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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica delle Palme – anno C – 2019

IMG_3813Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Il racconto della passione secondo Luca è una rilettura degli eventi storici degli ultimi giorni di Gesù alla luce dell’incontro con lui risorto. Sono visibili alcuni elementi propri della sensibilità di Luca e della sua comunità. Si può quindi leggere la lunga narrazione della passione cogliendo i tratti propri del terzo vangelo.

Un primo elemento è l’attenzione alla via: la via della croce percorsa da Gesù fino a Gerusalemme è la medesima via che anche il discepolo è chiamato a percorrere nel seguire l’esempio del suo maestro. Gesù è il ‘grande testimone’. Sulla via verso il luogo della crocifissione a Simone di Cirene viene dato di prendere la croce di Gesù ed egli si trova a portarla dietro a lui (23,26). E’ un tratto proprio di Luca circa il ‘seguire Gesù’. Il discepolo è chiamato a seguire Gesù nella quotidianità della vita: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’ (9,23). Gesù ha dato la sua vita in dono: questo è vangelo, bella notizia e qui sta il senso profondo della croce.

Nel narrare la passione Luca insiste sui tratti di Gesù: è mite e vive la fedeltà fino alla fine. Rifiuta la violenza mentre attorno a lui l’ingiustizia lo schiaccia. Gesù è presentato con i tratti del ‘servo di Jahwè’, profeta perseguitato ingiustamente che fino alla fine mantiene la solidarietà con tutti, vivendo il perdono nel momento estremo (23,34).

Gesù offre la misericordia del Padre quando, con il suo sguardo, rinvia Pietro a ‘ricordare le parole’ che lui stesso gli aveva detto (22,54-61): gli apre un futuro di perdono e gli dà coraggio rinviandolo alle sue parole.

L’intero racconto tiene presente l’orizzonte della Pasqua: “Si avvicinava la festa degli azzimi, chiamata Pasqua…” (22,1.7). L’avvicinarsi della festa di Pasqua non è solo un elemento della cronologia, ma è chiave per cogliere il senso degli eventi. L’agnello stava al centro della celebrazione ebraica di Pesah. Luca legge Gesù come agnello. Pasqua era poi memoria di liberazione e alleanza, ricordo del passaggio dalla schiavitù alla libertà (cfr. 22,15-20).

Anche il complotto per uccidere Gesù è letto in profondità: ad un livello storico si attua il convergere e l’accordarsi del potere religioso e di quello politico per eliminare Gesù, un accordo che approfitta di un tradimento e di una serie di ‘consegne’: ‘…egli (Giuda) andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani’ (22,4). Ad un livello più profondo però Luca vede la passione di Gesù come il suo libero consegnarsi nelle mani degli uomini e il rimettersi nelle mani del Padre. Nel momento della morte le sue parole sono: ‘questo è il mio corpo dato per voi’ (22,19), ‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’ (23,46).

Nei momenti dell’arresto, nel comparire davanti al sinedrio, a Erode e a Pilato, Luca scorge l’attuarsi di un grande scontro tra Gesù e le forze del male e fa accenno a ‘colui che separa’, satana. E’ una lotta che attraversa l’intera esistenza di Gesù, mandato per rimettere in libertà gli oppressi e per inaugurare un tempo di liberazione da ogni male (cfr. 4,18-19) fino al tempo fissato di uno scontro definitivo (cfr. 4,11).

Davanti al sinedrio le accuse portate a Gesù sono di tipo religioso e compare il titolo di ‘Figlio dell’uomo’, titolo riferito al messia, con citazione del salmo 110. Davanti ai capi del sinedrio Gesù è presentato come Messia e testimone fedele: già in questo momento si sta compiendo quella ‘salita’, il viaggio di Gesù verso Gerusalemme: ‘da questo momento sarà innalzato il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio’ (22,69).

Nell’interrogatorio davanti a Pilato la questione al centro riguarda la pretesa di Gesù di essere re: già l’entrata di Gesù a Gerusalemme era stata presentata come un corteo regale (19,20-40) con il saluto ‘benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore! Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli’ (19,40).

Di fronte alla domanda di Pilato Gesù rimane in silenzio. Il suo essere re è di tipo diverso dal potere di chi lo accusa. Così pure nel silenzio davanti a Erode.

E’ un re che non salva se stesso ma è venuto per dare la sua vita: al momento della crocifissione si attua il compiersi di quell’ ‘oggi’ di salvezza che attraversa l’intero vangelo. ‘Oggi sarai con me in paradiso’ (23,43) è eco dell’incontro con Zaccheo ‘Oggi la salvezza è entrata in questa casa’ (19,9) e delle parole nella sinagoga: ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato…’ (4,21).

‘Stare nelle cose del Padre ‘(2,49) è la prima parola posta in bocca a Gesù nel vangelo ed è anche l’ultima prima della morte: racchiude l’abbandono fiducioso al padre di misericordia di cui Gesù parla nella parabola del padre che ha compassione e va in cerca dei suoi figli. Sulla croce Luca vede Gesù come il giusto che dà salvezza, non cerca di salvare se stesso, ma offre vita per tutti. Sarà indicato come ‘il Vivente’ alle donne al sepolcro nel mattino del primo giorno dopo il sabato (24,5; cfr 24,23).

Ma di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi rimangono pensosi, osservando (23,35). Per tutti c’è possibilità di una storia nuova di fronte a lui: è questa l’attitudine richiesta anche a noi in questi giorni verso la Pasqua.

Alessandro Cortesi op

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Il male e la responsabilità

Il giorno 9 aprile del 1945 moriva nel lager di Flossenburg Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano, teologo, ricercatore di pace e testimone del vangelo. Lo ricordiamo in questi giorni come testimone ecumenico nella sua coerenza in fedeltà al vangelo.

Negli anni oscuri della dittatura nazista in Germania da subito si schierò in modo fortemente critico contro Hitler sin dalla sua presa del potere. In lui individuava i tratti del seduttore (Verführer) e non quelli della guida (Führer). E’ proprio la caratteristica di essere tentatore il più grande pericolo per i cristiani e questo fu tema caro a Bonhoeffer da lui poi approfondito.

Sulla base di una profonda analisi della gravità del male che si stava diffondendo in Germania in quegli anni egli, uomo di ecumenismo e di pace, ammiratore di Gandhi, giunse a maturare la scelta faticosa di partecipare ad un complotto contro Hitler, manifestando così la sua reazione al regime non nella dimensione privata e nascosta ma in una coraggiosa azione di responsabilità morale per fermare la mano al dittatore. In seguito alla congiura fallita fu arrestato e concluse la sua vita in prigionia poco prima della liberazione del lager di Flossenburg nella primavera del 1945.

In uno scritto del 1942 parla con chiarezza della mascherata in cui il male si presenta nelle forme di luce e di necessità storica: “La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale, il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente, ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano, che vive della Bibbia, è appunto la conferma della abissale malvagità del male”.

Egli percepiva il male contro cui il cristiano, per la sua fede, è chiamato a resistere, con lucidità di lettura degli eventi e cercando di porre insieme un pensiero chiaro e una altrettanto chiara e decisa scelta di azione. Ciò che Bonhoeffer seppe leggere fu la capacità del regime di travestirsi in proposta di bene e per questo di attirare a sé l’ammirazione ed il consenso di tanti.

Così scriveva in un documento del 1942: “Non si dovrebbe dimenticare che facendo ad Hitler concessioni che sono state rifiutate ai suoi predecessori, gli uomini di stato di altri paesi divennero i sostenitori di Hitler contro i gruppi di opposizione in Germania. In tal modo si spiega che al popolo tedesco sia diventato sempre più difficile capire il vero carattere del regime e che relativamente pochi siano rimasti saldi nella loro convinzione che si trattava di Satana mascherato da angelo della luce”.

Alla conferenza ecumenica di Fanö del 1934 ebbe ad esprimere come la pace non può essere raggiunta per via della sicurezza, ma esige di essere osata per fede:

“Non c’è modo di giungere alla pace per la via della sicurezza. Poiché per la pace si deve arrischiare, è una grande temerarietà, e non si può mai stare sul sicuro. Pace è il contrario di sicurezza. Cercare sicurezza significa avere diffidenze, e queste generano a loro volta guerra. Cercare sicurezza significa volersi proteggere. Pace significa affidarsi totalmente al comando di Dio, non volere sicurezze, ma nella fede e nell’obbedienza porre in mano a Dio onnipotente la storia dei popoli e non volerne disporre a proprio arbitrio”.

Egli scorge anche e soprattutto l’importanza di agire e il primato della prassi nella considerazione della concreta situazione in cui ci si trova. Alla fidanzata scriveva dalla cella del carcere di Tegel: “Io temo che i cristiani che stanno sulla terra con un solo piede, staranno con un solo piede anche in paradiso”. Ed egli si poneva il problema di come preparare la via per contrastare il male che si rende presente nell’abuso del potere, nella ostentazione di potenza che provoca l’istupidimento degli uomini.

“Coloro che sono stati spinti nell’abisso della miseria umana, abbassati e umiliati, devono essere innalzati. Ci sono fra gli uomini abissi di servaggio di povertà e di ignoranza che impediscono la venuta misericordiosa di Cristo. […] Il dovere di preparare la via costituisce un compito di altissima responsabilità. L’affamato ha bisogno di pane, il derelitto di una casa, chi è stato calpestato ha bisogno di giustizia, il solitario di compagnia, l’indisciplinato di ordine, lo schiavo di libertà. Sarebbe un’offesa contro Dio e contro il prossimo lasciare l’affamato alla sua fame, dicendo che Dio è particolarmente vicino ai bisognosi”.

Nello scritto Vita comune inizia la riflessione con uno sguardo al compito principale del cristiano: “Il posto del cristiano non è l’isolamento di una vita claustrale, ma lo stare in mezzo ai nemici. Lì si svolge il suo compito e il suo lavoro”

La sua riflessione si svolge provocando fortemente alla responsabilità, non solo schierandosi a favore dei sofferenti ma rendendo i sofferenti i soggetti di una nuova politica nella storia.

“Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde anche se provvisoriamente molto mortificanti”.

“Resta un’esperienza di incomparabile valore l’aver imparato a vedere dal basso i grandi avvenimenti della storia del mondo, nella prospettiva degli esclusi, dei sospettati, dei maltrattati, dei deboli, degli oppressi e derisi, in breve dei sofferenti”.

Alessandro Cortesi op

 

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