la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4928Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Luca presenta Gesù che viene spinto dai suoi ad insegnare a pregare come ha fatto Giovanni. Ciò avviene mentre ‘si trovava in un luogo a pregare’ e solo quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui chiedendo di insegnare loro a pregare.

Gesù non insegnava ai suoi a pregare, ma pregava. Luca presenta questo insegnamento quasi come una forzatura da parte dei discepoli preoccupati di non essere al pari di altri. La preghiera di Gesù si connota nel vangelo di Luca per essere un’esperienza di allontanamento e di tranquillità. In luoghi deserti Gesù rimane solo, per dare spazio ad una presenza e all’incontro che è cuore della sua esistenza.

Pregare per Gesù non è esercizio interiore né questione di metodo, non è nemmeno qualcosa che si insegna e s’impara. Ha piuttosto a che fare con la relazione, è imparare a stare con Dio stesso, a dargli spazio nella vita, uno spazio che non è fuori della vita ma nella vita stessa. La preghiera per Gesù è lasciarsi coinvolgere in un incontro. Ogni regola, ogni formula è insufficiente e addirittura sviante. Ogni modello nasconde il tradimento del cuore dell’incontro. Sta qui la debolezza e la forza delle poche parole che Gesù lascia ai suoi, il Padre nostro. Una preghiera tutta centrata nel dire a Dio ‘abbà’, balbettio di bambini, apertura ad un Dio che prende in braccio le sue creature, che ha cura e sa ciò di cui abbiamo bisogno.

Al centro della preghiera sta questa confidenza unica e forse solo questo è l’essenziale. E’ l’esperienza insondabile del Padre come Abbà che si comunica. La preghiera è stare nella fragilità di fronte a Dio che vuole bene. La scoperta di Dio che si china sui suoi figli, il Dio vicinissimo e che soffre accanto e con noi.

Le affermazioni presenti nel Padre nostro ed espresse come richieste, di fatto costituiscono affermazioni di fede; Gesù sa bene e lo dice che il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno’.

Le richieste del Padre nostro divengono allora scoperta di una presenza di Dio vicino. Il nome, la sua santità si sta manifestando. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Il suo sta regno sta venendo, nonostante ogni contraddizione. Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Queste formule provengono dalla preghiera ebraica del Qaddish pronunciata a conclusione delle letture nella sinagoga: ‘Esaltato e santificato sia il suo grande nome nel mondo che egli creò secondo la sua volontà; domini il suo regno nel tempo della vostra vita e nei vostri giorni e durante la vita di tutta la casa d’Israele presto e in un tempo vicino’. Così nel Capodanno si dice: ‘Padre nostro e nostro re, perdona e rimetti tutte le nostre colpe…; cancella secondo la tua grande misericordia tutti i nostri delitti’ (Shemoneh Esreh VII). Le altre tre richieste, sono quelle del pane, del perdono e della fortezza nella prova: il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo. è anche simbolo della comunione, della gioia condivisa e della fraternità con cui si identifica il regno di Dio. Il perdono è movimento che ha origine solamente dall’alto, da Dio, eppure passa attraverso il perdono dato e ricevuto. Anche il perdono è dono da invocare e ricevere, e via per scoprire la possibilità di rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

L’ultima invocazione è a non lasciarci soccombere nella prova. Gesù proprio nel momento della prova vivrà un pregare più intenso e diviene esempio per noi (Lc 22,39-46): la lotta è sostenuta nel rapporto profondo con il Padre.

Gesù indica ai suoi uno sguardo al regno dono del Padre e l’impegno per rapporti nuovi. La parabola del giudice iniquo che si lascia smuovere solo dall’insistenza della vedova indica la preghiera può essere respiro che segna tutta la vita. L’incontro con Dio è fecondo oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Pregare nella vita

Troppo spesso la preghiera è relegata ad un fatto religioso staccato dalla vita di tutti, dal quotidiano. Troppo spesso è per questo interpretata in modi che la privano della sua apertura ad essere esperienza possibile, umana, ordinaria. Spesso è soffocata in forme che non hanno nulla da dire e che non incidono in un cambiamento della vita, e non danno gioia. Pensare alla preghiera è lasciarsi riportare al cuore del vangelo oltre i possibili fraintendimenti, perchè prima di tutto è esperienza di incontro e scoperta di presenze.

Parlare della preghiera esige innanzitutto di fare un’operazione di chiarificazione e di semplicità. Una certa educazione ha troppo spesso sottolineato dimensioni non centrali, accessorie: si è finito per confondere la preghiera con le tante parole o con certe forme di ritualità. Il dire le preghiere è divenuto il criterio per assimilare la preghiera ad una serie di parole dette. Trascurando peraltro l’ascolto, la disponibilità ad accogliere senza avere obiettivi di efficienza e di produzione.

La preghiera è spazio regalato all’incontro, le sue radici stanno nell’ascolto, come la vita è nei suoi inizi innanzitutto ascoltare, imparare a vedere, crescere accogliendo una relazione. Stare davanti a… lasciarsi accogliere nel calore di una relazione, nell’avventura di ricercare un volto…

C’è una ritrosia di Gesù nel comunicare ai suoi un metodo, una modalità, una ricetta per pregare. Sta forse in questa distanza un segreto da imparare. La preghiera non è entrare in una dimensione che separa dalla vita ma è forse affinare i sensi per scorgere nella vita il dono di una presenza, vicina, il Dio delle cose e dei volti. Se il primo passo della preghiera è non dire molte parole, ma imparare ad ascoltare, la prima scoperta possibile è che il Dio di Gesù è Dio dell’ascolto, che sa udire il respiro e il grido che proviene dalla vita. E’ questione di presenza, non di parole o di riti particolari.

Abbiamo tutto incasellato in forme liturgiche articolate, raffinate, con la minaccia di non mutare nessun aspetto… ma spesso in questa ritualità non si dà spazio alla vita. La vita che è fatta del rumore e della fatica, della passione e della delusione, del progettare e della cura…

Si impara a pregare ma non perché si ripetono incessantemente esercizi che riportano una mentalità da palestra e generano il sentimento di una capacità e di efficienza di chi è superiore e allenato.

Pregare forse va pensato come respiro: respiro che mette a contatto con un respiro più grande, la brezza di un vento dello Spirito che corre dove vuole, che spalanca finestre chiuse, che guida verso cammini dove scorgere una presenza di Dio lontana dai luoghi deputati. Ma anche respiro per imparare a accogliere le voci delle persone e delle cose: preghiera è poter guardare le cose, le ‘cose’ della creazione e le ‘cose’ di tutti i giorni come via di incontro. Stare nelle cose di ogni giorno apprendendo che in quel tessuto di vita è all’opera Colui che si fa incontro a noi non lontano ma vicino… la sua parola è nel tuo cuore perché tu la compia. E la preghiera può essere respiro non solo che riceve ma che si dà. La vita quotidiana può essere animata da un’aria nuova: l’incontro con Dio della tenerezza e della cura offre un senso, una luce nuova ai piccoli gesti, alle ore di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

Alessandro Cortesi op

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