la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2019”

Nuova pubblicazione del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’

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E’ appena uscito l’ultimo volume della Collana ‘Sul confine’ promossa dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia per i tipi della casa editrice Nerbini.

Il titolo è Mediterraneo. Il dramma dei ‘senza diritti’. Nel volume sono presenti vari contributi che intendono offrire materiale di riflessione per leggere il momento storico che stiamo vivendo nel contesto mediterraneo.

Il libro desidera anche essere un contributo per il cammino di chiesa che vedrà riunirsi a Bari in un incontro promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana nel prossimo mese di febbraio circa cento vescovi dai 19 Paesi affacciati sul mare per cinque giornate. “Mediterraneo, frontiera di pace” è il tema del’incontro dal 19 al 23 febbraio 2020.

Chi desidera ricevere copia può scrivere a: info@bibliotecadeidomenicani.it

 

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I domenica di Avvento – anno A – 2019

Sicilia_Monreale_Arca_Noè.jpg(mosaici sec. XII – Duomo di Monreale)

Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

“Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo… Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà… tenetevi pronti”.

Il tempo dell’avvento è orientato a volgere lo sguardo verso la venuta definitiva del Risorto che visita la nostra vita e tornerà. Anche nel vangelo di Matteo che sarà letto in questo nuovo anno liturgico, è riportato un discorso di Gesù sulla venuta del Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo, titolo per indicare Gesù risorto, ritornerà e non si potrà rimanere indifferenti: nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura che viene dall’alto in rapporto con ultimi tempi, in cui si attuerà un ‘giudizio’.

Matteo richiama la sua comunità a scorgere che questa ‘ora’ non è qualcosa di lontano e futuro, ma è già in atto nel presente ed esige un modo diverso di intendere la vita. Il ricordo dei tempi di Noè è significativo perché mentre tutto mangiavano e bevevano non accorgendosi di nulla, Noè si mise a preparare l’arca per salvare persone e animali dalle acque simbolo del male. Ci può essere un modo di vivere il presente nella spensieratezza, nella distrazione che rende insensibili, indifferenti. Noè fece attenzione ai ‘segni’ e si preparò cercando di raccogliere, di custodire, operando per la vita degli altri e prendendosi cura di tutta la creazione.

Gesù invita ad essere vigilanti, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, capacità di leggere dentro. Vegliare è termine della cura, che indica l’attenzione al presente. Chi veglia è teso al futuro ma impegnato nel qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del momento che sta vivendo. Il ‘giudizio’ consiste nelle scelte che compiamo noi nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, uno stare orientati verso l’incontro con Cristo che viene e che verrà nelle scelte di liberazione e di lotta per la giustizia e la pace. L’attenzione è elemento fondamentale del credere: porre attenzione e cura indica il superamento di una logica di egoismo e ripiegamento su di sé, una cura oggi da pensare in relazione a tutto il creato, come Noè. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo e la storia. E’ essere pronti di fronte alle responsabilità di ogni giorno.

Vegliare è modo per vincere il sonno che appesantisce e impedisce l’azione. E’ una fatica da riprendere ogni giorno nuovamente: questo sonno è il grande pericolo della vita del credente. ‘Ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ è esortazione di Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’.

Si tratta di non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso. E’ impegno ad inseguire la promessa di Isaia: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. A fronte di un mondo che vede la guerra come necessaria la Parola di Dio invita a denunciare la produzione, il commercio e l‘uso delle armi come contrari al disegno di Dio, fonti solo di disastri e sofferenze. Un’altra lotta è invece da condurre, quella contro l’indifferenza e la sonnolenza che impedisce di essere responsabili degli altri, di assumersi la cura per promuovere tutto ciò che umanizza e apre la vita all’incontro e alla liberazione.

Alessandro Cortesi op

mappa commercio armi mondoIl sentiero di Isaia

Nel 1963 Giorgio La Pira scriveva alle monache di clausura condividendo la sua lettura sulla storia del mondo sul crinale apocalittico delle armi nucleari. Il crinale che vedeva la possibilità concreta di una distruzione totale della vita sulla terra o, per contro, la scelta di una via diversa, l’opzione decisa senza tentennamenti per ricercare le vie della pace possibile. La visione di La Pira era uno sguardo profetico che non solo indicava una direzione ma era guida di un impegno storico concreto per il dialogo dei popoli. Espressione di un uomo preso dall’utopia del sogno di Isaia che accolse nella sua vita non come orizzonte irraggiungibile ma come fine verso cui tendere preparando il terreno, spendendosi nell’impegno e attuando cammini storici.

“Madre Reverenda, bisogna puntare con estrema decisione, con totale impegno sopra questa domanda: questa grazia della pace alla intiera famiglia umana deve essere concessa dal Padre celeste; il fiume di pace -di cui parla Isaia- deve irrigare con abbondanza la città degli uomini, come irriga la città di Dio (Apoc. 22): il Signore non può negare questa grazia così fondamentale dalla quale dipende l’esistenza della civiltà umana, del genere umano e, forse, dello stesso pianeta! Perché, Madre Reverenda, al punto in cui si trovano le cose, non c’è alternativa per i popoli: o la pace millenaria o la distruzione apocalittica della famiglia umana e della terra medesima provocata, (Dio non voglia!) dalla potenza sconvolgitrice – apocalittica davvero! – delle armi nucleari!
Queste affermazioni, Madre Reverenda, non sono mie: sono degli scienziati nucleari; sono delle massime guide politiche del mondo (si ricordi Kennedy); sono di Giovanni XXIII che con la Pacem in Terris consegnò ai popoli di tutta la terra il suo messaggio di salvezza e di speranza!

Questo, Madre Reverenda, è, perciò, il problema fondamentale del mondo, oggi: fare la scelta finale, apocalittica: scegliere, cioè, o la pace millenaria (che richiede un profondo mutamento in tutti i rapporti -e nel modo stesso di pensare!- degli uomini) o la distruzione davvero senza misura, che può condurre sino alla rottura degli stessi equilibri fisici sui quali si regge l’esistenza fisica del nostro pianeta (e non solo di esso).
Ed allora? Allora la risposta è evidente: – bisogna avere il coraggio (perché di questo si tratta!) di scegliere la pace e di agire a tutti i livelli (internazionali ed interni: militari, scientifici, tecnici, economici, sociali, culturali, politici e religiosi) in conformità a questa scelta. Ma per fare questa scelta ci vuole davvero un atto smisurato di fede: la fede di Abramo: spes contra spem! (…)

La «visione» di Isaia (2,1 ss.) e dei Profeti non appare più un’utopia: la pace universale, l’unità del mondo, la fraternità, la civiltà e l’ illuminazione biblica del mondo, non appaiono più «sogni» di poeti e «fantasie» di profeti: appaiono realtà storiche che cominciano a profilarsi, a «sagomarsi», nell’orizzonte storico della Chiesa e dei popoli! Basta guardare con amore, con preghiera, con attenzione, lo svolgersi irresistibile del piano di Dio nel mondo. Perché di questo, Madre Reverenda, dobbiamo essere persuasi: il Signore vuole che il Suo regno venga, come in cielo, anche in terra; che sulla terra – abitata dal Suo Unigenito e dalla Sua Chiesa! – si faccia la pace, splenda la luce, trionfi la grazia; che le «visioni» felici dei Profeti e le «visioni» felici dell’Apocalisse diventino – nel corso futuro dei millenni – la realtà benedetta nella quale si svolge la vita degli uomini, delle città, delle nazioni, dei popoli!”

In questi giorni papa Francesco presso il Memoriale della pace a Hiroshima ha lanciato un appello in un contesto internazionale in cui la produzione e il commercio di armi stanno per crescere. Armi devastanti sono usate nelle guerre diffuse e regionali e si prevedono conflitti maggiori ad esempio per l’acqua e per i beni naturali.

“Mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza!”. Queste le parole di Francesco dal Parco del Memoriale della Pace di Hiroshima, dove il 6 agosto 1945 fu sganciata la bomba atomica che generò morti innumerevoli – ottantamila nello scoppio e moltissimi altri poi – e scene infernali. “Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia  le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo”

Nelle sue parole la considerazione che non solo l’uso delle armi, ma anche il solo loro possesso è minaccia alla pace e la denuncia del crimine dell’uso di tali armi.

“Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova”.

“desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune.”

Citando Pacem in terris di Giovanni XXIII ha affermato che la pace se non è costruita sulla verità e sulla giustizia rimane un suono di parole. E riprendendo il discorso di Paolo VI all’ONU il 4 ottobre 1965 ha detto: “Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, “esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli”

La pace è un edificio che va sempre costruito di nuovo e continuamente.

“Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”

Due anni fa in un incontro con i giornalisti mentre si rincorrevano minacce di attacchi nucleari tra Usa e Corea del Nord offrì come regalo una foto scattata nel 1945 da Joseph Roger O’Donnell: ritraeva un ragazzo con in spalla il fratellino morto mentre attendeva di far cremare quel piccolo corpo senza vita. La foto era accompagnata da una breve didascalia: “il frutto della guerra”. “Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio”.

“Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto…”.

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’ è rimane promessa e progetto incompiuto a cui cercare di dare risposta con lucidità e concretezza oggi.

Alessandro Cortesi op

Cristo re – anno C – 2019

IMG_6115.JPG2Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele”

Il 2 libro di Samuele, uno tra i libri storici del Primo testamento narra un passaggio critico nella storia di Israele. Si fa strada poco alla volta, tra le tribù stabilizzate nel sud della Palestina l’esigenza di avere un re, capace di comandare come negli altri popoli. Israele è popolo che ha le sue radici nella fede di Abramo chiamato a partire e ad andare seguendola chiamata di Dio; nell’esodo poi trova l’evento fondante della sua vita nel cammino di liberazione dall’Egitto. Ora in Canaan sorge un nuovo desiderio di avere un re. E’ un passaggio compiuto non senza polemiche e dibattiti. I popoli vicini conoscevano questa forma di governo: gli egiziani, gli hittiti, gli assiri, gli aramei, avevano occupato la scena del mondo medio orientale. Attorno al 1000 a.C. prima Saul poi Davide, in seguito alla sua opera di unificazione delle varie tribù e di organizzazione politica, furono scelti per essere re in Israele dando così inizio al periodo della monarchia.

Ma in Israele il re ha un profilo che lo distanzia dai modelli di capo politici e religiosi di altri popoli. L’unico re di Israele rimane Jahwè: il re non è perciò un capo che possa dominare e tanto meno una presenza divina da adorare e a cui rendere il culto come ad una divinità (si pensi alla figura dei faraoni nel mondo egiziano). Il re è pastore chiamato a guidare il popolo, in rapporto alla voce dell’unico Dio. Per questo il re è unto, investito di un mandato a procurare per tutti la pace e il benessere: in quanto portavoce di Dio dovrà porre innanzitutto attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi.

Alla figura del re si collega il movimento della speranza che il messia, l’unto che porterà liberazione e pace, sarà proprio un re. I profeti richiameranno contro i re infedeli a questo orizzonte denunciando tutte le situazioni in cui il regno viene inteso come dominio e allontanamento dalla fede in Jahwe.

Quando Gesù viene crocifisso l’accusa politica è quella di essersi fatto re: “i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.” Al contrario dello scherno dei soldati il malfattore sulla croce accanto a Gesù gli presenta una preghiera: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Al termine della vita di Gesù, nell’ora della croce, Gesù stesso manifesta come compie in modo paradossale la attesa del regnare di Dio. Gesù sta vicino a persone che sono gli ultimi, due malfattori: tutta la sua vita è stata un andare incontro ad esclusi e marginali. Mentre viene sfidato a porre gesti di potenza spettacolare, Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’. L’ultimo gesto della sua vita è accoglienza e liberazione. Luca fa scorgere come Gesù sia un re diverso: non spadroneggia, non manifesta onnipotenza e forza, ma è inerme. Regna dalla croce. Il suo trono regale è il luogo dell’umiliazione dove vivere la dedizione e il servizio fino alla fine. La sua parola di perdono è parola creatrice: ibera dalla morte e fa entrare nel paradiso, il giardino (termine di origine persiana) dell’incontro con Dio. Il suo regno è dono e va accolto nella responsabilità a scorgere nella storia i segni della sua presenza e del suo crescere.

Alessandro Cortesi op

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Un regno diverso e alternativo

“La storia è, per definizione, tanto complessa, così ampiamente strutturata, così terrena da sembrare che possa fare poco rispetto ad essa la fede cristiana, la continuità della vita di un uomo come il Gesù storico. Se Egli finì nel fallimento della croce, per quanto attiene alla sua vita storica, la cosa migliore da fare sembra quella di rinunciare alla salvezza storica per rifugiarsi nella fede della risurrezione, nella salvezza spirituale ed individuale mediante la grazia e il sacramento che assicura una risurrezione, che solo alla fine rappresenterà una salvezza o una condanna della storia. Siffatta attitudine ignora il senso reale della risurrezione e fraintende la missione della Chiesa nei confronti della storia. La risurrezione, infatti, non è il trapianto del Gesù storico in un mondo posto al di là della storia. Non a caso, la risurrezione è espressa nel Nuovo Testamento come la riassunzione da parte di Gesù non tanto del suo corpo mortale quanto della sua vita trasformata; Gesù risorto prolunga la sua vita trasformata oltre la morte e le cose di questo mondo per convertirsi in Signore della storia, precisamente grazie all’incarnazione ed alla morte nella storia. Non abbandonerà mai più la sua carne e, con essa, il suo corpo storico, continuando ad essere vivo in esso affinché, una volta compiuto ciò che ancora manca alla propria passione, si compia anche ciò che manca alla sua risurrezione. Morte e risurrezione storica continuamente ripetendosi finché tornerà il Signore. Lo Spirito di Cristo continua ad essere vivo e ad animare il suo corpo storico come animò il suo corpo mortale e risorto”. (Ignacio Ellacuría, Conversione della Chiesa al Regno di Dio) 

Queste parole di Ignacio Ellacuria, uno dei martiri della UCA in Salvador, richiamano al senso profondo del regno di Dio nella predicazione e nella prassi di Gesù: il regno non è promessa di un aldilà che costituirebbe un altro mondo, da attendere dopo le pene di questa storia, con atteggiamento disilluso e passivo di fronte all’ingiustizia e al male presente. Il regno di Dio che Gesù ha annunciato inizia nei suoi gesti di liberazione e guarigione, si rende visibile nella condivisione di mensa con chi è escluso e tenuto lontano dai centri di potere, cresce nella scoperta del sogno di Dio di rapporti nuovi presentato nelle parabole, inizia nella fraternità e sororità di uguali che è la comunità che Gesù ha raccolto attorno a sè. E’ una comunità in cui non c’è dominio e superiorità, ma al centro sono posti i piccoli e la regola è il servizio.

E’ un mondo alternativo a quello pensato per i privilegiati e che esclude i poveri, al mondo in cui si fa la guerra per mantenere il dominio della ricchezza, è il sogno e la reale possibilità di una condivisione di tutti alla medesima tavola della vita per poter ricevere vita gli uni dagli altri, quella vita che proviene dal Dio che vuole la vita delle sue figlie e figli.

Un regno di giustizia e di pace che inizia laddove i rapporti ingiusti sono trasformati in rapporti nuovi, dove il pane distribuito si moltiplica, dove gesti di cura e di accoglienza divengono segni che quel seme sta crescendo ed è nascosto nel terreno quotidiano e ordinario della vita. Come il lievito nella pasta, come un seme nella, terra.

L’annuncio del regno di Dio rinvia quindi ad un aldiqua a cui essere fedeli cercando di lasciare spazio alla forza della risurrezione di colui che ha preso su di sé questa storia e la porta nelle sue ferite. Gesù s’identifica con i crocifissi di questa storia in cui continua la sua passione, presenza che provoca a conversione tutti. Accogliere il suo regno implica accogliere la propria chiamata e responsabilità per trasformare questo mondo scorgendo il volto del crocifisso negli oppressi che chiedono liberazione. Cieli nuovi e terre nuove iniziano ora e quello che sarà, il mondo della risurrezione, non sarà un altro mondo ma questo mondo trasformato nella pienezza di giustizia e di pace, di comunione con il Dio della vita. Orientarsi a questo esige la conversione della chiesa al regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_6005.JPGMal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

Il nome ‘Malachia’ significa ‘mio messaggero’, com’è indicato nel libro profetico: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1). Il libro è composto di sei annunci che richiamano l’esigenza di Dio: è presentata innanzitutto una polemica contro il culto praticato dai sacerdoti in Israele (1,6-2,9) mentre si offre una lettura positiva dell’atteggiamento dei pagani che riconoscono il nome del Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Forse Malachia rappresenta una tradizione aperta ad accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele, in polemica con una spiritualità di esclusione degli stranieri – come ad esempio Esdra (Esd 7). Malachia faceva proprio l’attitudine del terzo Isaia: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, … li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, non è interpretato come segno di esclusione ma di riconciliazione e accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia annuncia l’attesa di un ‘giorno del Signore’. Verrà insieme ad un messaggero che prepara la via, identificato con la figura di Elia. Nella tradizione ebraica infatti il profeta Elia non era morto ma era stato trasferito in cielo (2Re 2,11) e sarebbe un giorno ritornato per accompagnare il popolo a prepararsi alla venuta di Dio: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23).

Malachia descrive il ‘giorno del Signore’ come momento di giudizio e di condanna del male con le immagini del fuoco ardente e della paglia consumata. Dio stesso sarà ‘testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adulteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero” (Mal 3,5). Per contro la gioia pervade coloro che sono i ‘cultori del nome di Dio’: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Questi riferimenti al giorno del Signore sono lo sfondo in cui comprendere i discorsi di Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio: ‘Verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Queste parole suscitano una domanda: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7).

Di fronte alla distruzione del tempio per opera dell’esercito di Roma nell’anno 70 la comunità di Luca ricordava l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Rispondendo alla ricerca di segni e rassicurazioni Gesù presenta l’esigenza di superare una curiosità tesa ad un dominio magico del futuro.

Invita per contro a vivere la vigilanza, ad assumere responsabilità nel tempo per attuare un impegno concreto nel presente. Suggerisce di operare scelte in una prassi che segua il suo cammino e il suo stile. Prove e persecuzioni non devono immobilizzare e rendere soggiogati alla paura, ma sono occasioni per la testimonianza. Gesù indica di vivere sin dal presente l’affidamento allo Spirito e la testimonianza di lui. Fondandosi sulla sua promessa: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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Paure populismi: ‘non siamo d’accordo’

Anche le ultime elezioni in Spagna hanno indicato una rilevante affermazione di un partito di estrema destra, con orientamenti xenofobi e anti immigrazione, di opposizione al femminismo, di stampo populista di destra con riferimenti al franchismo.

E’ un fenomeno diffuso in vari paesi d’Europa l’ascesa di partiti populisti, di diversa matrice, in particolare di destra, che stanno promuovendo il loro successo con un’opera capillare di promozione della paura condotta con mezzi ambigui e seducenti, con  campagne di fake news nei social media e distribuendo promesse irrealizzabili fomentando il razzismo e la lotta tra i poveri. In un tempo di incertezze diffuse, di complessità e di crisi economica tale propaganda trova terreno fertile per affermare le sue forme di strumentalizzazione e dominio.

L’ascesa del populismo si manifesta in particolare nell’attitudine di esclusione di chi non appartiene ad una tradizione culturale, religiosa, etnica o di genere. Riassumibile nel grido ‘Prima di tutto i nostri’, è un messaggio rivolto a far sentire ‘popolo’ coloro che appartengono ad un ambito sociale determinato, ad una parte solamente che viene ad essere presentata come voce del tutto, ad una identità spesso mitica e costruita in modo semplicistico. Questi, i ‘nostri’, sono ritenuti detentori di un privilegio di proprietà sulla terra, sulla cultura, alimentandosi del mito di una identità fissa e senza l’altro e dell’autoctonia, dell’essere ‘padroni a casa nostra’.

Sono molte le paure diffuse in un’epoca in cui il mondo è divenuto più piccolo, ed ha interrelato i popoli in forme nuove, trasformando il mondo del lavoro, generando nuove povertà e ponendo in crisi i meccanismi della democrazia.

I vescovi cattolici tedeschi si sono interrogati recentemente sulla sfida del populismo oggi presente a livello non solo della società  ma anche nelle comunità ecclesiali in cui tante persone in nome della difesa della tradizione assumono atteggiamenti che sono pienamente contro il vangelo. E’ una presa di posizione autorevole di un episcopato, su questioni in cui spesso le gerarchie preferiscono un silenzio imbarazzato, o, come nel caso italiano, vedono voci autorevoli assecondare e difendere le forme del populismo nostrano.  Come ha osservato Sergio Tanzarella (in “Adista” 16.11.2019) rispondendo all’intervista al card. Ruini: “Lei non può ignorare che per un cristiano impegnato in politica lo spazio pubblico si occupa non con il crocifisso di legno o con i rosari ma con politiche che si fanno carico dei crocifissi di carne, quegli stessi che Salvini e i suoi seguaci, e purtroppo non solo loro (veda Minniti), hanno fatto annegare nel Mediterraneo o permettono che vengano reclusi nei lager libici”. Per questo può essere importante  dare ascolto al documento tedesco del 25 giugno 2019 intitolato Resistere al populismo. Esso inizia con una serie di domande:

“Ci sentiamo sfidati dall’ascesa del populismo nella nostra società. Per alcuni è un termine troppo diffuso  per descrivere un fenomeno molto confuso. Gli uni vedono un populismo di sinistra, altri un populismo di destra; altri ancora deplorano un populismo di centro che si sta diffondendo perfino nei grandi partiti tradizionali del nostro paese. E altri si chiedono: che cosa c’è nel populismo di sconveniente e criticabile? Populismo non vuol dire forse una particolare vicinanza al popolo? E cosa ci sarebbe da dire in contrario se i populisti fanno molta attenzione alle persone, colgono le loro preoccupazioni e i bisogni perché trovino ascolto nella politica e nella società?”

I vescovi tedeschi delineano poi chiaramente il profilo di un populismo minaccioso che esclude e diviene una minaccia concreta soprattutto contro coloro che in qualche modo sono ‘altri’, in particolare contro i migranti e contro chi attua nei loro confronti atteggiamenti di accoglienza e cura.

“Il populismo che ci sfida manifesta quotidianamente il suo volto minaccioso quando, in nome di una «tradizione della cultura tedesca» o di una «difesa delle tradizioni regionali», mette l’accento sull’esclusività e perciò sull’esclusione di tutti coloro che non appartengono a noi da sempre. In questo modo finiscono con l’essere conculcati i diritti di tutti agli altri. L’egoismo nazionale si espande. Gli stati e le regioni del mondo si allontanano tra di loro. «Prima di tutto il proprio Paese!» – questo slogan impedisce la disponibilità a impegnarsi per il giusto sviluppo di tutte le società e di armonizzare i propri interessi con l’imperativo globale della giustizia e della solidarietà. Il populismo colorato di nazionalismo mette in pericolo la coesistenza giusta e pacifica nella propria società come anche nel mondo intero (…) Per i cristiani la difesa della dignità di ogni uomo costituisce una linea-guida ineluttabile”.

“Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso quando semina diffidenze e discordia: tra coloro che, nella nostra società, godono di libertà e sicurezza e coloro che fuggono dalla guerra, dalla persecuzione o dalla miseria, o anche tra coloro che, nella Chiesa e nella società, si impegnano per quanti cercano protezione, e coloro che li guardano con diffidenza e, a volte, persino con aperta ostilità. Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso, perché fa vedere tutto in bianco e nero e con grettezza, nella società e nella Chiesa. (…)

La preoccupazione comprende diversi livelli:

“Ci preoccupa, tuttavia, ancora di più costatare che le vedute e gli atteggiamenti populisti sono presenti nella nostra Chiesa: nelle comunità parrocchiali, nei gruppi e nelle associazioni ecclesiali. Siamo convinti che la nostra fede e la nostra tradizione cattolica in quanto Chiesa universale sono in contraddizione con le caratteristiche basilari del populismo. Pensiamo alla già ricordata assoluta uguaglianza di tutti gli uomini in quanto creature di Dio. Pensiamo al comandamento fondamentale dell’amore al prossimo che si estende anche a coloro che sono forse i più lontani e che, tuttavia, nel loro bisogno di aiuto, diventano nostri prossimi. In quale altro modo, del resto, dovremmo interpretare la parabola di Gesù del buon samaritano? E pensiamo, non da ultimo, all’aiuto indefettibile del nostro buon Dio”.

La presa di posizione è chiara in contrasto con le affermazioni dei populisti di appoggio ad aspetti dell‘insegnamento della chiesa, al fine di presentarsi come difensori della tradizione, paladini della fede, devoti alla religione in una società minacciata:

“A volte i populisti affermano che le loro posizioni concordano con quelle della Chiesa – per esempio per quanto riguarda la protezione della vita, l’attenzione alla famiglia, il significato del cristianesimo nella nostra società o l’apprezzamento della patria. Ma l’apparenza inganna: noi non siamo d’accordo”.

Nel testo vi è una netta indicazione di distanza riguardo a diversi temi. Accanto ad un richiamo preoccupato a fronte di tali movimenti viene indicata un via di reazione non nei termini della paura e del terrore, ma con la fiducia e la serenità di chi confida nel Signore:

“Non di rado i populisti manifestano un indurimento interiore, un autoriferimento ansioso e fantasie deleterie. La speranza dei cristiani ha un’altra direzione. La nostra fede riguarda la fiducia in un Dio che non diffonde paura e terrore, ma la certezza che, nel risolvere i problemi del nostro tempo, non bisogna lasciarsi prendere da un’ansiosa tensione. «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Chi sa di essere sostenuto da Dio, può applicarsi con serenità al mondo e alle sue sfide. È serio, perché è sensibile ai bisogni e alle preoccupazioni della gente. Sereno, perché sa che il Signore lo accompagna”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_60612Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

Nel Primo Testamento si può rintracciare un tortuoso percorso sulla domanda di ciò che attende l’uomo dopo la morte. In una fase più antica il senso profondo della vita è concepito come realizzazione di vita riuscita nel quaggiù: la serenità familiare, il benessere, la pace come pienezza di un vivere godendo appieno dei doni di Dio.

La ricompensa di una vita condotta nella giustizia è vista nel numero degli anni, nella serenità dei rapporti, nel poter apprezzare le cose provenienti dalla provvidenza di Dio. In primo piano sta l’attitudine dell’uomo come desiderio di vivere. Anche la morte è vista come completamento di un percorso in cui il desiderio di vivere ha ricevuto appagamento. Di Abramo si dice: ‘morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni, e fu riunito ai suoi antenati’ (Gen 25,8). Il pensiero alla morte è qui strettamente unito al legame con coloro che appartengono alla medesima famiglia, legame che segna la vita e oltre. La morte appare come inserita nel ritmo della vita e viene presentata come un ritorno alla terra da cui l’uomo è venuto: “Il Signore ha creato l’uomo dalla terra e ad essa lo fa ritornare. Gli ha concesso giorni contati e tempo definito” (Sir 17,1-2). E’ segno che l’uomo è essere povero, di creta (Ger 18,1-6), di polvere (Gb 10,9), come una veste che si logora (Is 50,9): è manifestazione della sua caducità. La morte ha i contorni di destino comune di tutti gli uomini.

Tuttavia la morte è anche frutto di una rottura, è venir meno e spegnimento del desiderio di vivere e l’uomo vive il dramma del peccato e la morte stessa come dramma (cfr. Gen 3,19). La morte in alcuni testi è percepita come fonte di angoscia e di smarrimento luogo in cui si sperimenta impotenza e amarezza (1Sam 15,32). Accanto a questa linea si può ritrovare anche la provocazione di Qohelet che s’interroga sulla questione del senso dell’esistenza: “La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste, muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. (…) Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.” (Qo 3,19-21).

Nella Bibbia si ritrovano anche testi in cui la morte è presentata come un passaggio e ‘ciò che viene dopo’ rimane racchiuso nel mistero di Dio. Ma il giusto non deve temere perché il rapporto con Dio vissuto nel corso della sua esistenza si aprirà ad una comunione più profonda: alcuni salmi esprimono una prospettiva nuova, pur se non meglio specificata, di speranza: il salmo 73 indica l’azione di Dio che ‘prende’ il suo fedele, ed è richiamo al rapimento di Enoc (Gen 5,24 e all’assunzione di Elia (2Re 2,11): “Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria” (Sal 73,23-24). Così nel salmo 49,16: “Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalle mani della morte”. La morte rappresentata nell’immagine di un regno delle ombre (lo sheol) non ha l’ultima parola, Dio è più forte. Nel salmo 16,10-11: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”. L’accento sta tutto nella fiducia in Dio che non può venir meno al suo amore, alla sua cura, anche se nulla viene detto su ciò che sta oltre la morte.

Così nel libro della Sapienza il giusto è presentato come colui che sta nelle mani di Dio e si evita di parlare della sua morte: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma a differenza degli empi, vivono l’esperienza dell’esistenza nell’amore di Dio: il dono della sapienza che proviene dal cuore di Dio è capacità di realizzare una vita giusta. “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità” (Sap 2,23). Il libro della Sapienza è proposta di speranza per il giusto che si aggrappa a Dio: lì confluisce un percorso di speranza nella vittoria sulla morte già annunciato in Isaia: “Dio distruggerà per sempre la morte” (Is 25,8; cfr. Is 26,19: “i morti rivivranno e i loro cadaveri risorgeranno”). La speranza in una vita oltre la morte è tratto proprio della fede ebraica che giunge a maturazione nella dolorosa vicenda storica in cui si colloca la storia dei fratelli Maccabei (2Mac 7; cfr, Dan 12,1-4).

Gesù risponde alla provocazione dei sadducei richiamando alle promesse di Dio, il Dio della vita: è lui che ha donato le sue promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. Il Dio dei viventi è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non deve essere vista come una proiezione della nostra esperienza terrena. Sarà comunione nuova: comunione con Dio per sempre, come futuro in Dio che apre a modalità di relazione nuove e vissute nel suo amore e va al di là di ogni possibilità di descrizione.

L’incontro con Dio inizia nella vita di quaggiù, in questo penultimo e non è senza futuro. Non è questione individuale, ma esperienza di comunione con il Dio di… Abramo e dei viventi e con gli altri in modo nuovo. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio ora, a non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominare anche su Dio e distraggono dal prendersi cura degli altri. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi che vuole una vita buona per tutti i suoi figli, e di questo disegno farsi responsabili sin d’ora.

Alessandro Cortesi op

martiri-el-salvadorok-wpv_1600x_center_centerMartiri

Nella notte del 16 novembre 1989 a San Salvador, in Centroamerica sei gesuiti furono massacrati nella sede della ‘Universidad Centroamericana José Simeón Cañas’. Insieme a loro, tutti docenti della UCA, due donne che lavoravano nell’Università, Elba Julia la cuoca, e sua figlia. I loro nomi: Ignacio Ellacuría, Ignacio Martin Baro, Segundo Montes, Amando Lopez, Juan Ramon Moreno, il salvadoregno Joaquin Lopez, Elba Julia Ramos e Celina Mariceth Ramos, sua figlia quindicenne. Gli esecutori del massacro furono i soldati del battaglione anti-guerriglia Atlacatl, addestrato negli Stati Uniti.

Furono uccisi a causa del loro impegno nella teologia della liberazione: avevano vissuto sulla linea di Medellin e Puebla l’opzione preferenziale per i poveri e nel loro insegnamento e nella ricerca denunciavano l’ingiustizia sociale individuando in essa una violenza sistematica a cui si doveva opporre un rigoroso lavoro di coscientizzazione per la liberazione delle maggioranze oppresse e di attuazione di un nuovo modo di fare teologia. Prendere le difese dei poveri per loro significava un ritorno al Vangelo. Sostenevano che l’Università “deve incarnarsi tra i poveri per essere la scienza di coloro che non hanno scienza, la voce di coloro che non hanno voce, il supporto intellettuale di coloro che nella loro stessa realtà possiedono la verità e la ragione ma non hanno le ragioni accademiche per giustificarle e legittimarle”. (El Salvador, quei martiti dell’università Uca, VaticanInsider 16.09.2012)

Gli esecutori della strage finirono assolti e due di essi poterono godere di un’amnistia poco dopo che la pubblicazione di un rapporto della Commissione della Verità dell’Onu attribuì agli alti vertici militari la responsabilità della strage. Ad oggi non è stata fatta ancora chiarezza in sede di giudizio pubblico sulle modalità dell’eccidio, su responsabili, sulle coperture. Circa un anno fa vi è stata la riapertura del caso, per decisione del Tribunale di pace, che ha potere sulla Procura della Repubblica, a riguardo dei presunti mandanti (cfr. A.Metalli, Massacro dei gesuiti di El Salvador, il tribunale: “Si riapra il processo” VaticanInsider 20.04.2018).

Ignacio Ellacuría definiva la teologia della liberazione una ricerca sulla realtà di Dio nella storia: la realtà storica costituisce il punto di partenza nel suo essere considerata connessa in modo inscindibile dall’azione di Dio. Nella storia è da ricercare l’azione di Dio mantenendo aperta la domanda domandandosi: “Come si realizza la salvezza dell’umanità a partire da Gesù?”. Uno dei suoi libri reca come titolo: Conversione della chiesa al Regno di Dio, per annunciarlo e realizzarlo nella storia (ed. Queriniana 1992) «…È nella storia che ci imbattiamo nel luogo privilegiato della comunicazione divina […] Senza l’irruzione di Dio nella storia, senza la sua manifestazione nello spazio storico, ben poco sapremmo di Lui; ma se la sua manifestazione si verifica nello spazio storico, allora bisogna rimanere aperti a codesta irruzione mutevole che è la storia» (ivi 185)

La sua attenzione era rivolta ad approfondire il concetto di popolo di Dio, che storicamente si configura come popolo crocifisso e servo di Jahvé. «Il popolo crocifisso… è la vittima del peccato del mondo ed è anche colui che apporterà la salvezza al mondo» (ivi 68). In tale linea si situa l’opzione preferenziale per i poveri: i poveri stessi costituiscono coloro che liberano e salvano. «Solo rivolgendosi ai poveri la Chiesa diventerà una forza dinamica capace di produrre storicamente una nuova creazione, un uomo nuovo» (ivi 84) Si tratta di una liberazione dal peccato, innanzitutto materiale: ciò esige una conversione a livello personale e, a livello storico, un processo di trasformazione e di rivoluzione. «Senza conversione ai poveri, come luogo dove Dio si rivela e chiama, è impossibile accostarsi adeguatamente alla realtà viva di Dio ed alla sua luce chiarificatrice, e senza la presenza e la grazia di Dio dataci nei poveri e attraverso di essi, non c’è possibilità di piena conversione» (ivi 143)

I gesuiti dell’Università UCA muoiono così per essersi schierati prendendo le difese del popolo crocifisso, per aver dedicato la loro ricerca e intelligenza a denunciare l’ingiustizia e ascoltare le chiamate di Dio nella, storia, le due donne appartenevano a quel popolo crocifisso. Sono testimoni di una lotta per la giustizia come amore.

Così ricorda il confratello Ellacuria, Jon Sobrino, in una delle sue lettere che continuò ad indirizzare al suo amico ‘Ellacu’ negli anni successivi alla sua morte:

“Voi vi siete impegnati e tu lo hai ben teorizzato. Hai dato valore estremo all’impegno, poiché per essere umani, dicevi, bisogna “farsi carico della realtà” e “assumersene tutto il peso”. E lo hai storicizzato con la massima radicalità: non bisogna impegnarsi per qualunque cosa, ma bisogna “rovesciare la storia”. Molti non vogliono più ricordarti così, e del personaggio Ellacuri­a preferiscono ricordare e persino invocare la sua obiettività  e il suo realismo – che furono ben tue -, ma non la profezia e l’utopia che hanno guidato il tuo impegno radicale con questo popolo. Nell’impegno per “rovesciare la storia” tu hai impegnato la vita e nell’impegno l’hai perduta. (…) All’impegno univi la speranza. “Solo con l’utopia e la speranza si può credere e avere il coraggio di tentare insieme a tutti i poveri e gli oppressi del mondo di rovesciare la storia, sovvertirla e lanciarla in altra direzione”. (…) Ellacu, voi siete stati persone di speranza e avete dato speranza a molta altra gente. Nel tuo ultimo articolo, “Utopia e profetismo”, il tuo testamento teologico, termini citando quegli uomini nuovi che “continuano ad annunciare fermamente, per quanto sempre nell’oscurità, un futuro sempre più grande, perché al di là dei successivi futuri storici si intravede il Dio salvatore, il Dio liberatore” (cfr. J.Sobrino, Scrivo a te fratello martire. Lettere a Ignacio Ellacuria, EMI 2006).

Alessandro Cortesi op

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