la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VIII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_3183Sir 27,4-7; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

La pagina del Siracide è una perla preziosa di un libro che ha come scopo insegnare l’arte del vivere, la sapienza quale via per attuare la Torah, per cercare di partecipare all’opera creatrice di Dio, attuando creatività ad immagine del creatore, facendo della propria esistenza un’opera bella.

La vita stessa è opera d’arte. E’ nascosta nel cuore delle cose e dei gesti del vivere. Come i grandi scultori affermavano di aver scoperto le loro opere racchiuse già nel blocco di pietra a cui con lo scalpello davano progressivamente forma così c’è una Parola di Dio da ascoltare al cuore dell’esistenza umana.

L’invito a coltivare la sapienza come scienza pratica di vita è il messaggio centrale di questo libro probabilmente scritto in ebraico verso il 190 a.C. da un tal Sirach poi tradotto in greco ad Alessandria in Egitto dal suo figlio Ben Sirach (il figlio di Sirach) che fu anche animatore di una scuola di sapienza – da cui il nome Siracide.

L’esperienza del vivere, la vita nelle sue pieghe ordinarie è luogo di esperienza di Dio. In tal senso nella vita si può lasciare spazio alla Parola di Dio se si fa attenzione alle parole e ai gesti umani.

“Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute ne appaiono i difetti”

L’immagine del setaccio è utilizzata per esprimere quanto avviene in una ricerca comune. Aprirsi a porre in discussione le proprie idee con altri è atto coraggioso e di apertura mentale. E’ scuotimento che genera il cadere di quanto non serve o si rivela erroneo. Nel confronto e nello scambio di parole con l’altro emergono i limiti, le incongruenze, gli errori stessi del proprio modo di ragionare. Si scopre una verità più grande di quella che si pensava di avere intravisto e ci si apre ad una verità che ci raggiunge in modi inattesi proprio nell’incontro. Lo scambio della parola, la discussione è setaccio che lascia cadere quanto è inutile ed indica l’attitudine di chi ricerca l’essenziale. Sta qui uno dei tratti del profilo del saggio.

“I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo”

Un vaso ben plasmato viene messo al fuoco rimane integro e l’argilla non si spacca, se invece vi sono difetti nell’impasto il fuoco genera fessure fino a spaccare il vaso. Questa immagine della vita artigianale indica i percorsi del ragionamento dell’uomo. Quando si confronta con altri, nello scambio di parole emerge se vi è una autentica ricerca di verità oppure se si tratta di un discorrere senza basi e che quindi si spacca e si fende come un vaso posto nel fuoco. Solamente nel rapporto con gli altri ci può essere la ricerca di una verità più grande oltre i frammenti che ciascuno riesce a cogliere.

Così il Siracide evoca l’impegno del saggio che si mantiene in discussione, che non pretende di essere arrivato e si espone al vaglio di un confronto da cui può emergere anche il difetto del suo ragionare e la parzialità del suo punto di vista. Il rapporto con Dio passa attraverso la parola e l’incontro con gli altri. E proprio in questo lasciarsi vagliare insegue la Parola di Dio che non viene meno. Il profilo del saggio è quello di chi ha una mente aperta e un cuore disponibile. Le sue parole, appaiono così come i frutti di un albero che maturano in rapporto ad una vita nascosta della pianta. Il centro della vita del saggio è un cuore coltivato nel bene, abituato a mantenersi in ricerca, disposto all’incontro. Le parole cattive sono il frutto di un cuore malato, che è stato intaccato dalla stoltezza: “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore”.

Questi pochi versetti del Siracide aiutano a riflettere oggi sul rapporto tra la Parola di Dio e le nostre parole, sul raggiungerci di Dio nella concretezza degli incontri e delle ricerche della vita.

«Voglio indicarvi il modo migliore per insegnare la Torah. Bisogna non sentire più affatto se stessi, non essere niente di più di un orecchio che ascolta ciò che il mondo della Torah dice in lui. Ma non appena si cominciano a sentire le proprie parole, si cessi» Così Martin Buber nei suoi Racconti dei Chassidim.

Tale via di saggezza è quella ricordata da Gesù che nel suo insegnamento utilizza il modo di parlare le brevi sentenze della sapienza di Israele: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è da più del maestro; ma ognuno che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. Gesù mette in guardia dall’essere guide cieche, presuntuose e incapaci di avere occhi aperti per camminare insieme agli altri. Richiama anche ad un discepolato che è rapporto di discepolo e maestro, ma va oltre il modo di pensare il discepolato dei rabbini: seguire lui infatti è cammino che non fa compiere illusorie carriere – si rimarrà infatti sempre discepoli, al seguito, dietro di lui – ed è chiamata a porre i passi dove lui i ha posti, assumendo lo stile della sua vita.

Alessandro Cortesi op

La Parabola-dei-ciechi

Pieter Bruegel il vecchio, La parabola dei ciechi – 1568 ca.

Guide cieche

Lo scandalo degli abusi sessuali nei confronti di minori all’interno della chiesa è emerso negli ultimi anni manifestandosi nella sua gravità ed anche nelle sue proporzioni sconvolgenti. In alcuni paesi del mondo esso è stato oggetto di importanti inchieste giornalistiche (cfr. il film Il caso Spotlight del 2015 che riprende le vicende dell’inchiesta del The Boston Globe agli inizi degli anni 2000 sull’arcivescovo Bernard Law accusato di aver coperto molti casi di pedofilia nella diocesi di Boston) e di procedimenti giudiziari come in Stati Uniti, Australia, Irlanda con proporzioni tali da minare profondamente la fiducia e da interrogare sulla credibilità della Chiesa.

Nel mese di febbraio a Roma papa Francesco ha riunito un incontro mondiale sulla “Protezione dei minori nella Chiesa” riunendo i presidenti di tutte le conferenze episcopali, patriarchi e superiori degli ordini religiosi per prendere consapevolezza del fenomeno ed iniziare ad affrontarlo in termini chiari di contrasto.

Una convocazione come quella voluta da Francesco per la chiesa cattolica nella sua dimensione mondiale esprime la profondità della crisi in atto. Esige infatti non solo una presa di consapevolezza del male che è stato perpetrato e dei reati. Richiede un ascolto nuovo della sofferenza delle vittime spesso emarginate o addirittura colpevolizzate, e spinge ad un ripensamento che coinvolge la teologia stessa, il modo di concepire i ruoli ministeriali nella chiesa.

Come ha detto il cardinale Marx nel suo intervento gli abusi sessuali nei confronti di bambini e giovani sono dovuti all’abuso di potere: “L’amministrazione ecclesiastica non ha compiuto la missione della Chiesa, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile. I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. I procedimenti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, anzi cancellati o scavalcati. I diritti delle vittime sono stati calpestati». Il suo riferimento era come ha notificato in conferenza stampa alla situazioni delle diocesi tedesche ma ha affermato che «la Germania non è un caso isolato».

Durante il summit vaticano sono state innanzitutto ascoltate toccanti e drammatiche testimonianze di vittime. Tra di esse quella di una donna che ha ricordato di essere stata abusata da bambina: «Da allora io che adoravo i colori e facevo capriole sui prati spensierata non sono più esistita (…) restano incise nei miei occhi, nelle orecchie, nel naso, nel corpo, nell’anima tutte le volte in cui lui bloccava me bambina con una forza sovrumana, io mi anestetizzavo, restavo in apnea, uscivo dal mio corpo, cercavo disperatamente con gli occhi una finestra per guardare fuori, in attesa che tutto finisse (…) Dobbiamo trovare il coraggio di parlare e denunciare, pur sapendo che rischiamo di non essere credute o di dover vedere che l’abusatore se la cava con una piccola pena (…) non può e non deve essere più così». (testimonianza di una vittima)

E’ emersa così una posizione che individua nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi. E’ la posizione questa di papa Francesco che nell’omelia della Messa del 24 febbraio ha detto: “Gli abusi – ha continuato – “sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità dell’indifeso abusato che permette la manipolazione della sua coscienza e della sua fragilità psicologica e fisica”.

Ma non si tratta solamente di una questione di gestione di un fenomeno criminale. Gli abusi sono – come osserva lo storico della chiesa Massimo Faggioli (Un summit necessario in Huffingron Post del 24.02.2019) – “anche una questione teologica: dalla teologia dei sacramenti (specialmente l’ordinazione al sacerdozio) alle concezioni di chiesa, dal ruolo della donna nella chiesa al magistero sulla morale sessuale. La questione più complicata riguarda le riforme strutturali richieste dalla diagnosi sul fenomeno, al cui centro c’è una pratica di chiesa clericale in cui il sacerdozio e l’episcopato spesso ancora significano onori ma senza le responsabilità che ne derivano”.

Tra gli interventi in particolare vi sono stati alcune voci di donne che hanno scosso in modi diversi l’assemblea. Suor Veronica Openibo, superiora generale nigeriana, membro del Comitato direttivo dell’Unione internazionale delle Superiore generali, ha toccato un punto molto rilevante nel suo intervento quando ha denunciato il fatto che in molte chiese si pensa ancora che questo problema non esista e sia relegato ad ambiti lontani.

“Con cuore pesante e triste, penso a tutte le atrocità che abbiamo commesso come membri della Chiesa: e sto parlando di “noi”, non di “loro”, ma di “noi”. Le Costituzioni della mia congregazione mi ricordano: “In Cristo ci uniamo all’intera umanità, specialmente ai poveri e ai sofferenti. Accettiamo la nostra parte di responsabilità per il peccato del mondo e quindi viviamo perché il suo amore possa prevalere” (SHCJ, Costituzioni, n. 6). Penso che ciascuno di noi debba riconoscere che sono la nostra mediocrità, ipocrisia e compiacenza ad averci condotto in questo luogo vergognoso e scandaloso in cui ci ritroviamo come Chiesa. Ci soffermiamo a pregare: Signore, abbi misericordia di noi!” (…) Quindi, non nascondiamo più simili  fatti per paura di sbagliare. Troppo spesso vogliamo stare tranquilli finché la tempesta non si è placata! Quella tempesta non passerà. È in gioco la nostra credibilità come Chiesa. Penso che Gesù ci abbia detto, e ci dà questa forte affermazione: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Marco 9, 42). Quindi, miei cari fratelli e sorelle, dobbiamo affrontare il problema e cercare la guarigione per le vittime di abusi”.

Nella medesima giornata dei lavori il 23 febbraio u.s. vi è stato l’intervento di una giornalista messicana Valentina Alazraki che nelle sue inchieste ha seguito nella sua interezza la vicenda sconvolgente di Marcial Maciel, il fondatore messicano dei Legionari di Cristo, per alcuni una mente malata per altri un genio del male ponendo l’accento sul fatto che “alla base di quello scandalo, che tanto male ha fatto a migliaia di persone, fino a macchiare la memoria di un uomo che oggi è santo, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, c’è stata una comunicazione malata”. Con la dirittura e la chiarezza del suo parlare ha lasciato sospesa una domanda all’interno di una assemblea di vescovi e cardinali:

“Ad un primo sguardo, c’è poco in comune tra voi ed io, voi, vescovi e cardinali, e me, una donna laica, senza incarichi nella Chiesa, e per di più giornalista; suppongo questo non aiuti. (…) Dubito che qualcuno in quest’aula non pensi che la Chiesa sia, prima di tutto, madre. Molti di noi qui presenti abbiamo o abbiamo avuto un fratello o una sorella. Ricordiamo che le nostre madri, pur amandoci tutti allo stesso modo, si dedicavano specialmente ai figli più fragili, più deboli, a quelli che magari non sapevano procedere con le proprie gambe nella vita e avevano bisogno di una piccola spinta. Per una madre non ci sono figli di prima o seconda classe: ci sono figli più forti e figli più vulnerabili.

(…) di fronte a condotte delittuose come gli abusi su minori, pensate che un’istituzione come la Chiesa, per essere fedele a se stessa, abbia un’altra via se non quella di denunciare questo crimine? Che abbia un’altra via se non quella di stare dalla parte della vittima e non del carnefice? Chi è il figlio più debole, più vulnerabile? Il sacerdote che ha abusato, il vescovo che ha abusato e coperto, o la vittima? Siate certi che i giornalisti, le mamme le famiglie e l’intera società, per noi, gli abusi sui minori sono uno dei principali motivi di angoscia. Ci preoccupa l’abuso sui minori per ciò che comporta: la distruzione delle famiglie. Riteniamo tali abusi come uno dei crimini più abominevoli. Chiedetevi: siete nemici di quanti commettono abusi o li coprono tanto quanto lo siamo noi, le mamme, le famiglie, la società civile?  Noi abbiamo scelto da quale parte stare. Voi, lo avete fatto davvero, o solo a parole?

(…) Credo che dovreste prendere coscienza che quanto più coprirete, quanto più farete come gli struzzi, quanto meno informerete i mass media e, quindi, i fedeli e l’opinione pubblica, tanto più grande sarà lo scandalo. Se qualcuno ha un tumore, non si curerà nascondendolo ai propri familiari o amici, non sarà il silenzio a farlo guarire, saranno le cure più indicate a evitare alla fine le metastasi e a portare alla guarigione. Comunicare è un dovere fondamentale, perché, se non lo fate, diventate automaticamente complici degli abusatori. (…) I fedeli non perdonano la mancanza di trasparenza, perché è una nuova violenza, è una nuova violenza verso le vittime. Chi non informa, incoraggia un clima di sospetto e di sfiducia e provoca rabbia, e ’odio verso l’istituzione”.

Papa Francesco nell’omelia della messa del 24 febbraio ha detto: “L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso”. Ed ha poi menzionato l’impegno a seguire le “Best Practices” formulate, sotto la guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da un gruppo di dieci agenzie internazionali che ha sviluppato e approvato un pacchetto di misure chiamato INSPIRE, cioè sette strategie per porre fine alla violenza contro i bambini.

Ma anzitutto ha richiamato ad un cambiamento di mentalità per porre al primo posto l’ascolto, la cura, il sostegno e  l’accompagnamento delle vittime rispetto alla salvaguardia dell’istituzione: “Occorre dunque cambiare mentalità per combattere l’atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione, a beneficio di una ricerca sincera e decisa del bene della comunità, dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”.

E così si è espresso all’Angelus di domenica 24 febbraio: “il problema degli abusi sessuali nei confronti di minori da parte di membri del clero ha suscitato da tempo grave scandalo nella Chiesa e nell’opinione pubblica, sia per le drammatiche sofferenze delle vittime, sia per la ingiustificabile disattenzione nei loro confronti e la copertura dei colpevoli da parte di persone responsabili nella Chiesa. Poiché è un problema diffuso in ogni Continente, ho voluto che lo affrontassimo insieme, in modo corresponsabile e collegiale, noi Pastori delle Comunità cattoliche in tutto il mondo. Abbiamo ascoltato la voce delle vittime, abbiamo pregato e chiesto perdono a Dio e alle persone offese, abbiamo preso coscienza delle nostre responsabilità, del nostro dovere di fare giustizia nella verità, di rifiutare radicalmente ogni forma di abuso di potere, di coscienza e sessuale. Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori; che si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano; che la Chiesa torni ad essere assolutamente credibile e affidabile nella sua missione di servizio e di educazione per i piccoli secondo l’insegnamento di Gesù”.

«Non crediamo che solo perché abbiamo iniziato a scambiare qualcosa tra di noi, tutte le difficoltà siano eliminate», ha detto il vescovo ghanese Philip Naameh sabato 22 febbraio durante la celebrazione penitenziale di confessione delle colpe. E’ solo un inizio di un cammino che richiede cambiamenti profondi e radicali.

Alessandro Cortesi op

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