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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6548Is 8,23b.9,1-3; 1Cor 1,10-17; Mt 4,12-23

In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce…” Terra di Galilea, terra di pagani: una regione devastata dalle guerre, popolazioni di confine considerate male e con sospetto come pagani.

Isaia con lo sguardo lungo del profeta vede le tenebre di questa regione ai margini aprirsi ad una luce e ad una gioia nuova: annuncia una liberazione e la speranza che un re, ancora bambino, avrebbe portato luce e pace. E’ l’annuncio di un giorno in cui il diritto e la giustizia sono ristabiliti. Una luce grande entra nella storia proprio nella terra di confine, degli incroci, dei mescolamenti e dell’emarginazione. Isaia scorge un cammino di popolo dalle tenebre alla luce.

All’inizio del suo racconto Matteo riprende questo testo di Isaia e presenta Gesù che ritorna verso la Galilea. Vi si reca dopo il ritiro nel deserto e dopo che Giovanni Battista è arrestato. Giovanni Battista è consegnato nella sua passione e morte. In questo momento in cui Gesù, venuto a conoscenza di quanto era accaduto a Giovanni, poteva comprendere ciò a cui egli stesso andava incontro, si reca nella provincia dei pagani, nel territorio di confine, dei marginali: il suo essere messia parte da lì, segue vie che non corrispondono a progetti di potenza. Torna in Galilea, ma a Cafarnao, villaggio degli incontri, con coloro che sono dimenticati e esclusi dove i suoi incontri sono con malati e lontani. Gesù è venuto per tutti. E lì si fa vicino e i suoi gesti sono di guarigione e liberazione.

Il suo invito ‘convertitevi’ segue l’annuncio del regno dei cieli. Viene cioè dopo l’annuncio di un dono che genera gioia: il ‘regno dei cieli’ indica la vicinanza di Dio che apre ad un modo nuovo di intendere la vita come fratelli e sorelle, nella ospitalità. Il regno non è qualcosa lontano dalla nostra vita, è dono che viene dal Dio Padre: dono di vicinanza. Ed è anche scoperta che genera la gioia di lasciare tutto per cercarlo perché è una ricchezza che salva l’esistenza e le fa trovare il suo senso più profondo. Aprirsi al regno suscita un radicale cambiamento nella vita. Conversione è il movimento di cambiamento radicale, di mutare direzione, con cui si accoglie la presenza di Dio che si fa vicina nell’agire e nelle parole di Gesù. I suoi gesti di liberazione, guarigione, accoglienza e le sue parole indicano un modo nuovo di intendere la vita non come accaparramento ma come gratuità, non come egoismo ma come fratellanza. Rapporti nuovi sono possibili sin da ora nell’affidarsi a Dio che vuole la salvezza.

Gesù chiama a seguirlo: ‘Venite dietro a me’. E’ indicazione dell’essenziale della vita dei discepoli: rimanere dietro, camminare sui passi di Gesù, condividere lo stile della sua esistenza. Quando Gesù vede i due fratelli esprime lo sguardo di Dio che vede ogni persona come unica e originale e propone una chiamata. Simone e Andrea sono guardati nella loro vita ordinaria e nella loro unicità. Gesù li chiama nel loro operare di ogni giorno, mentre gettavano le reti in mare. Si fa vicino non nei luoghi religiosi, ma nei luoghi della vita. Li chiama ad essere ancora pescatori, ma ad esserlo in modo nuovo: pescatori di uomini. ‘Pescatore’ è da scorgere come chi porta vita: indica un servizio in riferimento ad altri, perché ognuno possa trovare il senso profondo della sua vita. Il regno dei cieli inizia a realizzarsi nella vita di Gesù: la vita cristiana non è apprendimento di una astratta dottrina fatta di principi e norme e neppure mera esecuzione di indicazioni morali, ma si compie nel seguire Gesù, nel porre i propri passi sulla sua via, nella creatività di vivere in relazione con lui che cammina sempre davanti, che annuncia e cura indicando la via del dono e del servizio.

Alessandro Cortesi op

SF00000000_67691687Maria Vingiani, un’esistenza ecumenica

Una donna, laica, un’esperienza profetica di questo tempo, una donna capace di cammini di fede e di incontro che hanno condotto a riscoprire il vangelo nella sua forza di novità e cambiamento. Una donna che ha seguito Gesù nella originalità di rispondere alla sua chiamata nel tempo.Di lei si può dire che ha accolto la voce: ‘Venite dietro a me’.

Maria Vingiani, all’età di 98 anni, è morta il 17 gennaio scorso. Un giorno particolare: è infatti la data dedicata al dialogo tra cattolici e ebrei. Su questa frontiera ella aveva svolto il suo cammino maturando intuizioni che guardavano avanti e aprivano nuovi orizzonti ben prima del Concilio Vaticano II.

Proveniva da una famiglia napoletana ed era nata nel 1921 a Venezia dove visse la sua infanzia e dove maturò la sua educazione e impegno in ambienti cattolici. Nel particolare contesto costituito dalla città lagunare, con la sua storia e pluralità di testimonianze artictiche e religiose, ebbe modo di scorgere l’esistenza di diverse comunità cristiane oltre quella cattolica: ognuna si diceva chiesa… Questo sguardo attento attorno a sé e il contatto con la vita fu l’humus in cui sorse in lei una profonda inquietudine e una domanda. Brunetto Salvarani nel suo libro Un tempo per tacere e un tempo per parlare” (Città Nuova 2016) in cui trascrive appunti presi in colloqui personali, riporta il ricordo diretto di Maria in quella fase della sua vita:

“Tra le chiese non c’era conflitto ma piuttosto indifferenza e reciproca ignoranza! Allora giovanissima, a Venezia vivevo un itinerario di fede nella mia parrocchia cattolica, ma m’incuriosivano le altre chiese che vedevo camminando per strada: quella valdese, luterana, metodista… Un giorno, avevo undici o dodici anni, decisi di entrare in una di queste in Campo Santi Apostoli. Mentre lo facevo mi sentii subito colpevole; qualcuno avrebbe potuto vedermi… Ma entrai lo stesso, e fui subito attratta dai libri poggiati sopra di un tavolo. Mi avvicinai autogiustificandomi, dicendomi che in fin dei conti stavo semplicemente guardando dei libri (…) Volevo capire e per capire dovevo studiare. Crescendo e arrivando alla laurea, pur tra mille difficoltà anche familiari, decisi di approfondire proprio il tema delle relazioni tra le chiese, non trovando praticamente nulla: solo qualche studio apologetico di parte cattolica. La mia vocazione ecumenica nacque da lì, dal fatto che non potevo accettare di buon grado le barriere esistenti tra chiese unite dall’unico vangelo, dall’unico Cristo, dall’unica salvezza. Quelle barriere per me erano una contraddizione inaccettabile!”. (cfr. anche una intervista inedita di Brunetto Salvarani a Maria Vingiani in Settimananews)

A quel tempo il solo partecipare ad una celebrazione di altre chiese era motivo di scomunica: Maria ottenne per questo il permesso dal patriarca di Venezia card. Piazza che glielo concesse non senza una messa in guardia per ‘non perdersi’.

Erano gli anni del dopoguerra. Sin da quel tempo iniziò a promuovere attività di conoscenza e formazione ecumenica. Si impegnò nell’ambito politico e fu eletta, molto giovane, in Consiglio comunale, divenendo poi assessora alle Belle Arti. In tale veste di responsabile per il patrimonio artistico cittadino incontrò il patriarca Roncalli, quando nel 1953 arrivò a Venezia, facendo il suo ingresso in città su una gondola. Lo incontrò come uomo di dialogo, di apertura mentale, capace di ascolto e di riportare la Parola di Dio al centro della vita cristiana. Di Roncalli Maria Vingiani ricordava ammirata la lettera pastorale del 1956 in occasione del V centenario della morte di san Lorenzo Giustiniani. In quella lettera il patriarca invitava a leggere Antico e Nuovo Testamento non solo nelle occasioni comunitarie della liturgia ma nella dimensione personale e nella vita familiare: “Noi cattolici non avevamo mai sentito parlare della Bibbia in quel modo, allora la Bibbia non c’era, nelle nostre case”. Con Roncalli maturò un rapporto di stima e profonda fiducia che passò dagli ambiti propri del rapporto professionale legato alla custodia dell’arte ai temi dell’ecumenismo a lei tanto cari e che guidavano il suo cammino di fede. Trovandosi così a condividere un orizzonte di fede ma anche ad ispirare con la sua intuizione aperture e scelte che troveranno maturazione in tempi successivi.

MariaVingiani-1956_InPixioQuando Roncalli fu eletto papa e dopo pochi mesi, il 25 gennaio 1959, annunciò un futuro Concilio di carattere ecumenico, Maria Vingiani intuì la portata epocale di quanto stava per iniziare. Da qui la sua decisione di lasciare l’impegno amministrativo e politico a Venezia e di trasferirsi a Roma dove continuò l’insegnamento di lettere nella scuola.

A lei si deve l’incontro tra Giovanni XXIII e Jules Isaac, grande studioso ebreo, indagatore delle radici dell’antisemitismo cristiano – l’insegnamento del disprezzo-, la cui famiglia era stata sterminata ad Auschwitz. Maria Vingiani aveva conosciuto Isaac in occasione delle Biennali di Venezia – a cui lui partecipava regolarmente in ricordo della morte artista uccisa ad Auschwitz -. E fu Maria che favorì l’occasione di un incontro diretto avvenuto il 13 giugno 1960. Giovanni XXIII rimase toccato dalla testimonianza dell’anziano professore che cercava di far giungere il suo appello come missione. Da quel momento il tema del rapporto tra Israele e chiesa divenne una delle questioni inserite nel dibattito conciliare e che condusse ad una tra le novità più profonde del Concilio, una autentica conversione nel modo di intendere i rapporti con l’ebraismo e alla redazione della dichiarazione Nostra aetate, che aprì una nuova prospettiva di incontro e dialogo. Tale cambiamento riflette una intuizione propria di Maria che scorgeva come la divisione dei cristiani non poteva trovare orizzonte di riconciliazione se non in un nuova comprensione delle proprie radici riandando ad un rinnovato incontro con l’ebraismo scoprendosi sempre situati in rapporto con l’altro.

Ebbe a scrivere a proposito della sua lettura delle divisioni dei cristiani: «Mi era ormai chiaro che l’unica vera grave lacerazione era alle origini del cristianesimo e che, per superare le successive divisioni tra i cristiani, bisognava ripartire insieme dalla riscoperta della comune radice biblica e dalla valorizzazione dell’ebraismo». Da tali intuizioni ebbe origine il Segretariato Attività Ecumeniche che continua a tutt’oggi ad essere uno dei luoghi di incontro e formazione ecumenica e prevede nella sua costituzione di ‘partire dal dialogo ebraico-cristiano’.

Specificità di tale movimento interconfessionale fondato da Maria Vingiani, è la sua laicità: non è previsto che alcun responsabile ‘religioso’ sia membro ma può essere amico o consulente, e molti sono stati negli anni gli amici e consulenti di tale tipo, preti, pastori, rabbini. Tuttavia la caratterizzazione laica del movimento indica la scelta di un ecumenismo dal basso, con stretto legame alla vita e capace di forza profetica rispetto ai ritardi, alle incomprensioni ed alle durezze delle istituzioni e delle gerarchie. «Una scelta che comporta autonomia totale, anche economica, per favorire un percorso nuovo di incontro, dialogo, formazione e quindi poi l’intesa, la collaborazione e la comunione». I convegni nazionali del Segretariato Attività Ecumeniche ebbero inizio dalla metà degli anni ’60 e a partire dal 1978 fino al 1998 si tennero al passo della Mendola. Del SAE Maria Vingiani è stata presidente fino al 1996. E la vita del Segretariato continua tutt’oggi.

Nell’intervista raccolta da “Avvenire” (Riccardo Maccioni, Aveva 98 anni. È morta Maria Vingiani: il coraggio del dialogo, “Avvenire”, 17 gennaio 2020) in occasione dei suoi novant’anni Maria diceva: “Abbiamo vissuto anni di grande passione in cui bisognava sempre combattere, sperare, chiarire. Ogni volta c’erano battaglie da vincere, muri da far cadere, separazioni da trasformare in cammino di incontro, di riconciliazione. Oggi invece – continua – l’ecumenismo corre il rischio della tranquillità. Sembra che sia tutto normale, quasi scontato, mancano salti di qualità. Il pericolo è che la normalità sfoci nell’indifferenza (…) Occorre una grande passione, un grande amore per i nostri fratelli, nel senso di un’autentica fraternità. Bisogna puntare sul Vangelo, valorizzare al massimo la Bibbia. Io però non ho fatto nulla, a lavorare sono stati la fede, l’esperienza e la grazia di Dio” .

La sua testimonianza rimane come luce in questo tempo, nei cammino dell’umanità chiamata a riconciliazione perché come ella amava ricordare “la fede si vive nella speranza” (cfr. intervista nel sito della diocesi di Cremona)

Alessandro Cortesi op

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