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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1477Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34

Uno scriba interroga Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” Gesù risponde richiamando la Torah ponendo insieme due passi della Scrittura. Il primo testo dal Deuteronomio: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-9). Il secondo testo è tratto dal libro del Levitico, appartenente al codice di santità: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19,18).

‘Ascolta Israele’ è un richiamo all’importanza essenziale dell’ascolto per sfuggire al grande peccato dell’idolatria, del costruirsi divinità vane che sembrano forti ma si rivelano senza consistenza. Ascoltare è l’attitudine di chi si vive la disponibilità di ricevere, in relazione con Dio che si fa vicino nella storia. Dio chiama Israele a scoprire la sua vicinanza negli eventi in cui egli agisce ed è presente: ‘Io sarò colui che sarò, sarò con te’ (cfr. Es 3,14).

‘Ascolta’ è attitudine del ‘cuore’ che, nel linguaggio biblico è il centro della sensibilità e sede da cui scaturiscono le decisioni della vita. ‘Ascoltare’ connota una fede che lascia entrare Dio come unico sovrano nell’esistenza. Lo Shemà è così sintesi della spiritualità dell’esodo: il Dio che ha liberato Israele il cui nome è ‘io sono colui che vi ha fatti uscire dal paese della schiavitù’, non prende il posto del faraone, ma dona liberazione e vita e chiama a rimanere nell’ascolto per rispondere alla sua Parola, nel dialogo dell’alleanza.

Gesù unisce a questo riferimento all’ascolto il testo del Levitico: richiama così il cuore della legge. Non entra nel dibattito di scuola sul più importante dei precetti, ma ne indica la radice. Non rinvia ad una serie di norme o di espressioni cultuali. Richiama al cuore e al significato più profondo della legge: rinvia all’esperienza dell’Esodo.

Nel dialogo lo scriba riprende l’insegnamento lo approfondisce: ascoltare di Dio e amare l’altro è la via a cui Dio chiama ed è ben diversa da una religione fatta di atti cultuali. Il rapporto con il Dio liberatore che chiede ascolto si attua nell’apertura all’incontro e nella cura rivolte all’altro. Il senso profondo della vita umana sta per Gesù nel rimanere in attesa, rivolti a Dio e alle sue chiamate. Egli si rende vicino nel volto degli altri. L’altro è prossimo da riconoscere come tale, da vedere e da incontrare. Gesù richiama ad un orientamento fondamentale: l’incontro con Dio, il senso dell’esistenza si attua rispondendo alla chiamata che viene da lui, nello stare in ascolto. E tale ascolto provoca a scorgere come l’incontro con Dio si attua sin dal presente nella cura, nell’amore per l’altro. E’ anche da tener presente che non esiste amore per l’altro quando vi è disprezzo per se stessi, per la propria vita: amare l’altro come se stessi è indicazione di un cammino che sappia accogliere la propria vita come dono. Apertura all’altro è possibile solo nell’apprezzare il dono e lo sguardo di Dio sua propria vita, e ascoltando la sua chiamata all’incontro. Ascoltare Dio non può andare senza ascoltare e prendersi cura degli altri.

Alessandro Cortesi op

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Universale e particolare

“Dio non ama l’umanità in generale, categoria della quale noi non saremmo altro che degli esemplari, come si può dire che qualcuno ama il whisky o i canadesi. Un tale amore sarebbe freddo e vuoto. Nel romanzo Casa desolata, Charles Dickens ci presenta la signora Jellyby, affetta da una ‘filantropia telescopica, come se non potesse vedere niente più vicino dell’Africa’. Amava gli africani in generale, ma non si accorgeva nemmeno dell’esistenza dei propri figli. Dio si compiace d ciascuno di noi in mood unico e irripetibile. Si delizia della maniera in cui tu cammini, della curva del tuo collo, dell’eco della tua risata. Se il nostro amore è una partecipazione al Dio che è amore, allora anch’esso aspirerà sempre ad essere sia particolare sia universale” (Timothy Radcliffe, Alla radice la libertà. I paradossi del cristianesimo, EMI Verona 2018, 16).

C’è una difficoltà a parlare dell’amore, amore di Dio, amore del prossimo e a fare di questo motivo di pensieri generici e che non toccano per nulla la quotidianità della ostar esperienza. Non solo il parlare dell’amore è spesso generico e talmente universale da risultare vago e insignificante per la vita, ma anche ciò diviene motivo per uno sguardo simile alla filantropia telescopica della signora Jellyby, incapace di scorgere le relazioni vicine e tutta presa da un legame generale e generico, non coinvolgente la vita per figure lontane.

La sfida che viviamo oggi sta nel superare un mondo fatto di relazioni virtuali e affrontare  la concretezza dell’incontro. E’ sempre un rischio affrontare le relazioni vicine e lasciarsi interrogare nella difficoltà. Affrontare tale rischio è passaggio per maturare un modo di amare più profondo, per cresere nella scoperta dell’amore non come emozione superficiale, ma percorso di riconoscimento dell’altro, e di cambiamento nell’incontro. L’amore non è il sogno spesso coltivato di una situazione ideale che poi lascia delusi alla prima difficoltà, ma è cammino faticoso e coinvolgente che attraversa e impegna tutta la vita. E’ cammino di apprendendimento di un’arte difficile e quotidiana, fatta di piccoli gesti, di attenzione e di capacità di attraversare momenti di silenzio e di fatica. Ed è importante anche imparare a riconoscere la precarietà di ogni momento in questo cammino.

“Mentre lavoro a queste pagine, entra un confratello irlandese e mi chiede: ‘Che scrivi?’. ‘Un capitolo sull’amore’, rispondo. Incalza: ‘Ma cucini sempre la stessa minestra?’. Così, per impressionarlo gli leggo un brano del Profumo delle notti del Nilo, un romanzo dell’egiziana Ahdaf Soueif: ‘Ihq è l’amore che intreccia due persone, shagaf è l’amore che si annida nelle cavità segrete del cuore, hayam è l’amore che percorre la terra, teeh è l’amore in cui perdi te stesso, walah è l’amore che racchiude in sé il dolore, sababah è l’amore che trasuda dai pori, gharam è l’amore che vuole pagare il prezzo’. Mi aspetto che si stupisca e lui dice: ‘Sembra il menu di un ristorante indiano”. (ibid. 13-14)

I diversi nomi dell’amore, e i diversi gesti dell’amore, anziché essere difficili nomi del menu di un ristorante, costituiscono forse la declinazione molto concreta che fa scorgere come l’amore investa e coinvolga l’esperienza umana nella sue dimensioni più ampie e profonde.   E’ esperienza universale, luogo di domande, attese, sofferenze e gioie per uomini e donne di ogni latitudine e lingua. Ed è esperienza da leggere come cammino da vivere nel procedere, nel faticare, nella crisi, nell’incomprensione e interruzione, nell’essere feriti e nel ferire. Un cammino ma anche una soglia, che fa avvicinare e scorgere un oltre, al di là e al di dentro dei cammini dell’amore. Non nella distanza di chi dicendo di amare tutti cerca di scrollarsi di dosso la sfida dell’incontrare volti e nomi concreti, ma nel coinvolgimento in cui l’amore è incrocio di storie, di viventi, luogo di aperture possibili e non ancora scritte.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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