la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Quaresima – anno C – 2019

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“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”

La parola del profeta è incoraggiamento e speranza. Invita a non restare chiusi nel passato e a scorgere qualcosa di nuovo che sta nascendo nella storia, nonostante tutte le contraddizioni. E’ difficile scorgere una novità di bene laddove si vive in condizioni di prova e di morte. Il secondo Isaia, profeta di un tempo difficile, dell’esilio, indica un germoglio. E’ una novità che richiede occhi capaci di osservazione alle cose piccole… è sbocciare silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione. Nel deserto indica la gioia della vita nascente al di là di tutto ciò che la contrasta. E’ questione di sguardo.

Il profeta annuncia così che nonostante la fatica del presente la tragica esperienza dell’esilio sta per finire e insieme finisce la paura della schiavitù, l’essere stranieri e oppressi. Invita a non lasciarsi rinchiudere in un ricordo angusto delle cose passate: la sofferenza, la distruzione, tutto ciò che pesa nel cuore.

E’ l’annuncio di un nuovo esodo, di un passaggio nuovo verso un futuro di vita e di speranza, di un nuovo incontro con il Dio liberatore. Dio è fedele alle sue promesse e anche nel deserto apre una strada, porta acqua nella desolazione: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo richiama la comunità di Filippi a distaccarsi da tutto ciò che è costrizione, paura, delusione. E parla di futuro. L’immagine della corsa nello stadio esprime la sua tensione nel correre con il riferimento a Gesù, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo presenta così la vita come una corsa: non si pone come un arrivato, non ha già raggiunto il premio ma legge l’esistenza cristiana come un mettersi in movimento, come tensione verso il futuro di comunione con Cristo: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

La pagina del vangelo è viva testimonianza dell’agire di Gesù. Anche Gesù apre futuro. Il suo sguardo è dono di vita per una donna, ferita dalla sofferenza e dall’essere ridotta ad oggetto, a pretesto per uan disputa di condanna. La sua identità è calpestata dal giudizio implacabile dell’ipocrisia maschile, di quegli uomini che intendono lapidarla. Le parole di Gesù sono una critica senza riserve nei confronti di chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono: ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’.

Gesù risponde al tranello posto dai suoi accusatori non entrando nella discussione ma reagendo con il silenzio. Non c’è parola da dire laddove un volto è ridotto a oggetto per far valere una dottrina. Il suo scrivere con il dito per terra è atteggiamento che rimane enigmatico. Forse un riferimento ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Non guardando più i volti si abbandona il Signore sorgente di vita. ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’. Gesù offre un modo nuovo di guardare la propria e l’altrui vita. Da quel momento si svolge il lento andarsene di tutti ed è posto in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: non è solo un’indicazione spaziale. Nel profondo del suo cuore quella donna si trova ora di fronte a Gesù. E Gesù volge a lei il suo sguardo, non di giudizio e condanna, ma uno sguardo che coglie la ferita e l sua attesa. Nel suo essere sola davanti a lui lo può riconoscere come ‘Signore’, acqua viva della sua esistenza, suo futuro. Da lui accoglie non parole di condanna, ma la parola della misericordia e del perdono che fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’

Dopo che tutti se ne furono andati Gesù apre la possibilità di futuro nuovo; il suo sguardo di fiducia e di bene inaugura una storia nuova. Ogni esperienza di perdono è come il germogliare della Pasqua nelle nostre esistenze personali e nella vita dei popoli.

Alessandro Cortesi op

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Di famiglie e amore

Nei giorni scorsi un congresso internazionale sulla famiglia, tenutosi a Verona segnato da atteggiamenti e voci che si sono poste in termini di condanna e di disprezzo di altre esperienze, ha accentrato l’attenzione dei media. Tra le tante voci spesso scomposte e disordinate ne raccolgo due che mi sono state d’aiuto a scorgere come parlare di famiglia implica uno sguardo non arrogante e pretenzioso ma capace di scorgere come la realtà è più importante dell’idea, e capace di ascoltare i volti e le storie. Non solo, ma come ricorda Massimo Recalcati è al cuore del messaggio evangelico non tanto un modello fisso e illusorio, ma la sfida continua a vivere e attuare l’apertura all’altro come frontiera dell’amore che è sempre da ricercare nella vita con umiltà e scorgendo la propria insufficienza e il proprio limite nel saper fare comunità con altri.

Questa è la lettera inviata a Concita De Gregorio e ripresa nella sua rubrica da uno studente di 18 anni:

«Mi chiamo Paolo, sono uno studente di 18 anni, frequento il V liceo. Sto iniziando a leggere giornali, a seguire i telegiornali non perché abbia aspirazioni politiche ma per curiosità, informazione, per iniziare a conoscere il mondo oltre le frontiere del mio paesino.
Perciò tra i vari argomenti, uno che ho seguito è stato il congresso per la famiglia (o contro) a Verona.
Oggi, camminando in sala noto mio fratello Mattia di sette anni che sta scrivendo su una lavagnina giocattolo. Pensavo stesse disegnando qualcosa. Dieci minuti dopo mi accorgo che era alle prese con il suo “saggio” sulla famiglia, la nostra. Trascrivo qui, errori compresi: “La famiglia è la cosa più importantissima di tutto. Quindi a che serve la famiglia io lo so. Serve la compania. La compania pure voi. I vecchi sono certi da soli quindi avete capito che serve la famiglia, io celò. Vi dico tutti i nomi della mia famiglia: Emanuele, Papà, Mamma e Paolo questa gente fa quello che vuole».
Ciò che un bambino dice nasce dalla sua esperienza di vita quotidiana. Lui è mio fratello, ma i nostri papà sono diversi. Mia mamma ha divorziato anni fa, e poco dopo ha costruito una nuova famiglia, stupenda, unita.
Nonostante ciò, io e l’altro mio fratello, Emanuele, continuiamo a vedere regolarmente nostro padre. Questa è una dimostrazione tangibile, per tutti coloro i quali sostengono le famiglie tradizionali e la loro superiorità morale, che non è così. Mattia ha dimostrato con semplicità e sensibilità ciò che tra noi traspare; lui la chiama “compagnia”. Siamo una famiglia, e lui ci ama incondizionatamente, senza sapere il nostro orientamento politico o sessuale, cosa facciamo quando non siamo con lui; non gli importa che mio padre sia diverso dal suo, lo sa benissimo e non ci vede nulla di male. Poi conclude con: “Ognuno fa quello che vuole”. Questo inciso, abbastanza ambiguo, rimanda al fatto che, nonostante l’educazione rigida e intransigente di nostra madre, lei non ci ha mai negato di scegliere chi essere, cosa voler fare nella nostra vita, di voler bene a qualsiasi persona; ci ha insegnato a fare di noi il soggetto della nostra vita, e non l’oggetto di quella degli altri. Mattia lo ha già capito. Dovremmo imparare a pensare come loro, vivere come loro, fare in modo che la nostra anima infantile, se è ancora in noi, non si allontani e ci guidi verso un futuro migliore, o per lo meno felice» (Dalla rubrica Invece Concita, Mattia 7 anni: la mia famiglia è compagnia’, “La Repubblica”, 2 aprile 2019)

E Massimo Recalcati offre una riflessione sull’amore come derivante non tanto da una legge di natura quanto da una parola di amore: “L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura. È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimo della natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba? La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola.

(…) Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore della predicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionare al contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?” (Massimo Recalcati, La vera legge dell’amore, “La Repubblica” 31 marzo 2019)

Infine un richiamo alla concretezza di misure che possano veramente aiutare chi si trova a vivere nelle forme diverse l’avventura di fare famiglia. Alla domanda su quali siano le urgenze presenti di una situazione di grande sofferenza delle famiglie oggi a cui la politica non sta offrendo risposte così ha risposto – in un’intervista  a cura di Domenico Agasso jr. su Vatican Insider – Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari, che ha deciso di non prendere parte al Congresso mondiale di Verona: «Ci stiamo pericolosamente assuefacendo al fatto che mettere al mondo un figlio sia la seconda causa di povertà nel Paese, che le donne siano costrette a scegliere tra il lavoro e la famiglia, che i nostri figli dovremo guardarli su Skype quando, in cerca di futuro, saranno costretti ad andare all’estero, che la discriminazione fiscale sia una triste costante. Credo che il vero problema di queste manifestazioni sia che, in conclusione, offrano alibi a tutti i politici che non hanno intenzione di fare nulla per la famiglia. Se ne parla, ma non si fa nulla, si riempiono le pagine di giornali di polemiche e non di proposte concrete per porre rimedio alle lacune decennali che vengono perpetrate di governo in governo. L’analisi la conosciamo bene: la famiglia è una risorsa e non un problema, ma dev’essere messa nelle condizioni di rendere per ciò che è»

Alessandro Cortesi op

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