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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di Quaresima – anno C – 2019

IMG_3716Gs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

La parabola di Gesù sorge da una situazione concreta. I suoi gesti generano scandalo e indignazione. I farisei e gli scribi mormorano per il suo stare a pranzo con pubblicani e prostitute, cioè con persone considerate irregolari, da tenere fuori e soprattutto lontane dall’ambito religioso.

Scribi e farisei celano in questo giudizio la loro attitudine a sentirsi giusti e a posto, in qualche modo detentori di un volto di Dio di cui conoscono regole e comportamento. Un Dio che valuta le prestazioni e quindi deve premiare i giusti e condannare i peccatori. Lo stile di vita di Gesù pone in crisi queste idee: si fa vicino a coloro che dovevano essere esclusi, condivide i pasti con peccatori e gente di malaffare.

Il suo comportamento genera una mormorazione che biblicamente è una protesta contro Dio. Dov’è l’autentico volto di Dio? Luca con un po’ di ironia dice che chi ascoltava Gesù erano i pubblicani e i peccatori perché gli altri avevano già la loro verità in tasca: “Pubblicani e peccatori stavano vicino a Gesù, per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui accoglie i peccatori e sta a tavola con loro’. Ed egli disse loro questa parabola….”.

Le parabole che Gesù presenta sono a questo punto tre: sono tre parole che parlano del perdere e ritrovare. La pecora perduta, la dramma perduta e il figlio perduto, o i figli perduti… E in ognuna di queste parabole al centro sta la gioia di un ritrovamento, che sorge da uan ricerca, da un’attesa, da uno sguardo.

“Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. È la domanda che il figlio minore fa al padre e da questa domanda inizia il racconto. Una vicenda familiare, un non capirsi più, un sogno di uscire per essere libero. E’ una richiesta che può ferire: dividere l’eredità avviene alla morte. Da parte del figlio è quasi espressione di volere il padre morto. E’, più profondamente e drammaticamente, domanda che rivela un rapporto che si è rotto, un dialogo incrinato, un desiderio di autonomia e di una vita ormai lontano da quella casa percepita come prigione e non come dimora. Dietro a questa richiesta sta anche un’accusa al padre di essere un padrone a cui si chiede una parte di beni per chiudere un rapporto freddo che si esaurisce in una consegna materiale, una divisione matematica.

Il testo del vangelo dice: il padre “divise tra loro le sue sostanze”. Più precisamente nel testo originale si legge: ”Ed egli divise tra loro la vita”. Si può così cogliere come il modo di agire del padre che accoglie la richiesta piena di protervia del figlio, sia una risposta mite, che nasconde tristezza e rassegnazione, incapacità di farsi comprendere. E in questa mitezza non solo divide ma dà anche la sua vita. Non consegna solo dei beni materiali ma qualcosa di più profondo, si espropria della vita. La scelta del padre è quella di lasciare piena libertà al figlio, nella sofferta fiducia che qualunque sia il suo cammino ciò che più conta è questa libertà di orientarsi nella vita senza ormeggi e legami che condizionano e ricattano.

Ma il figlio è alla ricerca di una libertà senza limiti e si scontra con il dramma di una autonomia ricercata senza gli altri. Da figlio passa ad essere nella condizione di chi si trova ad essere asservito. Vive l’entusiasmo di una autonomia senza vincoli, ma si trova sperduto e diviene dipendente. Cade nella condizione di una nuova schiavitù. E in questa situazione di dipendenza possiamo scorgere la condizione di un mondo che pretende di stare senza legami senza riconoscere esigenze di rapporti e che cade nella condizione di un asservimento in tante diverse dipendenze.

La ricerca di autonomia si risolve nella dipendenza. Il figlio allontanatosi pensa tuttavia ancora in termini di rapporto freddo il suo poter tornare a casa. Da un lato gli si presenta un ricordo, un barlume di nostalgia forse, dall’altra il suo desiderio è di essere assunto come lavoratore. Non si sente figlio, non si comprende come tale. Tutto sommato è rinchiuso in un pensiero egoistico, per sopravvivere e sfruttare ancora una situazione per uscire da ciò che non sopporta più. E tuttavia veva ancora un ricordo di quella casa da cui se n’era venuto via.

Ma in questo momento, in questo suo rientrare in se stesso e nel suo ritornare si inserisce un altro movimento, che è al centro della parabola, ed è il movimento dello sguardo del padre e dei suoi gesti. Un accumulo di verbi è usato da Luca per dire come il padre lo vide, gli corse incontrò, lo abbracciò… Il suo allontanamento non aveva mutato quello sguardo e quell’attesa. Il padre rimane colui che non guarda alle prestazioni ma condivide la vita. E fa festa e solo la festa è il momento in cui il cuore cambia. Il padre non pronuncia parole particolari al figlio, lo accoglie con i segni di colui che nella casa è il benvenuto e amato, con i segni dello sposo, l’anello, i calzari. Il perduto è ritrovato, come la pecora, come la dramma. Al centro della parabola è questa incontenibile gioia che non si sofferma su nessun altra cosa se non sulla grandezza del potersi reincontrare, del poter trasmettere un affetto oltre ogni limite.

E d’altra parte il figlio maggiore non comprende: anche lui che era rimasto nella casa poco aveva capito di cosa significasse partecipare della vita del padre. Era rimasto con il cuore dei farisei e degli scribi, preoccupato delle prestazioni e incapace di accogliere. E il padre esce e va incontro anche a lui. ‘Figlioletto, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi…’ La parabola è parola sul padre che cerca di ritrovare in modi diversi i due figli che si sono allontanati e mira a riportare la loro stessa vita alla scoperta della fraternità: questo tuo fratello… è stato ritrovato…

La parabola rimane sospesa. Lascia aperto l’interrogativo sugli esiti di questa vicenda, della supplica del padre al maggiore, su ciò che seguì alla festa per il minore. Eppure è parabola che apre uno squarcio sul volto del padre che attende e che esce, va incontro e che sembra avere a cuore nessuna altra cosa se non che nessuno rimanga escluso. E che ci si scopra legati da una vita che egli non ha paura di perdere perché siano aperti i percorsi della fraternità.

Alessandro Cortesi op

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Razzismo e l’altro

“Bisogna ripartire da qui: dall’opposto di muri e confini. Dobbiamo ripartire dall’inclusione degli altri, degli esclusi. L’inclusione dei giovani, degli immigrati, dei poveri. Non per buonismo sentimentale ma perché la relazione è l’essenza della vita. È la forma del suo evolversi, del suo rinnovarsi e rinascere. Senza relazioni, la natura appassisce, diventa sterile e l’essere umano perde anima. E’ attraverso gli altri che ci realizziamo, che diventiamo pienamente persone. Ma chi sono ‘gli altri’? Presenze scomode che – anche restando mute – ci chiedono se la nostra vita abbia un senso, se è una vita in cerca di verità e di giustizia, di libertà e di bellezza. Se è una vita che tende al bene oppure al male. Gli altri sono i termometri della nostra umanità. (L.Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, ed.Gruppoabele 2019, 53-54)

Luigi Ciotti ha preso la penna in mano e si è messo a scrivere lui che preferisce i gesti che parlano alle parole scritte. E ha scritto ad un razzista del terzo millennio, dandogli del tu, intentando un dialogo nel tentativo di uscire dalle parole gridate e dai numeri branditi come arma. Ha scritto cercando di spiegare ragioni. Sono “le ragioni per cui non posso stare dalla tua parte e non posso nemmeno tacere i motivi che mi separano da te. L’ho fatto perché non voglio perdere le tracce di un confronto. Forse frequenti la chiesa e ti consideri cristiano. Se è così., lasciami dire, senza presunzione, che l’autentico cattolicesimo affonda le radici nel Vangelo, nel suo spirito e nella sua Parola, che è Parola di accoglienza, di dignità, di pace e di giustizia. Non ci si può dire cristiani e poi alzare muri, costruire comunità chiuse ed esclusive, selezionare e scartare i compagni di viaggio. Per dirsi cristiani bisogna stare – come Gesù – dalla parte dei poveri, dei deboli, degli oppressi e dei discriminati. Il cristiano non può restare in disparte di fronte alle ingiustizie di questo mondo. Il cristiano deve guardare il Cielo senza trascurare le responsabilità che lo legano alla Terra” (ibid. 68)

“il razzismo ha diverse facce…Rientrano in esso centinaia di gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio. I sempre più frequenti episodi di violenza, verbale e orami anche fisica, verso persone immigrate sono il frutto di questo clima culturale e politico” (ibid. 16)

Ciotti richiama a vincere il rancore a sostituirlo con una solidarietà contagiosa, “senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi”. “E poi darsi da fare, a tradurre il ‘basta al disumano’ in fatti concreti. Perché di fronte al disumano non si può più restare incerti. L’ingiustizia è di chi la commette ma anche di chi assiste e non fa nulla o non fa abbastanza per fermarla. Queste parole sono rivolte anche a te, soprattutto se sei giovane e non ancora del tutto travolto dalla rabbia e dall’insano orgoglio di essere superiore a qualcuno. La mia generazione non ha realizzato gli obiettivi di giustizia che aveva promesso. Ma non è una buona ragione per abbandonarli. Al contrario occorre riprenderli” (ibid. 70).

“Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare, è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri” (ibid. 9).

Alessandro Cortesi op

 

 

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