la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “settembre, 2019”

XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

ricchezza-povertà-1.jpgAm 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos nella sua azione di profeta denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. E’ modo di vivere di chi rimane insensibile alla miseria degli impoveriti che nel medesimo tempo vivevano nella miseria e nell’oppressione. Amos grida la sua protesta che proviene dalla chiamata ad annunciare la parola del Signore: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è un racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione della povertà.

La parabola nella prima parte presenta due quadri opposti: la situazione del ricco descritto con i caratteri di uno spensierato che gode nell’abbondanza, reso insensibile dal lusso e dell’agiatezza. Vive come in una bolla e non si rende nemmeno conto del dolore di chi alla sua porta non ha nemmeno il cibo indispensabile per sfamarsi.

Alla sua porta, vicino e distante, sta Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente e la sua unica compagnia sono i cani randagi. E’ un situazione di contrasto che già nella presentazione diviene accusa di un modo di vivere che Gesù vedeva attorno a lui nel divario tra la ricchezza dei potenti e la miseria degli sfruttati, nell’ingiustizia che esso rappresenta.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Abramo è padre della fede d’Israele e diviene padre dei poveri. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Questa descrizione non intende essere una sorta di descrizione della vita dell’aldilà per suscitare strane immaginazioni, di cui si trova attestazione nell’iconografia di questo racconto. Il motivo centrale della parabola sta altrove. La questione al cuore della parabola non è un invito ad immaginare un futuro lontano e fuori della nostra portata, è piuttosto un appello rivolto al presente in cui scorgere come orientare la propria vita per trovare il suo senso più profondo: a questo ci guida la seconda parte del racconto.

La seconda parte della parabola infatti presenta un dialogo tra il ricco e Abramo. Il ricco chiede di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. Si rende conto che una vita spesa nell’indifferenza senza farsi carico degli altri è una vita fallita. Ma la sua richiesta trova in modo sorprendente un rifiuto. Abramo gli risponde: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”. E’ una parola dura, un richiamo forte a chi ascolta.

Siamo qui di fronte al punto verso cui tutto il racconto converge: l’espressione ‘Mosè e i profeti’ indica le Scritture, rinvia alla storia della comunicazione di Dio con Israele. Lì Dio si manifesta come colui che si volge alla sofferenza del povero. La risposta di Abramo, padre dei credenti, richiama ad un ascolto che va vissuto nella vita, che interpella il presente. Non è quindi questione di miracoli sorprendenti e di invii celesti: il progetto di Dio per l’umanità è sogno di comunione, di raduno di popoli, di condivisione. Le Scritture sono via per ascoltare la volontà di Dio sulla propria vita e per agire responsabilmente. Solamente l’ascolto che provoca a cambiare il cuore è forza che conduce a vincere l’insensibilità e la cecità del ricco. Tale ascolto della parola dei profeti e del grido dei poveri può generare un diverso rapporto con gli altri perché la vita si apra al suo compimento che è incontro e comunione.

Alessandro Cortesi op

yemen_editorialeNon si tratta solo di altri

E’ un pugno nello stomaco il reportage di Francesca Moannocchi dallo Yemen pubblicato su “L’Espresso” del 22 settembre 2019, pp.10-21. Il titolo già indica la discesa a cui conduce l’articolo: L’inferno dei bambini. E’ un percorso di contatto diretto con la realtà in cui si viene portati ad ascoltare una parola ripetuta ogni giorno: “‘manca tutto’ dicono i bambini”. Ma è affermazione che contrasta con gli scaffali delle botteghe in cui è esposta la farina e le farmacie in cui sono presenti i medicinali. “Però nelle case manca tutto, le corsie degli ospedali sono piene di bambini malnutriti e i bambini muoiono di fame. Sono gli effetti delle guerre quando assumono la forma più subdola, quando diventano cioè guerre economiche e i morti che si contano, nel burocratico vocabolario bellico, si chiamano vittime indirette”.

E’ un aspetto della distanza odierna ma i mondi della ricchezza in cui regna l’abbondanza e lo spreco e gli inferni della miseria in cui i bambini muoiono di fame, di colera e difterite a causa della guerra. C’è infatti un elemento importante che il reportage pone in evidenza: le guerre sono tra le prime cause della iniquità che attraversa il mondo. Lo Yemen oggi è terra dimenticata in cui questa tragedia è quotidiana e da lì sale il grido silenzioso delle vittime. Dodici milioni di persone vedranno nelle prossime settimane ulteriormente diminuite. E questa situazione si svolge mentre la comunità internazionale rimane indifferente.

Racconta Francesca Mannocchi delle parole e del volto di una madre: “Alima, come le altre madri, sembra anestetizzata dalla fatica di sopravvivere. Non inveisce, non si lamenta”. E’ questo silenzio da ascoltare…

“Secondo lo Yemen Data Project che raccoglie i dati sugli attacchi aerei, la coalizione a guida saudita ha effettuato 20 mila attacchi aerei, un terzo dei quali su siti non militari: infrastrutture, ospedali, scuole. I danni materiali, uniti al blocco aereo, navale e marittimo imposto alle aree settentrionali hanno paralizzato l’accesso ai beni primari, mettendo in ginocchio il paese che era già il più precario dell’area e impoverendolo al punto da essere considerato sull’orlo della carestia”.

“E nel tutti contro tutti la guerra militare è anche guerra di propagande nemiche che alimentano l’arma più subdola: la fame, la più insidiosa delle battaglie, perché la fame uccide lentamente e dalla fame nessuno può scappare”.

Le foto di Alessio Romenzi che corredano l’articolo testimoniano interni di ospedali, bambini seduti tra case ridotte a cumuli di macerie, edifici sventrati e inabitabili, immagini della devastazione e della distruzione che sono denuncia della responsabilità di quanti alimentano questa guerra e dell’ignavia di un mondo distratto. La storia del ricco e di Lazzaro si ripete anche nel nostro mondo.

“Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”. In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali. L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista”.

Papa Francesco nel Messaggio per la 105 giornata mondiale del migrante e rifugiato (29 settembre 2019) richiama un fenomeno in atto di globalizzazione dell’indifferenza, che non solo è disinteresse per la sorte di interi popoli, ma diviene attitudine di disprezzo e sospetto verso i più vulnerabili. E’ la cultura dello scarto per cui si può fare a men di qualcuno e la vita viene intesa come una gande competizione in cui c’è posto solo per i più forti e più ricchi e gli altri sono come i resti portati via dalla risacca sul bagnasciuga.

Una vita ricca di comodità, ma anche una pigrizia nel non ricercare modi per conoscere la reale condizione della vita degli altri impedisce di vedere.

La parola chiave che guida l’appello è Non si tratta solo di migranti… si tratta infatti della nostra vita… come per il ricco che si domanda sul senso della sua vita quando ormai il suo tempo è finito…

Non si tratta solo di migranti: si tratta della carità. … Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. … Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessunoNon si tratta solo di migranti: si tratta di mettere gli ultimi al primo posto…. Non si tratta solo di migranti: si tratta di tutta la persona, di tutte le persone. … Non si tratta solo di migranti: si tratta di costruire la città di Dio e dell’uomo.

“la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. (…) non è in gioco solo la causa dei migranti, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana. I migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. Attraverso di loro il Signore ci chiama a una conversione…”

Una lettera da leggere per intero ed in cui trovare motivi per un cambiamento che ci conduca dall’ostilità all’ospitalità, dal sospetto al desiderio di incontri diretti, dall’indifferenza al farci carico nella concretezza di scelte e azioni quotidiane.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

amministratore-disonestoAm 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos era coltivatore e pastore nella terra di Samaria nell’VIII secolo a.C.: la sua vita fu radicalmente cambiata, in modo imprevisto, da un irrompere improvviso della chiamata di Dio nella sua vita. Si sentì afferrato e spinto a portare la sua parola, come profeta, senza avere particolari capacità. Tale incontro lo spinse a recarsi di fronte ai potenti, a denunciare davanti ai ricchi ed agli spensierati una situazione di ingiustizia.

Amos smaschera il peccato davanti a Dio e ne delinea i caratteri: i poveri sono calpestati e i ricchi si affannano a guadagnare sulla pelle degli indigenti. Il rapporto con Dio esige rapporti giustizia e costruire giustizia a che fare con la fede. Le sue parole richiamano ad una fede che attua scelte di giustizia in rapporto al Dio vicino, che sostiene i più deboli. Il suo messaggio è richiamo ad abbandonare gli idoli della ricchezza della ricerca del denaro, la rincorsa agli affari che procurano profitto. Critica l’insensibilità e l’indifferenza al grido dei poveri, il disprezzo verso altri esseri umani considerati nulla. Amos richiama a volgersi al Dio che si china sull’orfano, sulla vedova sul forestiero, che non dimentica le sofferenze degli impoveriti.

La parabola di Gesù parte dal riferimento ad una concreta situazione del suo tempo: un amministratore di cui il padrone ha coperto la disonestà è minacciato di essere allontanato presto dal suo lavoro. S dà da fare allora con urgenza, in tutti i modi,e con fare disonesto per rendersi alcune persone amiche, per prepararsi un futuro in cui avere qualcuno riconoscente. E lo fa falsando i pagamenti e concedendo vantaggi ai debitori.

Il punto centrale della parabola non sta in una sorta di elogio della disonestà di questo amministratore maneggione. Gesù come spesso nelle parabole – che sono narrazioni che fanno riferimento alla vita e coinvolgono gli ascoltatori – legge invece una situazione che poteva essere conosciuta da chi lo ascoltava. E intende però accompagnare a scorgere le esigenze del regno di Dio.

Attira l’attenzione sul modo di comportarsi  di quell’amministratore disonesto e osserva che per guadagnare denaro, vantaggi, prestigio spesso ‘i figli di questo mondo’ pongono in atto una incredibile capacità creativa e sanno attuare scelte rischiose con coraggio e furbizia. E’ un modo di agire disonesto in rapporto ad una ‘ricchezza disonesta’.

Ma guardando a questo modo di comportarsi Gesù invita ‘i figli della luce’, cioè i suoi discepoli, a comprendere l’urgenza del momento presente perché l’annuncio del regno di Dio pone a vivere un impegno e una urgenza nuovi: c’è esigenza di risposta e di coinvolgimento della vita. E’ momento che richiede capacità di essere pronti, di decisioni attuate con coraggio e creatività.

Gesù guardando alla prontezza di quell’amministratore presenta per contro l’alternativa che i suoi discepoli hanno dinanzi: scegliere di servire Dio o Mammona, cioè la ricchezza. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona ha una assonanza con il termine ebraico che indica fede, ‘aman’ (da cui il nostro Amen) cioè indica un affidamento, una fiducia di una vita centrata sull’avere. E’ in gioco perciò l’orizzonte di fondo della vita: o ci si fida di Dio o ci si affida ad altri idoli pervasivi. Ci si può inchinare a Mammona oppure affidarsi a Dio che chiede solidarietà e condivisione. E’ come una scelta tra due amori che non possono stare insieme.

Essere fedeli al Dio a cui giunge il grido del povero, implica un rapporto nuovo con i beni, e porta a scegliere la condivisione. Essere fedeli a Dio si attua in rapporti di giustizia, in un rapporto nuovo con gli altri, perché chiede di ascoltare il grido e la sofferenza di chi è vittima dell’ingiustizia.

Alessandro Cortesi op

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Lo scandalo delle disuguaglianze

Il Rapporto annuale dell’Oxfam sulla povertà nel mondo pubblicato nel gennaio 2019 dal titolo ‘Bene pubblico o ricchezza privata’ presenta un quadro della situazione mondiale.

Il panorama presentato è complesso e preoccupante. Si riconosce che negli ultimi decenni si è giunti ad una rilevante riduzione del numero di persone che vivono in estrema povertà (la Banca Mondiale identifica questa soglia in 1,90 dollari pro-capite al giorno).

Tuttavia, proprio leggendo i dati forniti dalla Banca Mondiale si comprende che dal 2013 il tasso di riduzione della povertà si è dimezzato e che la povertà estrema sta aumentando nell’Africa sub-sahariana. Una grandissima parte dell’umanità vive ancora in condizioni di povertà: 3,4 miliardi di persone, pari a poco meno di metà della popolazione mondiale, sopravvivono con meno di 5,50 dollari al giorno. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi.

La disuguaglianza è scandalosa: l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, proprietario di Amazon, ha un patrimonio di 112 miliardi di dollari.L’1% di questa cifra corrisponde quasi all’intero budget sanitario di un Paese africano come l’Etiopia, che conta 105 milioni di abitanti.

La ricchezza è quindi sempre più concentrata e le disuguaglianze aumentano: nel 2018 soltanto 26 individui (contro i 43 dell’anno precedente) possedevano una ricchezza pari a quella posseduta dalla metà più povera dell’umanità, 3,8 miliardi di persone. E’ un dato spaventoso che fa riflettere sull’iniquità presente nel mondo in cui viviamo.

Da dieci anni circa la crisi finanziaria ha segnato la vita economica del mondo generando enormi sofferenze. In questo periodo tempo si è registrato un aumento della ricchezza dei più ricchi: il numero di miliardari è quasi raddoppiato.

Se la ricchezza di chi possiede ricchezze miliardarie fosse soggetta ad una tassazione più equa, si potrebbero ricavare risorse da destinare all’educazione dei bambini e per le cure mediche. I più ricchi infatti pagano sempre meno tasse mentre l’accesso ai servizi essenziali nel mondo è impedito a molti: 262 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione e intere fasce di popolazione non hanno possibilità accesso alle cure mediche.

La disuguaglianza a livello globale ha anche un aspetto di discriminazione di genere. Le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini e gli uomini possiedono il 50% in più della ricchezza rispetto alle donne. Ma è da rilevare che la vita economica dei Paesi si basa sul lavoro delle donne che non è ufficialmente riconosciuto, poiché esse svolgono gran parte del lavoro di cura a livello sociale che non è retribuito.

C’è anche una conseguenza rilevante della disuguaglianza nell’ambito della vita politica dei Paesi. E’ in corso a livello globale una progressiva limitazione della libertà di parola ed una compressione di spazi democratici. La disuguaglianza si rivela essere l’esito di orientamenti politici e di scelte ben precise.

Il Rapporto Oxfam indica come uno tra gli strumenti per ridurre la disuguaglianza tra super-ricchi e persone comuni sia la scelta di fornire servizi pubblici universali e tutela sociale finanziati attraverso un sistema di tassazione equo.

“Tutti i governi devono stabilire obiettivi e piani d’azione concreti per ridurre i divari economici, soggetti a precise scadenze e incoerenza con quanto stabilito dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 10 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sulla riduzione della disuguaglianza all’interno e tra i Paesi. Tali piani devono comprendere…

Erogare servizi sanitari ed educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici.(…)

Riconoscere l’enorme lavoro di cura svolto dalle donne supportandole con la messa a disposizione di servizi pubblici. (…)

Porre fine a sistemi fiscali che avvantaggiano ricchi individui e grandi corporation, tassando in maniera equa la ricchezza e il capitale, e arrestando la corsa al ribasso sulla tassazione dei redditi individuali e di impresa.”

Nel Rapporto è riportata la voce di Waangari Maathai, fondatrice del Green Belt Movement, premio Nobel per la pace nel 2004:

“Nel corso della storia giunge il momento in cui l’umanità è chiamata ad elevarsi ad un nuovo livello di coscienza… a raggiungere un piano morale più elevato. Il momento in cui dobbiamo abbandonare la paura e infonderci speranza l’un l’altro. Quel momento è ora”.

Alessandro Cortesi op

 

XXIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2009Es 32,7-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro’. Allora egli disse loro questa parabola…”

Dopo questa introduzione seguono tre parabole che compongono la sola e unica parabola annunciata: colui che va in cerca della pecora perduta, la donna che cerca la moneta perduta e il padre che attende e va incontro ai figli perduti. In tutte c’è una perdita, un’attesa o una ricerca ed un ritrovamento.

Farisei e scribi sono ‘coloro che mormoravano’: era questo l’atteggiamento del popolo d’Israele nel deserto (Es 16,2-3.7.12; Num 16,11): il lamento deluso di chi nel deserto perde fiducia nella vicinanza di Dio e giunge ad avere nostalgia della schiavitù d’Egitto, dove almeno ‘eravamo seduti presso la pentola della carne’. E’ la risentita espressione della mancanza di fede e del rifiuto ad affidarsi alle promesse del Dio liberatore.

Un altro tipo di persone sta di fronte a Gesù: chi ‘si avvicinava per ascoltarlo’. L’ascolto in Luca è l’attitudine propria del discepolo: sono i pubblicani e i peccatori, gli irregolari dal punto di vista religioso. Per loro le parabole acquistano un significato particolare perchè sono accolte in un ascolto della vita.

Le prime due insistono sulla ricerca, della pecora e della moneta. Per chi si pone alla ricerca ciò che è perduto vale più di tutto il resto. Si delinea un messaggio centrale: Gesù annuncia il volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, tenero, che si pone alla ricerca dell’uomo.Un Dio dal volto di donna che si china a cercare nella penombra una moneta rotolata via. E che così può essere riconosciuto al cuore dell’esperienza quotidiana di chi era escluso dai circuiti principali della religione.

Segue la parabola più lunga costituita di tre grandi movimenti: il primo è la richiesta del figlio minore di essere autonomo e di andarsene dalla casa del padre. E’ allontanamento per avere autonomia, ma poi si delinea come fallimento e si interrompe in quella decisione di ‘ritornare’. Tuttavia le ragioni di questo ritorno sono ancora il desiderio di avere una sicurezza quotidiana, di poter trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta sta qui, non tanto la delusione per una felicità lontano dalla casa, ma la consapevolezza di aver sbagliato percorso e la decisione di tornare indietro: una ‘conversione’ che lo riconduce dove era partito. Tuttavia egli si aspetta ancora quella che può esser definita la soluzione del buon senso: la richiesta al padre è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il figlio che torna è atteso e viene anticipato nel suo desiderio di presentarsi a lui chiedendo di poter ritornare. Il volto del padre è segnato da uno sguardo che attende da lontano e non lascia spazio alle parole ma solo a gesti: l’abbraccio che fa ricominciare una storia di incontro. Per primo, con l’affetto che non fa calcoli e non pone condizioni si getta al collo e lo baciò. I segni della gioia sono l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi, la festa.

L’amore di questo padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Il padre buono pone la fretta nel lasciare alle spalle la situazione passata per lasciare spazio solo alla gioia di ritrovarsi.

La terza scena è anche questa volta occupata dal padre, dal suo uscire verso il figlio maggiore. Anche quel figlio viveva nella casa ma da estraneo, come uno schiavo. Non aveva compreso la cosa più importante, la gioia del rapporto. Anche verso di lui vi sono parole di misericordia e di invito. Per vivere un modo nuovo di stare in quella casa ma anche per scoprire cosa significhi essere fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’.

La parabola propone un itinerario di scoperta del volto di Dio padre che non viene meno nella ricerca e nell’attesa di cammini di incontro e di riconoscimento dell’altro come fratello.

Alessandro Cortesi op

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Padre/madre

Le figure della madre e del padre in questo tempo hanno visto in Massimo Recalcati un profondo interprete da un punto di vista psicanalitico che ha sondato le attuali tendenze, limiti e aperture (Cosa resta del padre, Cortina 2011; Le mani della madre, Feltrinelli 2015)

Il primo volto della madre – dice Recalcati – sono le sue mani. La madre è colei che risponde al grido di aiuto del bambino, la sua prima soccorritrice. Dove una vita inerme trova accoglienza lì c’è una madre. La madre offre poi al figlio uno sguardo: immergendosi in esso e riflettendosi, un bambino incontra il mondo: gli orizzonti possono aprirsi e dilatarsi. Il desiderio della madre è il lievito che fa crescere e accompagna. Un terzo elemento è il seno, che la madre offre al bambino rispondendo al bisogno di cure che le sono richieste.

Madre è nome di cura particolare e nella cura è anche trasmissione del desiderio che apre strade ai figli, apprendendo nel tempo la faticosa attitudine del lasciarli andare. In una visione patriarcale della maternità quando una donna diventa madre smette di essere donna. Ma è proprio questo un movimento da contrastare: anche i figli hanno bisogno che le madri restino donne. Nel tempo dell’incuria, il nostro tempo segnato da disprezzo e indifferenza, occorre lasciare nuovo spazio alla dimensione dell’attenzione: un amore che unisce desiderio, accoglienza ma anche capacità di distacco e autonomia.

Perché si possa parlare di padre – ancora secondo Recalcati – è necessario non solo guardare a un atto biologico. Ma il divenire padre si compie in un complesso processo di adozione della vita del figlio. Il passaggio indispensabile sta nel gesto di un riconoscimento nel rivolgersi a lui dicendogli “tu sei mio figlio“,  e nell’assumere una responsabilità senza limiti “perché la tua venuta al mondo ha reso il mondo diverso“. Recalcati riprendendo Lacan afferma che la figura del padre sta nel tenere unite insieme legge e desiderio. Ma egli osserva che “Il problema del nostro tempo è che l’alleanza tra legge e desiderio si è interrotta: siamo infatti nel tempo del desiderio impazzito, dissipativo. Per dirlo con le parole di Lacan, il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre”. Si è passati da modelli di paternità come il padre padrone che domina e s’impone con autorità all’emergere di modelli diversi e possibilità nuove. Recalcati indica la figura del padre testimone: “padre è testimone e la sua testimonianza viene data attraverso la sua vita: il padre non deve spiegare il senso della vita, ma deve mostrare attraverso la sua che la vita, con i dovuti limiti, può avere un senso, animando così la vita del figlio con la speranza. La parola del padre non ha forza e capacità per guidare la vita del figlio ma di proteggerla: e facendo questo può portare nel cuore dei figli l’esperienza dell’impossibile…

Fulvio De Giorgi, nel suo libro Il figliol prodigo. Parabola dell’educazione, (Scholè, 2018) presenta e discute varie interpretazioni, teologiche e non solo, della parabola nelle diverse epoche. Vi legge la presenza delle forme di educazione presenti anche nel tempo contemporaneo: l’educazione autoritaria, quella permissiva e quella liberatrice.

Ciò che colpisce nella parabola è l’assenza della madre. David Maria Turoldo leggeva tale assenza come necessaria: a suo avviso l’insegnamento di fondo si focalizza nella accettarsi reciprocamente: «O Dio quando impareremo a sopportarci, a comprenderci: appunto a tollerarci come tu ci tolleri? Vera tolleranza è di sentire tutti uguali. È ammettere che anche il fratello ha una sua verità” (Anche Dio è infelice).

De Giorgi osserva come la parabola potrebbe anche intitolarsi la parabola della madre assente: «Manca la donna, manca la madre: manca l’afflato femminile materno. C’è l’ordine, ci sono le norme. Ma non ci sono la protezione e i permessi, il nutrimento del cuore». E osserva: «Siamo di fronte a un fallimento educativo completo, con un figlio che esce da casa e uno che non vuole entrare».

Enzo Bianchi, rimarcando la finale aperta della parabola che fa divenire protagonistie  coinvolti in una storia la cui finale non fa restare indifferenti, afferma: «Tu che chiami Dio padre, che immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore» (Ma l’altro figlio fu ‘prodigo’?, “Avvenire” 11 marzo 2010)

Vent’anni fa Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, iniziava con queste parole la sua lettera pastorale intitolata ‘Ritorno al Padre’ strutturata attorno al commento della parabola del padre e dei due figli:

“Mi alzerò e andrò da mio Padre” (Lc 15,18) Vi sono molti modi di rifiutare il Padre e il cammino verso di lui. Il più comune (e il più nascosto nell’inconscio) è di rifiutare la morte. Eppure tutti, senza distinzione, siamo incamminati in un viaggio, breve o lungo, che inesorabilmente ci porta verso di essa. Vivere è anche convivere con l’idea che tutto prima o poi finirà. V’è chi si consola pensando che quando ci sarà la morte noi non ci saremo più e che finché ci siamo essa non c’è. Ma si tratta di una consolazione fragile. In realtà la morte incombe su ogni istante della nostra vita, incombe nella forma della domanda: che sarà di me dopo la morte? che senso ha per me la vita? dove vado con tutto il bagaglio dei miei sforzi, delle mie pene, delle mie magre consolazioni?

In tali domande la morte appare come una sfida radicale al pensare umano, una sfida da cui nasce una riflessione seria. E’ come una sentinella che fa la guardia al mistero. E’ come la roccia dura che ci impedisce di affondare nella superficialità. E’ un segnale a cui non si sfugge e che ci costringe a cercare una meta per cui valga la pena di vivere. E’ il “vallo estremo” (E. Montale) da cui ci viene, come un contraccolpo, il bisogno di lottare contro l’apparente trionfo della morte e un’esigenza profonda di cercare il senso della vita, di giustificare la fatica dei giorni.

Sento che alcuni leggendo queste parole saranno tentati di rifiutarle: perché cominciare con un argomento così serio e troppo poco pervaso dalla speranza delle Scritture? Eppure non ho fatto altro che richiamare la vicenda narrata da Gesù nella parabola dei due figli. E’ quando il minore, che ha voluto andarsene da casa e ha sperperato i suoi beni, si trova a toccare il fondo (“avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”, Lc 15,16) che, quasi per contraccolpo, si ricorda che c’è una casa del padre, dove anche i servi hanno vita, dignità e “pane in abbondanza” (Lc 15,17). L’esperienza della miseria gli consente di guardare in faccia la via della morte che sta percorrendo e di ribellarsi. Quando ci sentiamo soli, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragioni per disprezzarci o essere scontenti di noi, quando la prospettiva della morte o di una perdita grave ci spaventa e ci getta nella depressione, ecco che dal profondo del cuore riemerge il presentimento e la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati, al di là di tutto e nonostante tutto.

Il Padre è in questo senso – se si vuole un senso ancora laico e mondano – l’immagine di qualcuno a cui affidarci senza riserve, il porto dove far riposare le nostre stanchezze, sicuri di non essere respinti. La sua figura ha al tempo stesso tratti paterni e materni: se ne può parlare come del Padre nelle cui braccia si è sicuri e come della Madre a cui ancorare la vita che da essa riconosciamo. E’ pertanto evocazione dell’origine, del grembo, della patria, della casa, del focolare, del cuore a cui rimettere tutto ciò che siamo, del volto a cui guardare senza timore. Il bisogno del Padre è quindi equiparabile al bisogno di un riferimento e di un rifugio paterno e materno e può essere espresso indifferentemente con metafore maschili e femminili”.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5183.JPGSap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

”Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Essere discepoli, coloro che seguono: in queste parole si gioca l’identità di chi desidera stare con Gesù. Quali le caratteristiche di chi segue Gesù? Quali le esigenze per essere coloro a lui rimangono legati? Gesù ha chiamato tutti in diversi modi a seguirlo e li ha invitati ad intraprendere la sua strada. Ha chiesto questo non solo per un certo tempo ma in modo continuo imparando dall’unico vero maestro.

Sorprende innanzitutto la pretesa di Gesù: pretende che altri lo seguano e seguano lui. Chiede una disponibilità senza riserve e aperta nelle diverse fasi della vita. Per questo seguire non è mai un dato scontato, un punto concluso della carriera, ma implica ogni giorno un ricominciare di nuovo.

Luca indica alcune caratteristiche del cammino di chi intende seguire Gesù.

La prima condizione è presentata in termini duri e ostici: se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre… Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre aveva chiaramente richiamato il dovere di curare i rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): inoltre aveva manifestato la denuncia contro coloro che nel fare un’offerta al tempio si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù non chiede di ‘odiare’: l’uso di questo termine così forte proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’.

Gesù chiede a chi lo segue di saper mettere al primo posto ciò che deve stare primo: così richiama alla presenza di Dio a cui riferire tutta la nostra vita a lui, invita a liberarsi anche da quell’idolatria e dal soffocamento che può provenire da legami che si pongono come esaustivi della vita. La sua pretesa è anche di seguire lui stesso oltre ogni altro affetto. Ogni legame e affetto può essere ricompreso nel divenire discepoli di Gesù, nel seguire il suo cammino di amore fino alla fine, di misericordia e di servizio.

C’è una seconda condizione ed è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi e cuore dell’intero cammino di Gesù. Non perché strumento di tortura e di sofferenza, ma perché lì sulla croce Gesù ha detto che è possibile rimanere fedeli all’amore fino alla fine trasformando anche il momento della morte in un momento di essere per Dio e per gli altri. La croce è prima di tutto scelta di dono, non via di sofferenza. E’ scelta di condivisione e racchiude anche il riferimento al fallimento umano, della sofferenza e del dolore. Luca aggiunge una precisazione importante: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Si riferisce al quotidiano, all’ordinario in cui si gioca gran parte della nostra esistenza: Seguire Gesù non è questione dei grandi momenti o delle scelte eroiche nella vita: questi possono forse esserci ma il cammino di sequela si attua nelle piccole cose, nelle vicende ordinarie, nelle scelte del quotidiano nella normalità che non fa notizia.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono immagini tratte dall’esperienza e funzionali al messaggio di fondo. Il comportamento di Gesù è in contrasto con logiche di grandi costruzioni (era piuttosto la politica di Erode quella di costruire grandi palazzi e città) e con la scelta di fare la guerra (ma egli conosceva bene la violenza che dilagava). L’esigenza di Gesù a seguirlo richiede capacità di scelte pensate, cioè discernimento, e coraggio e generosità nel partire. La sua via espone a fatica e opposizioni: richiede di soppesare bene ciò a cui si va incontro. E chiede anche una valutazione non superficiale delle proprie forze. Luca sottolinea come si tratti di un coinvolgimento di tutte le energie e dei beni: la rinuncia ai beni non è fine a se stessa ma è per farsi borse che non invecchiano, per scoprire come l’unica vera ricchezza è il regno di Dio.

Gesù propone di liberarsi da cose che appesantiscono e ingombrano non rendendo liberi, ma soprattutto propone di disfarsi di una mentalità di possesso e di superiorità. Seguirlo è esperienza di scoperta di un cammino che libera la vita per cammini di servizio.

Alessandro Cortesi op

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Tempo del creato, tempo della scuola

“Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.

E’ un passaggio del messaggio di papa Francesco per la giornata del creato che si situa nel mese di settembre dedicato a livello ecumenico al pensiero e approfondimento e preghiera per la casa comune, per maturare consapevolezza della custodia del creato. Il grido della terra è anche nel medesimo tempo il grido dei poveri oggi. L’invito ad una conversione ecologica è il modo di accogliere questo duplice e unico grido: si fa sempre più urgente impostare l’esperienza quotidiana vita secondo nuovi criteri, di attenzione, di pazienza, di rispetto, superando una mentalità del consumo e dello sfruttamento che si realizza sia nei confronti delle cose, sia nei confronti delle persone. La cultura della produzione senza limiti di rifiuti, l’indifferenza per le cose si accompagna al disprezzo verso gli altri, alla mancanza di consapevolezza delle ingiustizie che generano diseguaglianze e sofferenze. La questione non è solo per la vita individuale ma esige un orientamento collettivo, politico, l’orientamento a individuare un sistema economico diverso da quello che genera iniquità e distruzione dell’ambiente.

Settembre è anche tempo di inizio della scuola. La scuola è il primo luogo in cui maturare questa sensibilità, in cui investire per far maturare spirito critico, per essere capaci di andare controvento, come ricorda Franco Lorenzoni nel suo utlimo libro dal titolo I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (Sellerio 2019) e che in una recente intervista ha indicato la scuola quale luogo di resistenza contro l’alienazione del nostro tempo, con la capacità di sorpresa, perchè la vita è trasmettere ad altri ciò che si è ricevuto da custodire e coltivare perché possa durare:

“Credo siano i primi a capirlo: quella del maestro non è una missione, ma un mestiere come tanti altri, che ha bisogno della sua cassetta degli attrezzi, da ricalibrare di generazione in generazione (…) Lo sa qual è la cosa che non dovrebbe mai sparire in una classe? La capacità di sorprendersi, quel sapersi mettere in gioco, col proprio corpo, senza vergognarci delle nostre emozioni: può essere l’antidoto giusto all’alienazione (…) Ritengo che qualsiasi tipo di educazione debba andare controvento, che è poi guardare le cose di tutti i giorni, con spirito critico», con riferimento all’opera degli architetti, “i quali utilizzano questo termine per indicare i tiranti che reggono un edificio, così come un educatore si augura che ciò che lascia ai propri ragazzi possa durare nel tempo” (Il Corriere della sera 1 marzo 2019).

Alessandro Cortesi op

 

 

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