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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

20180423_123307_DD527F21Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda di un dottore della legge a Gesù che introduce il racconto: un uomo attaccato dai briganti, percosso è lasciato moribondo sulla strada tra Gerico e Gerusalemme, e viene soccorso da un samaritano. E’ una pagina che non finisce di provocarci e di riportarci al centro del vangelo stesso.

Gerico era città residenza della tribù di una tribù di sacerdoti distante circa 30 chilometri da Gerusalemme. La strada copre un dislivello di circa 1000 metri dai 350 sotto il livello del mare di Gerico ai 740 sopra di Gerusalemme. Il samaritano, appartenente ad un popolo considerato non solo straniero, ma anche eretico e nemico è l’unico che si ferma a soccorrere quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri erano già passati e avevano visto, ma erano andati oltre: Luca indica i loro profili: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano persone osservanti e religiose.

Luca dice che essi ‘videro’ ma è un vedere che non li ha spinti a fermarsi, è un vedere distante e impermeabile alla sofferenza concreta di un uomo. Per questo proseguono il cammino sull’altro lato della strada. Luca non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto ed avevano paura.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico, di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’ e pur non essendo dei ‘suoi’ si ferma e lo soccorre.

E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. ‘ne ebbe compassione’ è verbo di una sofferenza profonda, interiore, che guarda all’altro e diviene propria. Il samaritano è immagine di un Dio che’soffer nelel viscere’ come donna che sente dentro di sè le angustie di propri figli e si china facendo proprie le sofferenze dell’uomo.

La com-passione non si limita ad essere sentimento interiore, ma si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale della cura: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’.

Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’. Questa pagina è la presentazione forse più alta di cosa significa la fraternità cristiana: prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un uomo da soccorrere.

Il prossimo non è solamente chi appartiene al proprio gruppo, al proprio clan, alla propria confessione religiosa, cioè chi è vicino. Gesù capovolge la domanda che all’inizio gli era stata posta dal dottore della legge in due modi: innanzitutto rende chiaro che il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha scoperto nell’inatteso del cammino a chi egli stesso si trovava ad essere vicino. Nel volto di uno sconosciuto riconosce il volto di un uomo che soffre e ha bisogno di cura.

In secondo luogo non accetta di definire ‘il prossimo’ ma rinvia alla responsabilità personale: ‘chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?’. La domanda fondamentale non è tanto quindi ‘chi è il mio prossimo?’, ma ‘a chi tu sei prossimo?’: è possibile scoprire la prossimità solamente nel prendersi cura di qualcuno: ‘non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

C’è ancora un altro messaggio della parabola: in questo chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china su di noi, ci rialza, ci aiuta a guarire e ci accompagna a ‘tornare alla vita’.

I gesti del prendersi cura vissuti da chiunque, al di fuori di chiese e appartenenze religiose, sono l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura di ogni persona, guardando alle sue ferite e alla sua debolezza. Nell’edificio costruito sulla strada di Gerico – il caravanserraglio del buon samaritano – un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Barbarie in mezzo a noi

“Chi stiamo diventando? Uno degli argomenti chiave nella complessa questione delle migrazioni riguarda la presunta minaccia alla nostra identità che l’afflusso di una certa tipologia – etnica, religiosa, reddituale – di stranieri rappresenterebbe per la società italiana. Ma attualmente a preoccupare maggiormente non dovrebbe essere un’ipotetica futura “sostituzione” dell’italianità – qualunque cosa significhi questo termine – con elementi estranei alla storia e alla cultura del nostro Paese, quanto piuttosto un già avvenuto mutamento nel modo di pensare, di parlare e di agire fino a pochi anni fa patrimonio largamente condiviso. Per anni ho insistito preoccupato sui piccoli passi quotidiani verso la barbarie: ormai vi siamo immersi, così che sentimenti ed emozioni di cui un tempo ci si vergognava, almeno in pubblico, ora sono esibiti come trofei di guerra”.

Così s’interroga Enzo Bianchi in un articolo dal titolo La compassione perduta (La Repubblica, 10 luglio 2019). Stiamo assistendo nella comunicazione pubblica e nelle prese di posizione da parte di uomini di governo a forme di autentica criminalizzazione della solidarietà e di denuncia di ogni sentimento di umana compassione quale deriva di buonismo da condannare ed eliminare in nome di una attitudine cinica ed egoistica della vita.

Se una malattia può essere indicata quale contagio in atto nella società italiana ed oltre in questo periodo storico essa potrebbe essere indicata come contagio della malvagità e dell’incapacità a farsi prossimi. Vengono meno fondamentali pilastri del vivere insieme quali l’umana vicinanza ad ogni situazione di difficoltà e infermità.

Ancora Enzo Bianchi osserva: “Abbiamo paradossalmente difficoltà a diventare prossimi dell’altro: diventiamo con facilità prossimi virtualmente, e moltiplichiamo la nostra prossimità virtuale con contatti “liquidi”, inversamente proporzionali alle relazioni concrete, “solide”. E così la morte della prossimità è vissuta come negazione o “morte del prossimo”. Ma negli ultimi anni, in Italia come in molti paesi dell’Occidente, la situazione è ulteriormente precipitata: ci si vanta della spietatezza verso i più deboli, siano essi i poveri “di casa nostra”, gli immigrati o gli appartenenti a determinate etnie. La solidarietà, lo storico “mutuo soccorso”, il sostenersi tra esseri umani segnati dalla sofferenza, il “patire insieme” si è tramutato – dapprima nel linguaggio e poi nei comportamenti – in una ricerca ossessiva dello “star bene da soli”, senza gli altri, anzi, contro di loro. Se questo però è tragicamente il quadro prevalente, quello che si impone nei ragionamenti urlati di certa politica come dei mass media, non dobbiamo rassegnarci a trasformare questa deleteria tendenza maggioritaria in un sentimento universale.”

La radice di questa tendenza sta nell’incapacità di vedere: c’è un vedere indifferente preoccupato solamente di propri obiettivi, siano essi occupazioni della vita siano orientamenti a vivere anche una religione che non passa attraverso l’incontro e la solidarietà con l’altro e la ricerca di giustizia. E’ questa un tipo di religione che certamente tradisce i principi etici fondamentali di ogni grande tradizione religiosa ‘fai agli altri quello che desideri sia fatto a te’, ma che in particolare si pone agli antipodi della proposta di Gesù di Nazareth che indica nei gesti del samaritano un modo di vivere la fede autentica che vive l’autentico rapporto con Dio nel riconoscendo il volto dell’altro sofferente come prossimo.

Sorprende quindi come dalle indagini sociologiche emerga come molti frequentatori delle messe domenicali nutrano atteggiamenti di chiusura e ostilità verso chi soffre, nella ingiusta e non vera contrapposizione tra ‘i nostri’ e ‘loro’, con affermazioni ormai diffuse di palese egoismo, con scelte anche politiche ben precise (la Lega risulta essere il primo partito votato tra i cattolici praticanti… ): elementi che dovrebbero far riflettere soprattutto chi ha responsabilità pastorali e condurre a porre in crisi modalità di vita nelle comunità che fanno giungere a tale lontananza e infedeltà al nucleo del vangelo stesso. Guardare in faccia questa crisi potrebbe portare ad impostare un cambiamento radicale dei percorsi di formazione e dello stile di vita delle nostre comunità così pure del modo stesso di concepire la fede che Gesù chiede.

Papa Francesco, pochi giorni fa, nella messa celebrata con i rifugiati nell’anniversario della sua visita a Lampedusa (8 luglio 2019), ribadendo con chiarezza l’ispirazione evangelica che lo guida nonostante le profonde critiche e ostilità anche dall’interno della chiesa per questa sua insistenza, ha ribadito come i migranti oggi innanzitutto sono da guardare come persone umane ed ha sottolineato come essi sono divenuti il simbolo di tutti gli scartati di una società che vive inseguendo forme di idolatria del denaro e del benessere esclusivo:

“il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata”.

Come ricorda ancora Enzo Bianchi è questo un tempo di resistenza, in cui porre in atto tutte le risorse di intelligenza, disponibilità, azione per poter essere oggi capaci dei gesti del samaritano e per saper dare sostegno e forza a tanti che si trovano ostacolati proprio nel loro vivere quel vedere e fermarsi e agire propri di un cammino che conduce all’incontro vero con Dio e con gli altri che apre il senso profondo della vita umana.

“È necessario uno sforzo di autentica resistenza non solo per sostenere in prima persona l’etica della compassione, ma anche per saper discernere, riconoscere, dare voce a chi la solidarietà verso i proprio fratelli e sorelle in umanità non ha mai smesso di mostrarla e continua a farlo nel silenzio di tanti o addirittura nel dileggio dei molti”.

Alessandro Cortesi op

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