la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5279Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente quella di essere custodito dalla presenza di Dio: è scoperta che il cammino della vita non è conquista e opera delle forze umane, anche se così a volte può sembrare. Piuttosto la nostra esistenza è sospesa nella cura di Colui che è creatore del cielo e della terra e custode della nostra storia.

Le mani aperte di Mosè sul monte esprimono questa apertura di accoglienza: pur in un quadro di battaglia che riporta ad un contesto di violenza diviene tuttavia simbolo della dipendenza totale dalla custodia di YHWH. Quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte. La vita e il futuro di Israele dipende dal riconoscimento della presenza di Dio. La preghiera viene così presentata come uno stare alla presenza di Dio per poter avere vita e futuro.

Pregare inoltre non è esperienza solitaria, ma è esperienza di solidarietà con altri, è portare avanti la vita di un popolo.

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”

Nella seconda lettura l’invito rivolto a Timoteo specifica il contenuto del pregare. Timoteo è esortato a rimanere saldo in ciò che ha appreso cioè nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura, ed è via per mantenere la vita orientata in Cristo e illuminata dalla sua Parola. In tale ascolto si matura quella preparazione per ogni opera buona, per poter annunziare la parola in modo significativo nella situazione in cui siamo inseriti.

La parabola del giudice e della vedova del vangelo di Luca esigono di essere lette come denuncia di una profonda esperienza di ingiustizia: Non vano lette come metafora in cui il giudice rappresenterebbe Dio e la vedova colei che prega rivolgendosi a Lui.

Nella parabola il racconto delinea un giudice che rinvia continuamente il momento in cui prendere in considerazione la causa di una vedova. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è la figura del debole, senza difese e senza appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza superano il senso di impotenza e la delusione che interviene in queste vicende. Luca descrive la vedova come una donna che non smette di andare dal giudice dicendo ‘Rendimi giustizia contro il mio avversario’. E’ condizione del tempo di Gesù contro cui Gesù prova un moto di ripulsa e denuncia e la condizione del nostro tempo.

L’insistenza della vedova non viene meno di fronte all’ingiusta attesa a cui è sottoposta che ha i tratti di un’angheria. Non viene fiaccata nemmeno dalla delusione per non essere ascoltata. E’ questo un episodio di vita. E’ sintesi di tante esperienze quotidiane vissute o in riferimento a situazioni lontane segnate dall’indifferenza e dall’ingiustizia. Situazioni che possono condurre alla delusione, al senso di impotenza fino ad incattivirsi. Ad un certo punto però nella parabola il giudice cede alle insistenze: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ espressione che si potrebbe anche leggere così: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’. Luca qui accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza a cui sono sottoposti. E’ la descrizione di un ascolto, alfine, da parte di un giudice iniquo solamente perché teme che la vedova lo danneggi.

La domanda che sorge è allora: ci sarà un fine a questa situazione di ingiustizia? O è tutto inutile? Il rischio vicino è quello della rassegnazione e del lasciare tutto andare senza alcuna attesa. Sarà stabilita la giustizia (parola che ritorna a più riprese nella parabola)?

Il centro della parabola sta nell’annuncio che ‘il Signore’ – ed il riferimento va al Risorto – opererà e farà giustizia. E’ annuncio del regno di Dio come diversità rispetto alla situazione di oppressione: Dio è fedele alle sue promesse e ascolta il grido dei poveri che gridano a lui.

Alla sua comunità che viveva ormai a distanza di tempo dalla vicenda storica di Gesù Luca dice che vale la pena continuare ad impegnarsi sapendo che il signore farà giustizia. Gesù chiede di ‘pregare sempre senza incattivirsi’.

A questo deve condurre la preghiera: aprirsi all’alterità di Dio, entrare nell’incontro con Lui. La preghiera non è esperienza che si vive per cambiare Dio, piuttosto è ascolto prolungato della Parola per cambiare il nostro cuore. La preghiera conduce all’attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è fedele alle sue promesse che non corrispondono alle nostre richieste. E’ sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Entrare nella preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma significa camminare in una relazione che coinvolge l’intera esistenza.

Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che la preghiera non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25).

Pregare è momento per scoprire la nostra responsabilità per operare in vista dellla giustizia per un mondo nuovo. Dietrich Bonhoeffer così esprime questa attesa:

“Le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani
 consisterà oggi solo in due cose: pregare e praticare ciò che è giusto tra gli uomini. Non è nostro compito predire il giorno ma quel giorno verrà in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la parola “Dio” in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato”. Pregare e operare la giustizia sono i due movimenti del credente.

La parabola ofre anche un messaggio sul volto del discepolo: chi crede è colui che non viene meno alla fede, non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). E’ lo stare di queste persone, come la vedova, che non è riconosciuta ed è calpestata nei suoi diritti, a mantenere la preghiera che porta avanti il mondo.

Alessandro Cortesi op

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Il grido dei traditi

“Uno sguardo puro, una stretta di mano sicura, la determinazione delle sue idee politiche. Questa era Hevrin Khalaf. Che indossasse abiti civili, o da ragazza la divisa militare — come fanno tante donne curde che hanno scelto sì la politica attiva, provenendo però dalla battaglia sul campo — aveva uno stile che non passava inosservato.” (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019)

Hevrin Khalaf aveva 35 anni. Si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Apparteneva a quel popolo di donne curde che si sono proposte al mondo come esempio di lotta per una convivenza sociale e politica nel riconoscimento dei diritti. E’ stata uccisa in questi giorni da milizie della Free Syrian Army assoldate dall’esercito turco, in una strada controllata dai turchi che hanno iniziato la conquista del territorio del Kurdistan siriano. Un’esecuzione sommaria mentre questa attivista, tra i fodnatori del Partito del Futuro siriano, che difendeva i diritti umani stava cercando di raggiungere la città di Qamishli. Per il dittatore turco Tayyp Erdogan questa donna era una terrorista come il popolo curdo ritenuto una minaccia alla sicurezza dello stato turco.

Le donne curde hanno lanciato un messaggio che ha il tenore di un grido lanciato nell’abbandono e nel tradimento subito in un contesto internazionale distratto e a Stati preoccupati solo di interessi  e vantaggi interni mentre è in atto il massacro del popolo curdo. Hanno presentato una serie di richieste: dalla fine dell’invasione della Turchia al prevenire la pulizia etnica, al fermare la vendita delle armi alla Turchia:

“Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi. Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni”.

“Hevrin era, piuttosto, una delle figure più rappresentative di quello che oggi sono i nuovi curdi. Attenta ai diritti delle donne, inclusiva, favorevole a uno Stato laico e rispettoso del cittadino, multietnico, liberale. Si batteva per la coesistenza pacifica di tutti: curdi, turchi, cristiano-siriaci e arabi. Aveva una laurea in ingegneria. Aveva 35 anni”. (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019).

Così si legge nel Rapporto che Amnesty International ha pubblicato nel febbraio 2019 con il titolo “Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile

“Oggi le organizzazioni della società civile e i difensori dei diritti umani che hanno il coraggio di contestare apertamente leggi ingiuste e pratiche di governo inique, che sfidano il sentire diffuso nell’opinione pubblica o di chi occupa posizioni di potere e reclama giustizia, uguaglianza, dignità e libertà sono sempre di più sotto attacco.

(…) negli ultimi dieci anni sia emersa a livello mondiale una tendenza preoccupante che vede l’introduzione e l’uso da parte degli stati di leggi mirate a interferire con il diritto alla libertà di associazione e a ostacolare il lavoro delle organizzazioni delle società civile e dei suoi membri.

(…) Chiunque critica le autorità in questi paesi, chi esprime pubblicamente opinioni non allineate con le idee politiche, sociali o culturali prevalenti è a rischio. Troppo spesso queste persone sono costrette ad abbassare i toni, ad autocensurarsi, a ridimensionare le proprie iniziative, a dedicare le scarse risorse disponibili a inutili formalità burocratiche, venendo altresì escluse da finanziamenti. Nei casi peggiori, le organizzazioni della società civile vengono chiuse e i suoi esponenti trattati come criminali e incarcerati per il solo fatto di difendere i diritti umani. Queste norme restrittive sono in realtà il riflesso di tendenze politico-culturali più ampie, diffuse attraverso una narrazione tossica che demonizza “l’altro”, alimentando sentimenti come la colpa, l’odio e la paura,e creando un terreno fertile per la loro attuazione, che viene giustificata nell’interesse della sicurezza nazionale, dell’identità e dei valori tradizionali”.

Il medesimo documento di Amnesty ricorda anche: “La Dichiarazione sui difensori dei diritti umani riconosce in particolare l’importanza delle persone che si adoperano, individualmente e in associazione ad altri, per attuare i diritti umani e il diritto di tutti a costituire, aderire e partecipare ad organizzazioni, associazioni o gruppi della società civile e promuovere o difendere i diritti umani come pilastro fondamentale di un sistema di diritti umani internazionale. Quando fu adottata, nel 1998, la Dichiarazione spostò la “percezione del progetto sui diritti umani: da compito affidato principalmente agli stati e alla comunità internazionale a compito che riguarda tutti noi, singoli individui e gruppi collettivi, che formiamo la società. La Dichiarazione riconosce che la giustizia sociale, le pari opportunità e la pari dignità senza forme di discriminazione, così lungamente attese e meritate da ciascuno di noi, possono essere attuate mettendo gli individui e i gruppi nelle condizioni di difendere, impegnarsi e mobilitarsi per i diritti umani”.

Alessandro Cortesi op

 

 

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