la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Ss. Trinità anno C – 2019

IMG_4241Prov 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

I vangeli attestano che un aspetto essenziale della vita di Gesù consiste nel suo rapporto con Dio, il Padre. Tutta la sua esistenza terrena può essere indicata con queste parole: “sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

Soprattutto nel quarto vangelo è presentata la comunione tra Gesù e il Padre: Gesù è indicato come il Figlio che esprime e comunica la vita del Padre: egli è la Parola, la sapienza del Padre. Il loro rapporto è nella reciprocità e nel dono. Tutto viene dal Padre e colui che è la Parola tutto riceve dal Padre: ‘in principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio…’ (Gv 1,1). Questa Parola, sapienza del Padre, ha messo la sua tenda in mezzo a noi, si è fatta carne. Nella sua vita Gesù continua a rimanere nel Padre, in ascolto di lui, per compiere la missione da Lui ricevuta.

Ai suoi discepoli, prima di lasciarli, Gesù lascia la promessa di non lasciarli soli. Si apre un cammino nuovo per entrare più profondamente nell’incontro con lui. E il IV vangelo indica Gesù stesso come la verità: Io sono la via la verità e la vita’: ‘quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che il Padre possiede è mio’ (Gv 16,14-15).

Gesù con la sua vita comunica il volto di Dio Padre come amore che giunge alla fine. Nella Pasqua di Gesù si possono cogliere i tratti del volto di Dio. Gesù, il Figlio è rivolto verso il Padre che lo ha mandato. Compiere la sua volontà è vivere fino in fondo il dono della sua vita consegnando se stesso. Gesù, il Figlio fatto uomo, ha vissuto la sua vita come ‘servire’ fino a lavare i piedi ai suoi discepoli e a dare la sua vita per tutti. Lo Spirito è dono della Pasqua, presenza di colui che ‘insegnerà ogni cosa’, in rapporto a Cristo. L’azione dello Spirito è ricordare ciò che Gesù ha fatto e ha detto.

La tradizione teologica cristiana ha cercato di esprimere tutto ciò parlando del volto di Dio come uno solo e come trinità di persone, Padre Figlio e Spirito santo. La trinità è mistero di amore, nell’unità e nella relazione. Si parla così di una medesima natura, per indicare l’unità, e di tre persone per indicare le relazioni dell’amore. Nella Trinità si guarda così all’unica vita che sgorga dal Padre, sorgente di ogni cosa, il Figlio, Parola che comunica il Padre e lo Spirito Santo, dono dell’amore.

La fede in Dio Trinità apre la possibilità di comprendere più profondamente la nostra identità e la nostra esistenza. Siamo costituiti ad immagine di Dio Trinità, chiamati alla comunione con lui e tra di noi. L’esperienza dell’incontro con l’altro è la via in cui scoprire le radici del nostro essere ad immagine di Dio.

La seconda lettura parla della pace, dono del Padre che viene a noi per mezzo di Gesù Cristo: la pace sta al centro del disegno del vangelo, e non è ‘qualcosa’ ma è qualcuno: è Lui, Gesù Cristo, la nostra pace. “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”

La pace proviene dall’aprirci al dono della vita di Gesù Cristo ed è chiamata ad attuare scelte sulla via che Gesù ci ha indicato. ‘Noi siamo in pace per mezzo del Signore Gesù Cristo’. La pace diviene così già esperienza della comunione che lega Padre e Figlio e Spirito Santo ed orientamento alla comunione piena che è orizzonte ultimo del disegno di salvezza per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

IMG_4398Pace e segni dei tempi

Accogliere la pace quale incontro con Cristo risorto si traduce in percorsi di costruzione di una convivenza di giustizia, di riconciliazione e di pace. Recentemente un gruppo di cristiani del Triveneto ha intrapreso un cammino comune per riflettere sulla situazione del Paese e delle chiese nel contesto sociale e politico del presente. Il documento espressione di questo percorso (consultabile al link https://forumdilimena.com/) è ricco di spunti di interpretazione del tempo che stiamo vivendo e di motivi di impegno. Nella parte di analisi si evidenzia l’urgenza di non stare zitti a fronte della situazione sociale e politica:

“Stiamo vivendo tempi fuori dell’ordinario, uno di quei crocevia della storia in cui i contorni essenziali della convivenza vengono ridefiniti. Siamo da ciò obbligati a chiederci tutti: “Che futuro vogliamo per noi e per i nostri figli?”. Sappiamo che in periodi come questi ci sono rischi, ma anche nuove opportunità, e che queste ultime potranno realizzarsi solo se proviamo seriamente a riprendere in mano il nostro futuro”

Viene posta sin dall’inizio la domanda preoccupata se il futuro sarà democratico: “Per la prima volta nella nostra vita, in questi termini e con questa portata, non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria”.

Si pone anche in risalto come la tendenza prevalente oggi è quella di costruire muri: “La disponibilità all’incontro con mondi diversi viene perciò sostituita dalla chiusura e dalla paura. Giorno dopo giorno ci troviamo impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti, a badare ai confini piuttosto che a creare relazioni”.

Si scorge il crescere di sensibilità che maturano un senso dell’identità non insieme ad altri, ma contro qualcuno e la ricerca di sicurezza individuando un colpevole: “I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendono da un colpevole esterno. Si individua una minoranza poco accettata e priva di voce e la si incolpa di essere l’origine di tutti i nostri mali. Al legittimo bisogno di sicurezza non si risponde aumentando la sicurezza, ma additando un colpevole. Se il colpevole non c’è lo si inventa togliendogli quel po’ di protezione che aveva…”

Viene poi osservato il venir meno del senso di compassione, la capacità di sentire e prendere su di sé il dolore dell’altro: “Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia in certe posizioni, e ancor più nel fatto che vengano condivise, è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza la quale non possiamo veramente vivere”.

Questa lettura della realtà prosegue con una osservazione della situazione delle chiese di cui si nota un ripiegamento per lo più nei problemi interni di tipo amministrativo: “Ci chiediamo qui come le nostre chiese possano sentirsi interpellate dai tempi. C’è oggi un bisogno particolare di calarsi nella vita e nella storia, perché siamo incamminati a vivere tempi straordinari e quando un assetto sociale e politico può venire messo in discussione le tradizionali divisioni dei compiti non reggono più: tutti sono chiamati a esprimersi”.

Viene auspicato una riflessione che coinvolga una chiesa aperta in cui sia possibile la discussione e in cui attuare un serio discernimento. Se da un lato un pluralismo di orientamenti nella vita è possibile ed anzi auspicabile tuttavia alcune opzioni non sono compatibili con il riferimento al vangelo: “Dall’ispirazione evangelica non discende meccanicamente una sola etica; una pluralità di opzioni è possibile anche muovendo da essa, ma non tutte sono compatibili con i suoi principi e ci sembra che siano proprio questi oggi a venire talvolta dimenticati. Bisogna perciò aprire la discussione”.

Nel documento si espongono le linee di una visione del futuro diversa da quella che oggi prevale, indicando nell’orizzonte europeo un riferimento fondamentale nonostante le delusioni e le inadempienze.

Si indica infine un senso di fiducia da recuperare quale motivo di impegno condiviso e capillare nella società: “C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare; fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, da criticare, ma per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza nessuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Ricostruire, faticando magari, la speranza che un mondo migliore sia possibile. Combattere in questo modo la paura e l’insicurezza, senza rifugiarsi in un passato ideale che forse non è mai esistito e che mai più ritornerà. Le molte iniziative di società civile che in questo periodo animano l’Italia indicano che non si è disposti a restare passivi”.

“Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi; che vengono prima dello stato e sono indispensabili per il benessere e la costruzione di senso da parte delle persone. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate”.

Costruire la pace è impegno quotidiano che implica capacità di ascolto dei segni dei tempi e impegno nel presente soprattutto sapendo indicare le false vie di soluzione, le illusioni possibili e offrendo energie per aprire sentieri diversi di futuro, in cui la fraternità sia posta al centro del convivere e le comunità cristiane possano essere luoghi di responsabilità nella tessitura di pace.

Alessandro Cortesi op

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