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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “marzo, 2019”

Riflessione e preghiera per l’Europa in vista delle prossime elezioni europee

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A questo link una lettera del Maestro dell’Ordine fr. Bruno Cadoré e una iniziativa di preghiera per l’Europa con santa Caterina in vista delle elezioni europee del prossimo 26 maggio p.v.

Qui di seguito la lettera dei promotori di Giustizia, pace e salvaguardia del creato in vista delle elezioni europee.

Lettera alla Famiglia Domenicana in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019

In una recente riunione dei Promotori europei di ‘giustizia, pace e salvaguardia del creato’, abbiamo discusso insieme – come altre commissioni di Giustizia e Pace di Europa – sull’importanza delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Abbiamo deciso di condividere la nostra preoccupazione con tutti i promotori di Giustizia Pace e Salvaguardia del Creato della nostra regione. Per questo abbiamo scritto un testo che è stato inviato a tutti per raccogliere opinioni: il risultato finale è questa lettera che raccoglie le sfide indicate dalla maggioranza dei promotori.

Le circostanze del tempo presente richiamano la nostra Famiglia Domenicana alla responsabilità di leggere i segni dei tempi in vista della costruzione del bene comune. Desideriamo indicare alcuni temi fondamentali, sui quali avviare una ricerca e un confronto nelle nostre comunità e nel nostro apostolato. Li presentiamo brevemente secondo la metodologia “vedere – giudicare – agire” e suggerendo infine il riferimento ad alcuni testimoni della Famiglia Domenicana.

Migrazioni, xenofobia e razzismo

Le migrazioni costituiscono un fenomeno epocale complesso. Esso ci invita innanzitutto ad una presa di coscienza riguardo alle cause profonde che ne stanno alla radice: le ingiustizie, la violenza e lo sfruttamento economico dei paesi di provenienza. La migrazione volontaria, sicura, regolare e ben gestita contribuisce allo sviluppo e all’arricchimento culturale.

Il fenomeno delle migrazioni richiama ad accogliere il messaggio evangelico di ospitalità, responsabilità verso i più vulnerabili e di apertura all’incontro.

La fedeltà al Vangelo esige un cambiamento di mentalità e stili di vita rifuggendo xenofobia, ostilità e varie forme di razzismo che individuano nei migranti il capro espiatorio dei malesseri delle società europee.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza di Dominique Pire.

Diseguaglianze socio-economiche e giusta distribuzione dei beni

Anche nelle società europee sta crescendo la disuguaglianza a livello sociale ed economico e l’esclusione. Il dominio del capitalismo finanziario neoliberista fondato sull’idolatria del denaro (cfr. Evangelii Gaudium 55) favorisce la cultura dello scarto e genera condizioni precarie di vita e mancanza di lavoro dignitoso. La condizione delle donne è segnata da sfruttamento, discriminazioni e violenza.

Tale situazione ci richiama ad accogliere la predicazione dei profeti raccolta nell’insegnamento sociale della chiesa riguardo a rapporti giusti e a condizioni di lavoro dignitose per ogni persona.

Siamo perciò invitati ad essere solidali con chi soffre, a proporre modelli alternativi di economia e lavoro che salvaguardino i diritti sociali, e a promuovere riconoscimenti legislativi di tali diritti.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza di Giorgio La Pira.

Politiche familiari e cura della vita

Riscontriamo una generale insufficienza nelle politiche familiari riguardo alla promozione della natalità, all’educazione dei bambini, all’assistenza dei malati e degli anziani, alla possibilità di conciliare lavoro e famiglia.

Tale situazione ci richiama allo stile di Gesù che ha guardato ogni persona non come “oggetto” ma come “soggetto” e ha saputo accogliere e donarsi.

Invita a promuovere politiche orientate alla cura, al dono, alla solidarietà e alla promozione della vita in tutte le sue fasi.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza di tante comunità di suore domenicane nel mondo impegnate nella cura dei più deboli.

Crisi della democrazia e populismi

Constatiamo una crisi generale della democrazia costituzionale. I populismi promuovono forme di nazionalismo escludenti, talvolta strumentalizzando la fede cristiana o i diritti umani, e propongono soluzioni semplicistiche per problemi complessi.

Tale situazione ci richiama a porre in atto l’appello di Gesù alla fraternità universale.

Invita ad affrontare i conflitti in verità nella ricerca di vie di riconciliazione, a vivere la misericordia, a scoprire l’identità non contrapposta all’altro.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza del beato Pierre Claverie.

Emergenza ecologica

Siamo consapevoli di vivere una emergenza ecologica che minaccia il futuro del pianeta e delle prossime generazioni. L’inquinamento ambientale, i cambiamenti climatici, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali hanno conseguenze profonde sulla salute delle popolazioni e l’integrità del creato.

Tale situazione ci richiama ad accogliere il messaggio biblico sulla creazione e ad approfondire le sollecitazioni dell’enciclica Laudato si’, in particolare la chiamata ad una conversione ecologica ed alla cura della casa comune.

Essa ci invita a rivedere modalità di consumo e ad attuare pratiche concrete in relazione ai temi dell’Agenda 2030 dell’ONU (17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile).

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza della delegazione dalla Famiglia domenicana presso l’ONU a Ginevra e New York e dal lavoro dei nostri fratelli e sorelle in Amazzonia e in altre regioni del mondo.

Invitiamo ad approfondire le riflessioni su questi punti, per il rinnovamento di “un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare” (Papa Francesco, Discorso al conferimento del premio Carlomagno, 6 maggio 2016).

Fr. Xabier Gómez op, Promotore Regionale di Giustizia Pace Salvaguardia del Creato-Europa

Fr. Alessandro Cortesi op, Promotore di Giustizia Pace Salvaguardia del Creato, Provincia Romana di S. Caterina da Siena (Italia)

Fr. Ivan Attard op, Promotore di Giustizia Pace Salvaguardia del Creato, Provincia di Malta

Madrid, 1 febbraio 2019

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IV domenica di Quaresima – anno C – 2019

IMG_3716Gs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

La parabola di Gesù sorge da una situazione concreta. I suoi gesti generano scandalo e indignazione. I farisei e gli scribi mormorano per il suo stare a pranzo con pubblicani e prostitute, cioè con persone considerate irregolari, da tenere fuori e soprattutto lontane dall’ambito religioso.

Scribi e farisei celano in questo giudizio la loro attitudine a sentirsi giusti e a posto, in qualche modo detentori di un volto di Dio di cui conoscono regole e comportamento. Un Dio che valuta le prestazioni e quindi deve premiare i giusti e condannare i peccatori. Lo stile di vita di Gesù pone in crisi queste idee: si fa vicino a coloro che dovevano essere esclusi, condivide i pasti con peccatori e gente di malaffare.

Il suo comportamento genera una mormorazione che biblicamente è una protesta contro Dio. Dov’è l’autentico volto di Dio? Luca con un po’ di ironia dice che chi ascoltava Gesù erano i pubblicani e i peccatori perché gli altri avevano già la loro verità in tasca: “Pubblicani e peccatori stavano vicino a Gesù, per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui accoglie i peccatori e sta a tavola con loro’. Ed egli disse loro questa parabola….”.

Le parabole che Gesù presenta sono a questo punto tre: sono tre parole che parlano del perdere e ritrovare. La pecora perduta, la dramma perduta e il figlio perduto, o i figli perduti… E in ognuna di queste parabole al centro sta la gioia di un ritrovamento, che sorge da uan ricerca, da un’attesa, da uno sguardo.

“Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. È la domanda che il figlio minore fa al padre e da questa domanda inizia il racconto. Una vicenda familiare, un non capirsi più, un sogno di uscire per essere libero. E’ una richiesta che può ferire: dividere l’eredità avviene alla morte. Da parte del figlio è quasi espressione di volere il padre morto. E’, più profondamente e drammaticamente, domanda che rivela un rapporto che si è rotto, un dialogo incrinato, un desiderio di autonomia e di una vita ormai lontano da quella casa percepita come prigione e non come dimora. Dietro a questa richiesta sta anche un’accusa al padre di essere un padrone a cui si chiede una parte di beni per chiudere un rapporto freddo che si esaurisce in una consegna materiale, una divisione matematica.

Il testo del vangelo dice: il padre “divise tra loro le sue sostanze”. Più precisamente nel testo originale si legge: ”Ed egli divise tra loro la vita”. Si può così cogliere come il modo di agire del padre che accoglie la richiesta piena di protervia del figlio, sia una risposta mite, che nasconde tristezza e rassegnazione, incapacità di farsi comprendere. E in questa mitezza non solo divide ma dà anche la sua vita. Non consegna solo dei beni materiali ma qualcosa di più profondo, si espropria della vita. La scelta del padre è quella di lasciare piena libertà al figlio, nella sofferta fiducia che qualunque sia il suo cammino ciò che più conta è questa libertà di orientarsi nella vita senza ormeggi e legami che condizionano e ricattano.

Ma il figlio è alla ricerca di una libertà senza limiti e si scontra con il dramma di una autonomia ricercata senza gli altri. Da figlio passa ad essere nella condizione di chi si trova ad essere asservito. Vive l’entusiasmo di una autonomia senza vincoli, ma si trova sperduto e diviene dipendente. Cade nella condizione di una nuova schiavitù. E in questa situazione di dipendenza possiamo scorgere la condizione di un mondo che pretende di stare senza legami senza riconoscere esigenze di rapporti e che cade nella condizione di un asservimento in tante diverse dipendenze.

La ricerca di autonomia si risolve nella dipendenza. Il figlio allontanatosi pensa tuttavia ancora in termini di rapporto freddo il suo poter tornare a casa. Da un lato gli si presenta un ricordo, un barlume di nostalgia forse, dall’altra il suo desiderio è di essere assunto come lavoratore. Non si sente figlio, non si comprende come tale. Tutto sommato è rinchiuso in un pensiero egoistico, per sopravvivere e sfruttare ancora una situazione per uscire da ciò che non sopporta più. E tuttavia veva ancora un ricordo di quella casa da cui se n’era venuto via.

Ma in questo momento, in questo suo rientrare in se stesso e nel suo ritornare si inserisce un altro movimento, che è al centro della parabola, ed è il movimento dello sguardo del padre e dei suoi gesti. Un accumulo di verbi è usato da Luca per dire come il padre lo vide, gli corse incontrò, lo abbracciò… Il suo allontanamento non aveva mutato quello sguardo e quell’attesa. Il padre rimane colui che non guarda alle prestazioni ma condivide la vita. E fa festa e solo la festa è il momento in cui il cuore cambia. Il padre non pronuncia parole particolari al figlio, lo accoglie con i segni di colui che nella casa è il benvenuto e amato, con i segni dello sposo, l’anello, i calzari. Il perduto è ritrovato, come la pecora, come la dramma. Al centro della parabola è questa incontenibile gioia che non si sofferma su nessun altra cosa se non sulla grandezza del potersi reincontrare, del poter trasmettere un affetto oltre ogni limite.

E d’altra parte il figlio maggiore non comprende: anche lui che era rimasto nella casa poco aveva capito di cosa significasse partecipare della vita del padre. Era rimasto con il cuore dei farisei e degli scribi, preoccupato delle prestazioni e incapace di accogliere. E il padre esce e va incontro anche a lui. ‘Figlioletto, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi…’ La parabola è parola sul padre che cerca di ritrovare in modi diversi i due figli che si sono allontanati e mira a riportare la loro stessa vita alla scoperta della fraternità: questo tuo fratello… è stato ritrovato…

La parabola rimane sospesa. Lascia aperto l’interrogativo sugli esiti di questa vicenda, della supplica del padre al maggiore, su ciò che seguì alla festa per il minore. Eppure è parabola che apre uno squarcio sul volto del padre che attende e che esce, va incontro e che sembra avere a cuore nessuna altra cosa se non che nessuno rimanga escluso. E che ci si scopra legati da una vita che egli non ha paura di perdere perché siano aperti i percorsi della fraternità.

Alessandro Cortesi op

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Razzismo e l’altro

“Bisogna ripartire da qui: dall’opposto di muri e confini. Dobbiamo ripartire dall’inclusione degli altri, degli esclusi. L’inclusione dei giovani, degli immigrati, dei poveri. Non per buonismo sentimentale ma perché la relazione è l’essenza della vita. È la forma del suo evolversi, del suo rinnovarsi e rinascere. Senza relazioni, la natura appassisce, diventa sterile e l’essere umano perde anima. E’ attraverso gli altri che ci realizziamo, che diventiamo pienamente persone. Ma chi sono ‘gli altri’? Presenze scomode che – anche restando mute – ci chiedono se la nostra vita abbia un senso, se è una vita in cerca di verità e di giustizia, di libertà e di bellezza. Se è una vita che tende al bene oppure al male. Gli altri sono i termometri della nostra umanità. (L.Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, ed.Gruppoabele 2019, 53-54)

Luigi Ciotti ha preso la penna in mano e si è messo a scrivere lui che preferisce i gesti che parlano alle parole scritte. E ha scritto ad un razzista del terzo millennio, dandogli del tu, intentando un dialogo nel tentativo di uscire dalle parole gridate e dai numeri branditi come arma. Ha scritto cercando di spiegare ragioni. Sono “le ragioni per cui non posso stare dalla tua parte e non posso nemmeno tacere i motivi che mi separano da te. L’ho fatto perché non voglio perdere le tracce di un confronto. Forse frequenti la chiesa e ti consideri cristiano. Se è così., lasciami dire, senza presunzione, che l’autentico cattolicesimo affonda le radici nel Vangelo, nel suo spirito e nella sua Parola, che è Parola di accoglienza, di dignità, di pace e di giustizia. Non ci si può dire cristiani e poi alzare muri, costruire comunità chiuse ed esclusive, selezionare e scartare i compagni di viaggio. Per dirsi cristiani bisogna stare – come Gesù – dalla parte dei poveri, dei deboli, degli oppressi e dei discriminati. Il cristiano non può restare in disparte di fronte alle ingiustizie di questo mondo. Il cristiano deve guardare il Cielo senza trascurare le responsabilità che lo legano alla Terra” (ibid. 68)

“il razzismo ha diverse facce…Rientrano in esso centinaia di gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio. I sempre più frequenti episodi di violenza, verbale e orami anche fisica, verso persone immigrate sono il frutto di questo clima culturale e politico” (ibid. 16)

Ciotti richiama a vincere il rancore a sostituirlo con una solidarietà contagiosa, “senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi”. “E poi darsi da fare, a tradurre il ‘basta al disumano’ in fatti concreti. Perché di fronte al disumano non si può più restare incerti. L’ingiustizia è di chi la commette ma anche di chi assiste e non fa nulla o non fa abbastanza per fermarla. Queste parole sono rivolte anche a te, soprattutto se sei giovane e non ancora del tutto travolto dalla rabbia e dall’insano orgoglio di essere superiore a qualcuno. La mia generazione non ha realizzato gli obiettivi di giustizia che aveva promesso. Ma non è una buona ragione per abbandonarli. Al contrario occorre riprenderli” (ibid. 70).

“Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare, è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri” (ibid. 9).

Alessandro Cortesi op

 

 

III domenica di Quaresima – anno C – 2019

IMG_3591Es 3,1-15; 1Cor 10,1-12; Lc 13,1-9

Nella Bibbia convertirsi non è tanto questione di comportamenti. Certamente è anche questo. Ma alla radice sta un movimento più profondo: il cambiamento autentico trova il suo inizio nel rapporto con Dio stesso, nel modo di vivere l’incontro con Lui. Convertirsi significa innanzitutto aprirsi ad accogliere il volto, la presenza di Dio che sta oltre i nostri pensieri e i nostri progetti.

Nell’incontro di Mosè presso il roveto ardente Dio si rende vicino come un ‘Tu’, un volto che chiama ed invia Mosè. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. E’ importante la questione del nome perché in esso sono racchiusi i segreti di una identità. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’.

Mosè rimane deluso: attendeva un nome ma nell’incontro con Dio il nome rimane nascosto e lu stesso è inviato ad un cammino da compiere. L’espressione ‘Io sono colui che sono’ in primo luogo è un diniego nel presentare il proprio nome. Tale indicazione rinvia non tanto ad un ‘essere’ quanto ad un ‘operare’, ad un ‘esserci accanto’: Dio si comunica innanzitutto come qualcuno che ‘agisce’. ‘Io sarò colui che sarò’: cioè ‘tu potrai fare esperienza del mio esserci vedendo il mio agire in una storia di alleanza’.

Il Dio dell’esodo si rivela liberando il suo popolo: ‘dai miei atti mi riconoscerai’. Ed il suo nome è espressione della sua fedeltà e della sua vicinanza: egli scende a liberare il suo popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Questa pagina indica un primo aspetto della conversione: il cambiare mente e direzione della vita consiste innanzitutto nel lasciarsi cambiare da Dio stesso. Il Dio che si fa vicino fa cambiare le pretese di avere conoscenza del suo nome, di poterlo trattenere. Rinvia ad un cammino da intraprendere. E chiede di riconoscere il suo comunicarsi nel suo agire all’interno della storia. Convertirsi è allora un cambiamento per riconoscere che l’iniziativa viene da Dio. Il suo nome è impronunciabile e resta mistero per noi: si rende vicino nel suo agire di fedeltà. E chiama ad osservare la miseria, ad ascoltare il grido di chi soffre a scendere per liberare.

Anche la pagina di Luca ha al cuore un messaggio sulla conversione. Nell lingua di Luca il verbo esprime l’atto di ‘cambiare mentalità’ ossia il modo di vedere le cose e di orientare la vita. “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”.

Gesù richiama due episodi di cronaca: le milizie romane che dovevano controllare gli assembramenti ed evitare disordini erano intervenute in modo violento all’interno del tempio uccidendo molte persone. Il secondo accenno rinvia ad un crollo improvviso di una torre di difesa a Gerusalemme, nel cui crollo erano morte diciotto persone.

Gesù presenta innanzitutto una critica radicale alla lettura di queste vicende di chi pensa che Dio intervenga in modo capriccioso, dando la morte ai peccatori e la vita ai buoni. C’era infatti chi affermava che quei giudei morti nel tempio erano peccatori e Dio per questo li aveva puniti: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Per Gesù invece coloro che avevano trovato la morte in quei due tragici eventi, erano tutti uguali, nella medesima condizione.

Trae spunto da quegli avvenimenti che dovevano aver suscitato grande attenzione per parlare dell’urgenza di essere pronti in ogni momento a vivere ciò che più conta nella vita, ad accogliere il regno di Dio. E per questo parla dell’urgenza di una conversione e di un cambiamento per tutti. La chiamata di Dio ad ascoltare i suoi profeti e il suo ‘eletto’ è chiamata da accogliere senza rinvii. Il tempo è breve: è questo un tema caro a Luca, che richiama all’impegno nella quotidianità e allo stare attenti e pronti nel tempo che è dato, nell’attimo presente.

Segue poi una parabola che riguarda il fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele, (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il vignaiolo chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e di lasciarlo ancora un anno. Anche se già da tre anni non portava frutto. La richiesta è quella di attendere: ‘… vedremo se porta frutto per l’avvenire: se no lo taglierai’.

Accanto alla parola esigente sulla conversione come movimento da intraprendere con urgenza e con pronta disponibilità, c’è qui un altro insegnamento: è un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione, che lascia il tempo perché anche il fico che appare al momento sterile possa portare frutto. E’ un parola sulla cura paziente di Dio che sa attendere e che ripete l’invito ad una conversione che possa essere accolta.

Alessandro Cortesi op

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Conversione ecologica

E’ importante cogliere nel vangelo lo stile dello sguardo di Gesù. Gesù parla di Dio, suo Padre, osservando le realtà vicine. Il fico che non porta frutti è riferimento per scorgere la pazienza di Dio. Ma in genere lo sguardo di Gesù è attento alla natura, alle creature anche più piccole, ai semi, ai fiori, al germogliare delle spighe, al crescere delle piante dell’orto. Il suo sguardo si sofferma sul lievito che fa crescere il pane durante la lievitazione, osserva i gesti di chi semina, guarda le pecore e i pastori. Il suo sguardo richiama ad una conversione ecologica dei nostri stessi sguardi e delle nostre azioni.

Due numeri della lettera enciclica Laudato sì di papa Francesco sulla cura della casa comune, accennano a questo guardo di Gesù. Sono i nn. 97 e 98:

“Il Signore poteva invitare gli altri ad essere attenti alla bellezza che c’è nel mondo, perché Egli stesso era in contatto continuo con la natura e le prestava un’attenzione piena di affetto e di stupore. Quando percorreva ogni angolo della sua terra, si fermava a contemplare la bellezza seminata dal Padre suo, e invitava i discepoli a cogliere nelle cose un messaggio divino: «Alzate i vostri occhi e guardate i campi, che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35). «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero» (Mt 13,31-32). (Laudato sì, 97)

“Gesù viveva una piena armonia con la creazione, e gli altri ne rimanevano stupiti: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» (Mt 8,27). Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piacevoli della vita. Riferendosi a sé stesso affermava: «E’ venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”» (Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo. Tuttavia, questi dualismi malsani hanno avuto un notevole influsso su alcuni pensatori cristiani nel corso della storia e hanno deformato il Vangelo. Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. E’ degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6,3)” (Laudato sì 98).

Negli ultimi giorni una grande manifestazione con la presenza di tanti giovani ha richiamato il rischio ambientale ed ha espresso l’attenzione all’impegno per un rapporto nuovo e diverso con l’ambiente. I portavoce più attenti sono alcuni giovanissimi, Greta Thunberg in Svezia che ha iniziato con il suo sciopero da scuola una sensibilizzazione che ha coinvolto tanti giovani nel mondo, Aran Cosentino in Italia che ha preservato il ruscello Alberone nelle valli del Natisone dallo sfruttamento per la costruzione una centrale idroelettrica non sostenibile: “Sono cresciuto in simbiosi con i miei boschi” dice a chi l’ha intervistato.

Ma non ci sono solo Greta e Alan: sei mesi fa in Baviera si è imposta alle elezioni Katharina Schulze trentaquattrenne capolista dei Verdi tedeschi, ponendosi come ostacolo a quella che sembrava l’avanzata inarrestabile dei partiti di estrema destra. Accanto a lei sono molteplici le testimonianze di persone, spesso poco conosciute, del mondo dell’attivismo, dell’università e della politica competenti e attive nella difesa dell’ambiente. Tra di esse Emma Kari ambientalista finlandese, Claire Nouvian, francese studiosa degli oceani, Francia Márquez, afro-americana leader della protesta femminile in Colombia per contrastare l’estrazione illegale di oro, la vietnamita Khanh Nguy Thi, le sudafricane Makoma Lekalakala e Liz McDaid, che hanno attuato metodi di boicottaggio contro l’accordo nucleare tra il governo di Pretoria e Mosca. In Italia Luisa Minazzi, è figura di ecologista morta nel 2010 a seguito di malattia dovuta all’amianto: era di Casale Monferrato e contro l’inquinamento da amianto aveva lottato nel suo impegno amministrativo e politico in qualità di assessore. (cfr. Francesca Paci, Greta e le altre guerriere in difesa di madre natura, Oridente blog La Stampa, 9 marzo 2019)

Una serie di volti di donne che indicano come la lotta quotidiana per l’ambiente è frontiera su cui attuare una conversione ecologica oggi, maturare uno sguardo nuovo e soprattutto azioni conseguenti per difendere la casa comune che abbiamo ricevuto in custodia e di cui siamo responsabili per le generazioni future.

Alessandro Cortesi op

Un convegno su accoglienza a Pistoia

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II domenica di Quaresima – anno C – 2019

Abramo ChagallGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Quando fu tramontato il sole, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abramo”. Un modello di alleanza tra popoli diviene segno per indicare ciò che è indescrivibile: l’esperienza dell’irrompere di Dio e della sua chiamata nella vita di Abramo.

Secondo l’antico rito due gruppi che facevano pace dopo una guerra dovevano passare tra gli animali divisi per impegnarsi in un nuovo legame di fedeltà. Il loro gesto alludeva al dire: ‘accada a me come a questi animali se non rispetto il patto che da ora ci lega’. Era questo il segno espresso con il ‘tagliare un patto’, (da cui l’ebraico berit, alleanza).

Il rapporto tra Dio e Abramo è così presentato come un incontro. E Abramo diviene l’amico di Dio nel legame nuovo che ha inizio. Un impegno di fedeltà prima di tutto di Dio stesso. Nella scena biblica tra gli animali squartati al tramonto passa solamente ‘un forno fumante e una fiaccola ardente’. Il fuoco indica la presenza di Dio, fiaccola che arde e il forno fumante richiama al fumo che nasconde come sarà nel Sinai per Mosè quando alla consegna della Legge tutta la montagna divenne fumante.

Ma in mezzo a quegli animali non passò Abramo. L’impegno è unicamente da parte di Dio, e da Lui solo. In quel tramonto l’alleanza si compie come dono di fedeltà da parte di Dio che s’impegna a non far venir meno la sua promessa. Ad Abramo è solamente richiesto l’abbandono, nella fiducia disarmata. A lui è chiesto di vivere sospeso alla promessa e alla memoria di quell’esperienza espressa nei termini di un rito di allenaza ma che è in radice esperienza interiore di scoprirsi chiamato da Dio e con lui la sua discendenza come le stelle del cielo, in un disegno di comunione. Affidandosi senza riserve. E così ‘Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia’ (Gen 15,7).

La Pasqua è compimento della promessa di fedeltà di Dio che s’impegna ad essere il ‘Dio vicinissimo’ ad Abramo e, in lui, a tutti coloro chiamati a quel medesimo cammino di uscita e di pellegrinaggio che è la vita stessa.

La trasfigurazione è racconto ricco di simboli: può essere ricordo di un momento di preghiera vissuto accanto a Gesù, o anche un riferimento all’esperienza dell’incontro con lui vivente dopo la Pasqua. Tutto in questa pagina fa riferimento ai giorni della Pasqua: nel dialogo con Mosè ed Elia ‘parlavano del suo esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme’. Gesù sul monte viene indicato dalla voce: ‘questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo’

Luca parla di metamorfosi, evento conosciuto nel mondo greco. Descrive così l’aspetto di Gesù nei termini in cui si parla di Mosè nell’esodo dopo la discesa dal Sinai: con il volto risplendente di luce poiché aveva parlato con Dio (Es 34,29-30). L’intera vita di Gesù è cammino di un nuovo esodo, e di una salita. Come Israele uscì dall’Egitto e salì verso la terra promessa, così Gesù, dirigendosi a Gerusalemme apre un esodo nuovo.

L’ esito di questa salita sarà il calvario e la croce ma ancora oltre, perché si compie nella salita al Padre: movimento che Luca descrive come un salire per stare accanto al Padre. E’ una salita non solo di Gesù ma anche di tanti altri con lui. L’incontro con lui, nel suo passare accanto a noi è esperienza che apre a condividere la comunione con il Padre.

Tutto il cammino di Gesù è orientato a Gerusalemme: una luce è presente nel suo volto umano. Nella ‘normalità’ della sua esistenza si può scorgere una luce. Così nei tratti del suo volto crocifisso si può cogliere la luce che è l’amore del Padre che ha misericordia e dona il perdono.

L’invito conclusivo è ‘ascoltatelo’ (cfr. Dt 18,15): Luca richiama all’ascolto di Gesù e all’ascolto del comunicarsi di Dio nella umanità. La nube ricorda che la presenza di Dio è sempre velata e non afferrabile dallo sguardo, ma sta vicino e accompagna.

Paolo, alla comunità di Filippi a cui è profondamente legato indica la speranza che lui ha sperimentato nell’accogliere Cristo ‘Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso’: tutto della nostra vita è portato nella comunione con Dio: la Pasqua è risurrezione di Cristo che coinvolge l’umanità in questo dono di vita nuova e di speranza per tutti.

Alessandro Cortesi op

Donald TrumpLa nube e la firma

Dio non firma libri: con questo titolo Michele Serra sigilla la sua riflessione quotidiana nella rubrica ’Amaca (“la Repubblica” 12 marzo 2019). Questa volta si sofferma sul gesto sconcertante e indecente (nel senso etimologico della parola: ‘che si pone contro il decus/decoro’) del presidente degli Stati Uniti che, inseguendo un costume assai diffuso negli eventi di presentazioni di libri, ha voluto offrire occasione di contatto con i suoi fans apponendo la sua firma non su di un libro da lui scritto – cosa peraltro difficile solo a pensarsi – ma su Bibbie che gli venivano portate dai fan convinti di essere fedeli osservanti del messaggio lì contenuto.

“Vedere Donald Trump che autografa Bibbie, in Alabama, come un battitore che firma palline da baseball, non fa pensare alla religione, ma al marketing politico nella sua forma più miserabile. Le ha firmate sulla copertina, quell’omone protervo, con un tratto smodato di pennarello, e i fedeli (suoi e di Dio) non solo non hanno trovato niente da ridire, non solo non gli hanno detto “guardi che non si fa, guardi che quella sarebbe la parola di Dio”, ma parevano estasiati”.

Quella firma apposta sul libro come un segno di controllo e di dominio, come una pretesa di possederne il segreto e di averne chiari i significati è gesto di una protervia inaudita e tanto più sorprendente per l’assenza di reazioni di indignazione da parte di chi gli stava intorno. Un gesto che rivela in modo spudorato il modo di intendere la religione come instrumentum regni, un utilizzo dei simboli religiosi staccati totalmente dal messaggio che recano. La Parola di Dio contenuta in quel libro per i credenti è parola che non può mai essere ridotta nei confini di progetti umani, richiama sempre ad un limite, va ascoltata come parola altra non riducibile ad alcun progetto politico o economico e tanto meno di un potere che si fa dominio e oppressione.

Anche per chi non condivide la fede nella Scrittura come Parola di Dio, come ben osserva Serra, tale gesto appare non tanto blasfemo, ma scostumato. Com’è scostumato un volgare bullo che pretende di imporre la sua presunta grandezza senza riconoscere la sua reale condizione di pover’uomo. E che pur nutre pretese di conoscere la Bibbia (forse senza mai averla lette) e di essere all’altezza delle parole contenute in quel libro.

“Di tutte le affettazioni e le ipocrisie che il potere genera a ciclo continuo, la confidenza con Dio è forse la più turpe. Non perché sia indimostrabile (e lo è), ma per l’orribile sproporzione tra la statura del potere e la dimensione del sacro. Vale anche per chi bacia il rosario ai comizi”.

Appaiono in questi gesti chiari i confini tra una fede vissuta nei termini di apertura all’oltre, magari vissuta nel segreto del cuore da chi dicendosi ateo ricerca un volto autentico di Dio, che per chiunque anche credente rimane avvolto nella nube, e una religione asfittica e depravata, attitudine che si fa alienazione e capovolgimento della fede stessa:

“Ci sono atei che abbracciano le stelle, e vivono nel rispetto della vita e della morte. E ci sono ferventi ultras di questa o quella Chiesa che dimostrano lo stesso tasso di spiritualità di un paracarro”.

Alessandro Cortesi op

Un libro per pensare e individuare nuove vie di accoglienza in tempi difficili

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E’ appena uscito presso i tipi della casa editrice Nerbini il testo Gli intrecci delle migrazioni. Accoglienza e crisi delle politiche di asilo, a cura di Alessandro Cortesi e Camilla Reggiannini, ed. Nerbini, Firenze 2019, pp. 168.

Il libro è il 33° volume della collana ‘Sul confine’ promossa dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ che ha sede nel convento san Domenico di Pistoia.

Chi fosse interessato può richiederne copia presso: info@bibliotecadeidomenicani.it

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Quaresima: un cammino di ritorno

 

IMG_3543“Ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Questo invito del profeta Gioele apre il tempo della Quaresima: un tempo di ritorno, un tempo di deserto.

La Quaresima interrompe lo scorrere del tempo, invita a sostare e rallentare così il ritmo di giornate segnate dall’affanno e dalla rincorsa. Non inseguire l’antico detto dei giochi olimpici, più veloce, più in alto, più forte (citius altius fortius), ma intraprendere un nuovo stile, più lento, più in profondità, più delicatamente (lentius, profundius, suavius).

Quaresima è invito a convertire il cuore, per lasciare spazio a quel cambiamento spesso desiderato ma sempre rinviato. E’ invito ad un cammino per riscoprire l’essenziale, per recuperare ciò che veramente conta nella vita.

“Ritornate a me” è grido del profeta che si fa voce di un invito da parte di Dio per ritornare alla promessa che sta al cuore della vita, per lasciare spazio al dono di alleanza, per ritornare al vangelo.

Ma il ritorno, prima di essere movimento nostro, umano, è in primo luogo movimento di Dio stesso: è Dio che continua a ritornare a noi, a piegarsi sulla nostra vita per invitarci ad un incontro nuovo. Il ritorno è il movimento del Dio che per primo si muove a compassione, ascolta il grido di chi è nell’oppressione e scende a liberare, come è sceso per liberare Israele dall’Egitto.

In questo movimento si colloca il nostro ritorno, nell’accogliere l’altro invito che inizia la Quaresima: “lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). Quaresima è prima di tutto scoperta che siamo preceduti, è apertura ad un lasciarsi fare prima che impegno a realizzare qualcosa. “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo…” (2Cor 5,18): lasciarsi riconciliare da Lui è fare spazio a questo movimento di ritorno e di pace.

Così il nostro ritornare assume il carattere di un cambiamento del cuore in rapporto ad un Tu che attende e si fa vicino: ‘Ritornate a me con tutto il cuore’. E’ movimento non di singoli isolati e separati, ma è scoperta che pone insieme in un percorso comune.

Ritornare è vivere questo cammino per orientarsi alla meta. Se siamo chiamati a tornare significa che abbiamo perso di vista l’orizzonte, ci siamo dispersi in sentieri che conducono lontano dalla meta, ci siamo lasciati distrarre fino a perdere la strada.

Così il tempo di Quaresima è tempo di ritorno e di esodo, di deserto: nella Bibbia il deserto è tempo in cui vengono a mancare tanti orpelli ed anche tanti sostegni che riempiono e accompagnano la vita. Il deserto è luogo simbolico che rinvia all’essenzialità propria del deserto come spazio fisico in cui si sperimenta la solitudine, la fame, la sete e la propria vulnerabilità. Deserto è luogo in cui si è senza difese, nella nudità dell’esistenza. E’ il tempo della prova in cui addirittura si fa strada la nostalgia per le sicurezze perdute come Israele che si lamenta con Dio desiderando la sicurezza del cibo scarso e povero, le cipolle, della terra di schiavitù. Ma il deserto nella tradizione biblica è anche il luogo del fidanzamento, di un incontro rinnovato con Dio che proprio nel silenzio fa ascoltare la sua voce come sussurro di lieve silenzio, come brezza leggera che avvolge chi non ha più altri appoggi se non la sua Parola e la sua promessa. “Vieni con me nel deserto, là parlerò al tuo cuore…” è l’esperienza del profeta Osea che scorge il deserto come luogo di scoperta dell’amore unico di Dio:Perciò, ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…” (Os 2,16).

Nella Quaresima sono proposte tre vie per vivere questo incontro, orientati alla Pasqua di Gesù: sono le vie dell’elemosina, della preghiera e del digiuno. Sono tre vie proposte da Gesù, riportate nel discorso della montagna (Mt 6,1-18). Ma sono anche le vie proprie di tanti cammini religiosi e umani che fanno scorgere come la chiamata della Quaresima, questo tempo di ripensamento, di cambiamento e di nuovo orientamento della vita si incontra con i cammini di tutta l’umanità alla ricerca di ascolto, di senso del limite, di dono e condivisione.

L’elemosina è via per impostare un rapporto rinnovato con gli altri: non è innanzitutto fare qualcosa, ma è attitudine del cuore. L’elemosina è concepire la vita nell’orizzonte della misericordia. E da qui essere capaci di ascoltare la sofferenza dell’altro, di chi fa più difficoltà, di chi non ha sostegno. E’ via per imparare a condividere i beni scoprendo che ciò che si ha è in radice un dono che rinvia alla condivisione con gli altri. L’elemosina è la misericordia che sgorga dalla scoperta di aver ricevuto tutto come dono e dall’esigenza di comunicare anche ad altri quanto si ha.

La preghiera è via per impostare in modo nuovo il rapporto con Dio. La preghiera richiama alla gratuità del tempo donato per stare davanti a Dio riconoscendo la sua presenza, per ricercare il suo volto. Nella vita le realtà più importanti, che rimangono, non sono le cose, ma i volti. Ciò che rimane alla fine è l’amore che è passato tra le persone. L’incontro con il volto di Colui che rimane fedele per sempre chiede il fermarsi, fare sosta, vivere la pazienza di un tempo rallentato, ascolto della sua Parola.

Il digiuno è via per scorgere nuovo rapporto con se stessi, un nuovo equilibrio nella propria vita e nelle relazioni con le cose e con gli altri. L’invito al digiuno non come pratica di esteriore e da manifestare – Gesù indica il luogo segreto, l’interiorità, quale spazio in cui vivere queste vie –   è suggerimento di recupero del senso del limite nella vita: è richiamo alla sobrietà nel rapporto con le cose. E’ una via alternativa all’idolatria delle cose e al lasciarsi sopraffare dall’abbondanza che impedisce di scorgere la sofferenza di chi non ha nemmeno il necessario. E’ un invito a porre un limite per contrastare l’attitudine ad essere consumatori e divoratori di ogni realtà, per non  lasciar ridurre la vita all’unica dimensione del consumare ogni cosa. Digiuno è azione di contrasto allo sfruttamento come logica di vita e all’essere divoratori di beni e degli altri. Digiuno è nuovo rapporto con le cose con il creato, non da devastare ma da custodire e di cui prendersi cura.

Proprio nel messaggio della Quaresima di quest’anno 2019, inviato da Francesco vescovo di Roma si sottolinea un aspetto importante nel vivere questo tempo in attenzione alla cura per il creato. Il tema è infatti ripreso da un versetto della lettera ai Romani: “l’attesa della creazione è verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,24)

“La Quaresima del Figlio di Dio – scrive Francesco – è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare a essere quel giardino di comunione che era prima del peccato delle origini (Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere il medesimo cammino”.

Dal deserto al giardino. Dal deserto dell’esodo al giardino della risurrezione.

E’ questo un tempo favorevole per un autentico cammino di conversione. Cambiando modo di guardare da uno sguardo rivolto solo a se stessi, secondo indirizzi e slogan oggi ripetuti del “prima i nostri interessi” ad uno sguardo che si faccia carico degli altri, imparando a condividere. Volgendo lo sguardo alla Pasqua di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Omelia – mercoledì delle ceneri – san Domenico di Fiesole – 6 marzo 2019

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Libro dei canti aggiornato – san Domenico Pistoia

263265817305c6db91aadfec1254ab3bAi seguenti link il libro dei canti della chiesa di san Domenico Pistoia con accordi aggiornato al 1 gennaio 2019

Canzoniere ACCORDI 1° parte 02.01.19

Canzoniere ACCORDI 2° parte 14.10.18

Canzoniere INDICE 20-12-15

I domenica di Quaresima- anno C – 2019

IMG_3443Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Israele professa così la sua fede: non è un elenco di definizioni su Dio, ma è il racconto di una storia di schiavitù e di liberazione. In questa storia Israele ha incontrato il Dio vicino e liberatore. E’ un Dio che agisce, libera, ascolta il grido degli oppressi scende a liberarli. I suoi pensieri non sono i pensieri dell’uomo; eppure nello stesso tempo è il Dio che si prende cura dei più deboli.

La sua azione è descritta nei termini del far uscire dalla terra di oppressione: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. Da qui sorge un camino per Israele e la terra diviene segno di fedeltà alla promessa.

Iniziare il cammino di Quaresima significa situarsi in questa storia, aprirsi a vivere un cammino di fede in ascolto di Dio che libera e salva. Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di tanti popoli. Quaresima è tempo di riscoperta di un cammino nel rapporto con Dio che fa uscire ancora.

Anche Luca nel suo vangelo presenta la scena delle tentazioni di Gesù: il suo racconto può essere letto in parallelo a Matteo che descrive tre momenti e tenendo presente quanto solamente accenna Marco che vede le tentazioni come chiave di lettura dell’intero cammino di Gesù.

Nella versione di Luca appare un elemento particolare: la conclusione delle tre tentazioni di Gesù non avviene su di un alto monte (come fa invece Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore quindi della città santa. La città di Gerusalemme ha per Luca un’importanza particolare: da lì tutto inizia, al cuore del tempio, con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria, e a Gerusalemme tutto si compie nei giorni della passione e della morte.

Nel racconto delle tentazioni Luca intende comunicare che la prova non costituisce un momento passeggero ed unico nella vicenda di Gesù. E’ piuttosto un’esperienza che attraversa tutta la sua vita. E a Gerusalemme trova il suo culmine. Nel momento della morte Gesù si affida fino in fondo al Padre: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Così di fronte alle diverse ‘tentazioni’, la risposta di Gesù non è altro che un ripetere la sua fiducia e il suo affidamento in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”.

In primo luogo Gesù non risponde alle attese di chi vuole un salvatore che risponda alle esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane’. Gesù non intende essere un messia funzionale alle richieste di risolvere i problemi della vita come la sussistenza.

La sua non è nemmeno la risposta ad un’attesa di potere, sia esso di natura politica o religiosa: ‘ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’. Gesù rifiuta di essere un messia di tipo politico e del successo. Non si piega al potere che tutto vuole comprare con il denaro e con la propria arroganza.

Si oppone infine – ed è il terzo momento – a manifestarsi come un messia che suscita meraviglia: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Gesù rigetta di essere un messia che viene con potenza, con colpi di scena. I suoi gesti di bene, il suo agire attraversa il quotidiano ed invita a scoprire che l’incontro con Dio non è questione di eventi eccezionali, ma è vicino nel tessuto della vita. I suoi sono gesti di guarigione, di cura, di dono, di speranza. Per lo più sono attuati prendendo le distanze dalla folla che ricerca spettacolarità e prodigi. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero.

Luca pone l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo aver indicato la sua genealogia che lo unisce ad Adamo: Gesù riprende nella sua vita la storia dell’umanità. Gesù indica il senso più profondo di questa storia nell’affidamento a Dio, il Padre di misericordia che salva e apre cammini di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Marc Chagall L'ebreo errante 1923-25 olio su tela Musée du Petit Palais Ginevra      Marc Chagall, L’ebreo errante 1923-25 olio su tela – Musée du Petit Palais Ginevra

Un arameo errante

L’ebreo errante è figura che richiama elementi diversi e lontani. Alcuni risalgono ad antichissime leggende: nel suo profilo evoca la sorte di chi a causa di un atto sacrilego è costretto a pellegrinare nell’esistenza preso dal rimorso per il proprio peccato, come Caino. Per altri aspetti richiama le leggende attorno a figure presenti alla passione di Gesù e che lo offesero. In racconti medioevali come la Historia maior del benedettino inglese Matthew Paris del XIII secolo si trova il ricordo – proveniente dall’Armenia – di un certo Cartaphylus, portiere del palazzo di Pilato che aveva esortato Gesù a muoversi e che ricevette come risposta: “Io vado, ma tu aspetterai fino a che io ritorni”.

Attorno a questa figura si sviluppa in età medioevale la tradizione di un pellegrino dai contorni misteriosi e il racconto è utilizzato con forti accenti antiebraici. Dopo la Riforma soprattutto in Germania la leggenda trovò nuovo sviluppo in libri popolari. Nel Volksbuch tedesco, edito per la prima volta nel 1602 e più volte ripubblicato in diversi Paesi, compare la figura di un ebreo pellegrino dal nome Aashuerus con cinque soldi nelle sue tasche che si rinnovano: il suo vagare continuo per tutta l’Europa è un modo per manifestare la propria colpa, ma anche il proprio pentimento, senza mai trovare un porto di riposo al suo errare.

Nella ripresa del mito da parte di Goethe, Aashuerus diviene paradigma del vagabondo che non comprende la profondità del divino, ma peraltro manifesta lucida lettura della condizione umana. In epoche successive la figura dell’ebreo errante trovò espressioni letterarie diverse con vari accenti simbolici. Per un verso figura di chi nega la divinità e dopo un lungo errare si riconcilia con Dio, per altri aspetti figura del perenne camminare dell’umanità che continua a ricercare pace e giustizia.

L’ebreo errante manifesta nella cultura europea l’esempio della figura dell’ ‘altro’, che per un verso non si riconosce nella tradizione e nella fede cristiana e dall’altro è un testimone diretto della presenza di Cristo e della sua passione. E’ espressione dello straniero che inquieta e non cessa di interrogare sull’identità e sulla differenza proprio nella sua itineranza senza fine (cfr. R.Bernasconi, D. Wood (edd.), The Provocation of Lévinas. Rethinking the Other, London-New York, Routledge 1988).

Marc Chagall nei suoi quadri riprende questa antica figura. L’ebreo errante diviene nella sua interpretazione un riferimento alla sorte degli ebrei vittime dell’odio, costretti a fuggire di fronte alla persecuzione. Ebreo errante e Cristo crocifisso nell’arte di Chagall divengono simboli che si rinviano l’uno all’altro e richiamano alla persecuzione ed alla sofferenza inflitta al popolo ebraico.

Chagall capovolge nella sua lettura la prospettiva del mito: la figura dell’ebreo errante non è colui che ha offeso, ma la vittima costretta a fuggire e ad andare errando lontano. Così nella Crocifissione bianca, del 1938, l’ebreo errante è paradigma non dell’offensore ma di colui che è perseguitato, ed è vittima. Come Gesù sulla croce, che nella sua sofferenza è pienamente solidale con i patimenti del suo popolo.

Il dipinto dal titolo ‘L’ebreo errante’ (1923-1925) di Chagall riprende questo motivo. Sullo sfondo sono presentati alcuni elementi simbolici: si individua infatti la presenza dell’asino, animale tipico della campagna, la chiesa ortodossa di Vitebsk con i tetti delle isbe del villaggio dell’infanzia dell’artista, e quale figura imponente che occupa grande spazio della tela, il profilo del profugo in fuga con un sacco sulle spalle pieno di tutto ciò che un uomo in fuga può salvare. La figura dell’ebreo in cammino occupa quasi tutto lo spazio della tela. Il colore che si distingue tra gli altri è l’arancione. E’ un rinvio all’esperienza dell’errare propria del popolo ebreo a seguito dei pogrom e persecuzioni ma anche di Chagall stesso che fu costretto ad abbandonare Vitebsk per recarsi a san Pietroburgo e poi a Berlino e Parigi. Il bastone e il sacco sono simboli di un errare in cui si porta con sé la propria fede, la tradizione del popolo, il tesoro di un’identità ebraica che non è perduta. Una prima versione del dipinto, riportata su una fotografia e accompagnata da uno scritto di Bella Chagall, reca il titolo En route (In cammino).

Chagall con questa immagine evoca da un lato il cammino di una umanità sofferente che desidera pace e si trova a dover fuggire dalla violenza e dalla guerra. Dall’altro pone insieme il riferimento al cammino del popolo ebraico, cammino di vittime dell’odio e della malvagità associato alla figura di Cristo stesso, che ebreo di Galilea nel suo cammino ha condiviso il cammino di un popolo vittima dell’oppressione e dell’esilio e con esso il cammino delle vittime della storia.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: M.Massenzio, La passione secondo l’ebreo errante. I mitici itinerari del testimone vivente. Dalla passione di Cristo alla crocifissione di Chagall, Quodlibet 2007. M.Massenzio, L’ebreo errante di Chagall. Gli anni del nazismo, Editori Riuniti, 2018.

 

 

 

 

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