la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

10-l-obolo-della-vedova-povera(mosaico – s.Apollinare nuovo Ravenna)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Un delicato gesto di ospitalità è narrato nel capitolo 17 del primo libro dei Re. Il racconto è situato nel Nord d’Israele, territorio ai confini, abitato da popoli pagani. Una vedova si affretta per rispondere alla richiesta di un po’ d’acqua da parte del profeta Elia lì giunto inatteso; quando poi le chiede anche un pezzo di pane la donna risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. In questi rapidi accenni sta il riferimento ad una situazione di grave penuria. E’ ricordo di un tempo di siccità e carestia dopo la divisione dei regni di Giuda e di Israele (2Re 6,25-29). L’invito del profeta è a confidare in Dio. Elia le disse “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Il profeta e la vedova si pongono in ascolto della Parola del Signore. Il profeta è spinto a chiedere aiuto e cibo: il Signore parla nella vita dei suoi servi, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola che si rende disponibile nell’ascolto. Anche la vedova compie la Parola del Signore. E’ una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, è una pagana, ma il suo gesto di ospitalità è manifestazione dell’agire di Dio, oltre ogni confine, rivela un ascolto di una parola che sta dentro di lei e suscita i suoi gesti.

Elia vive un momento drammatico della sua vita. Aveva contestato l’idolatria e il re (1Re 16,30) e, perseguitato, deve fuggire. In questo cammino, seguendo la ‘parola del Signore’ scopre la vicinanza di Dio nel gesto della donna povera. Mentre il re d’Israele sceglieva le vie della potenza e dell’idolatria il profeta incontra la presenza di Dio nel gesto di una donna vedova e straniera, e nell’ospitalità offerta scopre la fecondità della Parola di Dio: “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia” (1Re 17,16). Quel gesto dell’ospitalità è fessura di luce che rivela il Dio vicino che accoglie e si prende cura. Anche Gesù fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta nel discorso nella sinagoga di Nazaret riportato da Luca (Lc 4,25-26): il gesto della straniera è indicato come segno della salvezza di Dio per tutti i popoli.

Una vedova povera è al centro anche di una breve scena risportata da Marco. E’ indicata da Gesù nel cuore del tempio. Mentre molti passano gettando offerte nel tesoro e lo fanno con ostentazione e desiderio di visibilità la donna povera getta nel tesoro “due monetine, che fanno un soldo”. Non ne tiene nemmeno una per sè: e quelle due monetine insieme facevano la più piccola somma di denaro. Non dà qualcosa di superfluo, ma “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Gesù la nota in mezzo ai tanti e non si lascia attirare da altri gesti se non da quello. La indica ai suoi. Quella donna povera, come la vedova di Zarepta, affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Gesù ai suoi indica di guardarsi bene da una religione del potere che si accompagna all’indifferenza per chi soffre: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”. Richiama poi al gesto della vedova, povera. In quel suo offrire sta racchiusa la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù legge in quel gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande. L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri; Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui fare attenzione. Scorge in essi l’affidamento e un modo di intendere tutta la vita, non secondo la linea del possesso o della ricerca della propria grandezza ma nella consegna di sè: ed è questo essenziale per un incontro autentico con il Dio dei piccoli e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Gesti

«Tenuto conto della gratitudine per l’ospitalità e la benevolenza che il popolo italiano ha mostrato nei nostri confronti e consapevoli, più di altri della sofferenza che l’abbandono e la solitudine provocano di fronte alle disgrazie della vita, i sottoscritti richiedenti asilo, ospiti delle varie strutture operanti nel territorio vercellese, si dichiarano disponibili a fornire qualunque forma di aiuto e sostentamento alle popolazioni così duramente colpite».

Così si legge in una lettera scritta da un gruppo di richiedenti asilo attualmente residenti a Vercelli. Sono rimasti colpiti nel venire a conoscenza delle situazioni di devastazione causate dal maltempo dell’ultimo periodo nel Nord e nel Sud Italia e hanno scritto al Prefetto per dire la loro disponibilità a fornire in qualche modo il loro aiuto: «A casa nostra saremmo già lì a dare una mano». Sono ragazzi provenienti da Paesi dell’Africa occidentale, e fanno parte dell’associazione ‘Noi von voi’ di Vercelli. Uno di loro ha detto: «ciò che è accaduto a tante persone in Italia mi ha toccato il cuore. So cosa significa perdere tutto, non avere più nulla. Io, come tanti altri immigrati, desidero aiutare chi sta soffrendo. Siamo pronti a partire per i luoghi disastrati e a coinvolgere chi ci sta accanto».

Sono questi i gesti, rintracciabili in brevi trafiletti a margine delle pagine di qualche giornale quotidiano (Chiara Genisio, I richiedenti asilo: possiamo dare una mano? “Avvenire” 6 novembre 2018), che fanno pensare perché aprono improvvisamente gli  occhi su modi di vivere l’attenzione all’altro alternativi rispetto alle chiusure e agli egoismi dilaganti.  Fanno scorgere raggi di luce in questo tempo segnato dal razzismo e dalla volgarità diffusa nel disprezzo dell’altro. Sono gesti che soprendono perché rivelano una sensibilità che sembra essere merce rara nel tempo della chiusura del ‘prima i nostri’ del ‘noi senza voi’, dell’ ‘io senza te’… Il nome della loro associazione è un programma. Si intitola infatti ‘Noi con voi’. Ma anche il loro gesto ripropone lo stile della vedova del vangelo: dà quello che ha per vivere… perché ha fatto esperienza di ciò che è essenziale nella vita. E per questo sa anche condividere e di fronte al dolore dell’altro sa mettere davanti ad ogni altra preoccupazione la cura per chi soffre e offre semplicemente la disponibilità nello stare accanto ed ‘esser lì a dare una  mano’.

Alessandro Cortesi op

 

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