la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “dicembre, 2019”

S.Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A

Gesù altalenaSir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Il capitolo 2 di Matteo presenta in contrapposizione la ricerca dei Magi nell’andare incontro al Messia, e l’ostilità di Erode che uccide i bambini di Betlemme. Al centro vi sono due sogni di Giuseppe in cu riceve indicazione di fuggire in Egitto e poi di ritornare. Alla fine la famiglia giunge a Nazaret. Ai progetti di morte di Erode si contrappone un annuncio di vita e l’indicazione di una via di salvezza.

I vari momenti sono accostati a citazioni di testi profetici legate ai luoghi: l’Egitto, Betlemme-Rama, Nazareth. Matteo intende così suggerire il senso della nascita di Gesù. Gesù compie il cammino che era stato quello di Israele. Si rinvia all’esodo dall’Egitto, e si insiste sul ‘nome’ di Gesù: ‘il figlio’ e il ‘nazareno’. Un chiave di lettura di queste pagine è un versetto del libro di Osea: “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 2,15).

Erode ha i tratti di un nuovo faraone, rappresentante di un potere politico fautore di progetti di morte. Il cammino di Giuseppe che segue le indicazioni dell’angelo ripropone la vicenda del popolo di Israele perseguitato in Egitto che vive l’uscita dall’oppressione. Proprio nel deserto Israele sperimentò la vicinanza di Dio liberatore: “tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva!” (Es 4,22-24) E’ promessa confermata a Davide: ‘Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio’ (2Sam 7,14). Matteo vede Gesù che ripercorre nella sua vita il cammino della fede di Israele: egli è così il ‘figlio’ che compie la volontà del Padre identificandosi nel popolo di Dio.

Nella scena di persecuzione dei bambini di Betlemme, Matteo rilegge un testo del primo Testamento (Ger 31,15): nella deportazione al tempo della conquista babilonese viene ricordato il pianto di Rachele, moglie di Giacobbe, nel vedere i suoi figli oppressi e uccisi. “Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più”. Dice il Signore: “Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore -: essi torneranno dal paese nemico”. La strage voluta da Erode è opera di un potere impaurito e coinvolge ‘tutti’. Gesù, nuovo Mosè, non è accolto nel suo essere profeta e messia.

La narrazione si conclude con una nuova tappa: Giuseppe con Gesù e sua madre rientrano dall’Egitto a Nazareth, in Galilea. Così si specifica che Gesù è nazareno, ‘consacrato’ (come Sansone ‘nazir = consacrato, cfr. Gdc 13,5.7) ed è messia quale ‘germoglio’ dal tronco di Iesse (in ebraico ‘nezer’; cfr. Is 11,1).

Gesù ha i tratti del profeta come Mosè, ed è accostato a Giacobbe, figura singola ed insieme collettiva (Giacobbe porta infatti il nome del popolo, Israele). Giacobbe-Israele scese infatti in Egitto e tornò come popolo numeroso (Gen 46,3). Il cammino della famiglia di Gesù in Egitto ripercorre i passi di Israele-Giacobbe.

Di Giuseppe si ripete ‘prese con sé il bambino e sua madre’: è uomo ‘giusto’, cioè ‘fedele’, disponibile a stare davanti a Dio e a rimanere accanto a Maria. Giuseppe ascolta e ‘prende con sé’. Ascoltare la Parola e farsi carico di coloro che Dio affida: sono i due aspetti della vita della famiglia di Nazareth. Gesù è ‘il figlio’ che rivela il volto del Padre nel suo cammino umano. Nazareth, nell’essere luogo del quotidiano, della vita semplice, delle relazioni umane, è la via scelta da Dio per rivelarsi.

Alessandro Cortesi op

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Dall’Egitto ho chiamato mio figlio…

Secondo i dati dell’anno sono 272 milioni i migranti internazionali. Tra di essi circa 24 milioni sono i rifugiati oltre confine e i richiedenti asilo. Si tratta di un numero rilevante ma da considerare in rapporto alla percentuale della popolazione che è stabile o al massimo si muove all’interno del proprio Paese: si tratta del 96 % della popolazione mondiale. Questi numeri sfatano un mito presente nella propaganda di alcune forze politiche per cui saremo di fronte ad una invasione ed in presenza di numeri esorbitanti.

E’ anche da tener conto che le direttrici dei movimenti migratori sono diverse. La maggior parte conducono verso paesi in via di sviluppo: 2/5 dei migranti si dirige verso paesi poveri. Color che cercano rifugio fuori dal loro Paese per più di 4/5 si dirigono verso paesi poveri. Non è vero quindi che la migrazione è unicamente diretta dal Sud verso i Paesi ricchi del Nord del mondo.

Un altro dato da rilevare è che i movimenti migratori sono molto presenti nel quadro internazionale: le barriere e chiusure esistono in modo selettivo e sono rivolte ai migranti più deboli, coloro che cercano asilo, persone che non possono prestare lavori qualificati.

In Italia negli ultimi tre anni vi è stata una forte diminuzione degli ingressi di migranti a causa degli accordi europei con la Turchia nel 2016 e a seguito di un memorandum stilato tra governo italiano e Libia (benché questo Paese sia in una condizione di guerra civile e siano documentate le continue e terribili violazioni di diritti umani nei centri di detenzione dei migranti di quel paese). Ma ciò non significa che siano diminuite le persone che cercano rifugio. Il numero delle vittime nei viaggi in mare è aumentato anche per l’impedimento all’azione delle ONG che operavano nel Mediterraneo. La situazione di chi rimane bloccato nei campi profughi in Grecia nell’isola di Lesbo ad esempio, in Turchia, o di chi viene riportato in Libia sono disumane. Tale quadro che corrisponde a scelte politiche e ad indifferenza conduce a pensare che non vi sia intenzione di corrispondere ai grandi impegni di protezione dei diritti umani espressi nei Trattati internazionali ed in particolare nell’Europa che ha conosciuto l’orrore delle due guerre mondiali e le sofferenze dei profughi. Piuttosto la preoccupazione sembra orientata a lasciare fuori, a non fare arrivare, a non aiutare… un orientamento di disumanità e di barbarie.

Maurizio Ambrosini studioso del fenomeno e attento osservatore annota: “Governare il fenomeno (delle migrazioni ndr) è una necessità. Nessun Paese può riuscirci da solo. Tre criteri dovrebbero imporsi: concertazione, distinzione, responsabilità. Concertazione significa dare corso ai due Global Compact, su immigrazione e asilo (per l’Italia, anzitutto, significa firmarli), e tradurli in regole condivise. Distinzione vuol dire ragionare su categorie specifiche, non sull’immigrazione in generale: domandarsi per esempio di quante lavoratrici le nostre famiglie avrebbero bisogno, e come accoglierle regolarmente. Responsabilità implica onorare le convenzioni internazionali, sull’asilo come sui minori, ripristinando i diritti umani come uno dei principi-guida delle politiche migratorie: non l’unico, ma nemmeno il minore e il più elastico” (M.Ambrosini, Chi cammina davvero. Migranti: la giornata ONU e i dati reali, “Avvenire” 18 dicembre 2019).

In Italia non ci sono segni da parte di chi ha responsabilità pubblica per impostare un progetto di governo di tale fenomeno con responsabilità, con sguardo realistico e nel rispetto dei diritti umani.

Il 18/12 una nota informale del servizio centrale Siproimi (rete del sistema di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati che sostituisce gli SPRAR a seguito delle legi sicurezza) invoca la cessazione delle misure di accoglienza dei titolari di protezione umanitaria al 31/12/19. Un decreto del Ministero dell’Interno del 19/12 ingiunge l’esclusione a partire dal primo gennaio 2020 dei richiedenti asilo ancora presenti nei progetti Siproimi dai servizi di integrazione.

Normative di questo tipo rendono ancor più precaria la vita di coloro che richiedono asilo e hanno ottenuto permessi di protezione umanitaria. Rende per loro difficile ogni percorso di cura, di studio, di lavoro e integrazione. Li espone ad essere senza appoggi e sostegni nel percorso di integrazione sociale e li mette a rischio di divenire facili prede della malavita. Certamente li spinge in una condizione di esclusione sociale. La logica che guida tali scelte appare come un logica punitiva tesa a rendere loro la vita difficile se non impossibile.

Tali normative contraddicono peraltro le norme del sistema di accoglienza (SPRAR) versione 2018 espresse nelle direttive SPRAR (Manuale Operativo 2018) che indica l’obiettivo di una (ri)conquista dell’autonomia quale elemento comune a ogni tipologia di accoglienza, a prescindere dalle caratteristiche dei beneficiari. E indica altresì che tutti i servizi elencati devono necessariamente essere garantiti sempre, per tutti gli accolti…

In questi mesi si è potuto registrare il fallimento del cosiddetto decreto sicurezza (dlgs 132/18, convertito in legge 113/18) e del “sistema” che ne è derivato: unico effetto eclatante è l’aver prodotto una impressionante crescita della marginalità di persone che non possono accedere a nessuna forma di accoglienza, l’aver causato nuove forme di insicurezza.

La Rete Europasilo che riunisce enti e associazioni impegnati nel settore, ha diramato in questi giorni un appello in cui sono presentate alcune puntuali richieste che appaiono sempre più urgenti nell’attuale contesto:

– il ritiro immediato della circolare del 18.12.19 e del decreto 132/18;

– il ripristino del sistema Sprar, del suo carattere di sistema unico per richiedenti e titolari di protezione, pubblico e nazionale e del suo regime di sussidiarietà tra enti locali e terzo settore;

– il superamento della “volontarietà” nell’accesso degli enti locali al bando;

– il ripristino di un piano di ripartizione nazionale che consenta una programmazione nazionale e una equa distribuzione di responsabilità e risorse.

Papa Francesco, nel Messaggio per la 105 giornata del Migrante e del Rifugiato 2019 ha scritto: “Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno. Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili..”

Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. Si tratta dell’umanità che intendiamo costruire di ciò che vogliamo essere ora e in futuro…

Alessandro Cortesi op

Augurio di Natale

Augurio per Natale 2019

Come le pecore…. Natale 2019

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Natale 2019 – omelia nella notte

foto Francesco Bellina - Mar Ionio Mediterranea

Ci è stato dato un figlio…

La notte del Natale respira di attesa, di silenzio, di interiorità. E’ come una sosta in una lunga corsa, come un attimo di tregua che interrompe le nostre vite tanto frettolose e percorse spesso solo in superficie. E’ occasione per pensieri che si fanno ricordo, memorie di infanzia, o anche riflessione interiore che lascia spazio alle profondità, a quanto è racchiuso nel segreto dei cuori. E’ momento in cui torna a galla una nostalgia e un’attesa che si potrebbe sintetizzare nelle parole: attesa di bene, desiderio di serenità, per sé per gli altri. E’ momento di affetti, di desiderio di sentirsi a casa, nel ritrovare le cose essenziali.

Don Luigi Ciotti testimone di lotta contro le mafie ha invitato in questi giorni a vivere in profondità il Natale guardando alle relazioni: “C’è un aspetto del Natale che va preservato dal consumismo: le relazioni, la convivialità, il ritrovarsi nel calore e negli affetti. E, ovviamente la gioia dei bambini, la trepidante attesa… Ma Natale non è solo il momento di festa e di gioia, è anche un’occasione di riflessione e di pensiero. Il Natale tocca i nostri cuori ma interpella anche le nostre coscienze. Ci domanda non solo di essere genericamente ‘buoni’, ma anche concretamente giusti, cioè darci di più da fare per chi è vittima delle ingiustizie, per chi arranca nel deserto degli affetti e dei diritti prodotto dagli egoismi dell’Occidente del profitto e dell’opulenza” (messaggio di liberacontrolemafie su Instagram 24.12.2019)

Mi ha colpito questo accostare insieme lo sguardo a Natale come momento di gioia e la provocazione a vivere Natale come opportunità di riflessione: il riferimento ad una bontà che può essere generica e la sfida ad essere concretamente giusti…

Siamo qui questa sera per lasciare spazio a questi pensieri e soprattutto perché la parola di Dio possa raggiungerci, per affinare la nostra vista, lo sguardo interiore, e lasciarlo raggiungere da una luce che non viene da noi…

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce…” Cosa vuol dire festeggiare Natale nel tempo dei populismi e dei fondamentalismi che sono così diffusi in questo momento storico a livello globale e vicino a noi? Sono modi semplicistici di vedere la realtà. ogni complessità è ridotta a slogan. Vi è una protesta indifferenziata contro ogni tipo di élites. E’ soprattutto coltivata intolleranza verso chi è altro. E tale fondamentalismo come attitudine si esprime in tante forme sia religiose sia non religiose. Quale luce siamo chiamati a seguire, una luce per tutto il popolo, in un momento in cui l’identità dei popoli è esaltata contro gli altri nella chiusura di frontiere e di cuori?

Cosa può voler dire accogliere la chiamata ad essere concretamente giusti, inseguendo le tracce suggerite ai pastori dai messaggeri: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia..” Timothy Radcliffe, ex maestro dell’Ordine dei domenicani, parlando de La fede al tempo dei fondamentalismi ha offerto importanti indicazioni: dice innanzitutto “La nostra fede deve entrare in contatto con le speranze e le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista”. Le proposte del populismo attraggono oggi coloro che si sentono lasciati indietro in un mondo di ricchezza in cui si percepiscono esclusi.

Un primo movimento a cui siamo chiamati oggi è ascoltare il dolore di tanti invisibili senza quella attitudine di disprezzo verso di loro: si tratta di ascoltare e capire ragioni di disagi che attraversano la nostra società. Si tratta di leggere segni che indicano sofferenze e disagi, si tratta di ascoltare, in un tempo in cui non si dà spazio all’ascolto dell’altro.

Ma c’è poi un secondo movimento da coltivare: è quello di proporre qualcosa di autenticamente fondamentale che possa indirizzare la vita secondo un orizzonte di senso autentico, profondo. Quella ricerca di una chiara identità che è il motivo di fondo spesso di attitudini populiste e fondamentaliste (l’identità data da segni di appartenenza culturale…) è una ricerca da assumere e da indirizzare oltre le piccole e ristrette identità. E’ una ricerca da assumere però provocando ad allargare l’orizzonte.

I pastori nella notte di Natale sono invitati ad uscire a scoprire che la loro storia non è storia dimenticata. Anche nella loro vita era presente la paura, questo sentimento proprio del nostro tempo. E il primo annuncio che ricevono da messaggeri che vanno loro incontro è: ‘Non temete’. L’invito è quello a scorgere nella loro vita una luce. E sono spinti a ricercare la loro identità in una relazione nuova. E a ripensare il volto stesso Dio al di là di ogni pensiero e costruzione umana. Ad incontrare Dio stesso non come costruzione di una religione strutturata come sistema culturale, ma Dio come ignoto. Un Dio come lo sconosciuto che ci raggiunge in un bambino, senza difese, inerme, avvolto in fasce e che nel suo silenzio interroga. Il volto di uno degli esclusi tenuti fuori perché senza diritti e senza difese.

Ieri 23 dicembre la prima pagina di “Avvenire” apriva con un titolo grande ‘Ci è stato dato un figlio’ e seguiva un bellissimo articolo di Nello Scavo, giornalista bravo e coraggioso, sulla storia di Simba, uno dei bambini salvati a fine agosto dalla nave Mar Jonio di Mediterranea: era uno dei superstiti del naufragio di un gommone in cui viaggiavano moltissimi bambini. E la foto sottostante al titolo, di Francesco Bellina, mostra il drammatico momento in cui questo bambino, nella notte, dopo giorni di attesa per il permesso di sbarco, tra le onde del mare agitato, viene salvato passandolo dalle mani di un soccorritore della Mar Ionio a quelle di un militare della Guardia costiera. Anche oggi ‘ci viene dato un figlio’…  e proprio a Natale dovremmo scoprire che Gesù mostra un volto di Dio che chiede di riconoscerlo nei più piccoli, in chi è tenuto fuori. Sta lì il segreto di una speranza e della salvezza.

Come i pastori, anche noi siamo invitati ad essere cercatori di segni, lettori capaci di inseguire quelle indicazioni scorgendo come il sogno di Dio è dono di accoglienza e di pace: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace ai popoli che egli ama…

Alessandro Cortesi op

Novena di Natale

Una riflessione nella novena di Natale a partire da Mt 1,18-24:

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Il vangelo di Matteo narra la nascita di Gesù scegliendo il punto di vista di Giuseppe. E’ questa una scelta importante perché pone in risalto una presenza che rimane per tanti aspetti nascosta e discreta.

Questa sera possiamo sostare su alcuni tratti del profilo di Giuseppe, uomo che amava Maria e che fu suo compagno in una vera storia di amore e di disponibilità ad accogliere la chiamata di Dio nella loro vita.

Così don Tonino Bello scriveva in una sua lettera a Giuseppe:

“Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte, sotto l’arco della sinagoga? O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi?”

Con questo sguardo di meraviglia di fronte all’amore suggerisco di cogliere in Giuseppe tre atteggiamenti che la pagina del vangelo pone in risalto.

Giuseppe è innanzitutto indicato come uomo giusto, un uomo capace di avere uno sguardo di affetto e fiducia anche quando incontra la difficoltà, quando si frappone nel rapporto con Maria la possibilità di un sospetto, di un’ombra che intacca la trasparenza di un affetto.

Questo sguardo positivo, capace di fedeltà nel rapporto è un atteggiamento di cui fare tesoro oggi in cui viviamo una realtà sociale in cui è tanto presente il sospetto continuo verso l’altro, il rancore, e l’ostilità che conduce a chiudersi. Giuseppe è uomo giusto, capace di quella fedeltà che è la caratteristica dello stile di Dio che non viene meno alle sue promesse, che non smette di amare. Giuseppe è un cuore nonviolento, capace di tenerezza.

Giuseppe è poi indicato in questo racconto di Matteo come uomo capace di sognare: il sonno è esperienza che nella Bibbia nasconde il riferimento ad una chiamata che proviene da Dio e che raggiunge qualcuno nel momento in cui si è inermi e abbandonati. E il sogno indica un momento di comunicazione. Giuseppe si rende disponibile ad accogliere la chiamata che a lui giunge nel sogno. E’ uomo capace di sognare, cioè di comprendere il cammino della sua vita alla luce non tanto di suoi progetti, ma dalla parola che proviene dai messaggeri di Dio, dalle chiamate della vita. Oggi viviamo con difficoltà questa attenzione e questa apertura propria di Giuseppe, presi come siamo da una frenesia a volte nel progettare e impostare la nostra vita senza ascoltare le chiamate di Dio che sono il suo sogno sulla storia e sulle persone e che ci giungono dai messaggeri quotidiani, dalle persone e situazioni della vita.

Infine Giuseppe è indicato più volte come uomo che prende con sé… è inviato a prendere con sé Maria e Gesù, è invitato a dare il nome a Gesù prendendolo con sé… è questa forse la sintesi più bella della vita nel seguire Gesù. Gesù per primo ci prende con sé: il suo nome significa che Dio è vicino e prende con sé la nostra storia, per liberare i poveri. E noi siamo chiamati a prendere con sé coloro che Dio ci affida nella vita, negli incontri e nelle situazioni di una storia che fa incontrare oggi persone diverse, popoli diversi. Siamo ancora chiamati a prendere con noi gli altri…

Alessandro Cortesi op – San Domenico di Fiesole – 18.12.2019

IV domenica di Avvento – anno A – 2019

santa famiglia autore Jean Pierre Augier(Santa famiglia – Jean Pierre Augier)

Is 7,10-14; Rom 1,1-7; Mt 1,18-24

Isaia, sacerdote appartenente all’aristocrazia di Gerusalemme, narra di un’esperienza profonda avuta nello svolgere il suo servizio nel tempio: una chiamata a divenire profeta. La data era attorno al 740 a.C. a Gerusalemme. Isaia descrive questa chiamata come una visione: il presentarsi di un angelo che accostò alle sue labbra un carbone ardente preso dall’altare dei sacrifici: le sue labbra così purificate sono luogo di un annuncio della parola del Signore. Isaia percepì questa chiamata e rispose: ‘Eccomi manda me’.

Da quel momento visse l’invio ad affrontare con la forza della parola profetica il potere del tempo, in particolare il re Acaz d’Israele. Isaia annuncia la futura nascita di un ‘Emmanuele’ (nome che significa ‘Dio in noi’), un re giusto, erede di Davide, che si comporterà in modo ben diverso dai re infedeli, come Acaz alla ricerca di sicurezze e appoggi umani. La dinastia di Davide continuerà e l’Emmanuele sarà esempio di abbandono fiducioso in Dio. Il ‘resto d’Israele’, il piccolo gruppo che continuerà la storia del popolo dell’alleanza troverà la sua stabilità non inseguendo progetti di dominio o alleandosi con gli imperi militari, ma scoprirà il senso della sua esistenza nella fede appoggiandosi sul Dio liberatore: “In quel giorno il resto di Israele… non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo d’Israele, con lealtà” (Is 10,20).

La figura di un Emmanuele storicamente è da identificare nel figlio di Acaz, Ezechia, che sarà un re fedele a Dio. Ma Isaia parla dell’ Emmanuele con parole così ricche di speranza (cfr. Is 11,1-16) da far intravedere in questa figura l’intervento di Dio stesso che stabilisce il regno del messia (l’unto, il consacrato da Dio) come situazione nuova di pace, in un tempo ultimo con caratteri di definitività, senza fine: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (Is 9,5-6). L’attesa di un futuro re, che come germoglio spunterà dalla discendenza di Davide e sarà luce delle genti percorre il Primo Testamento (Gen 49,10; Num 24,17). Un altro profeta Michea rileggendo Isaia e vede l’ideale del messia collegato alla figura di un re unico alla fine dei tempi:

“E tu Betlemme di Efrata così piccola … da te mi uscirà colui che deve regnare in Israele; le sue origini sono dall’inizio del tempo, dai giorni più remoti” (Mi 5,1)

Isaia quindi indica in questo bambino un segno, ed in esso il rinvio ad una speranza oltre i confini del tempo: è segno di un disegno di salvezza di Dio nella storia.

Il vangelo di Matteo conosce bene questa tradizione. Presenta Gesù come compimento di quelle promesse descritte da Isaia. Le origini di Gesù sono narrate riprendendo gli schemi degli annunci di nascita nel Primo testamento (ad esempio la nascita di Sansone in Gdc 13,1-24): la presenza di un angelo, la chiamata per nome, l’indicazione di una difficoltà da superare, il rinvio ad un segno e alcuni tratti del bambino che nascerà.

L’annuncio dell’angelo a Giuseppe è presentato da Matteo per inserire Gesù nella discendenza di Davide: Giuseppe stesso è chiamato ‘figlio di Davide’ e gli è attribuito il compito di dargli un nome, ‘tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’. La storia della salvezza è segnata dalla gratuità degli interventi di Dio, dall’opera dello Spirito Santo sin dal momento del concepimento di Gesù. A Giuseppe, uomo ‘giusto’ è richiesta la disponibilità ad accogliere l’invito a ‘non temere’ e lasciarsi coinvolgere nell’opera di Dio. ‘Giusto’ significa ‘fedele’: Giuseppe vive una duplice fedeltà: a Maria a cui è legato, e alla chiamata di Dio. Si abbandona nella fede ad un progetto che viene da Dio e che lo coinvolge nella responsabilità.

Maria è presentata da Matteo con il rinvio alla ‘giovane donna’ del testo di Isaia: ella accoglie la chiamata di Dio sulla sua vita. E’ un’indicazione di disponibilità nel rispondere all’azione di Dio. Il suo cuore è spazio aperto e disponibile al progetto di Dio che umanamente appare impossibile.

Giuseppe è presentato come ‘uomo giusto’, cioè fedele. Nel sogno riceve una chiamata di Dio: il sogno è spazio creativo dell’agire di Dio. Così nel sonno di Adamo Dio creatore aveva operato e nel sogno dei magi Dio si manifesta vicino e provvidente. Giuseppe è esempio del credente. Non gli è tolta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. L’invito a ‘non temere’ è motivo per rendersi disponibile di fronte a Dio nel prendersi cura di chi Dio gli affida.

Giuseppe è così chiamato a dare il nome a Gesù, un nome che significa ‘il Signore salva’. La salvezza ha un nome, è dono. La presenza di Gesù nella vita e nella storia ha manifestato questo sogn di Dio nei suoi gesti e nelle sue parole . A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così testimone del disegno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Banksy babbo Natale(Banksy, murale – Birmingham – ved. il video)

Presepe e presepi

Papa Francesco ha compiuto una breve visita a Greccio il 1 dicembre u.s. In quel luogo ha richiamato alla semplicità, al silenzio, alla preghiera e alla presenza nascosta dell’Emmanuele, Dio con noi, nella storia:

“Davanti al presepe scopriamo quanto sia importante per la nostra vita, così spesso frenetica, trovare momenti di silenzio e di preghiera. Il silenzio, per contemplare la bellezza del volto di Gesù bambino, il Figlio di Dio nato nella povertà di una stalla. La preghiera, per esprimere il “grazie” stupito dinanzi a questo immenso dono d’amore che ci viene fatto.

In questo segno, semplice e mirabile, del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra fede: Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi”.

Isabelle de Gaulmyn in un’articolo in “La Croix” del 15 dicembre 2019 (di cui riprendo la traduzione italiana dal sito http://www.finesettimana.org) proprio a proposito del presepe presenta una riflessione in rapporto alla situazione francese. Ricorda il significato profondo della scelta di Francesco, nel lontano 1223, di predisporre un presepe nello sconosciuto paese di Greccio tra le asperità del monte Lacerone. Da qui emerge una sfida a vivere lo sguardo a questo segno del presepe, alla memoria della natività di un bambino, come occasione di rinvio a quel ‘qui e ora’ della nostra vita in cui siamo anche noi chiamati a riconoscere una presenza nascosta del Dio vicino che continua a farsi incontro nei volti di quanti sono tenuti ai margini e dimenticati nelle nostre società:

“In questo periodo d’Avvento, difficile evitare i sinistri villaggi/mercatini di Natale. Non c’è città di Francia che sfugga a questo contagio. A parte, evidentemente, Strasburgo, dove la forza della tradizione conferisce loro una certa dignità, siamo condannati ad errare nei centri storici delle città tra casette di legno che imitano baite montane (ma che rapporto ci può essere con la nascita di un uomo avvenuta in Medio Oriente duemila anni fa?), guardando stancamente la distesa di cianfrusaglie inutili made in China, e mangiando la nostra mela caramellata tutta rossa. Per non parlare della musica, un “Vive le vent” (ndr.: canto sulle note di “Gingle bells”) ripetuto fino allo sfinimento, poiché ci si guarda bene dal mettere qualche cantico della Natività. Ben presto, nella folla compatta, l’odore di vin brulé e di cannella diventa insopportabile, a meno di berne abbastanza per dimenticare: dimenticare il Natale del nostro secolo, con i brillantini, gli abeti addobbati e la musica sdolcinata, ma senza la stella e il presepe. Dimenticare questo Natale senza Natale… Strappandomi a fatica da uno di questi mercatini di una grande città della Francia occidentale, pensavo con un briciolo di nostalgia a Greccio, quel villaggio sulla roccia, in una grotta sulle pendici dei monti Sabini che dominano la pianura di Rieti. Qui, secondo la tradizione, Francesco d’Assisi, nel 1223, ha “inventato” il primo presepe, la prima “stalla di Natale”. L’idea allora era quella di scoraggiare i pellegrini che sfidavano l’inverno per avventurarsi fino a Betlemme. Spiegare loro che potevano celebrare benissimo la venuta di Cristo anche sul monte Lacerone. Come ha fatto notare papa Francesco la settimana scorsa, quel gesto del santo di Assisi in un piccolo e povero villaggio di montagna, isolato e battuto dai venti, aveva qualcosa di terribilmente profetico. Era un modo per far sentire a tutta la popolazione che essa stessa era “coinvolta nella storia della salvezza, contemporanea dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali” (Lettera apostolica Admirabile signum. Il significato e il valore del presepio, 1° dicembre 2019). Non c’è bisogno di andare fino a Betlemme, è qui ed ora che questa cosa avviene! Come ha scritto in un bellissimo testo il filosofo ateo Alain, “davanti al bambino, non ci sono dubbi. Guardate il bambino. Quella debolezza è Dio. Quell’essere, che smetterebbe di esistere senza le nostre cure, è Dio” Les Dieux, di Alain (Emile-Auguste Chartier), Gallimard, 1985). Dove lo troviamo, il bambino, in quei falsi “villaggi di Natale”? Data l’imperversante laicità, si è ben lungi dall’idea di mettere un presepe tra le finte baite. Sicuramente, il bambino e il presepe bisogna andare a cercarli altrove. In quell’ospedale parigino, ad esempio, che la settimana scorsa, per mancanza di spazio, ha dovuto rifiutare una decina di giovani madri senzatetto che erano andate a rifugiarvisi con i loro bambini. E nelle maternità delle nostre grandi città, sopraffatte dalla quantità di donne che hanno partorito e che dormono nei corridoi. Nelle nostre strade, molto semplicemente, dove nascono sempre più  bambini: quest’anno sono già 146, e le associazioni caritative si trovano a dover distribuire culle portatili. Sono presepi poco estetici, bambini con nasi gocciolanti. madri esauste, sporcizia, puzza, freddo. Sono presepi che non fanno venire voglia di fermarsi, di ammirare, e neppure di commuoversi. Si vorrebbe piuttosto guardare da un’altra parte, imbarazzati.

Quei presepi sono scandalosi. Testimoniano con violenza la miseria e l’esclusione. Ci parlano di mancanza, capovolgono le nostre prospettive, ci ricordano i più poveri, i dimenticati. Quei presepi sono terribili, ma veri: a modo loro, anch’essi ci dicono che siamo implicati nella storia della salvezza. Qui ed ora”.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno A – 2019

Giovanni BattistaIs 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. E’ un quadro di speranza e di coraggio. Il profeta sa leggere oltre il buio del presente il venire di una novità che irrompe nella storia e la cambia: ‘dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete’. E’ annuncio di un tempo in cui saranno allontanati tristezza e pianto.

L’immagine della strada esprime questo invito a sperare: nel deserto si apre una via appianata, su di essa cammina una colonna di persone liberate dalla prigionia che camminano verso la pace. Le esperienze di limite e sofferenza si mutano in gioia ritrovata: ‘lo zoppo salterà come il cervo, griderà di gioia la lingua del muto’. La strada appianata è cammino da percorrere primizia di un mondo nuovo in cui tutto ciò che opprime e chiude trova superamento e apertura..

Nella pagina del vangelo è delineato il profilo di Giovanni Battista in un momento di profonda crisi della sua vita. E’ stato imprigionato da Erode e dal carcere invia alcuni suoi discepoli ad interrogare Gesù: ‘sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?’. Giovanni vive la fatica del dubbio: Gesù non sta attuando un rivolgimento della storia, non si sta imponendo con manifestazioni di potenza, non sta neppure realizzando quel giudizio che Giovanni attendeva e aveva presentato nella sua predicazione presso il Giordano. Il suo dubbio racchiude una inquietudine che fa vacillare la sua speranza.

Gesù risponde agli inviati del Battista e li invita a guardare il suo agire: nei suoi gesti di guarigione, di liberazione, di vicinanza ai poveri si sta rendendo presente ciò che Isaia vedeva come una promessa: “andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la bella notizia”.

Nell’agire di Gesù sta prendendo inizio quanto Isaia annunciava: la bella notizia che Dio sta dalla parte dei poveri e oppressi, si pone accanto a loro per liberarli.

I suoi gesti sono segni: quanto Isaia indicava è iniziato in un modo che non corrisponde alle attese umane. Dio non si manifesta con potenza e in modo sorprendente, non si pone nella logica delle potenze umane, ma si fa vicino a chi è più debole. Per questo Gesù dice: ‘beato colui che non si scandalizza di me’. Il suo essere ‘messia’ si attua nei gesti di vicinanza, di cura, di ospitalità. Gesù si mette dalla parte dei poveri e agendo così narra il volto di Dio.

I suoi gesti sono i segni di un mondo nuovo già iniziato. Esso cresce là dove qualcuno continua quello stile che è lo stile di Gesù, nonostante le contraddizioni e le difficoltà.

Vivere l’avvento è tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia e il dubbio di Giovanni. Il sogno di Isaia ci aiuterà a tenere presente la speranza che illumina la nostra vita fondata sulla promessa di Dio. L’inquietudine di Giovanni ci aiuterà a vivere in verità la nostra fede, non come fuga dalla storia o illusione, ma facendo nostro lo stile di Gesù, prendendo le parti dei poveri e continuando a porre quei gesti che sono già inizio del regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Mattarella Sermig

Uomo forte?

Può essere occasione di riflessione approfondire i risultati del rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana, presentato pochi giorni fa a Roma. Da tale indagine sociologica che annualmente offre una fotografia della realtà del Paese emerge un dato tra altri che fa pensare: il 48,2% della popolazione, il che significa quasi un italiano su due, ritiene che auspicabile un «uomo forte che tutto risolve» quale guida che prenda il potere. Si tratta di una posizione che sottolinea la sfiducia nelle istituzioni del Parlamento e dei procedimenti democratici. Si riscontra più diffusa tra persone con minor grado di istruzione e con basso reddito.

L’istituto di ricerca spiega tale dato rilevando «l’inefficacia della politica ed estraneità da essa». In esso è da leggere anche un disagio profondo delle fasce più deboli del Paese che di fronte alla crisi si sentono più indifese ed esprimono il bisogno di una soluzione in qualche modo miracolistica di una figura forte che risolva i loro problemi. Dall’indagine risulta infatti come per la maggior parte delle persone le attese per nuove opportunità nel mondo del lavoro hanno incontrato la delusione. Se da un lato cresce il numero degli occupati tuttavia le ore retribuite diminuiscono e benché diminuisca il numero dei disoccupati vi è insieme un numero rilevante di lavoratori part-time non per libera scelta ma perché costretti ad adattarsi a condizioni imposte. Un lavoratore su cinque opera in part time, e questa tipologia di lavoro è aumentata tra 2007 e 2018 di quasi il 40%. Il tema della disoccupazione per la quasi metà degli italiani dovrebbe costituire la questione più rilevante in ambito di scelte politiche. Il lavoro, secondo il rapporto, è problema più rilevante rispetto all’immigrazione ed alla criminalità su cui si accentrano le insistenze di quanti hanno interesse al crescere della paura.

L’indagine segnala la situazione di incertezza che segna la vita della maggior parte della popolazione nel Paese: a fronte di tale condizione le vie di uscita sono spesso il tentativo di individuare vie per arrangiarsi e per salvarsi da soli, e nel contempo crescono anche pulsioni antidemocratiche. Ciò ha profonde conseguenze sulla tenuta di un tessuto sociale che sempre più appare logorato e sfilacciato: il 75% della popolazione secondo l’indagine non si fida più degli altri con un crescita dell’atteggiamento di rancore e risentimento a fronte di situazione di ingiustizia percepite. La senatrice a vita Liliana Segre ha espresso la sua lettura di tale desiderio di un uomo forte al potere: «Non l’ha provato, il 48% non c’era quando c’era l’uomo forte al potere quindi parla di quello che non sa». Proprio in questi giorni la cancelliera tedesca Merkel ha compiuto la sua prima visita ad Auschwitz: «È successo. Dunque può succedere di nuovo», ha detto, citando Primo Levi. «Provo una vergogna profonda per i crimini barbari che sono stati commessi qui dai tedeschi: crimini che superano i limiti di ogni possibile comprensione… La necessità del ricordo non può essere messa in discussione: si tratta di una parte integrale della nostra identità, e lo resterà per sempre».

Così il prof. Giampaolo Azzoni pro-rettore dell’Univesrità di Pavia commenta il rapporto Censis: “Questo è un rapporto molto buio, persino l’energia positiva è definita “furore di vivere”. In generale c’è una costellazione di fenomeni negativi impressionanti: la crisi demografica, l’emigrazione di massa, il lavoro che non produce reddito, la sfiducia diffusa, l’ansia. Il dato dell’enorme crescita di ansiolitici, più 20%, è sconfortante… Dalla crisi del 2008 abbiamo visto venire meno alcune importanti certezze: il welfare, la sanità per gli anziani (avere un malato in casa può diventare una tragedia), la crisi del lavoro. Questa è la generazione che per la prima volta starà peggio dei propri genitori. Da qui l’incertezza e l’ansia di non farcela”. Alla domanda Quindi siamo senza speranze? risponde “No, ci sono due correttivi significativi che il Censis indica con due belle metafore: le “piastre di sostegno” e i “muretti… stanno a significare che lo scivolamento verso il basso è frenato sia da fenomeni macro, come le piastre, sia da fenomeni micro, i muretti, che svolgono la stessa funzione dei terrazzamenti liguri»… Le “piastre” rappresentano una presenza manifatturiera ancora forte in un’area come Lombardia, Veneto ed Emilia, dove lo scivolamento verso il basso non c’è… I “muretti” invece sono quelle soluzioni, magari locali e limitate ma che producono un movimento positivo antiscivolamento… Occorre adottare un atteggiamento di cura del legame sociale. Il bene fondamentale da preservare è quello. E c’è una correlazione strettissima tra sviluppo del paese e capitale sociale. Le reti di solidarietà ci salveranno. (“Gente sull’orlo di una crisi di nervi I legami sociali sono corrosi, saltati” intervista a Giampaolo Azzoni, a cura di Paolo Colonnello “La Stampa” 7 dicembre 2019).

Oltre alle piastre e ai muretti indicati sono da ricercare altri tipi di resistenze alla deriva possibile. Anche Giovanni Battista forse aspettava un ‘uomo forte’ capace di porre fine ad un mondo malato, ma la sua attesa fu messa in discussione da colui che si presentò con uno stile diverso, come annunciatore della buona notizia di Dio che prende le parti dei poveri, come un re che cavalca un asino, capace di dare la sua vita nel segno dell’accoglienza e della condivisione … I suoi gesti di vicinanza, accoglienza, liberazione, di riconoscimento degli scartati e dei deboli continuano ad essere sfida per costruire una società capace di coltivare fiducia nell’altro e l’utopia di una fraternità concreta, vero antidoto alle paure e ai rancori di ogni tempo.

Visitando il Sermig, Arsenale della Pace fondato a Torino da Ernesto Olivero e da sua moglie Maria che insieme a innumerevoli volontari hanno tramutato l’ex arsenale militare torinese in un luogo di costruzione di accoglienza, solidarietà e preghiera, nell’anniversario dei 55 anni dalla sua fondazione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto: “Mentre giravo per vedere le novità riflettevo sulla parola arsenale, che è un luogo dove si lavora per produrre armi da guerra. Ma in questo arsenale si lavora per la pace che va difesa e consolidata con opere di pace e un impegno attivo. Questo è un momento di grandi cambiamenti che creano paure, disorientamenti, e generano contrapposizioni pericolose. La paura è contagiosa, ma anche la bontà e la pace lo sono. Le cose al Sermig in questi 55 anni sono state fatte insieme, si tratta di aprirsi agli altri e di far emergere la bontà in ciascuno”.

Alessandro Cortesi op

Immacolata Concezione – anno A – 2019

Cranach,_adamo_ed_eva,_uffizi-1(Lucas Cranach il vecchio, Adamo e Eva – 1528 – Uffizi)

Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. In queste poche parole, in un saluto, è racchiusa l’esperienza di Maria, donna capace di responsabilità e impegno perché segnata da un amore ricevuto e accolto.

“Rallegrati” non esprime riconoscimento di una sorta di grandezza o di virtù da parte di Maria: è piuttosto espressione di un amore immeritato che ha avvolto la sua vitae di cui lei si rende consapevole. E’ indicazione di un’esperienza di grazia che genera stupore e ringraziamento. Ed insieme senso di restituzione di tutto a Dio. La vita di Maria è posta nel segno di una gratuità che lei in modo adulto accoglie responsabilmente facendone orizzonte di sequela di Gesù e di servizio. Non nella logica dell’assoggettamento e di una femminilità vissuta nei termini di sottomissione e rassegnazione, ma con il coraggio proprio dei poveri di Jahwè che percorrono e accompagnano cammini di liberazione. Maria si scopre amata e per questo inviata ad essere testimone di un amore che guarda ai piccoli, che rovescia i potenti dai troni, che innalza gli umili, che ribalta una storia dominata dai violenti e dai prepotenti e inaugura una storia nuova. E’ l’amore di Dio.

Nel volto di Maria si può scorgere la bellezza di chi è amato da Dio e accoglie questo dono con senso di gratitudine e con creatività e decisione, facendosi terreno di accoglienza e dando spazio alla fecondità di questo amore. Una zolla di terra capace di dare spazio ad un seme di vita.

“Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…” La nudità di Adamo nel giardino è il segno di uno stare di fronte nella sincerità e nella trasparenza. Di fronte al suo ‘tu’, Adam, l’umano fatto di terra, si scopre nudo, scoperto, capace di gioire della trasparenza di corpi che s’incontrano senza nascondimenti. La nudità esprime la bellezza dell’amore in cui proprio l’incontro dei corpi manifesta il desiderio di consegna del proprio io ad un ‘tu’ che sta di fronte, incontrato come presenza che accoglie vicina e diversa. E’ esperienza di trasparenza nell’intimità della vita. Nella loro nudità Adamo e Eva scoprono di potersi affidare reciprocamente e di poter consegnare l’un l’altra la propria fragilità senza paure, senza riserve. E’ la bellezza dell’amore che sulla terra è traccia ineludibile di Dio.

Tuttavia la nudità diviene un ostacolo, elemento che genera paura quando il rapporto s’incrina con falsità, sospetto e tradimento. Quando non è trasparente, quando si vuole nascondere qualcosa: nell’immagine di Adamo che di fronte a Dio ha paura perché si trova ad essere nudo sta racchiuso il messaggio su di una rottura del rapporto. E’ un atteggiamento di insincerità, tentativo di nascondere un sospetto. E’ ricerca di coprirsi e di mascherare nel trovarsi a disagio con la propria fragilità, nel voler nascondere una distanza ed una rottura.

Ad Adamo ed Eva, padre e madre dei viventi, nudi, narra Genesi, Dio procurerà delle tuniche di pelle per coprirsi: il Dio che vuole la vita e l’amore, nonostante l’insincerità dell’uomo, nonostante l’incapacità ad accogliere con fiducia il suo dono, apre cammini in cui poter recuperare sincerità e amore di fronte all’altro.

“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. C’è un disegno di benedizione sulla vita umana e sul cosmo. L’inno agli Efesini ricorda che c’è un sogno di Dio su ogni volto: ed è un sogno di benedizione, di partecipazione alla sua vita, di santità. Sta qui la radice per scorgere in ogni volto un luogo di benedizione e per chiedere al Signore di essere strumenti perché ogni persona possa scoprire questo sguardo di amore nel cuore della sua esistenza, nonostante ogni contraddizione, ogni abbandono, ogni sofferenza per non essere amati. In lui, in Cristo che si è dato per tutti, Dio ci ha scelti. Siamo inseriti in una corrente di sguardo benevolente e amoroso che solo fa sorgere vita e vita per altri.

Alessandro Cortesi op

viva-vittoria-bergamo-1024x768(le piazze di alcune città italiane sono state tappezzate nella giornata del 25 novembre con coperte multicolori per sensibilizzare contro la violenza di genere: qui una installazione a Bergamo)

Violenza, sfruttamento, individualismo

Leggendo i quotidiani degli ultimi giorni non si può non sostare con preoccupazione a fronte a due fenomeni che si presentano con drammatica evidenza: il dato sulla violenza contro le donne in Italia e il fenomeno dello sfruttamento del lavoro che continua e alimenta gli affari delle grandi marche della moda.

Sono novantacinque le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno. Nel 2018 le vittime sono state 142. Dal 2000 ad oggi sono state 3.230. Circa la metà per mano del proprio compagno o ex compagno, in un contesto quindi familiare. Manifestazioni di violenza si accompagnano a maltrattamenti, ad oppressioni e umiliazioni, a stalking, e sono condotte in modo trasversale senza differenze tra Nord centro e Sud Italia. Le vittime e gli aggressori provengono da tutte le classi sociali e dalle più diverse condizioni economiche. La rete dei centri anti-violenza, in una sua analisi comparando i dati Istat e quelli raccolti direttamente, ha evidenziato che la percentuale più alta delle forme di violenza subita dalle donne ascoltate presenta situazioni di violenza psicologica (73,6 per cento). Le denunce sono aumentate ma non sono sufficienti le misure di tutela. I Centri antiviolenza non hanno sostegni adeguati. Avanzamenti nella legislazione come la legge sullo stalking del 2009, e quella sul femminicidio del 2013 non hanno portato ad una decisa diminuzione della violenza.

Appare come il femminicidio sia una piaga in particolare del nostro Paese che denota non più una situazione di emergenza ma un fenomeno continuativo. La violenza esercitata sulle donne non può essere relegata ad una vicenda privata, ma assume una valenza sociale. L’intera società deve sentirsi interpellata e individuare misure per reagire e predisporre itinerari educativi. Alla base del fenomeno sta una idea malata di possesso dell’altro, la dipendenza da una comprensione androcentrica e patriarcale della vita, una comprensione narcisistica della personalità, l’incapacità di rispettare l’autonomia e la libertà dell’altro, il rifiuto di affrontare la fatica nel costruire giorno per giorno relazioni adulte. Le questioni in gioco sono l’educazione alla parità, al rispetto dell’altro, l’accettazione della differenza, la capacità di confronto e dialogo, soprattutto una comprensione nuova della propria identità in relazione e poi il superamento di visioni discriminatorie, di stereotipi e pregiudizi. La violenza sulle donne è uno dei versanti dell’affermarsi della violenza in un contesto in cui si esalta il ripiegamento su un proprio io incapace di guardare all’altro e di lasciarsi porre in discussione dalle diversità dell’altro.

Proprio in considerazione di tale questione di un ‘io’ incapace di aprirsi alla considerazione dell’altro da sé, Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, osserva: “Oggi le appartenenze sono piuttosto digitali, comunque più individualistiche e frammentarie, condizionate da opportunità, affinità iniziali e non verificate, oppure contingenze. Cosa diventa un individualismo di questo genere se non crescono parimenti la responsabilità, la capacità di discernimento e di visione che sono possibili solo in un rapporto con il prossimo?”

Un egocentrismo che si connota come aspirazione senza limiti porta a drammatiche conseguenze nella vita sociale: “L’egocentrismo – io penso – ha pretese senza limite, perché il vero limite, che non riesco mai a superare da solo, sono io stesso: quell’io su cui punto tutte le mie risorse. L’egocentrismo ci persuade che staremo bene solo assecondando il nostro io, anche a costo di rovinare i rapporti con le persone più care. Così finiamo per scegliere la parte e non il tutto, lo spazio e non il tempo, la difesa delle cose piuttosto che la costruzione dei rapporti” (Matteo Maria Zuppi con Lorenzo Fazzini, Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente, Piemme 2019)

C’è anche un egocentrismo di un mondo che alimenta il suo produrre nello sfruttamento degli altri: “L’Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell’alta moda”. Così Roberto Saviano introduce un suo articolo in cui denuncia la situazione diffusa a nord al centro e al sud dello sfruttamento di lavoro schiavizzato che alimenta l’industria dell’alta moda, delle grandi marche che esportano in tutto il mondo (Quegli operai sfruttati nella fabbrica ‘grandi firme’, “La Repubblica” 18 novembre 2019) .

Dopo aver fatto riferimento a recenti situazioni concrete in cui sono stati scoperti lavoratori in nero che lavoravano in condizioni di sfruttamento per due/tre euro l’ora osserva: “Il lavoro italiano schiavizzato è stato totalmente rimosso dal dibattito pubblico sovranista perché andrebbe a smontare il suo principale cavallo di battaglia ideologico, svelando che non sono gli immigrati clandestini che arrivano in Italia a far abbassare il prezzo del lavoro e quindi a reintrodurre la schiavitù. Da più di cinquant’anni in molte zone del Meridione d’Italia (ma anche in Veneto) esiste un sistematico sfruttamento della manodopera di qualità da parte di tutto il sistema della moda, ma nonostante articoli, reportage, denunce e impegno dei sindacati, non si riesce in alcun modo a mutare la situazione”.

“la responsabilità di molte aziende dell’alta moda è totale: sono consapevoli — anche se legalmente al riparo — che la qualità della loro merce è frutto di condizioni di lavoro terribili e di uno sfruttamento costante. Solo da loro possono venire scelte in grado di cambiare questa situazione. Il populismo tace per convenienza, i riformisti temono di far scappare le aziende, quindi i salari, quindi i voti. Insomma, la solita verità italiana”.

Forme diverse di violenza e sfruttamento sono presenti in un contesto in cui sarebbe indispensabili maturare la consapevolezza della dignità di ogni volto perché in esso sta una benedizione originaria ed una chiamata fondamentale alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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