisce la domanda che l’altro apre sulla propria esistenza, sull’identità di un ‘noi’ che proviene dalla condizione della povertà e continua anche a viverci, percependosi però lontano e diverso da quelli che si avvertono come miserandi e puzzolenti: “questi fanno schifo”.

La logica del noi contro di loro, genera così una avversione che impedisce di comprendere come proprio da quegli straccioni, usciti alla luce dopo settimane trascorse nel buio di un antro per nascondersi, può sgorgare la musica straordinaria che conduce a sognare in una notte di stelle un intero paese e accompagna a riscoprire la semplicità dello stare insieme. E da loro proverrà anche la spinta ad iniziare con entusiasmo un progetto nuovo in cui mettere insieme energie e braccia per collaborare nel costruire qualcosa di inedito, frutto di un’opera di tutti, non ‘noi’ contro di ‘loro’, ma ancora insieme, aprendosi alla novità imprevedibile e impossibile che sgorga dall’ascolto e dall’incontro.

Il romanzo tuttavia ricorda anche la distruzione nel fuoco di quel tentativo di costruire un ‘noi’ in cui riconoscersi ‘come gli altri’ e ‘insieme agli altri’ nella medesima ricerca di dignità, di lavoro, di gioia di stare insieme. Lo spettacolo devastante della distruzione richiama all’aridità del nostro presente e nel medesimo tempo alla forza della vita, che continua a celarsi nelle pieghe dell’esistenza, da scorgere con occhi di bambini, anche nella morte e nella delusione di sforzi falliti, e porta a ricordare ciò che fa divenire umani, che spinge a scorgere la fecondità di un modo nuovo di intendere l’incontro con l’altro.

Alessandro Cortesi op

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: