la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “febbraio, 2019”

VIII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_3183Sir 27,4-7; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

La pagina del Siracide è una perla preziosa di un libro che ha come scopo insegnare l’arte del vivere, la sapienza quale via per attuare la Torah, per cercare di partecipare all’opera creatrice di Dio, attuando creatività ad immagine del creatore, facendo della propria esistenza un’opera bella.

La vita stessa è opera d’arte. E’ nascosta nel cuore delle cose e dei gesti del vivere. Come i grandi scultori affermavano di aver scoperto le loro opere racchiuse già nel blocco di pietra a cui con lo scalpello davano progressivamente forma così c’è una Parola di Dio da ascoltare al cuore dell’esistenza umana.

L’invito a coltivare la sapienza come scienza pratica di vita è il messaggio centrale di questo libro probabilmente scritto in ebraico verso il 190 a.C. da un tal Sirach poi tradotto in greco ad Alessandria in Egitto dal suo figlio Ben Sirach (il figlio di Sirach) che fu anche animatore di una scuola di sapienza – da cui il nome Siracide.

L’esperienza del vivere, la vita nelle sue pieghe ordinarie è luogo di esperienza di Dio. In tal senso nella vita si può lasciare spazio alla Parola di Dio se si fa attenzione alle parole e ai gesti umani.

“Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute ne appaiono i difetti”

L’immagine del setaccio è utilizzata per esprimere quanto avviene in una ricerca comune. Aprirsi a porre in discussione le proprie idee con altri è atto coraggioso e di apertura mentale. E’ scuotimento che genera il cadere di quanto non serve o si rivela erroneo. Nel confronto e nello scambio di parole con l’altro emergono i limiti, le incongruenze, gli errori stessi del proprio modo di ragionare. Si scopre una verità più grande di quella che si pensava di avere intravisto e ci si apre ad una verità che ci raggiunge in modi inattesi proprio nell’incontro. Lo scambio della parola, la discussione è setaccio che lascia cadere quanto è inutile ed indica l’attitudine di chi ricerca l’essenziale. Sta qui uno dei tratti del profilo del saggio.

“I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo”

Un vaso ben plasmato viene messo al fuoco rimane integro e l’argilla non si spacca, se invece vi sono difetti nell’impasto il fuoco genera fessure fino a spaccare il vaso. Questa immagine della vita artigianale indica i percorsi del ragionamento dell’uomo. Quando si confronta con altri, nello scambio di parole emerge se vi è una autentica ricerca di verità oppure se si tratta di un discorrere senza basi e che quindi si spacca e si fende come un vaso posto nel fuoco. Solamente nel rapporto con gli altri ci può essere la ricerca di una verità più grande oltre i frammenti che ciascuno riesce a cogliere.

Così il Siracide evoca l’impegno del saggio che si mantiene in discussione, che non pretende di essere arrivato e si espone al vaglio di un confronto da cui può emergere anche il difetto del suo ragionare e la parzialità del suo punto di vista. Il rapporto con Dio passa attraverso la parola e l’incontro con gli altri. E proprio in questo lasciarsi vagliare insegue la Parola di Dio che non viene meno. Il profilo del saggio è quello di chi ha una mente aperta e un cuore disponibile. Le sue parole, appaiono così come i frutti di un albero che maturano in rapporto ad una vita nascosta della pianta. Il centro della vita del saggio è un cuore coltivato nel bene, abituato a mantenersi in ricerca, disposto all’incontro. Le parole cattive sono il frutto di un cuore malato, che è stato intaccato dalla stoltezza: “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore”.

Questi pochi versetti del Siracide aiutano a riflettere oggi sul rapporto tra la Parola di Dio e le nostre parole, sul raggiungerci di Dio nella concretezza degli incontri e delle ricerche della vita.

«Voglio indicarvi il modo migliore per insegnare la Torah. Bisogna non sentire più affatto se stessi, non essere niente di più di un orecchio che ascolta ciò che il mondo della Torah dice in lui. Ma non appena si cominciano a sentire le proprie parole, si cessi» Così Martin Buber nei suoi Racconti dei Chassidim.

Tale via di saggezza è quella ricordata da Gesù che nel suo insegnamento utilizza il modo di parlare le brevi sentenze della sapienza di Israele: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è da più del maestro; ma ognuno che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. Gesù mette in guardia dall’essere guide cieche, presuntuose e incapaci di avere occhi aperti per camminare insieme agli altri. Richiama anche ad un discepolato che è rapporto di discepolo e maestro, ma va oltre il modo di pensare il discepolato dei rabbini: seguire lui infatti è cammino che non fa compiere illusorie carriere – si rimarrà infatti sempre discepoli, al seguito, dietro di lui – ed è chiamata a porre i passi dove lui i ha posti, assumendo lo stile della sua vita.

Alessandro Cortesi op

La Parabola-dei-ciechi

Pieter Bruegel il vecchio, La parabola dei ciechi – 1568 ca.

Guide cieche

Lo scandalo degli abusi sessuali nei confronti di minori all’interno della chiesa è emerso negli ultimi anni manifestandosi nella sua gravità ed anche nelle sue proporzioni sconvolgenti. In alcuni paesi del mondo esso è stato oggetto di importanti inchieste giornalistiche (cfr. il film Il caso Spotlight del 2015 che riprende le vicende dell’inchiesta del The Boston Globe agli inizi degli anni 2000 sull’arcivescovo Bernard Law accusato di aver coperto molti casi di pedofilia nella diocesi di Boston) e di procedimenti giudiziari come in Stati Uniti, Australia, Irlanda con proporzioni tali da minare profondamente la fiducia e da interrogare sulla credibilità della Chiesa.

Nel mese di febbraio a Roma papa Francesco ha riunito un incontro mondiale sulla “Protezione dei minori nella Chiesa” riunendo i presidenti di tutte le conferenze episcopali, patriarchi e superiori degli ordini religiosi per prendere consapevolezza del fenomeno ed iniziare ad affrontarlo in termini chiari di contrasto.

Una convocazione come quella voluta da Francesco per la chiesa cattolica nella sua dimensione mondiale esprime la profondità della crisi in atto. Esige infatti non solo una presa di consapevolezza del male che è stato perpetrato e dei reati. Richiede un ascolto nuovo della sofferenza delle vittime spesso emarginate o addirittura colpevolizzate, e spinge ad un ripensamento che coinvolge la teologia stessa, il modo di concepire i ruoli ministeriali nella chiesa.

Come ha detto il cardinale Marx nel suo intervento gli abusi sessuali nei confronti di bambini e giovani sono dovuti all’abuso di potere: “L’amministrazione ecclesiastica non ha compiuto la missione della Chiesa, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. I procedimenti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati. I diritti delle vittime sono stati calpestati». Il suo riferimento era come ha notificato in conferenza stampa alla situazioni delle diocesi tedesche ma ha affermato che «la Germania non è un caso isolato».

Durante il summit vaticano sono state innanzitutto ascoltate toccanti e drammatiche testimonianze di vittime. Tra di esse quella di una donna che ha ricordato di essere stata abusata da bambina: «Da allora io che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata non sono più esistita (…) restano incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana, io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse (…) Dobbiamo trovare il coraggio di parlare e denunciare, pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena (…) non può e non deve essere più così». (testimonianza di una vittima)

E’ emersa così una posizione che individua nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi. E’ la posizione questa di papa Francesco che nell’omelia della Messa del 24 febbraio ha detto: “Gli abusi – ha continuato – “sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica”.

Ma non si tratta solamente di una questione di gestione di un fenomeno criminale. Gli abusi sono – come osserva lo storico della chiesa Massimo Faggioli (Un summit necessario in Huffingron Post del 24.02.2019) – “anche una questione teologica: dalla teologia dei sacramenti (specialmente l’ordinazione al sacerdozio) alle concezioni di chiesa, dal ruolo della donna nella chiesa al magistero sulla morale sessuale. La questione più complicata riguarda le riforme strutturali richieste dalla diagnosi sul fenomeno, al cui centro c’è una pratica di chiesa clericale in cui il sacerdozio e l’episcopato spesso ancora significano onori ma senza le responsabilità che ne derivano”.

Tra gli interventi in particolare vi sono stati alcune voci di donne che hanno scosso in modi diversi l’assemblea. Suor Veronica Openibo, superiora generale nigeriana, membro del Comitato direttivo dell’Unione internazionale delle Superiore generali, ha toccato un punto molto rilevante nel suo intervento quando ha denunciato il fatto che in molte chiese si pensa ancora che questo problema non esista e sia relegato ad ambiti lontani.

“Con cuore pesante e triste, penso a tutte le atrocità che abbiamo commesso come membri della Chiesa: e sto parlando di “noi”, non di “loro”, ma di “noi”. Le Costituzioni della mia congregazione mi ricordano: “In Cristo ci uniamo all’intera umanità, specialmente ai poveri e ai sofferenti. Accettiamo la nostra parte di responsabilità per il peccato del mondo e quindi viviamo perché il suo amore possa prevalere” (SHCJ, Costituzioni, n. 6). Penso che ciascuno di noi debba riconoscere che sono la nostra mediocrità, ipocrisia e compiacenza ad averci condotto in questo luogo vergognoso e scandaloso in cui ci ritroviamo come Chiesa. Ci soffermiamo a pregare: Signore, abbi misericordia di noi!” (…) Quindi, non nascondiamo più simili  fatti per paura di sbagliare. Troppo spesso vogliamo stare tranquilli finché la tempesta non si è placata! Quella tempesta non passerà. È in gioco la nostra credibilità come Chiesa. Penso che Gesù ci abbia detto, e ci dà questa forte affermazione: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Marco 9, 42). Quindi, miei cari fratelli e sorelle, dobbiamo affrontare il problema e cercare la guarigione per le vittime di abusi”.

Nella medesima giornata dei lavori il 23 febbraio u.s. vi è stato l’intervento di una giornalista messicana Valentina Alazraki che nelle sue inchieste ha seguito nella sua interezza la vicenda sconvolgente di Marcial Maciel, il fondatore messicano dei Legionari di Cristo, per alcuni una mente malata per altri un genio del male ponendo l’accento sul fatto che “alla base di quello scandalo, che tanto male ha fatto a migliaia di persone, fino a macchiare la memoria di un uomo che oggi è santo, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, c’è stata una comunicazione malata”. Con la dirittura e la chiarezza del suo parlare ha lasciato sospesa una domanda all’interno di una assemblea di vescovi e cardinali:

“Ad un primo sguardo, c’è poco in comune tra voi ed io, voi, vescovi e cardinali, e me, una donna laica, senza incarichi nella Chiesa, e per di più giornalista; suppongo questo non aiuti. (…) Dubito che qualcuno in quest’aula non pensi che la Chiesa sia, prima di tutto, madre. Molti di noi qui presenti abbiamo o abbiamo avuto un fratello o una sorella. Ricordiamo che le nostre madri, pur amandoci tutti allo stesso modo, si dedicavano specialmente ai figli più fragili, più deboli, a quelli che magari non sapevano procedere con le proprie gambe nella vita e avevano bisogno di una piccola spinta. Per una madre non ci sono figli di prima o seconda classe: ci sono figli più forti e figli più vulnerabili.

(…) di fronte a condotte delittuose come gli abusi su minori, pensate che un’istituzione come la Chiesa, per essere fedele a se stessa, abbia un’altra via se non quella di denunciare questo crimine? Che abbia un’altra via se non quella di stare dalla parte della vittima e non del carnefice? Chi è il figlio più debole, più vulnerabile? Il sacerdote che ha abusato, il vescovo che ha abusato e coperto, o la vittima? Siate certi che i giornalisti, le mamme le famiglie e l’intera società, per noi, gli abusi sui minori sono uno dei principali motivi di angoscia. Ci preoccupa l’abuso sui minori per ciò che comporta: la distruzione delle famiglie. Riteniamo tali abusi come uno dei crimini più abominevoli. Chiedetevi: siete nemici di quanti commettono abusi o li coprono tanto quanto lo siamo noi, le mamme, le famiglie, la società civile?  Noi abbiamo scelto da quale parte stare. Voi, lo avete fatto davvero, o solo a parole?

(…) Credo che dovreste prendere coscienza che quanto più coprirete, quanto più farete come gli struzzi, quanto meno informerete i mass media e, quindi, i fedeli e l’opinione pubblica, tanto più grande sarà lo scandalo. Se qualcuno ha un tumore, non si curerà nascondendolo ai propri familiari o amici, non sarà il silenzio a farlo guarire, saranno le cure più indicate a evitare alla fine le metastasi e a portare alla guarigione. Comunicare è un dovere fondamentale, perché, se non lo fate, diventate automaticamente complici degli abusatori. (…) I fedeli non perdonano la mancanza di trasparenza, perché è una nuova violenza, è una nuova violenza verso le vittime. Chi non informa, incoraggia un clima di sospetto e di sfiducia e provoca rabbia, e ’odio verso l’istituzione”.

Papa Francesco nell’omelia della messa del 24 febbraio ha detto: “L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso”. Ed ha poi menzionato l’impegno a seguire le “Best Practices” formulate, sotto la guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da un gruppo di dieci agenzie internazionali che ha sviluppato e approvato un pacchetto di misure chiamato INSPIRE, cioè sette strategie per porre fine alla violenza contro i bambini.

Ma anzitutto ha richiamato ad un cambiamento di mentalità per porre al primo posto l’ascolto, la cura, il sostegno e  l’accompagnamento delle vittime rispetto alla salvaguardia dell’istituzione: “Occorre dunque cambiare mentalità per combattere l’atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione, a beneficio di una ricerca sincera e decisa del bene della comunità, dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”.

E così si è espresso all’Angelus di domenica 24 febbraio: “il problema degli abusi sessuali nei confronti di minori da parte di membri del clero ha suscitato da tempo grave scandalo nella Chiesa e nell’opinione pubblica, sia per le drammatiche sofferenze delle vittime, sia per la ingiustificabile disattenzione nei loro confronti e la copertura dei colpevoli da parte di persone responsabili nella Chiesa. Poiché è un problema diffuso in ogni Continente, ho voluto che lo affrontassimo insieme, in modo corresponsabile e collegiale, noi Pastori delle Comunità cattoliche in tutto il mondo. Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale. Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni ad essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù”.

«Non crediamo che solo perché abbiamo iniziato a scambiare qualcosa tra di noi, tutte le difficoltà siano eliminate», ha detto il vescovo ghanese Philip Naameh sabato 22 febbraio durante la celebrazione penitenziale di confessione delle colpe. E’ solo un inizio di un cammino che richiede cambiamenti profondi e radicali.

Alessandro Cortesi op

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Quali vie per l’accoglienza nel tempo dell’esclusione?

Serata partecipata, mercoledì 27 febbraio a san Domenico di Pistoia dalle ore 21 alle 23.30 alla tavola rotonda su Quali ricadute del ‘decreto sicurezza’ (legge 132 del 1.12.2018) sul territorio di Pistoia? Quali vie per nuovi modi di accoglienza di migranti e richiedenti protezione?

Incontro di formazionepromosso da:

Giustizia e pace Provincia romana di s. Caterina – Centro Espaces Giorgio La Pira

Hanno partecipato: Claudio Curreli magistrato, capo scout AGESCI; Marco Rimediotti coordinatore area migranti coop. Arkè; Camilla Reggiannini operatrice sociale; Emiliano Corvino operatore sociale; Rawaz Shally richiedente asilo ospite CAS san Domenico.

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VII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_E3138.JPG1Sam 26,2-23; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38

“Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore. Ed ecco, come è stata preziosa oggi la tua vita ai miei occhi, così sia preziosa la mia vita agli occhi del Signore ed egli mi liberi da ogni angoscia”. Davide non sceglie la via della vendetta di fronte al re Saul che lo inseguiva nel deserto. Sceglie di non toccare il consacrato del Signore, il re. pur braccato Davide non uccide Saul. L’episodio si chiude con una preghiera che richiama alla preziosità di ogni vita davanti a Dio, e chiede la sua liberazione.

Davide attua in misura eroica l’atteggiamento sintetizzato da una regola rabbinica: “Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Questa regola è anche presentata in altri modi nella Bibbia (ad esempio in Tob 4,15). Nel vangelo la formulazione compare, ed è presentata in senso positivo. E’ la ‘regola d’oro’ ripresa dalla tradizione ebraica e che attraversa le religioni e che Gesù allarga a dismisura i confini di questo invito. Non solo i vicini, gli amici, coloro con cui già è piacevole condividere e da cui si riceve del bene in cambio devono essere destinatari di cura e amore, ma addirittura chi è oppositore, nemico ed opera il male: “A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano”. E’ una tra le parole più provocatorie e rivoluzionarie di Gesù. Egli stesso l’ha vissuta rispondendo con il silenzio di resistenza davanti ai suoi persecutori e non usando violenza a fronte della ingiustizia e della violenza. E’ espressione della fiducia che solo il bene può generare altro bene fino a cambiare l’altro da nemico in amico, ed entrare nella logica del male non può che provocare inimicizia e violenza.

“A chi ti percuote la guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Gesù indica un’opzione radicale per un atteggiamento di nonviolenza attiva che divenga opzione e stile di vita. Non è assuefazione al male, non è scambiare il male con il bene e ritenere che non vi sia differenza, è invece e piuttosto resistenza che si oppone al male e all’ingiustizia nel non riprodurre i medesimi meccanismi della violenza. Al cuore sta la fiducia che il contagio del bene può disarmare chi fa il male. Gesù propone una via della smilitarizzazione dei cuori.

Il prestito senza esigere interessi era previsto dell’Esodo e del Deuteronomio, pur se ristretto ai membri del popolo d’Israele: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio” (Es 22,24; cfr. Deut 15,7-11; 23,20-21: “allo straniero potrai prestare ad interesse ma non al tuo fratello…”). Anche i salmi offrono tale descrizione del giusto: “presta denaro senza fare usura e non accetta doni contro l’innocente” (Sal 15,5); ”felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia” (Sal 112,5). Gesù estende la richiesta a tutti. In tal modo approfondisce e interiorizza le indicazioni della legge. Suggerisce uno stile di vita nel dono senza calcoli, senza riserve. La ricompensa non è ‘qualche cosa’ ma consiste in un incontro e diviene accogliere la misericordia di Dio stesso: è quindi la gioia di incontro con il Dio misericordioso.

La radice di questo nuovo modo di intendere i rapporti sta nella misericordia di Dio: il Padre è fonte da cui è possibile trarre forza per vivere secondo questa logica nuova. “Se amate quelli che vi amano che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto… Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”

Matteo, nel discorso della montagna utilizza l’espressione ‘siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Luca da parte sua individua nella misericordia la caratteristica propria di Dio: ‘siate misericordiosi come il Padre vostro…’. La vita al seguito di Gesù si concretizza in questa direzione di misericordia nell’impegno ad attuare la nonviolenza del cuore che si traduce in gesti di gratuità, cura e attenzione.

Alessandro Cortesi op

IMG_E3148.JPGNonviolenza attiva

«Lettore, io ti voglio raccontare, / nero su bianco, una nuova storia. / Su bianco e nero, oltre a ragionare, / è bene che ci sia buona memoria, / perché chi vive senza ricordare, / vive una vita cieca e senza gloria. / Se tu sei pronto anch’io sono pronto, / e qui comincia il mio lungo racconto».

Roberto Piumini ha ripercorso in un libro scritto in versi, con l’uso dell’ottava rima e accompagnato dalle illustrazioni di Paolo d’Altan (Alzati, Martin, ed. Solferino 2018) la storia di Martin Luther King, pastore battista, protagonista nella lotta per i diritti umani, disarmato assertore della nonviolenza come stile di vita di fronte ad ogni forma di oppressione. L’uso dell’ottava rima che richiama i poemi cavallereschi diviene così motivo per conoscere le vicende di un cavaliere senza armi che ha condotto una lotta coraggiosa e indomita per la giustizia nel suo tempo.

Martin Luther King aveva 39 anni quando fu assassinato a Memphis il 4 aprile del 1968. Fu colpito mentre dal balcone di un motel stava parlando alla folla venuta ad ascoltarlo. Era giunto a Memphis per sostenere la lotta dei lavoratori neri sfruttati.

La sua storia era iniziata quando aveva udito l’ordine perentorio ‘Alzati’. Aveva quattordici anni. Quel giorno stava tornando da Atlanta dopo aver partecipato ad un concorso: era insieme ad un suo insegnante e si era sentito apostrofare da quel grido perché non aveva lasciato il posto nell’autobus a due bianchi. Lui, afroamericano, considerato inferiore a motivo del colore della sua pelle.

Quel comando fece maturare in lui una reazione profonda che lo portò a cambiare, rovesciandolo, il significato di quell’ordine ricevuto. ‘Alzati’ per Martin, da allora, divenne parola d’ordine per un movimento di recupero di consapevolezza della propria dignità e di quella di tante e tanti come lui discriminati a causa di una condizione etnica o sociale. «A quel comando brusco, in un momento,/ nell’autobus, si spengono i rumori./ Tutti guardano Martin e la donna, che con le unghie si graffia la gonna».

Il libro di Piumini ricorda l’alzarsi di tanti tra cui i nomi più noti: tra di essi Rosa Parks che il 1 dicembre 1955 si rifiutò di alzarsi nell’autobus per lasciare posto ad un bianco. Rosa Parks ebbe a dire: «La gente dice sempre che non mi alzai perché ero stanca, ma non è vero. Non ero fisicamente stanca o più stanca del solito dopo una giornata di lavoro. Non ero vecchia anche se alcune persone pensano che lo fossi. Avevo 42 anni. No, la sola cosa di cui ero stanca era di cedere».

Sulla storia di Rosa Parks un altro bel libro per bambini è stato edito da Amnesty International: il suo titolo è L’autobus di Rosa scritto da Fabrizio Silei e con illustrazioni di Maurizio Quarello. La narrazione ha inizio ai nostri giorni con il racconto della visita di un nonno insieme al nipotino al museo Henry Ford in Michigan. Lì è custodito l’autobus su cui viaggiava quel giorno Rosa Parks e da lì il nonno inizia a ripercorrere quella storia di discriminazione e di resistenza nonviolenta.

Nel testo di Piumini si ricordano anche i gesti di persone sconosciute, come Claudette Colvin, una ragazza di Montgomery che prima di Rosa Parks aveva compiuto il medesimo rifiuto: «Molte teste,/ sui marciapiedi, si alzano a guardare,/ mentre Claudette, tirata per la veste,/ strilla, con la sua voce eccezionale:/ “È un mio diritto costituzionale!”»

Nelle biografie di Martin Luther King si ricorda che la sera in cui venne ucciso le sue ultime parole furono un augurio al cantautore Ben Branch che quella sera doveva cantare: “Ben, non dimenticare stasera di cantare Take My Hand, Precious Lord, e soprattutto di cantarlo bene!” E quella musica rinvia all’ideale che ha guidato il sogno di Martin nella sua vita, il sogno di un uomo, che sin da bambino aveva scoperto come ‘alzarsi’ significava seguire la via della nonviolenza e la lotta per una libertà da raggiungere mai da soli, ma insieme.

Alessandro Cortesi op

 

Una lettera sulla responsabilità politica

santa-caterina-da-siena-907083E’ stata diffusa in questi giorni una lettera aperta firmata da 52 docenti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana s.Caterina da Siena. Come ha detto mons. Filippini vescovo di Pescia e moderatore dell’ISSR “è una denunica politica in senso alto, che indica i valori e le prospettive dell’agire nella polis, nella società, in maniera coerente con i valori cristiani”. Qui di seguito il testo della lettera con le firme di coloro che hanno dato adesione. (ac)

Lettera aperta di alcuni docenti dell’ISSR Toscana s.Caterina da Siena

In qualità di docenti dell’Istituto Superiore di Scienze religiose s.Caterina da Siena della Toscana desideriamo esprimere la nostra viva preoccupazione per la gravità di una situazione che si connota come crisi di umanità ed emergenza democratica nel nostro Paese.

Il nostro compito di docenti che vivono l’impegno della ricerca e dell’insegnamento in discipline bibliche, teologiche, morali, storiche, filosofiche, pedagogiche e sociali ci spinge a sentirci responsabili per il cammino dell’intera comunità civile e umana verso orizzonti di giustizia e di pace.

Recenti misure di legge su sicurezza e politiche d’asilo cancellano di fatto i diritti fondamentali degli stranieri e sono profondamente discriminatorie di diritti inalienabili di uomini e donne. La ‘declamata’ chiusura dei porti e il rifiuto nei confronti di migranti che fuggono da guerre e miseria incrementano la percezione che i rifugiati siano una minaccia per la sicurezza dei cittadini italiani, e non persone da proteggere. Molti di essi sono anche sorelle e fratelli in Cristo. Determinazioni politiche che impediscono il soccorso in mare di naufraghi sono in contrasto con norme di diritto internazionale e profondamente disumane. L’attuazione di respingimenti verso paesi come la Libia in cui i migranti sono tenuti in condizione di schiavitù e tortura sistematica costituiscono una violazione ai principi riconosciuti al cuore del progetto europeo sorto sulle rovine e tragedie della seconda guerra mondiale e della Shoah con il grido ‘mai più’. L’accettazione dell’idea che possano esserci diversi livelli di cittadinanza senza garantire il riconoscimento della dignità di ogni persona non è accettabile e ci spinge ad unire la nostra voce accanto a quella di tanti altri per un risveglio di responsabilità democratica e di umanità.

Siamo particolarmente preoccupati per la diffusione di un clima di paura dell’altro che individua negli stranieri il capro espiatorio dei malesseri della nostra società, per l’affermarsi di modi di intendere la vita centrati sui propri interessi senza compassione per le sofferenze dei più fragili e degli impoveriti, per l’estendersi di nazionalismi che si oppongono a orizzonti di fraternità e solidarietà tra i popoli. Pensiamo che il silenzio e l’indifferenza in questa congiuntura storica siano terreno di coltura dell’intolleranza, del razzismo e della xenofobia che conducono al dissolvimento di ogni convivenza possibile.

Desideriamo unirci al messaggio che con insistenza papa Francesco ha espresso: “In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano” (Messaggio per la giornata della pace, 1 gennaio 2018)

Invitiamo le nostre comunità ad ascoltare le parole di Gesù “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35) a farne criterio di orientamento per scelte concrete di accoglienza e vicinanza in un momento in cui sta per essere smantellato il sistema di accoglienza e protezione per i richiedenti asilo.

Siamo con i pastori delle nostre chiese che esprimono parole chiare, capaci di orientare le coscienze secondo il messaggio del vangelo che chiama a riconoscerci stranieri in cammino, responsabili – come diceva santa Caterina ai governanti – di una ‘città prestata’, solidali con l’umanità ferita nella ricerca della giustizia e della pace.

Come insegnanti sentiamo la responsabilità politica che deriva dal nostro servizio teologico al popolo di Dio. Nutriamo la speranza che la nostra voce contribuisca ad una presa di consapevolezza della deriva di barbarie in atto e della gravità di orientamenti che si pongono in contrasto con il vangelo e con principi fondamentali della Costituzione italiana.

Auspichiamo condivisione di impegno per far sì che vi sia apertura di canali legali di accesso al nostro paese, soccorso ai naufraghi nel mare Mediterraneo, promozione di corridoi umanitari, una nuova solidarietà dei paesi europei sulle politiche migratorie con sguardo lungo sul futuro, capacità di scorgere nell’immigrazione una risorsa per le società, creatività nel trovare forme di accoglienza, protezione, accompagnamento ed inclusione dei migranti. Il fenomeno migratorio è legato alle guerre, all’iniqua distribuzione delle risorse della terra, all’emergenza ecologica. Solo una comunità internazionale che agisce sulla base del diritto e con metodo multilaterale può affrontarlo alla radice. Ogni uomo e ogni donna, infatti, nasce in una terra e da esse deve essere libero di partire, ma anche di restare.

Ci impegniamo nell’esercizio quotidiano di docenza, nell’articolazione dei programmi di studio del nostro Istituto, nell’approfondimento delle singole discipline a coltivare una fedeltà al vangelo che ci rende responsabili nella costruzione di una convivenza sociale e politica fondata sul riconoscimento dei diritti umani fondamentali.

Il riferimento alla Parola di Dio segna il nostro impegno di studio nell’orizzonte dell’ospitalità, del dialogo, dell’amicizia. Al cuore dell’annuncio cristiano sta il fare spazio all’Altro che ci raggiunge nei volti dei poveri, degli oppressi e ci spinge a fare memoria delle vittime, a condividere e accompagnare le attese di liberazione dei sofferenti, ad intraprendere cammini di comprensione e dialogo con uomini e donne di altre culture e religioni.

In tale direzione confermiamo il nostro impegno per la formazione di coscienze capaci di assunzione di responsabilità in questo momento così difficile e buio per la nostra società.

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A questo link l’articolo di La Repubblica del 13 febbraio 2019 che ha ripreso la lettera dei docenti

Hanno aderito (in ordine alfabetico)

  1. Sergio Angori
  2. Alberto Ara
  3. Luca Basetti
  4. Andrea Bigalli
  5. Annalisa Bini
  6. Massimo Bini
  7. Angelo Biscardi
  8. Francesco Carensi
  9. Marco Cerruti
  10. Giovanna Cheli
  11. Piero Ciardella
  12. Alessandro Cortesi
  13. Lamberto Crociani
  14. Bryan Dal Canto
  15. Luca M. De Felice
  16. Pietro L. Di Giorgi
  17. Sabina Falconi
  18. Matteo Ferrari
  19. Roberto Fornaciari
  20. Federico Franchi
  21. Francesco Gaiffi
  22. Giovanni Gardini
  23. Vittorio Gepponi
  24. Marco P. Giovannoni
  25. Pietro D. Giovannoni
  26. Salvatore Glorioso
  27. Stefano Grossi
  28. Anselmo Grotti
  29. Giovanni Ibba
  30. Maria Incandela
  31. Mariano Inghilesi
  32. Alfredo Jacopozzi
  33. Joseph Heimpel
  34. Fabrizio Lelli
  35. Marcello Marino
  36. Claudio Monge
  37. Paolo Morelli
  38. Paolo Nepi
  39. Ariele Niccoli
  40. Serena Noceti
  41. Donatella Pagliacci
  42. Marco Pierazzi
  43. Alessandro Previato
  44. Elvis Ragusa
  45. Lisa Renieri
  46. Eugenia Romano
  47. Stefano Sodi
  48. Luciano Tomek
  49. Nadia Toschi
  50. Paolo Trianni
  51. Giovanni Vezzosi
  52. Gian Paolo Violi

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VI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_3039Ger 17,5-8; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

Il discorso delle beatitudini si legge in Matteo come discorso sul monte agli inizi del suo vangelo: è il primo dei cinque grandi discorsi del vangelo. Luca riporta le beatitudini in un altro contesto, mentre Gesù è sulla pianura. Dopo aver trascorso la notte da solo in preghiera, Luca lo fissa, nel discendere dalla montagna, nell’atto di chiamare a sé i discepoli e di sceglierne dodici, numero simbolico con riferimento alle tribù di Israele. E diede loro il nome di apostoli (Lc 6,12-16). “erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie…e cercavano di toccarlo…”. Di fronte a questo ascolto e a questa ricerca che esprime il desiderio profondo di bene e felicità presente nel cuore di ogni persona Gesù pronuncia il discorso delle beatitudini.

Luca riporta solo quattro beatitudini e le fa seguire da quattro ‘guai’. E’ un modo letterario per contrapporre alla via della benedizione, la via dell’infedeltà. Le beatitudini di Luca si rivolgono a chi ascolta direttamente: beati voi… ‘voi’ che vivete le situazioni della povertà, della fame, del pianto e della persecuzione. Per contro chi vive nella sicurezza e nella felicità del mondo è sottoposto ai ‘guai’.

Le beatitudini annunciano una felicità paradossale: chi vive situazioni di fallimento di dolore e di sofferenza è detto felice sin da ora. Ma Gesù non ha alcuna intenzione di giustificare una condizione di male e di ingiustizia in cui chi soffre viene lasciato a se stesso o illuso con una promessa di premio in un altro mondo. “Dio in Gesù non si limita a dichiarare ma si impegna personalmente per il mutamento dello status quo degli ultimi, un già aperto ad un futuro che è loro e in cui perfetta sarà la gioia” (Giancarlo Bruni, Beatitudini. La via di Gesù alla felicità, ed. Cittadella 2018, 20).

L’agire di Gesù è sempre stata di denuncia delle situazioni ingiuste e di impegno a liberare chi soffriva a causa di pesi imposti da altri o per sofferenze fisiche e psichiche. I gesti e le parole di Gesù sono sempre espressioni di liberazione, sono tese a restituire le persone a se stesse, a liberare da oppressioni interiori od esteriori. La sua stessa vita è stata poi testimonianza di una gioia che scaturiva non dall’avere, dal potere, dall’affermazione di sé sopra gli altri, ma da uno stare ‘in mezzo a voi come colui che serve’. “…non il pianto della morte ma il risus paschalis ha l’ultima parola anche nei confronti di tutto il creato, l’universo, che con noi geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi (…) Il Dio che in Gesù mescola le sue lacrime con i piangenti a motivo di chi non è più può dire agli afflitti quello che gli angeli hanno detto di Gesù alle donne: ‘perché cercate ta i morti colui che è vivo?’ (Lc 24,5)” (G.Bruni, Beatitudini, 36)

Al cuore dell’annuncio delle beatitudini sta l’affermazione che il regno è arrivato e Dio prende le parti di chi è povero, di chi ha fame, di chi piange di chi è odiato e insultato. Gesù indica anche che solamente chi è povero, ha fame, è sofferente e perseguitato è in grado di sperimentare l’apertura ad accogliere la salvezza come dono. Questa non è esito delle sue forze e prodotto della sua potenza. Chi è invece appesantito dalle cose, chi vive nella spensieratezza, nella sicurezza e nell’abbondanza non ha spazio nel suo cuore per accogliere l’amore di Dio e la possibilità di vivere la vita nella condivisione e nella semplicità. Chi vive sazio e soddisfatto è occupato dagli idoli soprattutto dall’idolo del proprio ‘io’. Ed è per questo invitato ad uscire da queste chiusure pr aprirsi ad una gioia nuova.

I ‘guai’ contrapposti alle beatitudini sono un rimprovero forte rivolto a chi vive tranquillo nel disinteresse verso gli altri e pensa che la fede sia privilegio e un possesso che consente di non farsi carico degli altri, anzi di opprimere e di mantenere e favorire situazioni ingiuste di oppressione e di sfruttamento.

Il linguaggio minaccioso dei guai è quello proprio dei profeti per risvegliare dal torpore (Is 5,8-24; cfr. Am 5,18;6,1): “Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese… Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro…” sono ‘guai’ rivolti a chi specula, a chi è preoccupato solo del suo piacere, a chi è immorale, perverso, a chi è arrogante e prepotente, a chi è un politico corrotto.

Dietro a tale protesta c’è un invito positivo a vivere la ricerca per la giustizia e a seguire Dio che è padre dei poveri e difensore delle vedove: “Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora” (Sal 68,6).

Gesù propone felicità, nel compimento della fedeltà del Padre. Soprattutto Luca sottolinea l’atteggiamento della povertà quale dimensione fondamentale per poter essere disponibili al regno di Dio. I poveri di Jahwè sono coloro che senza sostegni umani ripongono la loro fiducia nelle promesse di Dio e su di esse fondano la loro intera esistenza. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno … Beato l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia” (Ger 17,5). Luca insiste sulla attitudine della gioia: “beati voi quando gli uomini vi odieranno… Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.” E’ la gioia il messaggio profondo delle beatitudini, proclamazione di una felicità nuova e inaudita perché Dio ha cura del debole e del povero e perché Dio ha scelto la via della povertà e dell’inermità per farsi vicino a noi. Ha capovolto tutti i criteri umani di realizzazione e di affermazione: le beatitudini sono una grande pagina che parla di Gesù, della sua identità in cui trovare speranza e possibilità di gioia, e forza per un nuovo modo di vivere.

Alessandro Cortesi op

pala Bardi san Francesco

Povertà

Nell’omelia alla messa celebrata il 5 febbraio u.s. nello stadio di Abu Dhabi negli Emirati arabi, papa Francesco ha commentato la pagina delle beatitudini ricordando innanzitutto alcuni aspetti fondamentali: “…è il ritornello che Egli ripete oggi, quasi a voler fissare nel nostro cuore, prima di tutto, un messaggio basilare: se stai con Gesù, se come i discepoli di allora ami ascoltare la sua parola, se cerchi di viverla ogni giorno, sei beato. Non sarai beato, ma sei beato: ecco la prima realtà della vita cristiana. Essa non si presenta come un elenco di prescrizioni esteriori da adempiere o come un complesso insieme di dottrine da conoscere. Anzitutto non è questo; è sapersi, in Gesù, figli amati del Padre. È vivere la gioia di questa beatitudine, è intendere la vita come una storia di amore, la storia dell’amore fedele di Dio che non ci abbandona mai e vuole fare comunione con noi sempre”.

Ha poi precisato: “Vivere da beati e seguire la via di Gesù non significa tuttavia stare sempre allegri. Chi è afflitto, chi patisce ingiustizie, chi si prodiga per essere operatore di pace sa che cosa significa soffrire. Per voi non è certo facile vivere lontani da casa e sentire magari, oltre alla mancanza degli affetti più cari, l’incertezza del futuro. Ma il Signore è fedele e non abbandona i suoi”. “vorrei dirvi anche che vivere le Beatitudini non richiede gesti eclatanti. Guardiamo a Gesù: non ha lasciato nulla di scritto, non ha costruito nulla di imponente. E quando ci ha detto come vivere non ha chiesto di innalzare grandi opere o di segnalarci compiendo gesta straordinarie. Ci ha chiesto di realizzare una sola opera d’arte, possibile a tutti: quella della nostra vita. Le Beatitudini sono allora una mappa di vita”.

E infine a proposito delle prime due beatitudini ha ricordato il viaggio di Francesco presso il sultano (cfr. John Tolan, Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’Islam, ed. Laterza 2009). Nel tempo delle crociate – nel 1217 fu indetta infatti una crociata da Onorio III che condusse all’assedio di Damietta per costringere il sultano a restituire la città santa ai cristiani da lui presa nel 1187 – e dell’opposizione armata Francesco sceglie la via della visita, dell’andare incontro, senza difese e senza pregiudizi, esponendosi con il suo corpo a stare di fronte all’altro.

“vorrei soffermarmi brevemente su due Beatitudini. La prima: «Beati i miti» (Mt 5,5). Non è beato chi aggredisce o sopraffà, ma chi mantiene il comportamento di Gesù che ci ha salvato: mite anche di fronte ai suoi accusatori. Mi piace citare san Francesco, quando ai frati diede istruzioni su come recarsi presso i Saraceni e i non cristiani. Scrisse: «Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (Regola non bollata, XVI). Né liti né dispute – e questo vale anche per i preti – né liti né dispute: in quel tempo, mentre tanti partivano rivestiti di pesanti armature, san Francesco ricordò che il cristiano parte armato solo della sua fede umile e del suo amore concreto. È importante la mitezza: se vivremo nel mondo al modo di Dio, diventeremo canali della sua presenza; altrimenti, non porteremo frutto”.

Nell’omelia ad Abu Dhabi Francesco ha ricordato l’invito di Francesco ai suoi frati riguardo allo stile di rapporto nel recarsi presso i non cristiani, nei paesi in cui era presente l’Islam: uno stile di mitezza, di distanza da qualsiasi atteggiamento aggressivo e di ricerca di dispute e scontri, un atteggiamento disarmato e capace di entrare in relazione nel dialogo della vita, all’altezza dello sguardo. Francesco richiama a quello stile di povertà che si connota come assenza di pretese di colonizzare l’altro, e che richiama invece allo stare soggetti, disponibili, capaci di servizio. E’ atteggiamento che ha le sue radici in uno sguardo positivo che riconosce e cerca di intessere relazione. Riconoscendo il valore della vita altrui e aprendosi alla possibilità nuova dell’impossibile che la relazione e la vicinanza può aprire. Nella pazienza del cammino, nella consapevolezza che i tempi della conoscenza e dello scambio delle parole implicano un adattarsi che non è facile e che comporta un lungo viaggio. Francesco si presentò al sultano come uomo di Dio, vestito della veste povera, come un sufi, uomo di preghiera. Questa fu la porta per un dialogo che produsse uno scambio di parole e di doni.

San_Francesco_predica_al_sultano_-_Maestro_della_tavola_Bardi_Firenze_Basilica_di_Santa_Croce_Cappella_BardiA Firenze nella chiesa di santa Croce sono presenti due immagini che rinviano a quell’episodio del 1219 e che possono essere occasione per essere osservate in questo anniversario a distanza di ottocento anni. Il primo è in una pala in cui sono narrati episodi della vita di Francesco a fianco del profilo del santo di Assisi: in uno dei riquadri è riportata la predicazione di Francesco a fronte di un uditorio, tra cui vi è anche il sultano al-Malik al-Kamil. Francesco tiene in mano un libro, riferimento chiaro al libro del vangelo, ma forse interpretabile anche come apertura a riconoscere la dignità del riferimento al Corano per i credenti musulmani: ossia la Parola di Dio che raggiunge in un libro quale guida di vita e l’attitudine di preghiera di fronte a Dio che scaturisce dal senso di affidamento, profonda attitudine dell’Islam stesso. Francesco è ascoltato da un pubblico attento: gli occhi degli uditori sono tutti grandi e sgranati ad indicare il fascino di un presentarsi non con la pesantezza delle armi, ma nella povertà della predicazione.

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Un seconda immagine è invece di mano di Giotto in un affresco sulle pareti della medesima cappella Bardi in santa Croce: Francesco sul lato destro, con a fianco un compagno, si appresta alla prova del fuoco davanti al sultano, raffigurato al centro su di un trono, mentre dall’altra parte i consiglieri e i saggi si volgono altrove. Si tratta di un evento leggendario, senza fondamento storico, costruito da Bonaventura nella Legenda maior per esaltare la carità di Francesco ed il suo desiderio missionario: “Il beato Francesco, per testimoniare la fede di Cristo, volle entrare in un gran fuoco con i sacerdoti del Sultano di Babilonia. Però nessuno di essi volle entrare con lui ma tutti fuggirono subito dalla presenza del Santo e del Sultano” (Legenda Maior IX,8) Ancora è forse da evidenziare la centralità del vangelo per la vita di Francesco. Francesco è disposto ad entrare nel fuoco. Ma quella prova del fuoco costruita dalla leggenda reca in sé un messaggio importante: essa non è sconfessione della religione dell’altro, ma disponibilità ad un coinvolgimento personale, senza tornaconti e senza pretese, affermazione della forza di quel vangelo che ha condotto a visitare e a intraprendere un cammino alternativo alla logica della guerra e dell’esclusione. E’ la forza della parola del vangelo che ha spinto Francesco in un viaggio di pace oltre i confini della separazione giungendo a scoprire di essere lui stesso accolto e a vivere uno scambio di parole e di accoglienza con il sultano.

Così Giorgio La Pira percepì nel XX secolo il segno profetico di quel viaggio: “la storia che Dio vuol scrivere con gli uomini non la realizzano le crociate, ma il pellegrinaggio disarmato del santo di Assisi. Si tratta quindi di “renvérsér les croisades”, di rovesciare le crociate, cioè di rovesciare un  paradigma storico, purificare la memoria, lasciare che i valori trascendenti delle religioni che pur nella loro irriducibilità si riferiscono alla avventura di Abramo, uniscano i popoli cristiani, musulmani e Israele perché siano visibili le tracce della trascendenza e si apra una nuova logica dei rapporti internazionali diversa da quella, vissuta da La Pira, della guerra fredda prodotta da i due opposti materialismi atei. È stato in fondo san Francesco con la sua missione disarmata nella terra dell’Islam a mettere le vicende mediorientali sotto la luce del dialogo (e della ammirazione reciproca) fra appartenenti a religioni diverse” (Marco Giovannoni, Giorgio La Pira: dialogo religioso e pace, in Aa.Vv. Storie di testimoni, sfide di pace, ed. Nerbini 2014).

Sono gesti che nella storia rimangono indicazione di cammini aperti… sono questi gli autentici miracoli dell’accoglienza delle beatitudini nella vita.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

DSCN2121Is 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-1,

La chiamata di Isaia, sacerdote di Gerusalemme, ad essere profeta è descritta in modo solenne come una visione all’interno del Tempio nel momento del sacrificio dell’incenso tra le volute di fumo che riempiono lo spazio sacro. Isaia testimonia un’esperienza della presenza di Dio, la sua gloria. Ma il fumo è velo che impedisce di vedere. Dio si fa vicino ma nel contempo si vela e rimane inaccessibile. Isaia vive l’esperienza di una chiamata che lo coinvolge e gli cambia l’esistenza: e si scopre piccolo e indegno di fronte alla santità di Dio: ‘Santo Santo Santo è il Signore Dio degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria’. Le sue labbra vengono purificate per mezzo del carbone tratto dall’altare: questo gesto indica un fuoco che lo prende e genera parole nuove: è un invio a parlare e farsi annunciatore di una parola come fuoco. ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ Isaia riceve una missione e risponde con libertà: ‘Eccomi, manda me’.

Appaiono qui due movimenti presenti in ogni chiamata della Bibbia: l’invio come appello gratuito accolto e la disponibilità a partire. Come Abramo, come Mosè, come Samuele, come Amos. Dio prende l’iniziativa, purifica Isaia, lo trasforma e lo invia per una missione nuova che lo prende interamente. Il profeta accoglie questo e dice prontezza e disponibilità: ‘eccomi manda me’. Egli passa così dalla condizione sicura e appagante di sacerdote del tempio di Gerusalemme ad una condizione nuova ed incerta, in cui vive non le sicurezze della religiosità, ma il rischio della fede. Isaia diverrà il profeta della fede che annuncia: ‘se non crederete non avrete stabilità’ (Is 7,9b), il profeta che contrapporrà ai disegni di affermazione basati sulla sicurezza dei carri e dei cavalli, delle armi da guerra, la fiducia nel Dio dell’alleanza come unica arma di salvezza da contrapporre agli imperi del suo tempo. E sarà il profeta del sogno messianico, di un tempo nuovo di pace e gioia in cui le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci, in cui il lupo dimorerà insieme con l’agnello e la pantera si sdraierà accanto al capretto (Is 11,6)

Sulle rive del lago di Galilea, all’aperto, mentre i pescatori lavano le reti. Un contesto diverso, ma sempre luogo di incontro. E’ la chiamata di Gesù ai suoi. Dopo una notte in cui i pescatori sono rientrati senza aver preso nulla, con la sua barca vuota. “… abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla”. Gesù invita Pietro a prendere il largo e a gettare le reti ancora, fondandosi sulla promessa. “Sulla tua parola getterò le mie reti”. Pietro si affida alla parola di Gesù e il racconto evoca l’incontro pasquale. Si apre a questo punto l’inatteso: “E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”. E’ abbondanza spropositata che contrasata con il nula di fatto di una notte di fatica. E’ immagine che racconta lo stupore della grazia e del primato dell’agire di Dio nella vita. Di fronte a questo capovolgimento Pietro avverte la sua indegnità. Vede se stesso in modo nuovo: si sente distante, peccatore. Scopre che la sua azione, l’impegno di tutta la sua vita, non dipende dalle sue forze, non sarà percorso di affermazione ma cammino nello stupore della gratuità, nel solo affidarsi alla sua parola.

Luca ha a cuore l’attenzione alla parola. Pietro sarà chiamato ancora a gettare reti nuove sulla parola di Gesù. Non viene allontanato, ma accolto per essere pescatore in modo diverso: pescatore di uomini, per dare la vita nel rapporto con altri, per andare al largo e scorgere nuovi orizzonti. Luca sottolinea la radicalità della risposta di Pietro alla chiamata: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Lasciare tutto è comprensibile solo nella scoperta di qualcosa di più importante che ha il primo posto: il rapporto con Gesù.

Luca insiste sul fatto che rinuncia di altre cose e scelta della povertà sono la via di coloro che si mettono a seguire Gesù. La parola liberante del vangelo apre ad un liberarsi da quanto lega ad un possesso che rende preoccupati e impediti. E qui sorge il paradosso del seguire Gesù: nello scegliere la via della povertà, nel lasciare qualcosa, nel vivere in perdita si scopre che, si trovano relazioni nuove e una gioia che riempie la vita. ‘Non temere’… La vita al seguito di Gesù non è esperienza di paura ma di gioia.

Alessandro Cortesi op

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Fratellanza come chiamata

Nei giorni scorsi ad Abu Dhabi si è svolto uno storico incontro tra papa Francesco e il grande imam dell’università di Al-Ahzar del Cairo Ahamad Al-Tayyb. Nel quadro di un convegno promosso dal Muslim Council of Elders, a cui hanno partecipato 700 leader religiosi di diverse confessioni, essi hanno firmato un documento comune sulla fratellanza.

E’ questo il frutto di molteplici contatti tra rappresentanti della chiesa cattolica e della Università di Al-Ahzar centro prestigioso di saggezza del mondo islamico. Ed è indicato come “Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli”.

La motivazione di fondo che guida questo scritto è la preoccupazione di una vicenda mondiale in cui sono drammaticamente presenti ingiustizie e violenze insopportabili, iniqua distribuzione dei beni che conducono l’umanità ad una distruzione totale. Come ha affermato papa Francesco: “Costruiamo insieme l’avvenire, o non ci sarà futuro… È giunto il tempo in cui le religioni si spendano con coraggio per aiutare la famiglia umana alla riconciliazione”.

Infatti l’estremismo religioso e nazionale insieme all’intolleranza «hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”»

La dichiarazione esorta a “cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione”.

Nel testo compare per contro l’invito a promuovere “i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Ostacoli individuati sono la «coscienza umana anestetizzata” ed il “predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti”.

Alcune affermazioni condivise in questo documento sono particolarmente importanti per una recezione all’interno delle singole comunità e per una responsabilità comune da attuare nel cammino dell’umanità.

Si offrono affermazioni forti sulla libertà di credere e di pensiero con una accentuazione interessante sulla sapienza divina quale fondamento del diritto alla libertà di credo e sorgente del pluralismo e delle diversità da accogliere come espressione di tale sapienza:

“La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”.

Viene enunciato il rapporto tra Oriente e Occidente come opportunità e necessità data alla storia di arricchimento di civiltà e scambio che fa crescere le culture: “Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture”.

La dichiarazione afferma un concetto di cittadinanza che prevede come tutti i membri delle società debbano essere considerati cittadini e non minoranze su cui avere uno sguardo di discriminazione. E’ un concetto di cittadinanza piena che potrebbe avere conseguenze rilevanti positive in Oriente ma anche in Occidente in modi diversi.

“Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”.

Un paragrafo del documento è dedicata a riconoscere i diritti delle donne e l’importanza di operare per la liberazione da diverse forme di oppressione e umiliazione della dignità delle donne.

“È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti”.

E’ una dichiarazione che potrà suscitare resistenze, ostacoli e ostilità, ma come ha ribadito Francesco, per parte cattolica si pone pienamente nello spirito del Vaticano II e da parte dell’imam Al-Tayyb costituisce un passaggio che apre una sfida all’interno del mondo islamico orientando il dibattito decisamente nella direzione del dialogo, dell’incontro e della ricerca comune dalla pace. Sono parole che segneranno la storia e se accolte potranno aprire nuovi orizzonti alle responsabilità dei credenti ed essere semi portatori di frutti buoni di pace e giustizia.

Alessandro Cortesi op

 

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