la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “dicembre, 2018”

Santa famiglia – anno C – 2018

Salterio-inizio-del-XIII-secolo-British-Library(Salterio sec. XIII – British Library)

Sir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Lc 2,41-52

“voi mogli state sottomesse ai mariti come si conviene nel Signore. Voi mariti amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi figli obbedite ai genitori in tutto…”

La Scrittura è Parola di Dio scritta da mani d’uomo e porta con sé i tratti della cultura in cui i vari testi sono nati. Questo testo reca in sè il condizionamento del modo di concepire i rapporti in una società fortemente maschilista come quella ebraica del I secolo d.C., una cultura distante dal modo attuale di concepire i rapporti tra uomo e donna, tra genitori e figli.

Nel tentativo di cogliere il messaggio centrale della Parola di Dio oltre i condizionamenti culturali c’è un’espressione che offre uno squarcio importante: “come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,13). Pur rimanendo condizionato dalla mentalità del proprio tempo l’autore di questa lettera individua un criterio di riferimento per intendere i rapporti nel contesto familiare e lo ritrova nel rinvio a Gesù, nel movimento di dono e perdono che ha guidato la sua esistenza.

Così nella lettera agli Efesini si legge: “Come la chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano sottomesse ai loro mariti. E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5,24-25).

Gesù nel radunare una comunità attorno a sé indicava nuovi orizzonti per la vita di una famiglia nova, fatta di sorelle e fratelli. Ciò si poneva quale critica radicale rispetto ai rapporti di potere presenti nella società e contestava le forme patriarcali: ‘nessuno tra voi si chiami padre…’. I rapporti dovevano essere di fratelli e sorelle: una comunità di uguali quindi, ma in cui sono da riconoscere le diversità di ognuna e ognuno con il proprio nome, nella differenza.

Il riferimento a Cristo, al centro allora dell’esortazione della lettera paolina, conduce ad intendere i rapporti come Cristo ha vissuto la sua vita e le relazioni. Ha dato se stesso per coloro che ha amato, per tutti coloro che ha chiamato a seguirlo, vivendo la cura per gli altri e non sottomettendosi ad alcun potere umano, fino al dono totale della sua vita. Questa è la radice di una attitudine di incontro e di dialogo reciproco.

Il criterio di riferimento fondamentale da cui trae vita l’esperienza della fede è quindi: ‘come Cristo ha amato la chiesa’. L’esortazione a ‘sottomettersi’ viene così ad essere trasformata dall’interno, a significare tutt’altro che accettazione di un dominio. Essa esprime invece l’orientamento a vivere la propria vita in libertà e nella fedeltà alla chiamata all’amore. E forse dovrebbe in tale senso essere addirittura cambiata nelle traduzioni per non suscitare ambiguità cariche di conseguenze negative. Sappiamo infatti che queste, come altre espressioni analoghe, hanno generato nella vita delle comunità cristiane attitudini e stili di rapporti tra uomo e donna e tra genitori e figli ben lontane dal vangelo e la Scrittura è diventata strumento per mantenere strutture di dominio legate alla mentalità patriarcale presenti non solo al tempo di Paolo, ma tutt’oggi persistenti.

Al cuore del vangelo sta l’indicazione di rapporti segnati dalla gratuità e dal dono. Tutt’altro che dominio e sottomissione. Il modo per vivere fedeltà a Cristo e vivere in lui è accogliere l’altro, l’altra, da pari, e secondo una logica di fraternità e sororità. Nell’uguaglianza e riconoscendo le differenze.

La pagina di Luca parla della famiglia di Nazaret, ma non certo per offrire un esempio di vita familiare. Tutto è orientato a far risaltare le parole di Gesù: ‘Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Espressione che può essere anche tradotta: “Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?”. Al cuore della pagine sta la scoperta del cuore dell’esperienza di Gesù nel rapporto con il Padre suo.

All’età di dodici anni, Gesù è prsentato da Luca nel momento di passaggio alla maturità: è la casa del Padre il luogo in cui Gesù, e con lui ogni discepolo e discepola, deve stare. Maria ritrova Gesù giovinetto nel tempio e ascolta questa parola in riferimento alla casa del Padre: è una indicazione già rivolta alla risurrezione. Luca presenta la risurrezione come salita di Cristo alla casa del Padre e tutto il vangelo si conclude nel tempio come nel tempio era iniziato. La casa del Padre, è la missione del Padre, il rapporto con Lui che implica un rapporto nuovo con gli altri. La casa del Padre apre ogni casa umana ad un orizzonte nuovo di rapporti, spalancando ogni ristretto confine di chiusura e di appartenenza.

Alessandro Cortesi op

Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° sec.

Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° secolo

Cambiare prospettiva

Questa immagine insolita della natività apre a considerare come spesso il nostro modo di leggere la Scrittura e di riflettere sulla fede è segnata da pregiudizi che suddividono i ruoli e inseriscono ogni persona nei quadri di una precomprensione determinata da pensieri di genere.

E’ infatti un’immagine che capovolge l’immaginario consueto di pensare alla natività, e i modelli in cui questo momento è stato raffigurato nella storia dell’arte. E’ una miniatura tratta da un libro d’ore (Fitzwilliam Museum Cambridge, Book of Hours, Ms 69, 15° secolo): si chiamavano così libri che si diffusero soprattutto dopo l’invenzione della stampa e che raccoglievano preghiere insieme ai salmi e all’ufficio della beata vergine Maria. Erano arricchiti con miniature talvolta di grande raffinatezza artistica e videro grande diffusione non come libri liturgici ufficiali, ma quali testi che alimentavano la preghiera.

In questa miniatura il bambino Gesù è presentato in fasce in braccio a Giuseppe che lo culla con tenerezza e affetto tra le sue mani. E Maria, seduta con sulle gambe un’ampia coperta rossa che viene a scendere occupando ampio spazio è raffigurata seduta in atteggiamento di lettura, con un libro in mano: è il libro della Torah e sono i testi dei profeti. E’ ripresa del motivo dell’ascolto di Maria ad una chiamata che le giunge dall’ascolto della Parola di Dio accolta nella Scrittura.

L’attività del leggere e del meditare è quindi appropriata a Maria e a Giuseppe uomo è attribuita la attitudine della cura e dello sguardo a Gesù bambino.

Ma forse altri particolari possono essere evidenziati nella composizione, quali i movimenti del bue e dell’asino. Il primo, con una campana al collo, tutto rivolto verso Maria dal recinto in cui è posto a pascolare e il secondo che si affaccia quasi ad afferrare con il suo morso l’aureola di Giuseppe nel tentativo di assaggiarla. C’è la partecipazione di questi animali che rinviano alla reinterpretazione della versetto di Isaia che parlava della durezza del cuore nel riconoscere Dio come Signore: “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende” (Is 1,3).

In un tempo in cui alla fine del XV secolo le donne accedevano sempre più al contatto con la Scrittura soprattutto per mezzo dei Libri delle ore in cui trovavano stampati i testi e potevano pregare con le parole dei salmi, questa immagine richiama a quel rapporto tra le donne la Bibbia e la profezia che da questo rapporto è sgorgato nella vita della testimonianza cristiana nei secoli.

Su questo un bel libro da leggere, raccolta di saggi presentati ad un convegno tenutosi l’anno scorso in occasione dei 500 anni della Riforma, è Bibbia, donne profezia. A partire dalla Riforma (a cura di A.Valerio e L.Tomassone, Nerbini 2018). E richiama anche oggi al rapporto tra donne e Scrittura e all’esigenza di una rilettura delle Scritture superando gli stereotipi di genere ancora così presenti.

Alessandro Cortesi op

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Natale del Signore 2018

Biani Natale 2018Omelia nella Notte

Cosa vuol dire per noi ritrovarsi nella notte di Natale a celebrare l’Eucaristia? E’ il tempo dell’anno in cui prevale il buio sulla luce, le giornate sono abbreviate e al venire meno della luce le luminarie nelle strade e nelle piazze di città offrono luce diversa. E’ la festa di Natale…

Ma ci chiediamo quale è il significato di questo momento di sosta che ci trova a fermarci, e ci sorprende quasi, in una interruzione della corsa quotidiana, in un fermarsi dei rumori nel silenzio. Natale è un tempo in cui ci ritroviamo un po’ soli con i nostri pensieri e possono emergere le domande più vere, le inquietudini profonde, occasione per una valutazione del nostro cammino, della nostra vita.

In questo silenzio un desiderio si fa strada, una nostalgia può emergere insieme ad un pensiero di tristezza: non è forse tutto artificiale ciò che crea l’atmosfera natalizia che segna questi giorni? Quale luce cerchiamo, quale luce che non sia intermittenza di led e lampadine sta al cuore della nostra vita? Questa può essere una sera di pensieri scomodi che ci vengono incontro proprio dall’ascolto della pagina del vangelo.

Un primo movimento a cui siamo provocati dalla lettura del racconto della nascita di Gesù di Luca è quello di liberarci da una retorica del Natale legata alle formule di una religione che ha separato le forme del Natale dal suo contenuto, dal suo significato.

Quando si utilizzano simboli religiosi come il presepe, il rosario, la Bibbia per richiamare a una identità culturale che separa dagli altri, come simboli di una superiorità di fronte della minaccia che proviene da persone di altre religioni e altre culture, come segni soprattutto che giustificano l’esclusione, l’ostilità e il rifiuto dei poveri che bussano alle porte del nostro Paese e dell’Europa, penso che questo sia il contrario esatto del vangelo, sia il tradimento del messaggio e della vita di Gesù. Ed è questo il dramma che stiamo vivendo in un contesto mondiale in cui leader politici di paesi vicini e lontani si ergono a difensori dei valori cristiani e attuano peraltro politiche di discriminazione, di violazione dei diritti umani fondamentali, di negazione dei principi elementari di umanità come il soccorso in mare e la ricerca di mezzi per soccorrere le persone nella sofferenza.

Allora dobbiamo tornare al vangelo per cercare di capire, per lasciarci cambiare.

Anziché partire da una idea di Dio costituita ad immagine della nostra volontà di potenza e del delirio di onnipotenza che segna la storia siamo invitati in questa notte a riscoprire il volto di Dio da cercare a partire dalla vicenda di Gesù.

E’ questo ciò che Luca, autore della pagina del vangelo sulla nascita di Gesù, ci accompagna a fare. Non è una storia che riguarda questioni relegate nell’alto dei cieli, ma una vicenda che parla di cose della terra; non è elucubrazione su divinità lontane e inaccessibili, ma racconto di una storia umana di povertà e di rifiuto.

Luca contrappone nel suo racconto due vicende: innanzitutto descrive il progetto dell’imperatore che con il censimento vuole dare un segno del suo potere su tutto il mondo allora conosciuto. E’ questa la manifestazione di una brama che ha conseguenze sulla vita dei tanti piccoli della storia, di chi vive ai confini dell’impero. E’ anche allusione sottile da parte di Luca al fatto che il censimento nella Bibbia è visto come il grande peccato perché esprime la pretesa dei grandi di non avere limiti, il desiderio di un potere assoluto sulle vite e sui corpi delle persone.

E a questa grande vicenda di decisioni prese nelle stanze del comando dell’impero, di un governo che non tiene conto delle sofferenze dei piccoli, si contrappone la piccola storia di un uomo Giuseppe e della sua sposa Maria che è incinta e devono mettersi in cammino per andare a farsi registrare nella terra di origine. Le loro vite sono nelle mani di decisioni che gravano su di loro oltre la umana possibilità di sopportazione.

Certo è questo un modo di Luca per collegare la vita di Gesù, la sua nascita alla promessa fatta a Davide, ed alla discendenza di Davide da cui si attendeva la venuta di un messia. ‘A te farò una casa’ era stata la promessa all’antico re, spostando i suoi progetti e aprendo una prospettiva nuova sul disegno di Dio di essere presente nel suo popolo non in costruzioni fatte da mani d’uomo, ma nel pulsare della vita di una presenza vicina.

Ma questo cammino di Giuseppe e Maria, pieno di incertezze di disagi, di difficoltà è simile e ricalca il cammino di tanti che sono costretti a lasciare le loro case per esporsi ad un viaggio le cui motivazioni stanno nelle decisioni prese da un potere lontano e indifferente. Il cammino di Giuseppe e Maria è paradigma del cammino di ogni uomo e donna ma in particolare richiama oggi la condizione di chi vive il viaggio della migrazione, nutrito di speranze e di attese, dovuto a cause che risiedono nelle scelte di poteri che impoveriscono alcune aree della terra e rendono impossibile trovare il pane o vivere con dignità e che impediscono il viaggiare per vie regolari. Hanno fatto il deserto con la guerra, con l’uso di armi che arricchiscono i commerci dei grandi produttori mondiali, e con le guerre dell’economia che depaupera e umilia popolazioni. Innumerevoli persone oggi nel mondo si mettono in viaggio lasciando le loro case, come Giuseppe e Maria si trovano a dover partire nel quadro della storia del grande impero.

E il racconto di Luca prosegue dicendo che il cammino di Giuseppe e Maria non incontra accoglienza ma rifiuto: Maria è costretta a partorire in un luogo destinato ad essere rifugio degli animali, perché non c’era posto per loro nell’alloggio. E depone il suo bambino in una mangiatoia.

Non si possono leggere in questa notte queste parole ‘non c’era posto per loro nell’alloggio’ senza che il pensiero corra a quanto stiamo vivendo in questi anni e mesi in cui si sono stanno attuando politiche di esclusione e di cattiveria in Europa e nel nostro Paese. In questi anni segnati dallo slogan volgare e abbrutente ‘prima noi degli altri’. Anche in questi giorni bambini sono nati a bordo di navi delle ONG che, nonostante la criminalizzazione condotta e attuata contro di loro fino ad eliminare la loro presenza dal Mediterraneo, sono tornate a navigare in quel mare per andare a raccogliere e salvare uomini e donne partiti dalla Libia, molti segnati da mesi e anni di carcere e torture. Un bambino è stato salvato, con poche ore di vita… il suo nome è Sam, e in queste ore più di 300 persone nella nave Open Arms sono state soccorse e stanno navigando verso la Spagna perché i porti italiani sono stati dichiarati chiusi. E ai 33 naufraghi soccorsi da Sea Watch 3 è stato negato l’approdo… Non c’era posto per loro nell’alloggio. Viviamo un tempo di porti chiusi ma anche di porte che si serrano e di cuori che si barricano succubi di una paura che non si ha voglia e coraggio di guardare in faccia e a cui si preferiscono le ricette scorciatoia di politiche miopi, nefaste, e disumane.

Non posso non comunicare allora un profondo disagio nel celebrare questa sera la festa di Natale rileggendo queste parole del vangelo, la storia di Gesù che s’identifica con quella di tanti che sono rifiutati esclusi, discriminati, perché non c’era per loro posto nell’alloggio. Non posso non provare disagio pensando che l’Europa, questo continente di 500 milioni di persone in un mondo di sette miliardi di uomini e donne, l’area più ricca del pianeta, non sa trovare i mezzi per fare posto ad un numero che rimane esiguo in proporzione di persone che chiedono protezione e asilo fuggendo da violenze, miseria e fame.

Se il Natale deve essere celebrato questa sera nella memoria di Maria che in viaggio diede alla luce il figlio, non possiamo non ricordare le donne, in particolare, imprigionate nei lager libici, perché non c’era posto per loro nell’alloggio, di cui non dobbiamo sapere nulla attraverso i mezzi di informazione per non turbare una festa del Natale. Ma così essa rimane svuotata del suo senso più profondo che è memoria e impegno della vicenda di Gesù che si è reso solidale con le vittime della storia. E proprio in questi giorni una commissione dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati che è riuscita ad entrare in questi luoghi di oppressione e violenza ha parlato di ‘orrori indescrivibili’ attuati in quei luoghi di inferno sulla terra.

Se il Natale deve essere celebrato oggi non possiamo non andare con il pensiero ai bambini dello Yemen, che sono le vittime silenziose, perché muoiono a decine di migliaia, di fame e stenti in un Paese in cui le bombe sganciate dall’Arabia saudita su città e villaggi sono prodotte dalle industrie italiane ed esportate dalla nostra Sardegna. E anche questo non si deve sapere nei mezzi di informazione dominati dalle dichiarazioni di politici al governo del nostro Paese che rivendicano la tradizione del presepe e si scandalizzano perché in qualche parrocchia il presepe è stato raffigurato come una discarica e lì in mezzo Gesù, ma nello stesso tempo scacciano nelle discariche delle città persone, tra cui le più fragili, donne incinte bambini piccoli, sgomberati dai luoghi dove avevano trovato almeno un riparo. Certo questo fa inorridire i benpensanti di un Natale di belle armonie e di cenoni familiari, ma è segno che denuncia la realtà di un mondo in cui Gesù non è da cercare in una religiosità fatta di niente, ma tra coloro che sono i dimenticati e gli scartati di una società che non ha posto per loro… Non c’era posto per loro nell’alloggio.

Ma noi siamo qui stasera per ascoltare anche come l’annuncio della presenza di Gesù, il cu nome per Luca è ‘salvatore’, è portata con una voce di messaggeri che si recano – dice il vangelo di Luca – da pastori che pascolavano il loro gregge. I pastori erano al tempo gli irregolari dal punto di vista religioso e anche civile. Erano sporchi, vivevano con gli animali, non potevano praticare le abluzioni e tutte le pratiche necessarie per una osservanza delle prescrizioni della legge. Non potevano recarsi al tempio e Gerusalemme per loro era solo un nome abbinato a qualche racconto che proveniva da memorie lontane. E i pastori sono inviati dai messaggeri, gli angeli a scorgere un segno piccolo… fino a giungere ad un bambino.

Questo annuncio dice che il volto di Dio che Gesù racconta con la sua vita è volto che si lascia incontrare da tutti, da coloro che non hanno appoggi e sicurezze umane, da coloro che sono tenuti ai margini, dai senza nome della storia, da coloro che si lasciano turbare nel loro impegno quotidiano e si lasciano smuovere per partire in una ricerca ed un cammino (Matteo parlerà dei magi che vengono da lontano scrutando le stelle…).

Ma dice anche che si fa vicino in un segno: c’è un segno da cercare ed è un segno piccolo, un bambino. Natale ci provoca a cambiare idea di Dio. Partire dal volto di Dio che Gesù testimonia: un volto di Dio umanissimo. E’ da cercare non nell’alto dei cieli ma nei volti di indifesi, di chi è lasciato fuori dell’alloggio, nei volti umani. Non c’è incontro con il Dio di Gesù se non nell’incontro con l’altro.

E Luca presenta anche una grande sfida: invita a scorgere come la storia più grande, quella autentica, che rimane non è la grande storia dell’imperatore che pretende di essere onnipotente e si rispecchia nella grandezza dei confini conquistati e delle genti assoggettate. Ma il vero salvatore – al tempo di Luca ‘soter’ cioè ‘salvatore’ era il titolo usato come attributo dell’imperatore – è un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Luca scorge già in quelle fasce l’esito dell’intera vicenda umana di Gesù, il suo essere deposto in fasce nella tomba dopo la sua morte, rifiutato dai capi politici e religiosi del tempo, perché la sua parola e il suo stile di ospitalità conviviale sono destabilizzanti il sistema religioso e politico, ma esaltato da Dio che gli dà il nome di Signore.

Allora questo Natale è per noi occasione di una autenticità nuova, di scorgere come proprio questa situazione di buio è opportunità per riscoprire il senso della fedeltà al vangelo nel nostro oggi, ponendosi in cammino, condividendo cammini, attuando scelte e impegni concreti per resistere alla cattiveria, al rifiuto, alla deriva di umanità che percepiamo attorno a noi e talvolta anche dentro di noi quando cediamo alla retorica di chi invoca ordine, regole, buon senso, quando invece dietro alle scelte delle ultime determinazioni legislative sta una scelta politica di esclusione e di punizione della povertà e di discriminazione che non riconosce diritti umani fondamentali.

Attorno a noi non mancano segni di luce che si scontrano con il buio. Penso alla parabola di Riace che a me sembra essere parabola di questo Natale. Da vent’anni Riace paese della Calabria segnato dalla mancanza di lavoro, dall’emigrazione dei residenti, dal progressivo venir meno della vita sociale, dalla mano pesante della camorra, ha vissuto una rinascita. Da quando una nave di curdi attraccò una mattina a Riace marina vent’anni fa il paese di Riace accolse la sfida di pensare la vita del paese in modi nuovi diversi: hanno avuto il coraggio, con la guida del sindaco Mimmo Lucano, di pensare ad un futuro diverso, un futuro in cui accogliere l’altro, individuando insieme i percorsi per formare una convivenza di diverse lingue, popoli, religioni. Questo sguardo e questa creatività hanno portato in vent’anni ad una elaborazione di progetti di accoglienza e inclusione per un villaggio globale com’era ed è tuttora indicato alla porta del paese. La scuola ha visto nuove presenze di bambini di diverse provenienze, si sono aperte opportunità di lavoro riscoprendo i lavori artigianali che trovavano collaborazione tra i residenti e gli immigrati. Le strade e le piazze erano segnate dal vocio di accenti diversi, dal colore della pelle di uomini e donne che recavano la loro storia.

Sappiamo come da qualche mese per le accuse e l’inchiesta aperta contro il sindaco Mimmo Lucano e per l’interruzione dei fondi statali ai progetti di accoglienza tante persone, quasi tutte quelle accolte, sono state costrette a spostarsi altrove ad iniziare un nuovo cammino, perché per loro non c’era posto nell’alloggio…

C’è un bel video nel sito di Repubblica di stamani: un’intervista ad alcuni abitanti di Riace, il vicesindaco, un professore della scuola, un immigrato tra i primi arrivati. L’atmosfera è sconsolata: in particolare una voce mi ha colpito, quella di chi ha detto più o meno così: ‘Quest’anno abbiamo fatto di tutto per sistemare tante luminarie per Natale, ma questa è tutta luce artificiale… vorremmo un Natale diverso, quello in cui la luce delle persone, delle loro vite e dell’incontro possa illuminare questo paese’.

Ecco Riace secondo me è parabola di questo nostro Natale … per aprirci a nuova consapevolezze, per scorgere come nel buio di questo tempo la luce che irrompe e da scorgere nel bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia è luce che ci spinge a resistere nei modi più diversi alla deriva della malvagità dell’insensibilità del non sentire su di sé la sofferenza degli altri, dei più poveri.

E’ occasione questa notte non tanto per una celebrazione sentimentale della nascita di Gesù che è nato duemila anni e che tornerà e nel frattempo ci viene incontro nel volto di uomini e donne, ma per una rinascita a sentire l’angustia del tempo e a resistere con scelte di accoglienza, di custodia, di ospitalità.

Mi spiace questa notte non poter offrire se non questo senso di disagio, e insieme indicare di profezia del nostro esserci in questa celebrazione. Siamo qui per accogliere un dono e una promessa che ci mette in cammino, che ci chiama ad un cambiamento che ci sollecita ad una responsabilità di resistenza e di creatività in tempo oscuri. Perché dare spazio alla luce di questa notte, che è luce di visita di Dio, del Dio umanissimo che si fa vicino negli incontri e nelle esistenze umane e che rende responsabili di visita da accogliere – perché da poveri abbiamo bisogno di essere visitati – e da offrire agli altri. Per seguire Gesù per cui non c’era posto nell’alloggio.

Alessandro Cortesi op

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IV domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1565.JPGMi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

“Così dice il Signore: E tu, Betlemme di Efrata, così piccola … da te mi uscirà colui che dev’essere il dominatore in Israele….

Il profeta Michea annuncia che da una piccola città della regione di Giuda, nel deserto, una donna incinta sta per dare alla luce un nuovo re Davide, colui che porterà la giustizia e la pace.

Questo annuncio di pace, allora come oggi, risuona ancora come sfida alla nostra responsabilità, e chiede di essere ripreso così come venne ripetuto nel vangelo di Matteo di fronte al potere di Erode: “E tu Betlemme così piccola… da te mi uscirà colui che dev’essere il dominatore d’Israele”. Dio interviene nella storia non con la potenza e la violenza ma nella piccolezza, scegliendo chi è inerme, ai margini. Questo annuncio apre ai poveri, agli esclusi, come i pastori, agli uomini in ricerca come i Magi, orizzonti di speranza e di cammino.

Due donne sono al centro della pagina di Luca che oggi ascoltiamo: Maria che porta Gesù e Elisabetta che porta Giovanni. Le parole di Elisabetta a Maria sono frammenti di un inno di benedizione: “benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Maria è indicata come ‘colei che ha creduto’: non solo ha vissuto accoglienza della parola di Dio, ma ha continuato a credere nei giorni della sua vita. E’ beata perché porta Gesù ma più perché l’ha accolto nel suo cuore. Ed ha intrapreso il cammino di seguire lui lungo la sua strada. Maria è figura di chi si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2). ha ascoltato la Parola e da lì si è alzata per recarsi a visitare, per camminare verso il servizio.

Quando Elisabetta dice a Maria ‘a che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ ricorda una vicenda della Bibbia. Davide, mentre veniva trasferita l’arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al popolo, è intimorito e chiede: “come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9). Ma al passaggio dell’arca inizia a danzare con sfrenatezza per la gioia di accogliere la presenza di Dio che si faceva vicina. Luca legge così in Maria la nuova ‘arca’, luogo di un incontro tra Dio e l’umanità. Non più un segno ma una presenza vivente. E in un clima di gioia. Nell’incontro di Elisabetta e Maria ha luogo una danza nuova. Giovanni, nel grembo sussulta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

La seconda lettura ci ricorda il senso profondo dell’incarnazione: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato… Allora io ho detto ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà”. Gesù è venuto per compiere la volontà del Padre di vita, salvezza, di incontro. Al cuore del Natale sta un mistero di visita.

Alessandro Cortesi op

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Visitare

Visitare come movimento che fa passare dall’ascolto all’azione; visitare come cammino che porta in fretta verso gli altri; visitare come passaggio dalla paura e dalla sfiducia all’apertura che coinvolge non solo la sfera persoanle ma interroga l’indirizzo politico di comunità e popoli. In un tempo di sdoganamneto della cattiveria, di rifiuto dell’altro, di chiusure egoistiche e meschine, alcune parole di Francesco offrono indicaizoni preziose:

“L’agire di Maria è una conseguenza della sua obbedienza alle parole dell’Angelo, ma unita alla carità: va da Elisabetta per rendersi utile; e in questo uscire dalla sua casa, da se stessa, per amore, porta quanto ha di più prezioso: Gesù; porta il suo Figlio. A volte, anche noi ci fermiamo all’ascolto, alla riflessione su ciò che dovremmo fare, forse abbiamo anche chiara la decisione che dobbiamo prendere, ma non facciamo il passaggio all’azione. E soprattutto non mettiamo in gioco noi stessi muovendoci “in fretta” verso gli altri per portare loro il nostro aiuto, la nostra comprensione, la nostra carità; per portare anche noi, come Maria, ciò che abbiamo di più prezioso e che abbiamo ricevuto, Gesù e il suo Vangelo, con la parola e soprattutto con la testimonianza concreta del nostro agire. Ascolto, decisione, azione.” (papa Francesco, meditazione 31 maggio 2013)

“… viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana (…)

Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.”.(Papa Francesco, Messaggio per la gionata della pace 1 gennaio 2019)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Nella novena di Natale…

IMG_2303.JPGDalla prima lettera ai Corinzi (1 Cor 1, 7b-9)

Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli ci confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siamo stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro.

Paolo richiama la comunità di Corinto all’atteggiamento proprio dei credenti: è quello di aspettare. Aspettiamo è verbo del credente, al plurale, insieme. E’ il movimento che segna la vita dei discepoli e discepole di Gesù, è verbo di chiesa.

E’ attesa che raccoglie tutte le attese umane. Ma è attesa di un manifestarsi, di un rendersi presente che svela e apre.

Viviamo la fede nella assenza del Signore e il nostro credere è sospeso nell’attesa. Il Signore nostro Gesù Cristo. E’ Lui il soggetto di una attesa. E ci pone nella tensione verso il suo darsi ad incontrare. E’ questo al cuore della fede, da coltivare, da preparare. Siamo coinvolti a mantenere vivo l’orientamento a questo incontro nei giorni e nelle opere del nostro vivere. Aspettiamo.

E aspettiamo la sua manifestazione, il suo darsi ad incontrare, il suo aprirci tutto ciò che per noi è difficile e impossibile da scorgere e intendere.

Paolo dice che il tenerci fermi viene da lui, la possibilità di essere fedeli è dono: Egli ci confermerà sino alla fine. Siamo consapevoli che la possibilità di mantenere viva questa attesa non viene da nostre forze o capacità umane, ma unicamente dalla sua grazia.

Per questo celebrare Natale è stare in accoglienza di questo dono che trasforma, cambia e ci apre a rimanere aperti nell’attesa. Verso il giorno del Signore Gesù: attendiamo quindi il suo giorno. Quel giorno che è venuta ed è presenza. Quel giorno che non è giorno da temere ma giorno di luce e manifestazione.

Ed è in riferimento al giorno del suo venire nel nascere come bambino all’interno della storia umana. Il suo giorno sarà ultima venuta e incontro come il suo nascere nell’umanità è stato venire in questa storia.

Fedele è Dio. Sta in queste parole il fondamento di quanto possiamo sperare. La fedeltà su cui contare non è nostra ma quella di Dio.

La chiamata che si fa sentire ora per noi è quella alla comunione. Il Signore è venuto, il Signore verrà. E’ lui che ci dà forza che conferma. La nostra fiducia può contare sulla fedeltà di Dio che è il fedele.

Ma tra la sua venuta nella storia di cui facciamo memoria e la sua ultima venuta, il Signore viene, ci viene incontro in ogni volto e in ogni tempo, e viene per chiamarci alla comunione. Comunione è nome della vita di Dio, è incontro e amicizia. Siamo chiamati a tessere comunione a vivere l’esperienza della comunione del Figlio suo. Ed essere piccolo segno di amicizia nel nostro quotidiano.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole  – 20 dicembre – novena Natale

Nella novena di Natale…

Marc Chagal albero di Iesse

Marc Chagall, L’albero di Iesse

Una riflessione a partire da Mt 1,1-17

La genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo (1,1-17) è una serie di nomi segnati dal ritornello di un padre che generò un figlio. Attraverso questa genealogia passa la promessa messianica collegata alla discendenza di Giuda e di Davide. Matteo non intende fare opera di ricerca storica, ma in questa pagina offre un messaggio sul volto di Gesù come messia.

I nomi che compongono la genealogia sono in linea con l’intento di Matteo di collegare Gesù a Davide: nomi in serie di quattordici, da Abramo fino a Davide, e dall’esilio fino a Gesù. Tuttavia questa discendenza non appare lineare e senza interruzioni. L’elemento più appariscente è che la serie di generazioni si chiude con il riferimento a Giuseppe presentato come sposo di Maria «dalla quale è nato Gesù’ (Mt 1,16).

Si tratta di un albero genealogico composto quasi esclusivamente di nomi maschili che ha come esito ultimo di riferimento una donna che diviene madre. Giuseppe infatti, e il seguito del racconto di Matteo lo indicherà, scopre che il bambino che sta per nascere da Maria non viene da lui.

La genealogia di Matteo intende sottolineare che Gesù è figlio di Davide, proviene quindi dalla promessa che in Davide ha un punto di riferimento fondamentale. E’ Davide il re che aveva avuto l’idea di costruire un tempio al Dio d’Israele, ma il suo progetto viene posto in discussione dal profeta Natan che gli comunica il disegno diverso di Dio: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te un casato. Se Davide pensava ad un tempio, ad un luogo per la presenza di Dio, il disegno di Dio rovescia questo pensiero e indica come il tempio in cui la sua presenza si farà vicina non sarà una costruzione, un luogo, un edificio sacro, ma sarà un volto, una discendenza, una presenza personale. «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Davide reca la promessa che veramente la gloria di Dio è la vita e il volto degli uomini e delle donne: la gloria di Dio è l’uomo vivente dirà Ireneo, la gloria di Dio è la vita dei poveri con cui Gesù si identifica.

Figlio di Davide quindi e figlio di Abramo. La vicenda di Gesù si colloca all’interno di una storia segnata dalle promesse di Dio e, con lo sguardo rivolto ad Abramo, con l’attenzione alla vicenda della fede che da Abramo ha inizio. Abramo è infatti padre perché primo di coloro che hanno accolto l’invito e la chiamata di Dio ‘Esci da te stesso, dal tuo paese, e va’ verso la terra che io ti indicherò’. Abramo, padre di tutti gli uomini e donne migranti che hanno lasciato e lasciano le loro case e le loro terre alla ricerca non solo di pane, di pascoli, di un futuro, di dignità, ma alla ricerca più profonda di quella promessa che sta al cuore della vita umana, promessa che è appello ad una fiducia capace di guardare le stelle del cielo e scorgervi lì il segno di Dio che vuole vita e discendenza e che si fa vicino nel dono di figlie e figli. Abramo grande padre dei credenti e amico di Dio (come è indicato nella tradizione islamica) perché presenza capace di relazione…

Nella genealogia presentata da Matteo appare tuttavia la prevalenza di nomi maschili. Ad indicare il limite di una struttura patriarcale che segna il modo di considerare la discendenza. Di padre in figlio, senza alcuna considerazione della presenza delle donne. Eppure prima di Maria in questa lunga serie di nomi, compaiono, quasi come fessure di interruzione, i nomi di quattro donne: Tamar, con riferimento alla storia narrata nel capitolo 38 di genesi, Rahab, la cui vicenda è raccontata nel capitolo 2 di Giosuè, Rut, di cui si racconta nel delizioso libretto che da lei prende il nome (Rut 3-4). La quarta donna è la moglie di Uria, cioè Betsabea (cfr. 2Sam 11,1-12,24). I nomi di queste donne sono connesse a situazioni ‘irregolari’ e peraltro a passaggi fondamentali per la discendenza che conduce a Gesù. Tamar, donna ridotta ad essere senza identità, rifiutata, ad un certo punto si finge prostituta in rapporto a Giuda. Quando Giuda scopre di essere lui il padre del bambino che deve nascere rendendosi conto dell’accaduto dirà: “ella è più giusta di me!”. Uno dei gemelli che da lei nasceranno sarà indicato come colui che si è aperto una breccia.

Raab, anche lei prostituta è la donna che a Gerico vive ospitalità incondizionata e salva i messaggeri degli israeliti, mettendo una corda, un filo rosso (e filo/corda in ebraico è termine che ha anche significato di speranza). Col suo agire trasforma la paura di entrare nella terra in coraggio, pone speranza dove c’era paura e incertezza. La tradizione rabbinica ebraica parlerà di Raab come moglie di Giosuè. Nella lettera agli Ebrei viene indicata come donna di fede: ‘Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori’ (Eb 11,31). Ella rende possibile ciò che appariva impossibile.

Rut è la straniera, del popolo di Moab, considerato maledetto da Israele, colei che segue la sua suocera Noemi, nella condizione di sventura, dicendo ‘il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio’, percorrendo le vie della solidarietà e della condivisione, anche di fronte al rifiuto, senza calcoli, e diviene colei che dà alla nascita il nonno di Davide i cui nome è Obed / Ebed il servo.

Betsabea è moglie del generale Uria, donna sola mentre il marito è in guerra, donna intraprendente, seducente, che riesce a farsi avvicinare da Davide e a raggiungere il potere. Darà a Davide il figlio Salomone dopo la morte del primo figlio. Anche lei entra nella vicenda della genealogia di Gesù.

Situazioni irregolari quindi, complesse e marginali, in cui s’intrecciano sentimenti, aperture e limiti. Ma ad una lettura più profonda quei nomi di donna fanno scorgere in una genealogia tutta maschile come il disegno e la promessa di Dio nella storia umana si fanno strada per vie che sono imprevedibili e diverse da schemi prestabiliti. E quelle nascite sono quindi secondo la giustizia di Dio, che rimane fedele alla sua promessa, come quella di Maria per cui anche Giuseppe sarà detto ‘uomo giusto’.

Quei nomi e storie di donne sono così anticipazioni e sono coerenti con la storia di Maria, anche lei protagonista di una maternità che può essere definita eterodossa (Giuseppe si interrogava come licenziarla in segreto…). Da loro nascono presenze che fanno parte del grande albero di vita che si conclude con un’altra interruzione e anomalia.

La genealogia infatti si conclude con Giuseppe, che non è presentato come padre, ma come sposo di Maria da cui è nato Gesù il Cristo. Gesù proviene da un storia pienamente umana, che respira della complessità delle vicende umane e d’altra parte non è solamente prodotto essa, ma la sua identità ha radici che orientano ad altrove. E Giuseppe è giusto perché non giudica ma si mantiene nel silenzio di chi s’interroga davanti ad un agire di Dio sempre da ricercare, ad un suo esserci al contempo presente e altrove, a colui che rimane altro e provoca all’abbandono della fede, a rinunciare alla pretesa di tenere Dio e il suo disegno dentro le nostre mani e i nostri progetti.

La lettura di questa densa pagina di nomi questa sera a noi può indicare due motivi di riflessione: il primo è che Dio si rende presente e chiama nella vicenda umana, al cuore di relazioni e di rapporti che sono quelli delle famiglie, dei popoli, degli alberi genealogici che legano l’umanità collegando a radici lontane e a volti sconosciuti. Siamo tutte e tutti partecipi di una storia in cui riconoscere una presenza di Dio che passa attraverso le relazioni, gli incontri, gli intrecci contorti e complessi delle famiglie umane. Gesù nasce all’interno di questa storia e si rende solidale con essa. Per questo oggi è così urgente riscoprire uno sguardo di accoglienza e ascolto dell’altro, dell’altro diverso, dell’altro povero che è visita di Dio.

Un secondo motivo di riflessione proviene dallo scorgere che in questa storia carica di pesantezza umana e di peccato, Gesù proviene da una vicenda segnata da alcuni passaggi in cui donne irregolari, con le loro scelte, con la loro fede, con la loro ostinatezza fanno procedere un disegno di promessa e di liberazione. La chiamata di Dio giunge dai margini, da chi è considerato esterno e lontano. Il volto di Dio di Gesù si rende vicino nei volti e nei nomi da ricordare, tutti, non perdendone alcuno. Gesù unisce a sé questa memoria di umanità ferita, fatta di storie scomode e non dimentica nessuno. Il suo profilo è quello di re messia, ma di un messia diverso. E a noi chiede la fede che è stata di Abramo, di Davide, di Rut, di Maria.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole, 17 dicembre 2018

 

III domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_2206Sof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

‘Che cosa dobbiamo fare?’ E’ la domanda che varie categorie di persone rivolgono al Battista giungendo a lui da varie parti. Giovanni suggerisce percorsi per impostare la vita su orizzonti nuovi di senso. Non indica particolari pratiche e osservanze ma suggerisce scelte di condivisione: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Ai pubblicani indica una via di onestà nel loro compito: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Ai soldati indica di rifuggire dall’uso della violenza, dall’uso del loro potere per maltrattare le persone: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Chiede di condividere i propri beni e il nutrimento perché tutti possano mangiare, vivere la giustizia, stare al proprio posto di lavoro immettendo nel proprio impegno una logica nuova. Anche Gesù proporrà ai suoi non tanto una serie di regole e norme, ma uno stile di nonviolenza e condivisione.

Il popolo era in attesa… Giovanni si situa nel cuore di una vasta attesa ed è colui che indica un altro. C’è una urgenza particolare di cambiare. Utilizza l’immagine della separazione del grano dalla pula: “…viene uno che è più forte di me, costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Giovanni invita alla conversione per accogliere un messia vicino. Propone esigenze di fondo. presenta colui che deve venire nei tratti del ‘più forte’ che battezza in Spirito santo e fuoco. Per accoglierlo si deve eliminare la pula: tutto ciò che è inconsistente nella vita. ‘Pula’ è quanto non ha spessore come inseguire gli idoli che conducono la vita a perdersi per cose che non hanno valore (Os 13,3): sono cose senza consistenza, illusioni che riempiono la vita degli empi: ‘Gli empi sono pula che il vento disperde’ (Sal 1,4).

“Gioisci figlia di Sion, esulta Israele, e rallegrati con tutto il cuore. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore esulterà di gioia, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”

Il profeta Sofonia è attento al presente segnato dal male e sventura ma è capace anche di visione nuova: la città di Gerusalemme, sul monte Sion, e tutto il popolo, ‘la figlia di Sion’, sono trasfigurati. Il profeta vede in Gerusalemme un grembo fecondo. E scorge la presenza del Signore in mezzo al suo popolo come vita che cresce e si apre alla nascita in un grembo: in mezzo a te, cioè nelle tue viscere, nel tuo grembo. Dio stesso, in mezzo al suo popolo, prende con sé i giusti e dona loro la serenità e pace attesa. La gioia è possibile: è comunicazione della gioia stessa di Dio che viene per i ‘poveri del Signore’. Sono coloro che hanno posto la loro sicurezza nel nome di Jahwè. La sventura che è dolorosa esperienza umana non ci sarà più, il Signore raduna e apre vie nuove. Il ‘Dio che viene’ ha i tratti di chi sta vicino, addirittura come la presenza nascosta di un bambino di cui si attende la nascita. Non si vede ma c’è e tutto pone in attesa. E arreca gioia, genera uno stile di rapporti non appesantiti da angustia ma nutriti di affabilità e di speranza.

C’è una consapevolezza di presenza: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. E Paolo fa eco ‘Siate sempre lieti perché appartenete al Signore’. Essere nel Signore significa poter vivere di una pace e nella certezza di una presenza che ha cura di noi: stare quindi anche nel dolore e nella crisi nella consapevolezza di non essere soli ma nella compagnia del Dio vicino.

Queste parole indicano una spiritualità della gioia da far crescere nel quotidiano anche di fronte ad una condizione di tristezza e di incupimento. Una speranza gioiosa è caratteristica di una fede segnata dalla promessa del Dio fedele, e dalla risurrezione che è forza di vita che già permea tutta la storia e la orienta non verso il buio e la morte ma verso la vita in Dio e la comunione con gli altri.

“Rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Non angustiatevi per nulla” (Fil 4,4).

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Giocoliere

Anche a me è capitato in questi giorni di trovarmi, bloccato in auto al semaforo, di intravedere, sopra i tetti delle auto assiepate, al fondo della fila, il saltellare e roteare di palline rimbalzanti verso il cielo. Una più in alto, poi velocemente le altre, una due tre quattro, una dopo l’altra, insieme, in lanci, con discese repentine e immediati rilanci.

Il gioco come interruzione al cuore della vita cittadina soffocata dallo smog e da ingorghi senza rimedio. Sotto quel gioco il volto di un giocoliere che per un attimo faceva irrompere un mondo altro, diverso dall’angustia per le scadenze e i ritardi sugli impegni e si disponeva a raccogliere gli spiccioli allungati dai finestrini nel breve intervallo tra la caduta dell’ultima pallina nelle sue mani e lo scattare del verde che faceva muovere il serpentone metallico che si disseminava in varie direzioni.

Ed è venuta alla mente la riflessione di grandi pensatori sul gioco: “Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (J.Moltmann, Sul gioco, Queriniana, Brescia, 19882, 25). “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32).

Così Hugo Rahner osservava: “Tutto quanto è terreno è rimasto un mistero per la chiesa che ci insegna a spingere lo sguardo al di là delle cose visibili: sole, luna, olio e vino al di là della storia apparente verso ciò che Dio ha inteso, verso l’eterno. (…) proprio perciò la chiesa considera ogni cosa visibile come un incessante gioco di Dio, come un ‘atteggiamento del corpo’ in cui si esprime senza sosta la gioia dello Spirito santo” (H.Rahner, L’homo ludens, Paideia Brescia 1969, 52).

Alberto Caprotti in un bel pezzo su “Avvenire” (La lezione del giocoliere, Avvenire 13 dicembre 2018) racconta di una analoga scena, ma segnata ad un certo punto da un errore del giocoliere che si lascia cadere una pallina, e, deluso per aver fallito nella sua abilità, si ritira sullo spartitraffico non accettando i compensi già pronti tra le mani di chi già aveva abbassato il finestrino.

E così commenta: “Ammirazione, pietà, senso di inadeguatezza (la nostra), anche un pizzico di vergogna: difficile comprendere e descrivere cosa si prova quando qualcuno fa qualcosa di bello senza poterlo abbracciare, senza nemmeno potergli dire grazie. Che in questo caso sarebbe solo un modo per ammettere: ecco, questi sono i gesti che vorrei fare anch’io tutti i giorni, se il mio orgoglio me lo consentisse. Perché il giocoliere che ha rinunciato al compenso giudicandolo immeritato, e anziché fingere che non sia successo nulla si preoccupa di allenarsi per non sbagliare di nuovo, è una splendida metafora al contrario di quanto viviamo ogni ora. (…) Un giocoliere umile e perfezionista, in fondo è quello che ci servirebbe sempre: in casa, in ufficio, tra gli amici più cari, magari anche al governo. Un ragazzo che sa togliersi il cappello, un piccolo artista che, se sbaglia, cerca di rimediare e ci riprova fino a che non sa di essersi corretto, di aver imparato la lezione. Un carattere insomma, prima ancora che un fenomeno”.

E’ forse questo un ritratto possibile, a portata di mano, ordinario e vicino, di presenza che con le mani, la testa, il suo muoversi, riesce a portare la gratuità del gioco nel cuore della vita, anche dei suoi momenti più uggiosi e forse inutili. Il ritratto di chi non smette di imparare a compiere un semplice o difficile esercizio cercando di eseguirlo bene, nel migliore dei modi. Il ritratto di chi senza pretesa, e sapendo non prendersi troppo sul serio, arreca quella gioia che rende più leggera la vita e meno pesanti i suoi fardelli offrendo un piccolo aiuto, quanto dura il tempo di un semaforo rosso, per non angustiarsi e per scorgere nel gioco un richiamo alla gratuità che arreca gioia….

Alessandro Cortesi op

Testimoni di una profezia di amicizia: la luce di Orano

IMG_1962In una giornata luminosa, piena della luce che il Mediterraneo sa donare nella limpidezza di un inizio di inverno tiepido, in questo 8 dicembre, festa di Maria, a Orano, in Algeria, si è svolta la Messa in cui i 19 martiri di Algeria sono stati dichiarati beati.

Dal momento della loro morte, tra il 1993 e il 1996 il loro ricordo e la loro presenza sono stati punti di riferimento e di benedizione per  la piccola chiesa di Algeria, ma non solo  per essa. La loro scelta di restare a fianco del popolo algerino che stava vivendo uno dei periodi più tragici della sua storia, segnato da una violenza inaudita condotta contro tutti coloro che percorrevano le vie del dialogo, che credevano all’incontro delle diversità, che affermavano la possibilità di una convivenza pacifica tra uomini e donne di diverse religioni e culture, nel riconoscimento della diversità, è stata una scelta coraggiosa, faticosa, a prezzo della vita, ma che ha seminato semi che non potranno andare perduti di pace e riconciliazione.

IMG_1948Uno dei momenti più intensi della celebrazione è stato quando il vescovo di Orano Jean-Paul Vesco ha abbracciato al momento della pace la mamma di Mohamed Bouchikhi, l’autista musulmano di Pierre Claverie che fu ucciso con lui nell’attentato del 1 agosto 1996. Vicino alla mamma di Mohamed stava la sorella di Pierre.

IMG_1969E’ lei che ha custodito la memoria del fratello domenicano, con l’affetto indicibile di una sorella che con lui ha condiviso ore e momenti della vita d’infanzia e della giovinezza, che con lui è cresciuta in una famiglia serena e ricca di legami, e che quando parla di lui lo descrive nei tratti di ragazzo del sud che amava il sole, la vita, l’amicizia, che era aperto all’incontro, capace di tenerezza e di innamorarsi per tutte le cose belle della vita.

Nelle preghiere dei fedeli durante la messa è stata ricordata la testimonianza dei tanti imam musulmani, più di cento, uccisi in quel periodo e dei giornalisti e intellettuali, come anche degli operai croati trucidati nei pressi del monastero di Tibhirine. Una schiera di uomini e donne che nel tempo della devastazione, insieme ai 19 martiri, hanno mescolato il loro sangue a quello di coloro che vivevano il mistero della visitazione in terra algerina rimanendo aacanto ad un popolo che soffriva come tenendo la mano di un amico al suo capezzale, nella sofferenza.

IMG_1989La messa si è svolta sulla spianata del santuario che sovrasta Orano, con una vista che si allargava sul complesso della città da un lato e sul porto e il mare dall’altro lato. Un panorama largo e luminoso che richiamava al senso delle vite spese in terre lontane nella scoperta della debolezza di una presenza che si apriva a scorgere il volto di Dio nell’incontro e nella apertura a lasciarsi cambiare dall’altro. Il senso di vite leggere come quelle di uccelli che possono partire e d’altra parte esili come i rami che offrono appoggio e sicurezza nella tempesta. “Nessuno può prenderci la vita perché l’abbiamo già donata”: una sintesi della spiritualità di semplicità e di compagnia che animava il quotidiano di questi uomni e donne non eccezionali, ma immersi profondamente nel mistero dell’incarnazione e della ricerca di Dio, spossessati di se stessi per seguire le vie di un amore che chiama all’amicizia aperta a tutti.

IMG_1976Sullo sfondo del presbiterio un pannello raccoglieva insieme i volti dei 19 testimoni. tra di essi il profilo esile e smagrito di Christian De Chergé, uno dei sette monaci trappisti di Tibhirine. Era lui che riflettendo sul mistero della visitazione di Maria a Elisabetta diceva: “La mia chiesa non mi dice qual è il legame tra il Cristo e l’islam. E vado verso i musulmani senza sapere qual è questo legame. Ed ecco, che quando Maria arriva, è Elisabetta che parla per prima. Ma non è completamente esatto perché Maria ha detto ‘As salam alaikum!’. E questa è una cosa che possiamo fare! Diciamo la pace : la pace sia con voi! E questo semplice saluto ha fatto vibrare qualcosa, qualcuno in Elisabetta. E nella sua vibrazione, qualcosa si è detto.. che era la buona novella….”

IMG_1974Jean-Paul Vesco ha regalato al cardinale Becciu che ha presieduto la celebrazione una stola banca con una scritta in rosso ricamata. Ha spiegato che era il simbolo tessuto su una stola che stava particolarmente a cuore a Pierre Claverie, dove stava scritto in arabo ‘Allah u merkhaba’, cioè, Dio è amore.

IMG_1977Christian ancrora parlando della visitazione pensava alla chiesa e al cuore della chiamata evamgelica all’ospitalità: “Questo mistero (della visitazione) è quello della più completa ospitalità reciproca. E’ bene che la Chiesa lo metta sempre più nel cuore della ‘premura’ che la porta verso l’altro. Essa scopre allora la sua ‘missione’, quella che spiegava il nostro fratello e nostro padre Jean-Marie Rimbaud vescovo del Sahara (…): ‘La missione sotto l’azione dello Spirito santo è la confluenza di due grazie, una data all’inviato, l’altra al chiamato (…). Il cristiano si sforza di leggere quello che Dio gli dice mediante la persona (…) del non cristiano; si sforza anche di essere lui stesso con la sua comunità un segno visibile, una parola la più chiara possibile di Dio, Padre, Figlio e Spirito’”.

E Pierre richiamava il cuore del suo percorso interiore che lo condusse fino alla fine a restare, contro ogni logica e calcolo umano, rimanendo fedele a quell’amicizia che costituiva l’intuizione centrale della sua esistenza: “La parola chiave della mia fede (…) è dunque il dialogo. Non per tattica od opportunità, ma perché il dialogo è costitutivo della relazione di Dio con l’umanità e degli uomini tra di loro. Apprendo con Gesù che Dio stesso, per farsi conoscere e per manifestare la sua volontà, ha preso in prestito dall’umanità le sue parole, fino alla sua carne…”.

“Noi siamo lì (in terra di Algeria) a causa di questo Messia crocifisso (…) Noi non siamo spinti da chissà quale perversioen masochista o suicida (…) A causa di Gesù perché è lui che soffre l’, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia di innocenti”.

IMG_1981Nella Messa a Orano i canti sono stati animati da una corale formata da giovani donne e uomini provenienti dalla zona del Sahara del Sud: è stato cantato l’Alleluia di Haendel con la direzione di una direttrice di coro europea. Un incontro di pluralità capaci di accordare voci e suoni sotto il cielo di Orano, in una giornata di luce.

IMG_1938Una luce che segnava i volti dei parenti di coloro che sono state vittime della violenza ma che in primo luogo sono testimoni di vite donate e spese nell’incontro e nel servizio. Quei volti lasciavano scorgere la gioia sofferta di sapere che quelle vite donate sono seme di pace e  profezia di un cammino che oggi si fa riferiemnto oltre i confini dell’Algeria, per la chiesa, additando uno stile e una spiritualità di semplicità e di povertà, e per il mondo indicando le vie della pace.

IMG_1991Un clima di amicizia: questo è quanto si è respirato nei gesti, nei canti, nell’essere insieme di musulmani e cristiani nella memoria dei 19 testimoni di Algeria. Quel respiro di incontro a cui diede voce una testimonianza Oum El Kheir il giorno dei funerali di Pierre: “Amici miei sto per farvi una confifdenza: mio padre, mio fratello, il mio amico Pierre mi ha insegnato ad amare l’islam, mi ha insegnato ad essere musulmana, amica dei cristiani di Algeria. Ho imparato con Pierre che l’amicizia è prima di tutto la credenza in Dio, è l’amore dell’altro, è la solidarietà umana. Essere cristiano o musulmano veniva dopo, il problema non si poneva alla scuola di Claverie, inq uesta scuola dove s’imparava ad ascoltarsi, a dialogare, molto semplicemente ad amare…”

IMG_1993Ad Orano, in una giornata di luce, perdendo lo sguardo verso il mare, nella luce calda del Mediterraneo, inseguendo un sogno di amicizia e di convivenza dei popoli nella pluralità e nel dialogo, nella memoria di chi ha donato la sua vita come seme di amicizia e semplicità.

Alessandro Cortesi op

* le citazioni sono tratte dal libro di C.Monge, G.Routhier, Il martirio dell’ospitalità. La testimonianza di Christian de Chergé e Pierre Claverie, EDB, Bologna 2018.

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Labirinto della pace – san Domenico Pistoia avvento 2018

IMG_1912Chiesa di san Domenico Pistoia – Labirinto della pace

Nel periodo di Avvento di quest’anno 2018 l’Ordine domenicano invita ad un mese di preghiera per la pace. La nascita di Gesù è dono di pace e richiama tutti ad un impegno di preghiera e solidarietà soprattutto con chi vive in situazioni di guerre e violenza e attende giustizia e liberazione.

In questo mese siamo invitati a pregare in particolare per la Repubblica Democratica del Congo, un Paese segnato dallo sfruttamento che impoverisce la popolazione e nel quale moltissime persone sono costrette a fuggire dalle loro terre e dalle loro case a causa di violenza e conflitti.

Il labirinto da percorrere al centro della chiesa è un segno che richiama al cammino, al silenzio, alla preghiera, alla ricerca di una strada per la pace. Siamo invitati ad entrare nel labirinto e a percorrerlo con il pensiero rivolto a tanti che soffrono nella Repubblica Democratica del Congo e in altre parti del mondo.

Il labirinto conduce davanti ad una composizione, creata per l’occasione dall’artista pistoiese Adriano Veldorale che richiama al mistero dell’incontro. I due alberi che si intrecciano evocano il venire incontro di Dio all’umanità ferita e l’incontro possibile dei popoli nella riconciliazione e nella giustizia.

Nel volto di Gesù che è nostra pace, che ha abbattuto i muri di separazione, siamo chiamati a scorgere, come in uno specchio, il volto più autentico di noi stessi. Siamo chiamati alla comunione e a fare scelte concrete di accoglienza e di giustizia.

Vi invitiamo a percorrere questo labirinto, tenendo in mano un lumino, coltivando l’attesa di una rinascita e di un rinnovamento della nostra vita pregando per la pace. Al termine potrete scrivere un pensiero e depositarlo ai piedi della composizione. (ac)

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IMG_1872(Adriano Veldorale – Incontro)

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1. La condizione dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo

Con una superficie di più di due milioni di km2, quattro volte la Francia, la Repubblica Democratica del Congo è sfortunatamente caratterizzata da un’amministrazione povera di giustizia, massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani, e un’economia fatiscente che porta povertà, miseria, un alto tasso di disoccupazione, sfruttamento illegale delle sue risorse e specialmente conflitti armati di ogni tipo.

Infatti, tra le 26 province del Paese, 6 sono particolarmente afflitte e rovinate dall’attività di questi gruppi armati. Le province interessate sono quelle del Kivu del Nord, Kivu del Sud, ManiemaIturi, Basso  Uélé e Alto Uélé. Più di 140 gruppi armati sono operativi nel Congo orientale.Alcuni hanno preso parte a conflitti di paesi stranieri che hanno imperversato nella Repubblica Democratica del Congo per molti decenni. Secondo diversi rapporti concordanti, i fattori che causano la proliferazione di questi gruppi armati sono la frammentazione di alcuni gruppi chiave nella lotta alla leadership, la persistenza di conflitti interetnici, tensioni con i paesi confinanti, le crisi politiche alla stregua del traffico illegale di minerali provocate particolarmente dall’estensione del mandato del presidente in carica, dal posporsi delle elezioni, dalla duplicazione dei partiti politici, dalla chiusura degli spazi di libera espressione.

Fattori aggiuntivi sono le crisi nel Kasai (nel Centro del Paese) dove il conflitto ha causato più di 5000 morti (2013-2016) e il conflitto Bantu/Pigmei nel Tanganika (nel Sud-Est). Migliaia di bambini sono reclutati e impiegati ogni anno da questi gruppi armati. Stando ai rapporti dell’UNICEF e della Missione delle Nazioni Unite nel Congo (MONUSCO), nel 2017, le violazioni nei confronti dei bambini hanno raggiunto proporzioni allarmanti. Infatti i bambini erano uccisi, o reclutati e usati come feticci, soldati, spie, messaggeri, scudi umani, schiavi sessuali ecc. 

Stando all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e il Consiglio Norvegese per i rifugiati, tutti questi gruppi armati hanno istigato una violenza che tra 2016 e 2017 ha portato al più grande spostamento interno di persone nel mondo. nella Repubblica Democratica del Congo attualmente hanno trovato riparo 4 milioni di persone, con un incremento di 1,7 milioni nel 2018. Inoltre, l’agenzia delle Nazioni Unite, FAO (Food and Agriculture Organization), dopo un’analisi condotta nel 2017 in 138 su 145 territori (distretti rurali), ha concluso che l’11% della popolazione rurale del Congo ha sofferto un’acuta crisi alimentare, con un incremento del 30% dal 2016.

Perciò, secondo l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM), tutti i segnali portano verso la più grande crisi umanitaria della Repubblica Democratica del Congo nel 2018 e negli anni a venire: “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è ignorata e sta per diventare la più urgente emergenza del 2018” ha detto Mohammed Abdiker, capo esecutivo dell’IOM, dopo un viaggio nel Paese la cui instabilità minaccia il cuore del continente. 

2. Cosa stanno facendo i Domenicani?

Alla luce del contesto descritto sopra, alcuni membri della famiglia Domenicana sono coinvolti a fianco dei più vulnerabili e svantaggiati per accompagnarli sia nella promozione dei diritti umani sia nell’educazione civica e elettorale. Esiste anche un Osservatorio per lo Sfruttamento delle Risorse Naturali e gli Investimenti nell’Uélé Basin (OBERIUELE) dell’Università di Uélé (gestito in larga misura da membri della famiglia Domenicana) al fine di aiutare non soltanto i piccoli minatori, ma anche per assicurare i benefici sociali derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali da parte di multinazionali che stanno aumentando notevolmente la loro presenza nella regione di Uélé.

 

 

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

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