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Quaresima: un cammino di ritorno

 

IMG_3543“Ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Questo invito del profeta Gioele apre il tempo della Quaresima: un tempo di ritorno, un tempo di deserto.

La Quaresima interrompe lo scorrere del tempo, invita a sostare e rallentare così il ritmo di giornate segnate dall’affanno e dalla rincorsa. Non inseguire l’antico detto dei giochi olimpici, più veloce, più in alto, più forte (citius altius fortius), ma intraprendere un nuovo stile, più lento, più in profondità, più delicatamente (lentius, profundius, suavius).

Quaresima è invito a convertire il cuore, per lasciare spazio a quel cambiamento spesso desiderato ma sempre rinviato. E’ invito ad un cammino per riscoprire l’essenziale, per recuperare ciò che veramente conta nella vita.

“Ritornate a me” è grido del profeta che si fa voce di un invito da parte di Dio per ritornare alla promessa che sta al cuore della vita, per lasciare spazio al dono di alleanza, per ritornare al vangelo.

Ma il ritorno, prima di essere movimento nostro, umano, è in primo luogo movimento di Dio stesso: è Dio che continua a ritornare a noi, a piegarsi sulla nostra vita per invitarci ad un incontro nuovo. Il ritorno è il movimento del Dio che per primo si muove a compassione, ascolta il grido di chi è nell’oppressione e scende a liberare, come è sceso per liberare Israele dall’Egitto.

In questo movimento si colloca il nostro ritorno, nell’accogliere l’altro invito che inizia la Quaresima: “lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). Quaresima è prima di tutto scoperta che siamo preceduti, è apertura ad un lasciarsi fare prima che impegno a realizzare qualcosa. “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo…” (2Cor 5,18): lasciarsi riconciliare da Lui è fare spazio a questo movimento di ritorno e di pace.

Così il nostro ritornare assume il carattere di un cambiamento del cuore in rapporto ad un Tu che attende e si fa vicino: ‘Ritornate a me con tutto il cuore’. E’ movimento non di singoli isolati e separati, ma è scoperta che pone insieme in un percorso comune.

Ritornare è vivere questo cammino per orientarsi alla meta. Se siamo chiamati a tornare significa che abbiamo perso di vista l’orizzonte, ci siamo dispersi in sentieri che conducono lontano dalla meta, ci siamo lasciati distrarre fino a perdere la strada.

Così il tempo di Quaresima è tempo di ritorno e di esodo, di deserto: nella Bibbia il deserto è tempo in cui vengono a mancare tanti orpelli ed anche tanti sostegni che riempiono e accompagnano la vita. Il deserto è luogo simbolico che rinvia all’essenzialità propria del deserto come spazio fisico in cui si sperimenta la solitudine, la fame, la sete e la propria vulnerabilità. Deserto è luogo in cui si è senza difese, nella nudità dell’esistenza. E’ il tempo della prova in cui addirittura si fa strada la nostalgia per le sicurezze perdute come Israele che si lamenta con Dio desiderando la sicurezza del cibo scarso e povero, le cipolle, della terra di schiavitù. Ma il deserto nella tradizione biblica è anche il luogo del fidanzamento, di un incontro rinnovato con Dio che proprio nel silenzio fa ascoltare la sua voce come sussurro di lieve silenzio, come brezza leggera che avvolge chi non ha più altri appoggi se non la sua Parola e la sua promessa. “Vieni con me nel deserto, là parlerò al tuo cuore…” è l’esperienza del profeta Osea che scorge il deserto come luogo di scoperta dell’amore unico di Dio:Perciò, ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…” (Os 2,16).

Nella Quaresima sono proposte tre vie per vivere questo incontro, orientati alla Pasqua di Gesù: sono le vie dell’elemosina, della preghiera e del digiuno. Sono tre vie proposte da Gesù, riportate nel discorso della montagna (Mt 6,1-18). Ma sono anche le vie proprie di tanti cammini religiosi e umani che fanno scorgere come la chiamata della Quaresima, questo tempo di ripensamento, di cambiamento e di nuovo orientamento della vita si incontra con i cammini di tutta l’umanità alla ricerca di ascolto, di senso del limite, di dono e condivisione.

L’elemosina è via per impostare un rapporto rinnovato con gli altri: non è innanzitutto fare qualcosa, ma è attitudine del cuore. L’elemosina è concepire la vita nell’orizzonte della misericordia. E da qui essere capaci di ascoltare la sofferenza dell’altro, di chi fa più difficoltà, di chi non ha sostegno. E’ via per imparare a condividere i beni scoprendo che ciò che si ha è in radice un dono che rinvia alla condivisione con gli altri. L’elemosina è la misericordia che sgorga dalla scoperta di aver ricevuto tutto come dono e dall’esigenza di comunicare anche ad altri quanto si ha.

La preghiera è via per impostare in modo nuovo il rapporto con Dio. La preghiera richiama alla gratuità del tempo donato per stare davanti a Dio riconoscendo la sua presenza, per ricercare il suo volto. Nella vita le realtà più importanti, che rimangono, non sono le cose, ma i volti. Ciò che rimane alla fine è l’amore che è passato tra le persone. L’incontro con il volto di Colui che rimane fedele per sempre chiede il fermarsi, fare sosta, vivere la pazienza di un tempo rallentato, ascolto della sua Parola.

Il digiuno è via per scorgere nuovo rapporto con se stessi, un nuovo equilibrio nella propria vita e nelle relazioni con le cose e con gli altri. L’invito al digiuno non come pratica di esteriore e da manifestare – Gesù indica il luogo segreto, l’interiorità, quale spazio in cui vivere queste vie –   è suggerimento di recupero del senso del limite nella vita: è richiamo alla sobrietà nel rapporto con le cose. E’ una via alternativa all’idolatria delle cose e al lasciarsi sopraffare dall’abbondanza che impedisce di scorgere la sofferenza di chi non ha nemmeno il necessario. E’ un invito a porre un limite per contrastare l’attitudine ad essere consumatori e divoratori di ogni realtà, per non  lasciar ridurre la vita all’unica dimensione del consumare ogni cosa. Digiuno è azione di contrasto allo sfruttamento come logica di vita e all’essere divoratori di beni e degli altri. Digiuno è nuovo rapporto con le cose con il creato, non da devastare ma da custodire e di cui prendersi cura.

Proprio nel messaggio della Quaresima di quest’anno 2019, inviato da Francesco vescovo di Roma si sottolinea un aspetto importante nel vivere questo tempo in attenzione alla cura per il creato. Il tema è infatti ripreso da un versetto della lettera ai Romani: “l’attesa della creazione è verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,24)

“La Quaresima del Figlio di Dio – scrive Francesco – è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare a essere quel giardino di comunione che era prima del peccato delle origini (Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere il medesimo cammino”.

Dal deserto al giardino. Dal deserto dell’esodo al giardino della risurrezione.

E’ questo un tempo favorevole per un autentico cammino di conversione. Cambiando modo di guardare da uno sguardo rivolto solo a se stessi, secondo indirizzi e slogan oggi ripetuti del “prima i nostri interessi” ad uno sguardo che si faccia carico degli altri, imparando a condividere. Volgendo lo sguardo alla Pasqua di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Omelia – mercoledì delle ceneri – san Domenico di Fiesole – 6 marzo 2019

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