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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXII domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_60612Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

Nel Primo Testamento si può rintracciare un tortuoso percorso sulla domanda di ciò che attende l’uomo dopo la morte. In una fase più antica il senso profondo della vita è concepito come realizzazione di vita riuscita nel quaggiù: la serenità familiare, il benessere, la pace come pienezza di un vivere godendo appieno dei doni di Dio.

La ricompensa di una vita condotta nella giustizia è vista nel numero degli anni, nella serenità dei rapporti, nel poter apprezzare le cose provenienti dalla provvidenza di Dio. In primo piano sta l’attitudine dell’uomo come desiderio di vivere. Anche la morte è vista come completamento di un percorso in cui il desiderio di vivere ha ricevuto appagamento. Di Abramo si dice: ‘morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni, e fu riunito ai suoi antenati’ (Gen 25,8). Il pensiero alla morte è qui strettamente unito al legame con coloro che appartengono alla medesima famiglia, legame che segna la vita e oltre. La morte appare come inserita nel ritmo della vita e viene presentata come un ritorno alla terra da cui l’uomo è venuto: “Il Signore ha creato l’uomo dalla terra e ad essa lo fa ritornare. Gli ha concesso giorni contati e tempo definito” (Sir 17,1-2). E’ segno che l’uomo è essere povero, di creta (Ger 18,1-6), di polvere (Gb 10,9), come una veste che si logora (Is 50,9): è manifestazione della sua caducità. La morte ha i contorni di destino comune di tutti gli uomini.

Tuttavia la morte è anche frutto di una rottura, è venir meno e spegnimento del desiderio di vivere e l’uomo vive il dramma del peccato e la morte stessa come dramma (cfr. Gen 3,19). La morte in alcuni testi è percepita come fonte di angoscia e di smarrimento luogo in cui si sperimenta impotenza e amarezza (1Sam 15,32). Accanto a questa linea si può ritrovare anche la provocazione di Qohelet che s’interroga sulla questione del senso dell’esistenza: “La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste, muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. (…) Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.” (Qo 3,19-21).

Nella Bibbia si ritrovano anche testi in cui la morte è presentata come un passaggio e ‘ciò che viene dopo’ rimane racchiuso nel mistero di Dio. Ma il giusto non deve temere perché il rapporto con Dio vissuto nel corso della sua esistenza si aprirà ad una comunione più profonda: alcuni salmi esprimono una prospettiva nuova, pur se non meglio specificata, di speranza: il salmo 73 indica l’azione di Dio che ‘prende’ il suo fedele, ed è richiamo al rapimento di Enoc (Gen 5,24 e all’assunzione di Elia (2Re 2,11): “Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria” (Sal 73,23-24). Così nel salmo 49,16: “Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalle mani della morte”. La morte rappresentata nell’immagine di un regno delle ombre (lo sheol) non ha l’ultima parola, Dio è più forte. Nel salmo 16,10-11: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”. L’accento sta tutto nella fiducia in Dio che non può venir meno al suo amore, alla sua cura, anche se nulla viene detto su ciò che sta oltre la morte.

Così nel libro della Sapienza il giusto è presentato come colui che sta nelle mani di Dio e si evita di parlare della sua morte: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma a differenza degli empi, vivono l’esperienza dell’esistenza nell’amore di Dio: il dono della sapienza che proviene dal cuore di Dio è capacità di realizzare una vita giusta. “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità” (Sap 2,23). Il libro della Sapienza è proposta di speranza per il giusto che si aggrappa a Dio: lì confluisce un percorso di speranza nella vittoria sulla morte già annunciato in Isaia: “Dio distruggerà per sempre la morte” (Is 25,8; cfr. Is 26,19: “i morti rivivranno e i loro cadaveri risorgeranno”). La speranza in una vita oltre la morte è tratto proprio della fede ebraica che giunge a maturazione nella dolorosa vicenda storica in cui si colloca la storia dei fratelli Maccabei (2Mac 7; cfr, Dan 12,1-4).

Gesù risponde alla provocazione dei sadducei richiamando alle promesse di Dio, il Dio della vita: è lui che ha donato le sue promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. Il Dio dei viventi è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non deve essere vista come una proiezione della nostra esperienza terrena. Sarà comunione nuova: comunione con Dio per sempre, come futuro in Dio che apre a modalità di relazione nuove e vissute nel suo amore e va al di là di ogni possibilità di descrizione.

L’incontro con Dio inizia nella vita di quaggiù, in questo penultimo e non è senza futuro. Non è questione individuale, ma esperienza di comunione con il Dio di… Abramo e dei viventi e con gli altri in modo nuovo. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio ora, a non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominare anche su Dio e distraggono dal prendersi cura degli altri. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi che vuole una vita buona per tutti i suoi figli, e di questo disegno farsi responsabili sin d’ora.

Alessandro Cortesi op

martiri-el-salvadorok-wpv_1600x_center_centerMartiri

Nella notte del 16 novembre 1989 a San Salvador, in Centroamerica sei gesuiti furono massacrati nella sede della ‘Universidad Centroamericana José Simeón Cañas’. Insieme a loro, tutti docenti della UCA, due donne che lavoravano nell’Università, Elba Julia la cuoca, e sua figlia. I loro nomi: Ignacio Ellacuría, Ignacio Martin Baro, Segundo Montes, Amando Lopez, Juan Ramon Moreno, il salvadoregno Joaquin Lopez, Elba Julia Ramos e Celina Mariceth Ramos, sua figlia quindicenne. Gli esecutori del massacro furono i soldati del battaglione anti-guerriglia Atlacatl, addestrato negli Stati Uniti.

Furono uccisi a causa del loro impegno nella teologia della liberazione: avevano vissuto sulla linea di Medellin e Puebla l’opzione preferenziale per i poveri e nel loro insegnamento e nella ricerca denunciavano l’ingiustizia sociale individuando in essa una violenza sistematica a cui si doveva opporre un rigoroso lavoro di coscientizzazione per la liberazione delle maggioranze oppresse e di attuazione di un nuovo modo di fare teologia. Prendere le difese dei poveri per loro significava un ritorno al Vangelo. Sostenevano che l’Università “deve incarnarsi tra i poveri per essere la scienza di coloro che non hanno scienza, la voce di coloro che non hanno voce, il supporto intellettuale di coloro che nella loro stessa realtà possiedono la verità e la ragione ma non hanno le ragioni accademiche per giustificarle e legittimarle”. (El Salvador, quei martiti dell’università Uca, VaticanInsider 16.09.2012)

Gli esecutori della strage finirono assolti e due di essi poterono godere di un’amnistia poco dopo che la pubblicazione di un rapporto della Commissione della Verità dell’Onu attribuì agli alti vertici militari la responsabilità della strage. Ad oggi non è stata fatta ancora chiarezza in sede di giudizio pubblico sulle modalità dell’eccidio, su responsabili, sulle coperture. Circa un anno fa vi è stata la riapertura del caso, per decisione del Tribunale di pace, che ha potere sulla Procura della Repubblica, a riguardo dei presunti mandanti (cfr. A.Metalli, Massacro dei gesuiti di El Salvador, il tribunale: “Si riapra il processo” VaticanInsider 20.04.2018).

Ignacio Ellacuría definiva la teologia della liberazione una ricerca sulla realtà di Dio nella storia: la realtà storica costituisce il punto di partenza nel suo essere considerata connessa in modo inscindibile dall’azione di Dio. Nella storia è da ricercare l’azione di Dio mantenendo aperta la domanda domandandosi: “Come si realizza la salvezza dell’umanità a partire da Gesù?”. Uno dei suoi libri reca come titolo: Conversione della chiesa al Regno di Dio, per annunciarlo e realizzarlo nella storia (ed. Queriniana 1992) «…È nella storia che ci imbattiamo nel luogo privilegiato della comunicazione divina […] Senza l’irruzione di Dio nella storia, senza la sua manifestazione nello spazio storico, ben poco sapremmo di Lui; ma se la sua manifestazione si verifica nello spazio storico, allora bisogna rimanere aperti a codesta irruzione mutevole che è la storia» (ivi 185)

La sua attenzione era rivolta ad approfondire il concetto di popolo di Dio, che storicamente si configura come popolo crocifisso e servo di Jahvé. «Il popolo crocifisso… è la vittima del peccato del mondo ed è anche colui che apporterà la salvezza al mondo» (ivi 68). In tale linea si situa l’opzione preferenziale per i poveri: i poveri stessi costituiscono coloro che liberano e salvano. «Solo rivolgendosi ai poveri la Chiesa diventerà una forza dinamica capace di produrre storicamente una nuova creazione, un uomo nuovo» (ivi 84) Si tratta di una liberazione dal peccato, innanzitutto materiale: ciò esige una conversione a livello personale e, a livello storico, un processo di trasformazione e di rivoluzione. «Senza conversione ai poveri, come luogo dove Dio si rivela e chiama, è impossibile accostarsi adeguatamente alla realtà viva di Dio ed alla sua luce chiarificatrice, e senza la presenza e la grazia di Dio dataci nei poveri e attraverso di essi, non c’è possibilità di piena conversione» (ivi 143)

I gesuiti dell’Università UCA muoiono così per essersi schierati prendendo le difese del popolo crocifisso, per aver dedicato la loro ricerca e intelligenza a denunciare l’ingiustizia e ascoltare le chiamate di Dio nella, storia, le due donne appartenevano a quel popolo crocifisso. Sono testimoni di una lotta per la giustizia come amore.

Così ricorda il confratello Ellacuria, Jon Sobrino, in una delle sue lettere che continuò ad indirizzare al suo amico ‘Ellacu’ negli anni successivi alla sua morte:

“Voi vi siete impegnati e tu lo hai ben teorizzato. Hai dato valore estremo all’impegno, poiché per essere umani, dicevi, bisogna “farsi carico della realtà” e “assumersene tutto il peso”. E lo hai storicizzato con la massima radicalità: non bisogna impegnarsi per qualunque cosa, ma bisogna “rovesciare la storia”. Molti non vogliono più ricordarti così, e del personaggio Ellacuri­a preferiscono ricordare e persino invocare la sua obiettività  e il suo realismo – che furono ben tue -, ma non la profezia e l’utopia che hanno guidato il tuo impegno radicale con questo popolo. Nell’impegno per “rovesciare la storia” tu hai impegnato la vita e nell’impegno l’hai perduta. (…) All’impegno univi la speranza. “Solo con l’utopia e la speranza si può credere e avere il coraggio di tentare insieme a tutti i poveri e gli oppressi del mondo di rovesciare la storia, sovvertirla e lanciarla in altra direzione”. (…) Ellacu, voi siete stati persone di speranza e avete dato speranza a molta altra gente. Nel tuo ultimo articolo, “Utopia e profetismo”, il tuo testamento teologico, termini citando quegli uomini nuovi che “continuano ad annunciare fermamente, per quanto sempre nell’oscurità, un futuro sempre più grande, perché al di là dei successivi futuri storici si intravede il Dio salvatore, il Dio liberatore” (cfr. J.Sobrino, Scrivo a te fratello martire. Lettere a Ignacio Ellacuria, EMI 2006).

Alessandro Cortesi op

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