la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2019”

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5343.JPGSir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

L’umiltà è attitudine che fa rimanere con i piedi per terra (humus). Porta a tener sempre presente la differenza tra la terra e il cielo, e soprattutto a mantenere coscienza del limite della propria vita. Anche le azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno le loro radici profonde nell’humus di un dono: non possiamo dire ‘nostro’ fino in fondo il cammino compiuto. Esso è piuttosto fioritura di una gratuità che precede sempre, di doni da riconoscere con umiltà. L’attitudine del vantarsi rivela immaturità e incapacità di giudicare, una radicale insipienza di fronte alla vita.

Gesù pronuncia una parabola a partire dal suo sguardo alla vita, osservando gli invitati nella casa di uno dei capi dei farisei: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti. Tanto spesso anche nella nostra esperienza quotidiana il problema del posto è rilevante: dal ‘posto’ prenotato e difeso con durezza quando si sale su un mezzo pubblico, al ‘posto’ come ruolo nella società, nel lavoro. C’è chi occupa i primi posti e chi all’ultimo posto o senza posto: il nostro mondo sempre più sta divenendo la ‘società dei senza…’: senza diritti, senza posti da rivendicare, senza cura e attenzione.

Così chi sta ai primi posti nella società è considerato più importante di altri, da riverire nel riconoscimento di meriti e capacità. Ed è bene che ai primi posti, i posti di responsabilità, di guida, di orientamento stiano persone che si distinguono per competenza, per preparazione, per faticosa acquisizione di esperienza e studio. Talvolta tuttavia chi è ai primi posti lo deve ad appoggi, a privilegi, a facilitazioni avute, quando non a malaffare. Ma nello stare in un posto nella vita c’è modo e modo di atteggiarsi: ci può essere la modalità di chi dà spazio solo a chi è tra i primi ed attua disprezzo verso chi sta agli ultimi posti.

Gesù non intende elaborare una teoria sui ruoli nella società. Propone invece con la sua parabola un cambiamento radicale da un modo di vivere secondo una mentalità di competizione, teso a superare gli altri. Propone uno stile di vita alternativo, in cui i rapporti sono intesi come opportunità di un cammino insieme, dove la vita dell’altro è vista come parte della mia stessa vita: un cammino solidale.

Ma nella parabola di Gesù non c’è innanzitutto un messaggio che smaschera ogni arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto vuoto. Il messaggio profondo della parabola ha una valenza propriamente teologica: Gesù sta parlando del volto del Padre. E tale messaggio implica la proposta rivoluzionaria di una modalità di rapporti nuovi in cui venga superata la discriminazione e la disuguaglianza.

E’ infatti il Padre ‘colui che invita alla festa di nozze. E’ lui l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. L’annuncio al centro della parabola riguarda il volto di Dio come ‘colui che invita’: è invito a scorgere l’annuncio della grazia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui deriva la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Il regno di Dio apre ad una situazione nuova di rapporti in cui l’attenzione principale è per coloro che sono agli ultimi posti. La nuova regola che Gesù propone ai suoi è di fare come il padre, che invita, che fa salire. E’ l’invito a prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi era considerato da escludere. Anche lo stare ai primi posti non ha altro senso se non quello di farsi accanto, nel sostegno e nella compagnia , condividendo il posto di chi è più svantaggiato. E’ occasione di dare, quando qualcosa si ha, sapendo di aver ricevuto, e di farlo con semplicità. Il suo invito è a far salire al primo posto chiamando ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: perché la gratuità è il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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La vita dei senza…

Le vite ineguali… è il titolo di un libro dell’antropologo francese Didier Fassin che così scrive: “La vita dei senza. Che siano persone senza permesso di soggiorno, senza domicilio, senza cittadinanza, senza una terra, senza diritti, la possiamo comprendere solo in relazione alla vita dei ‘con’, per così dire, ovvero la vita di coloro che beneficiano di queste cose generalmente date per scontate in una relazione mediata dall’insieme delle istituzioni che contribuiscono a legittimare e mantenere tali disuguaglianze. (…) Considerare la vita nella prospettiva della disuguaglianza (…) permette di passare dall’espressione di compassione al riconoscimento dell’ingiustizia”.

La brava giornalista Francesca Mannocchi, autrice di Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi 2019), riprende le riflessioni di Fassin in un recente articolo su L’Espresso dal titolo ‘La vita dei senza’, del 25 agosto 2019 e scrive:

“I corpi, i volti degli uomini della Open arms (la nave con circa un centinaio di migranti bordo salvati nel Mediterraneo e costretti ad attendere per più di quindici giorni un porto sicuro dove sbarcare ndr) impongono di chiederci se possiamo dirci ancora capaci di ospitalità, del crocevia di cammini – per dirla con Edmond Jabès – che riconosce il valore di chi è accolto e, attraverso l’ospitalità, conferisce valore a chi accoglie. Raccontano la paura dell’hospes che può rivelarsi hostis, cioè dell’ospite che può divenire nemico, o peggio, capro espiatorio quando i sentimenti della cura e dell’ospitalità vengono negati. Perché è dalla nostra capacità di fare spazio all’Altro, qualunque Altro che inaspettatamente bussi alla nostra porta, che dipende la qualità del nostro cammino nel mondo. E con esso il nostro gradi di civiltà. La medesima radice può generare rifiuto o comunità, sta a noi decidere, sempre, da che parte stare. Decidere cioè se Hos diventi ospite, o se invece diventi ostile. (…) Lo straniero ci consegna domande ostiche: la vita di Te che mi tendi la mano ha lo stesso valore della mia? Lo straniero, non il migrante, il rifugiato, il richiedente asilo, il minore non accompagnato – lo straniero, non le griglie semantiche, le categorie burocratiche in cui vogliamo spingere le persone per semplificare le implicazioni sociali della loro biografie – lo straniero, colui che semplicemente diverso da noi perché proviene da un altro paese, ha una storia diversa dalla nostra, è banalmente nato altrove, ci affida con la sua presenza, con la sua richiesta di ospitalità, la responsabilità delle ‘politiche della vita che affrontino gli effetti delle disparità di trattamento e le configurazioni sociali che incorporano tali disuguaglianze. Mentre la politica nazionalista e sovranista, la politica dei confini, impugna rosari appellandosi al cuore immacolato di Maria, la politica progressista, moderna dovrebbe essere capace di leggere il mondo nella sua complessità e di relazionarsi a tale complessità non con soluzioni reazionarie e retrive ma incoraggiando la pluralità. Perché le vite sono plurali”.

Viviamo un tempo in cui la vita dei ‘senza’, di coloro che sono relegati agli ultimi posti e vengono esclusi perché non c’è posto per loro nel mondo impegnato alla rincorsa dei primi posti, è provocazione a scorgere la sfida della costruzione di una comune umanità plurale. Proprio il rapporto con chi sperimenta sulla sua pelle la vita ineguale è luogo di costruzione di un percorso altro, che sappia accogliere l’utopia lanciata da Gesù: ‘invita i poveri alla mensa … e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Apre l’orizzonte di una vita intesa non nei termini del commercio per cui tutto ha un prezzo e ad ognuno è richiesto di essere sempre più ricco per poter comprare, ma secondo un altro criterio che è quello del valore supremo dei volti sopra ogni cosa. I volti degli altri da riconoscere come appello a scoprire il proprio autentico volto e a condividere il comune invito alla tavola della vita.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5398Is 66,18-21; Eb 12,5-13; Lc 13,22-30

Nella seconda parte del vangelo di Luca Gesù è presentato nel suo cammino verso Gerusalemme. ‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. Luca raccoglie in questo cammino vari insegnamenti di Gesù.

Tra altri è affrontata la domanda, dibattuta nei circoli rabbinici: “sono pochi quelli che si salvano?’. Diverse erano le risposte: da posizioni più rigoriste a posizioni più aperte. Gesù non entra nella questione. Ne fa occasione di un richiamo alle esigenze di una salvezza non come privilegio scontato ma cammino di esistenza nell’impegno per la giustizia. L’immagine della porta e il paragone di una festa sono introdotti: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

La porta per entrare nella festa è stretta, entrarvi implica fatica e impegno: il termine utilizzato è ‘lotta’ (agone). L’insegnamento di Gesù suscita una scelta e richiama alla responsabilità.

A chi solleva una sorta di diritto acquisito ad entrare, senza impegno per la giustizia, si oppongono le parole del padrone: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. L’accesso è chiuso a chi compie l’iniquità. Chi accampa in qualche modo diritti per aver mangiato e bevuto insieme, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare: Chi può attraversare la porta stretta non è chi rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma il passaggio è reso possibile solo per chi compie la giustizia.

Gesù critica la pretesa di ‘salvarsi’ in virtù di una appartenenza religiosa che non coinvolge l’esistenza. E’ il modo di vivere la religione in modo esteriore, con manifestazione di simboli ed ossequi agli aspetti di manifestazione ma senza attuare la giustizia e senza cambiamento del cuore. Di fronte a tale pretesa di ‘diritti acquisiti’ di uso della religione come bandiera culturale, le parole di Gesù contrappongono parole dure: ‘Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori’. L’immagine della porta stretta richiama all’esigenza di una salvezza a caro prezzo, seguendo la testimonianza di Gesù. Per chi compie l’iniquità la porta è chiusa.

Tuttavia la prospettiva indicata è quella di una apertura senza confini. La porta è aperta infatti per chi opera la giustizia anche senza appartenenze religiose riconosciute, anche da lontano: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi, chi si comporta nella vita in continuità con i gesti di Gesù: nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte di chi è oppresso, nell’impegno per la giustizia e per la pace, nella preghiera di fronte al Padre, nell’intendere la vita come servizio nel quotidiano. Tutti costoro che praticano la giustizia, provenienti da lontano, considerati stranieri ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. Gesù richiama un primato della prassi nell’attenzione all’altro su ogni declamazione di appartenenza e su ogni tipo di devozione. Sono parole per ripensare i cammini personali e lo stile di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

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Religione e iniquità

E’ elemento assodato dagli osservatori che una delle strategie poste in atto dalla destra sovranista internazionale, di cui alcuni interpreti sono Bannon neegli USA e Orban in Europa, è quella di cercare connivenze e agganci con il sentimento religioso popolare. Solamente in questo modo i progetti sovranisti e populisti possono pensare di avere una durata nel tempo aggregando a sé aspetti che toccano attitudini esistenziali e profondità di appartenenze. Da qui le strategie per impadronirsi e utilizzare simboli religiosi per rassicurare le fasce di popolazione più sentimentalmente legate a quei simboli unendole alla predicazione populista. E si sta via via facendo chiaro che uno dei principali nemici dei progetti sovranisti a livello internazionale nell’attuale contesto è la visione di papa Francesco, visione che non si pone sul piano della strategia politica, ma proprio per questo, per il richiamo a dimensioni di libertà dall’idolatria, per la sua profondità umanistica e dialogica, per la comprensione di una fede ben distante dall’ipocrisia di una religione ripiegata su di sé e quale strumento di interessi mondani, è vista come il nemico numero uno perché destruttura alla radice orientamenti autoritari e si oppone alla strumentalizzazione del popolo.

L’ipocrisia dell’uso di simboli religiosi e del loro contemporaneo svuotamento di significato staccandoli dal vangelo, o utilizzando in modo strumentale riferimenti a testi religiosi in sedi istituzionali è stata ripetuta in questi giorni in Parlamento. Si può scorgere in questo l’espressione di un analfabetismo della grammatica della laicità, di quella laicità testimoniata nel testo della Costituzione in cui valori profondamente legati anche alla fede cristiana hanno avuto una traduzione in termini condivisibili in un quadro di pluralismo.

C’è un problema di fondo che riguarda il modo di intendere la fede e forse è da riprendere la distinzione tra fede e religione. Papa Francesco ne ha recentemente fatto cenno usando l’evocativa immagine del ‘turista nella chiesa’ collegandola all’ipocrisia religiosa che viene meno alla sincerità ( e alla prassi) dell’amore come cura dell’altro:

“L’ipocrisia è il peggior nemico di questa comunità cristiana, di questo amore cristiano: quel far finta di volersi bene ma cercare soltanto il proprio interesse. Venire meno alla sincerità della condivisione, infatti, o venire meno alla sincerità dell’amore, significa coltivare l’ipocrisia, allontanarsi dalla verità, diventare egoisti, spegnere il fuoco della comunione e destinarsi al gelo della morte interiore. Chi si comporta così transita nella Chiesa come un turista. Ci sono tanti turisti nella Chiesa che sono sempre di passaggio, ma mai entrano nella Chiesa: è il turismo spirituale che fa credere loro di essere cristiani, mentre sono soltanto turisti delle catacombe. No, non dobbiamo essere turisti nella Chiesa, ma fratelli gli uni degli altri. Una vita impostata solo sul trarre profitto e vantaggio dalle situazioni a scapito degli altri, provoca inevitabilmente la morte interiore. E quante persone si dicono vicine alla Chiesa, amici dei preti, dei vescovi mentre cercano soltanto il proprio interesse. Queste sono le ipocrisie che distruggono la Chiesa! (papa Francesco, Udienza generale, 21 agosto 2019)

Sono domande poste tempo fa da Antonio Spadaro in riferimento alla situazione italiana nella Civiltà cattolica, recentemente fatto oggetto di scomposti attacchi per aver affermato che “Questo è tempo di resistenza umana civile e religiosa”. All’inizio di quest’anno scriveva:

“Dopo anni in cui forse abbiamo dato per scontato il rapporto tra chiesa e popolo, e abbiamo immaginato che il Vangelo fosse penetrato nella gente d’Italia, constatiamo invece che il messaggio di Cristo resta, talvolta almeno, ancora uno scandalo. Sentimenti di paura, diffidenza e persino odio – del tutto alieni dalla coscienza cristiana – hanno preso forma tra la nostra gente” (Antonio Spadaro, in “Civiltà cattolica” 2-16 febbraio 2019).

Così ha osservato recentemente Alex Zanotelli:

“Quando Salvini, il giorno della conversione in legge del decreto Sicurezza bis, ringrazia la Madonna di Medjugorje sa di richiamare un luogo di culto popolarissimo, dove moltissime persone vanno in pellegrinaggio. Soprattutto fedeli delle regioni del Nord est, dove l’elettorato della Lega è più radicato. Perciò quel tipo di appello ha un significato identitario preciso per il popolo del Carroccio. Evidentemente a Salvini non interessa che il richiamo alla Madonna porti con sé un messaggio esattamente opposto a quello dei decreti Sicurezza uno e due, come insegna il culto della Madonna di Porto Salvo, molto cara ai marittimi e ai pescatori in particolare del Mezzogiorno. Salvini capovolge il messaggio per la sua base elettorale. E infatti parlare di Porto salvo a lui non interessa. Quello che è grave è l’appoggio che ha ricevuto da alcuni settori della Chiesa che dovrebbero chiedersi che razza di Vangelo abbiano annunciato. Ma l’Italia è mai stata evangelizzata?” (Alex Zanotelli, L’ipocrisia religiosa del palazzo, “Il manifesto” 22 agosto 2019).

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

2c0b8c93-bd5c-49d8-b5c1-ac215616601bGer 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso. C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”

Gesù parla della sua passione come di una ‘immersione’: è un battesimo. Le acque evocano il sovrastare della sofferenza che Gesù patisce nel portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Questo battesimo è attesa non senza paura e angustia: Gesù di fronte alla passione è consapevole dell’ostilità che si concentra attorno a lui. Non la affronta come un eroe. E’ invece deciso a non venir meno nella fedeltà al Padre nel portare il regno di Dio. Il suo desiderio è che il fuoco che egli è venuto a portare sia acceso. L’immagine del fuoco poteva far riferimento alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.) alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,) al dono dello Spirito: Luca presenta infatti le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli nel mattino della Pentecoste (At 2,3).

Il dono dello Spirito, di purificazione e rinnovamento, è così desiderato come frutto del battesimo, dell’essere immerso nella passione. Gesù, secondo Luca, vive questo desiderio unitamente all’angoscia. C’è un senso della gravità di quest’ora. Da qui anche sorge l’esigenza del prendere posizione di fronte a Gesù e la divisione che ciò comporta: “D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce a scelte che fanno rifuggire dall’indifferenza.

Le prime comunità si trovarono ad affrontare scelte e ad esse si rivolge Luca. Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, non crea ostilità o rifiuto. L’accento è piuttosto sulla fedeltà a lui che fa sorgere motivi che distinguono i cammini. Luca nel suo vangelo è chiaro nel proporre la linea del discepolo di Gesù come uno stile di testimonianza mite e non violenta, aperta al perdono, anche di fronte al rifiuto. E’ la testimonianza di Gesù stesso davanti alla sua passione.

Luca è consapevole della radicalità della scelta che implica seguire Gesù e della divisione che può produrre proprio perché coinvolge tutta la vita. Ma rimane un seguire Gesù sulla via del suo ‘battesimo’, condividendo il desiderio del dono dello Spirito, con mitezza e sguardo di pace sul mondo, anche verso chi oppone il rifiuto o non comprende.

Alessandro Cortesi op

IMG_5256Incompatibilità

Propongo la lettura di una parte della lettera aperta scritta dal gruppo ecclesiale ‘Camminare insieme’ di Trieste dal titolo Un cristianesimo senza Vangelo non è neppure pensabile (in Avvenire, 13 agosto 2019):

“(…) Non possiamo però più tacere lo scivolamento, purtroppo anche di alcune componenti della Chiesa, laiche e pastorali, italiane ed europee, in una visione, in un linguaggio e incomportamenti, silenti o espliciti, che intendono contrastare apertamente le scelte e le parole di papa Francesco, ma soprattutto quelle del Vangelo. Avvertiamo il dovere non solo di condividere la pastorale del Papa, illuminata e riumanizzante, ma di segnalare alcune posizioni che riteniamo distanti dalla fede nel Signore.

Ripensando al Gesù che i Vangeli ci mostrano in cammino lungo le strade della Palestina ad annunciare Il Regno di Dio e a guarire quanti hanno bisogno di cure (Lc 9,11); al Gesù che ci invita ad amare anche i nemici, a non giudicare (Lc 6 e Mt 5), a essere misericordiosi come il Padre (Lc 6,36); al Gesù che offre il suo sangue per la salvezza di tutti (Mt 26,28) e muore sulla croce senza rancore verso coloro che lo hanno condannato (Lc 23,34), promettendo il paradiso a un malfattore (Lc 23,43); al Gesù che per questa sua morte e questa sua vita ha ottenuto il nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9), riteniamo di poter dire che: sono incompatibili Vangelo e xenofobia, come sentimento di rifiuto del fratello straniero, e innumerevoli sono le conferme di questo in tutta la Bibbia; sono incompatibili Vangelo e nazionalismo, come esaltazione unica di un popolo e come indifferenza verso altri popoli, come Paolo VI dichiarò fin dal 1967; sono incompatibili Vangelo e omofobia, Vangelo e disprezzo di altre forme di religiosità, come rifiuto del fratello; sono incompatibili Vangelo e distacco superbo e pregiudiziale da ogni ricerca diversa, anche non religiosa; sono incompatibili Vangelo e intreccio equivoco con il potere assoluto di qualunque natura, specie di natura corruttiva; sono incompatibili Vangelo e ostentazione di ricchezze e mancata sobrietà di vita economica, personale o istituzionale; sono incompatibili Vangelo e disinvolta accettazione o indifferenza verso povertà, disuguaglianze, vittime di violenze, di guerre odi esodi sofferti; sono incompatibili Vangelo e disimpegno verso il decadimento ambientale del creato.

Esprimiamo perciò preoccupazione per la presenza di un cattolicesimo che tale non è nella sostanza, ma spesso solo nella forma, già archiviato a suo tempo dallo stesso Magistero nel Concilio Vaticano II (…)”

 

 

 

XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

cristo-con-discepoliSap 18,3.6-9; Ebr 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

‘Non temere piccolo gregge, perché al Padre è piaciuto di darvi il suo regno’. In poche parole Luca descrive la comunità raccolta da Gesù: è una comunità piccola, invitata ad essere consapevole che la sua unica ricchezza è essere orientata al regno. Non deve ricercare una grandezza sua propria, e neppure la sua preoccupazione deve stare nel suo ingrandimento. E’ chiamata a stare nel rapporto col Padre e a non temere. La sua finalità sta nel testimoniare che il regno, un nuovo genere di rapporti in cui si scopre che Dio è vicino ed attuare uno stile di fraternità e condivisione, in cui i poveri e i piccoli sono al centro. Al cuore della vita sta un dono, il regno di Dio, che proviene dal Padre: la sua vicinanza agli ultimi che offe liberazione e salvezza. La cura e la bontà del Signore sono senza misura e ciò è sufficiente a nutrire la speranza e ad indicare il cammino della comunità. Non c’è bisogno di altre sicurezze terrene. La vita della comunità si situa in un orizzonte di gratitudine e di speranza: è dono da custodire nell’impegno.

Lo stile di vita della comunità trae da qui la sua motivazione e il suo orientamento. Non vivere nell’egoismo, ma nella condivisione, non nella ricerca di vantaggi, ma nel rendere grazie e nell’affidamento al Padre, non nella paura o nella lamentela ma nella gratitudine e nella libertà di essere testimoni. Dio non guarda alle cose grandi ma a quelle piccole.

‘fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché là dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore’. Aver scoperto il dono del regno comporta nel tempo un uso diverso dei beni, un rapporto nuovo con le cose, certamente lo scrollarsi di dosso l’ansia di un potere che deriva dal possesso e dall’avere.

Luca sottolinea poi come usare i beni. ‘State pronti’ è l’invito centrale. Perché essere pronti? Perché il ‘figlio dell’uomo’ – il Signore risorto indicato con questo titolo che invitava a pensare alla fine dei tempi – verrà. La vita dei credenti è segnata da una assenza ma è anche segnata da una attesa di incontrarlo. Gesù non è più presente come prima, ma tornerà. L’invocazione che risuonava nelle prime liturgie cristiane e continua ad essere ripetuta è: ‘Vieni Signore Gesù’.

Luca presenta a questo punto una breve parabola sul ritorno del padrone che torna dalle nozze. I servi sono chiamati ad attuare vigilanza. La vita cristiana richiede un atteggiamento di servizio, non di dominio, di attesa, con uno sguardo rivolto al di là dell’immediato.

Viene così delineata una tensione tra il presente e il futuro. Nell’attesa di un venire del Signore, è importante una azione nel presente per preparare e vivere sin d’ora l’impegno che a Lui fa riferimento. L’invito è a non esaurire le energie nella ricerca di cose che appesantiscono e distraggono dal senso profondo della vita. E viene qui posta la beatitudine per coloro che vigilano: ‘se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro’. Il Signore verrà, ma in modo che non corrisponde a calcoli umani.

Luca descrive il profilo di coloro che seguono Cristo come amministratori: non sono né possessori né padroni, ma persone con un dono e un compito affidato. Persone chiamate ad una responsabilità libera: chiamati ad un servizio, nelle situazioni concrete, nel rispondere e farsi carico. Sta qui la tensione tra l’impegno nel presente e il futuro atteso – in contrasto ad ogni visione che divide città terrestre e città celeste. La fedeltà all’ultimo si attua e si svolge nel penultimo della vita e della storia.

‘State pronti’ ha allora per Luca una forte valenza di attenzione al tempo che ci è dato, alle occasioni, per non lasciarsi distogliere nella ricerca di ricchezze che rivelano la loro vacuità. Sembra anche suggerire che già in questo oggi, nel servizio, si incontra Cristo che ci viene incontro e che verrà. Egli ‘viene a noi incontro in ogni uomo e in ogni tempo’.

Alessandro Cortesi op

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Stare pronti contro la disumanità

Dopo l’approvazione in senato del cosiddetto decreto sicurezza bis che si connota come legge tesa a promuovere quel regime di disumanità che comprende il disinteressarsi dei migranti che fuggono da miseria guerre e persecuzioni e addirittura induce a punire chi intende offrire soccorrso in mare, il ministro dell’interno Salvini ha ringraziato per tale esito la beata Vergine Maria. Un atto che definire blasfemo è poco!

Riflette il volgare cinismo di chi costruisce il consenso sulla presentazione di una realtà costruita artificialmente e propagandata con fake news, sull’induzione del senso di paura per favorire il desiderio di un capo che ponga ordine e dia salvezza e denota una attitudine a porsi come paladino di una religione privata di contenuto e ridotta a strumento del progetto di conquista del potere in forme che forzano il diritto e non riconoscono limiti costituzionali. Anche questo gesto, pur periferico, può essere decodificato come un tassello di un percorso mirante alla costruzione di un regime portando dalla sua parte chi vive un sentimento religioso. Un regime che diviene dominio e non più essere amministratori in vista di un bene comune (che non è somma di interessi di gruppi).

Benché il fascismo sia un’esperienza storicamente situata e conclusa, la mentalità fascista e l’attitudine di intendere il potere secondo modalità di una sovranità di una parte del popolo senza regole e limitazioni, non riconoscendo i limiti ad un esercizio del potere all’interno di una costruzione democratica, e facendo venir meno libertà fondamentali, fino all’uso della violenza, è mentalità presente in tutte le epoche e su cui attuare – da credenti – quella obiezione fondamentale che Dietrich Bonhoeffer presentava nei confronti di Hitler che si andava affermando come astro politico nella Germania degli anni ’30, indicandolo come guida, capo (Führer) che era però divenuto seduttore (Verführer) del popolo tedesco. Una sorta di pifferaio che iniziava ad attirare dietro a sè tutto un popolo conducendolo alla rovina.

Così osserva Aldo Bodrato ne Il Foglio (mensile di cristiani torinesi – giu-lug 2019): “Salvini dunque crede nella Madonna, quanto e forse più che nel Figlio Gesù, detto il Cristo? Ci crede tanto quanto Bossi credeva nella divinità del Po. Alla Lega piace il rito, perché tranquillizza le coscienze, conferma il risaputo e si attaglia ai benpensanti, ben più della fede, delle opere di misericordia e delle speranze. Piace a molti curiali, chierici di diverso grado. Piace ai teologi di professione, protetti da seminaristiche corazze, ai vescovi cultori della religione di Stato e di ogni forma di totalitarismo, che compri il consenso della loro confessione religiosa concedendo privilegi economici, riconoscimento di autorità etica e diritto di interferenza legislativa. Fare di potere politico, potere economico, potere giudiziario, potere militare, potere culturale e potere religioso un tutt’uno, almeno nella forma vulgata di culo e camicia, è il sogno di ogni totalitarismo, anche del più secolarizzato. Infatti la cosiddetta «secolarizzazione» non si limita a negare l’esistenza del Dio del monoteismo cristiano, ma ripristina quel vuoto celeste che consente a ogni potente o aggregato di potenti di costruirsi un pantheon a proprio uso e consumo, compreso quello di un monoteismo imperiale o nazionale”.

L’uso di segni devozionali e invocazioni religiose totalmente separate da un impegno di vita teso all’ascolto del vangelo, costituiscono in tal senso un tassello di quel modo di staccare la chiesa stessa dalla sua chiamata fondamentale a testimoniare il vangelo e trasformarla in una forza condizionata per interesse e calcoli politici e legata in un abbraccio  mortale al potere mondano.

E’ su questa linea che a mio avviso il ‘piccolo gregge’ chiamato a testimoniare il regno di Dio dovrebbe reagire con chiarezza e forza denunciando la deriva di disumanità, come ha fatto Alex Zanotelli (Intervista di Adriana Pollice nel sito del Centro Studi Sereno Regis) che ha detto: “Il parlamento, che rappresenta la legalità, vota un provvedimento illegale. Non è mai successo di violare i diritti costituzionali fino al punto di dire «salvare vite è illegale». E infatti il provvedimento ha dentro di sé, nella parte dedicata agli scioperi, ulteriori norme per rendere più difficile dissentire. È uno strumento contro l’opposizione politica (…) Dobbiamo disobbedire, organizzare la resistenza civile anche pagando in prima persona, sull’esempio della capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete, che ha sfidato il dispositivo organizzato dal Viminale per impedire lo sbarco dei naufraghi. Per fortuna ci sono ancora giudici che ci indicano quali sono i diritti fondamentali. Come la gip di Agrigento, Alessandra Vella, che ha chiarito che il dovere primario della capitana era portare i naufraghi in salvo. O il giudice di Trapani Piero Grillo, che ha ritenuto legittima la ribellione di due migranti al capitano del mercantile Vos Thalassa, che voleva riportarli in Libia. Giuseppe Dossetti avrebbe voluto inserire nella nostra Carta il seguente articolo: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Oggi ne avremmo avuto bisogno per salvare la nostra democrazia”.

O come don Luigi Ciotti presidente di Libera e Gruppo Abele che dopo la votazione sul decreto sicurezza bis ha dichiarato: “il grado di umanità del nostro Paese si è corrotto. La politica ha tradito la Costituzione, i sogni e gli ideali di chi l’ha pensata e scritta e delle convenzioni internazionali (…) Siamo davanti ad una scelta politica indegna per un Paese che vuole essere democratico non solo di nome ma di fatto un Paese civile. La politica esca dai tatticismi, dai giochi di potere e riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone”.

Da rilevare anche le parole del card. Gualtiero Bassetti presidente della CEI, in un’intervista apparsa su L’Osservatore Romano 5 agosto 2019 a cura di Andrea Monda: “…si è andata affermando, in nome del “nemico esterno”, islamico o migrante, una cultura identitaria escludente, nella logica dell’amico/nemico. In entrambi i casi c’è una negazione della caritas, dell’humanitas, della pietas e dell’universalismo cattolico. Oggi più che mai, i cattolici devono avere “fede retta e speranza certa” come diceva san Francesco, senza mettersi in fila dietro i pifferai magici di turno. I falsi profeti ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Questa è la condizione e la sfida del cristiano di ogni tempo. I simboli religiosi valgono solo nel contesto di una fede vissuta, altrimenti sono una sterile ostentazione”.

In un tempo di falsi profeti e di pifferai capaci di affascinare masse con illusioni e falsità avere occhi aperti per denunciare le facili seduzioni e la blasfemia a fronte del vangelo di Gesù, che è buona notizia di accoglienza e di umanità, si deve accompagnare con un impegno di vigilanza contro la deriva della disumanità, a stare pronti in una resistenza che investe scelte e azioni nel quotidiano.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Rembrandt, La parabola del ricco stolto o il cambiavalute – 1627 (part.)

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Qohelet è ‘il predicatore’, un sapiente, che inquieta. Di solito gli scritti sapienziali presentano uno sguardo alla realtà concreta del vivere, in termini positivi come spazio in cui entrare in contatto con Dio creatore.

Qohelet invece non si offre indicazioni di una tranquilla saggezza e di giusta valutazione dei beni e delle esperienze. Al contrario di Giobbe, la sua vita è ricca e tranquilla. Ha assaporato la ricchezza, la saggezza, il piacere e il successo (1,12-2,26). Eppure la sua constatazione finale è che tutto questo è ‘vanità’. Tutto è per lui ‘hebel/habel’, termine ebraico che evoca la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma sulle onde. Qohelet non è fiducioso e ottimista; conosce le esperienze umane, ma ne fa oggetto di coraggiosa e spietata osservazione: in ogni situazione individua contraddizioni, evidenzia l’ipocrisia, la finzione, e la ‘vanità’.

Qohelet smaschera la realtà di una condizione umana penosa che non fa riposare. Denuncia l’attitudine dell’affannarsi all’inseguimento di cose che non appagano le sue attese e lo mantengono continuamente senza riposo e senza pace: “quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

Gesù ha scelto la condizione di povero, vivendo di ciò che è necessario, non preoccupato solo di sé, attento alla condivisione, vicino ai poveri per liberarli da una condizione di asservimento e disumanità. Ha vissuto come povero per portare ai poveri la bella notizia di un nuovo tipo di rapporti in cui ci si possa scoprire fratelli, solidali nel bisogno, in cui nessuno sia sfruttato o lasciato da solo con i suoi problemi nella condizione di una povertà come esclusione. Dio sta dalla parte dei poveri non perché esclude qualcuno dal suo sguardo ma perché i primi a cui Dio rivolge la sua cura sono le vittime, gli impoveriti, quanti sono non considerati da chi sta al sicuro e lasciati ai margini.

Luca nel suo vangelo presenta alcuni episodi in cui fa emergere come l’inseguimento dei beni costituisce una vera e propria religione, una idolatria. E’ inoltre un luogo di conflitto in cui si viene meno a considerare l’altro fartello se tutto diviene oggetto di bramosia e di ricerca di possesso. a logica di un accumulo di beni cieco ed egoista contrasti con il vangelo. La vita del discepolo sta nell’attesa e nella tensione ad un incontro con il Signore che si è fatto povero. L’incontro comincia sin da qui. “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia… la vita non dipende dai beni”.

La vicenda del ricco stolto che fa progetti legati all’accumulo anziché pensare che da un momento all’altro può lasciare tutto, è paradigmatica dell’uomo che non comprende più la sua condizione. La possibilità di beni, le ricchezze – sembra dire Luca – recano con sé una sorta di forza magnetica che fa perdere di vista il senso profondo della vita, rende ciechi di fronte alla sofferenza degli altri, non fa capire cosa significa ‘arricchire davanti a Dio’.

Nella parabola presentata da Luca il ricco è stolto perché non valuta il senso del tempo, non coglie la vanità, il limite della vita umana. Il possidente preoccupato di ammassare ed ignaro del tempo che gli è concesso di vivere è additato da Luca ad esempio di quella durezza del cuore e leggerezza che non comprende e vive di illusioni. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14). Quel ricco è stolto. E stoltezza è l’atteggiamento di chi non tiene conto di Dio (Sal 14,1). Contro questo tipo di stoltezza Gesù propone di valutare il tempo e di pensare che la vita non dipende dai beni.

Alessandro Cortesi op

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Durabilità

E’ scaduto da pochi giorni, il 29 luglio, l’Overshoot Day, il giorno dell’anno in cui si calcola che l’umanità abbia consumato le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. Oggi la questione dell’uso dei beni e il rapporto con la ricchezza rinvia al rapporto con l’intero ecosistema, col mondo in cui viviamo e di cui siamo parte. Ci sono modi di produrre ricchezza che generano impoverimento. Un impoverimento che presenta contemporaneamente due facce: il versante dell’esclusione di milioni di persone nel mondo dalla possibilità di avere i minimi requisiti per un vita dignitosa e il versante dell’offesa dell’ambiente che viene consumato e devastato da modi di produzione che conducono all’esaurimento delle risorse, a conseguenze di devastazione sulla vita dell’intero ecosistema e dell’umanità.

In un’intervista il gastronomo e sociologo Carlo Petrini (Sostenibilità non si parola vuota, Intervista di G. Fazzini a Carlo Petrini, Avvenire 1 agosto 2019) offre una interessante critica al concetto di sostenibilità: “Preferisco parlare di “durabilità”. Il paradigma oggi vincente teorizza la produzione di beni che deperiscano nel più breve tempo possibile. Questo appartiene ad un’economia che uccide, come dice papa Francesco, perché lascia spazio allo spreco e allo scarto. Ora: le risorse del pianeta non sono finite e noi stiamo andando in sofferenza. Per questo la società civile comincia a chiedere risposte alla politica e all’economia…”

L’osservazione non si ferma alla critica del concetto di sostenibilità ma si fa suggerimento di un passaggio ineludibile oggi a fronte di un sistema economico che sta portando a devastazione delle risorse e aumento delle diseguaglianze, e peraltro alimentando il fenomeno delle migrazioni di mass dovute a conflitti, a catastrofi climatiche e a disparità sociali. Il discorso quindi si concentra sull’urgenza di un nuovo paradigma economico. I riferimenti indicati pur da una posizione laica, sono le linee tracciate nella lettura di Laudato sì e il Sinodo sull’Amazzonia nel prossimo ottobre in cui emergerà fortemente il legame tra sfruttamento della terra e oppressione dei popoli indigeni.

Carlo Petrini indica il valore di alcune voci nell’ambito italiano che propongono una economia di tipo diverso e aggiunge una notazione sul panorama politico: “Non vedo altre strade: se, infatti, da sinistra, la proposta è una versione un po’ più democratica del neoliberismo, non cambierà niente! Abbiamo bisogno di un’economia di comunità, che abbia come interesse principale il riconoscimento della prossimità e la valorizzazione dei territori”.

Comunità, territorio, relazionalità, beni che possano durare nel tempo per essere condivisi: la parabola del ricco che progetta di allargare i suoi granai è quasi il ritratto di un mondo in cui grandi forze stanno progettando ampliamento di guadagni, continuazione di forme di economia di scarto e di impoverimento, non pensando che si avvicina un momento di crisi che comporterà forse la fine di un tipo di presenza umana sulla terra e che richiederebbe un po’ di lungimiranza e impegno in azioni concrete per pensare e preparare un altro futuro possibile.

Alessandro Cortesi op

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