la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “febbraio, 2020”

Mercoledì delle ceneri – 2020

IMG_6870“Ritornate a me con tutto il cuore…” è l’invito che apre questo tempo di quaresima. Ritornare è movimento di conversione. Implica un fermarsi, una ricerca del giusto cammino, l’intraprendere una strada nuova. Tornare per riandare ad un’esperienza iniziale di incontro con Dio che per Israele è stata la liberazione dall’Egitto dove si è scoperto popolo in cammino chiamato a seguire Dio e servirlo. Nel percorso tante cose si sono sovrapposte alla meraviglia del dono di un incontro e di una chiamata , alla disponibilità a cercare Dio quale tesoro della propria vita, all’affidamento radicale del credere. Siamo invitati a riconoscere che ci siamo allontanati dallo stare con Lui, dal riconoscere la sua presenza nei nostri giorni, dall’ascolto della sua Parola. La quaresima invita ad un primo movimento di verità nella vita di ognuna o ognuno di noi. Ritornare non è movimento facile o che tocca aspetti marginali dell’esistenza, ma investe il cuore: “ritornate a me con tutto il cuore”: nel coinvolgimento del cuore sede delle scelte, degli orientamenti fondamentali dell’esistenza.

“ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso”. Ritornare è movimento che conduce a mettere Dio al centro, a scoprire il volto di un Dio di misericordia che non condanna ma accoglie, desidera aprire cammini di liberazione conosce la nostra debolezza e perdona.

“Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo”. Come Dio è un Dio che ama con cura e attenzione così a noi chiede di far nostra la sua cura per la terra. Come Dio è un Dio di compassione per il suo popolo, così a noi chiede di essere capaci di compassione. Compassione per gli altri vicini e compassione per quel popolo di Dio presente e nascosto nell’umanità. Quaresima apre ad uno sguardo decentrato da noi stessi, coinvolto nello stile di Dio.

“Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. Quaresima è momento favorevole nel nostro cammino per aprirci ad un’opera che non è nostra. E’ Dio che ci ha riconciliati con lui in Cristo “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”. La chiamata a ritorno, la conversione, ci coglie nella situazione di essere non riconciliati: non riconciliati con noi stessi, non riconciliati tra di noi, non riconciliati nei rapporti tra i popoli, non riconciliati nella relazione con la terra.

Riconciliare è l’opera di Dio: è dono che viene da Dio e la vita nuova del cristiano, essere nuova creatura, si apre nell’accogliere tale dono. Non ripiegati in se stessi, chiusi nelle pretese di difesa del proprio io ma aperti a legami comunitari, a trasmettere il servizio della riconciliazione.

Nella quaresima, quaranta giorni di un cammino tutto orientato verso la Pasqua, siamo invitati ad una riscoperta di Gesù e del suo vangelo, del significato per noi della sua croce, del suo amore vissuto fino alla fine. Ed insieme una riscoperta del nostro battesimo come dono da far fiorire in scelte nella vita, della nostra autenticità, del nome ricevuto come promessa. “Ci ha riconciliati per mezzo di Cristo e ha affidato a noi l’opera della riconciliazione”.

La quaresima è momento favorevole per vivere gesti concreti di relazioni nuove, con gli altri, con Dio, con la terra. Sono i gesti dell’apertura all’altro, della condivisione della vita dei poveri: “mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”. Sono i respiri della preghiera come esperienza di incontro con Dio che chiede ascolto e accoglienza nel cuore: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo…”.

Sono le scelte di sobrietà, di limitazione dei mezzi che usiamo per ricercare ciò che è essenziale liberandosi da quanto appesantisce la nostra vita e la rende incapace di ospitalità: “quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto”. Sono i gesti per vincere la ipocrisia togliendo le maschere e recuperare la semplicità di una vita secondo il vangelo.

“Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole 26 febbraio 2020

I domenica di Quaresima – anno A – 2020

wiligelmo_lastra1(Duomo di Modena facciata – Wiligelmo, storie della creazione XI sec)

Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Nel tempo di quaresima di quest’anno (anno A) la prima lettura di ogni domenica accompagna a ripercorrere le tappe principali della storia della salvezza. Dalla creazione alla Pasqua. Quasi una lunga preparazione alla Pasqua come orizzonte ultimo di questo cammino. E tale percorso si rivivrà nella liturgia della parola della veglia pasquale della notte.

Il racconto dei primi capitoli di Genesi presenta in termini mitici una grande riflessione sulla condizione dell’umanità e del cosmo. Il Dio liberatore dell’esodo è il medesimo creatore dell’umanità e del cosmo. E’ unico Dio sorgente di bene. La stessa creazione è evento di dono. All’uomo (adam), plasmato dalla terra (adamah) è donato un respiro di vita. Tuttavia nell’esperienza umana è presente anche un lato oscuro, l’esperienza del male. Dio sorgente di ogni cosa è Dio amante della vita. Il male è forza che gli si oppone, ma non è più grade di Lui, ed è conseguenza di scelte che hanno radice nella libertà dell’uomo. Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di una lotta contro il male e il peccato.

Il capitolo 3 di Genesi in particolare presenta l’attuarsi di diverse fratture: tra l’uomo e la donna, tra gli umani e il creato, tra l’umanità e Dio stesso (‘scoprirono di essere nudi’). La situazione del peccato viene così tratteggiata come rottura di amicizia. Nella sua radice tale processo si connota come mancanza di affidamento. La grande tentazione è porsi davanti a Dio, agli altri, alle cose come antagonisti, come nemici. Dalla pretesa di essere senza limiti sgorga una corrente di incomprensione e di inganno. La radice di ogni male è indicata nel non accogliere il volto di un Dio che crea per comunicare il suo amore.

Nella lettera ai Romani Paolo annuncia che in Gesù Cristo si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche nell’umanità stessa. In Cristo ha inizio una nuova creazione che riprende e rinnova la condizione di Adamo: Gesù con la sua Pasqua rinnova l’essere umano e vince il peccato. In Adamo la disobbedienza, in Cristo l’ascolto pieno del Padre. La nostra condizione è posta in una nuova solidarietà. Solidali in Adamo, ora solidali Cristo. La situazione di Adamo, segnata da miseria e peccato, è definitivamente vinta dalla morte di Gesù Cristo e dalla sua risurrezione che hanno vinto il peccato. Paolo parte da Cristo: “molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti”. Chi accoglie la grazia di Cristo può comprendere la situazione di chiusura propria del peccato e capire quale apertura e liberazione è dono di Gesù e per questo camminare in una vita nuova: è la giustificazione che dà vita. In Gesù Cristo una nuova situazione è donata in una nuova solidarietà.

L’episodio delle tentazioni di Gesù ha una particolare presentazione in Matteo. Per Gesù la prova non fu un momento limitato ma una dimensione della sua vita. Nel suo vangelo Matteo lo ricorda quando ricorda la richiesta di compiere miracoli per far stupire: ‘vogliamo che tu ci faccia vedere un segno miracoloso’ (Mt 12,38), oppure nelle richieste di un ‘messia’ forte come capo politico; si presenta anche in coloro – i più vicini – che cercano di distoglierlo dall’andare verso Gerusalemme dove avrebbe incontrato il rifiuto e la sofferenza (Mt 16,21-23). Gesù si rivolge allora a Pietro dicendo ‘via da me satana, perché non pensi come Dio ma come gli uomini’ (Mt 16,23).

Nel racconto del cap. 4 Gesù è presentato davanti a ‘satana’ il ‘divisore’, figura simbolica di ogni forza che tiene lontano dal progetto di Dio. Le provocazioni riguardano il modo in cui Gesù può intendere i suo essere ‘messia’, inviato mandato da Dio. Vi è la proposta di una religione che risponde solamente al desiderio di benessere immediato, c’è poi la proposta di una religione dei miracoli o del successo. Infine la linea di una religione ricerca del potere e dominio politico. ‘Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto’. Ha i tratti di Mosè che guida verso un esodo nuovo. Vi sono rimandi alle prove di Israele (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Là dove Israele ha peccato Gesù si mantiene fedele. Unica sua preoccupazione è l’affidarsi totalmente al Padre, in una obbedienza che è fiducia radicale. E’ un messia che rifiuta le vie del successo del potere e della violenza. Sceglie la via del servizio e della condivisione.

La quaresima è occasione per agire nella linea di una conversione personale, ma anche di una conversione pastorale e missionaria così urgente per le nostre chiese per vivere oggi fedeltà al vangelo ed essere segno capace di indicare Gesù in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

0005572D-sfollati-da-idlib(sfollati da Idlib – febbraio 2020)

Conversione

“La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo » (Esort. ap. Christus vivit,117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di darela vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del “padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici dell’esperienza umana personale e collettiva.” Così scrive papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno 2020.

Nel Messaggio si legge anche un richiama ad una concretezza per oggi della conversione: “Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia”.

In questo periodo il diffondersi dell’epidemia del coronavirus, partita dalla Cina e giunta velocemente in altri continenti e in Italia, sta generando preoccupazioni e paure. Le nostra società è scossa in modo profondo e questa ansia che determina anche fenomeni di psicosi collettiva si espone ad una lettura attenta. Si possono proporre alcune considerazioni. Una prima considerazione riguarda la capacità di presa della paura: forse a tal proposito si dovrebbe cogliere come certamente i virus delle malattie sono contagiosi, ma anche altri virus che hanno avuto diffusione nel tessuto sociale sono altrettanto pericolosi: il virus dell’odio, della indifferenza, dell’assuefazione alle tragedie che si svolgono a pochi passi da noi. E’ impressionante a tal proposito la sproporzione tra la presenza a livello mediatico delle notizie sul coronavirus rispetto alla tragedia umanitaria che si sta consumando in questi giorni nei pressi di Idlib in Siria settentrionale. Fonti dell’ONU riferiscono che circa 900mila persone, stanno fuggendo dalle loro case di fronte ad un’offensiva portata dall’esercito di Bashar al Assad con il sostegno russo. Le immagini giunte sugli schermi dei nostri computer di un papà che convince la sua bambina a pensare che gli scoppi delle bombe sono fuochi d’artificio di cui ridere e non ordigni devastanti fa riflettere sull’impatto di questa guerra sui bambini e sui tanti bambini che fanno parte delle carovane di profughi. La crisi umanitaria in atto in quella regione giunge dopo nove anni di guerra in Siria. In questa fuga di massa chi sta abbandonando le proprie case non ha peraltro un luogo dove rifugiarsi perché alle spalle c’è l’aviazione russa e l’esercito di Assad e davanti si trova il rifiuto dell’esercito turco di Erdogan che impedisce ingressi alla frontiera. (Pierre Haski, A Idlib è in coso la peggior tragedia umanitaria del secolo, “Internazionale” 19 febbraio 2020).

Un seconda considerazione può sorgere dall’emergenza del coronavirus. A fronte di una tendenza presente nelle nostre società ad un individualismo senza limiti che illude di poter vivere una nuova onnipotenza data dai mezzi della tecnologia, si scopre improvvisamente il legame ineludibile che collega la vicenda dell’umanità in una unica comunità di destino. Ad un’epidemia si può far fronte solamente con atteggiamenti responsabili e attenti che coltivano la dimensione del noi e conducono ad una cura per gli altri, a valorizzare le competenze, a vivere anche il limite coltivando la virtù di prudenza, a scoprire la vita propria connessa a quella di tutti gli altri, in dimensioni globali.

Come osserva Caterina Soffici: “…il coronavirus è il muro contro cui il culto dell’ego dell’uomo moderno si va a schiantare. Ci fa capire che ognuno di noi, preso singolarmente, può soccombere di fronte a un nemico tanto piccolo da essere invisibile. Ci fa capire che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità e accettare dei limiti, nel nome del “noi”, parola piuttosto desueta e sconosciuta ai più, ma che grazie al pericolo del contagio siamo costretti a far tornare di moda. L’epidemia è uno di quei casi dove l’interesse del singolo non può essere protetto altro che proteggendo l’intera comunità. E quindi il singolo, anche il più egoista dei singoli, se vuole proteggere se stesso e la propria cerchia di affetti, è costretto a comportarsi in maniera sociale. Prendersi le proprie responsabilità significa per esempio capire che ci sono dei limiti alla propria libertà per proteggere gli altri dal contagio. Capire che non siamo onnipotenti, che talvolta è necessario fermarsi, che non possiamo controllare tutto. E soprattutto che l’unione fa la forza”. (Caterina Soffici, La paura dell’invisibile ci spinge a riscoprire l’importanza del “noi”, “La Stampa” 25 febbraio 2020).

Un’ultima osservazione: in tante diocesi italiane si stanno diramando comunicati che invitano a limitare se non ad annullare celebrazioni comunitarie e liturgiche per evitare occasioni di contagio, e a coltivare la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio nella dimensione domestica. E’ forse occasione questa per una riscoperta del significato profondo dell’eucaristia che rinvia sempre alla vita, al fare dei gesti e delle scelte  di tutti giorni un pane spezzato e vino versato per gli altri. Questo tipo inatteso di ‘digiuno’ e questo genere di quarantena potrebbe essere motivo per scoprire la nostalgia di una comunità che diviene tale nel riferirsi al Signore Gesù nel quotidiano e nei luoghi della vita aprendosi a condividere e ad accogliere le ricerche di bene e di senso presenti nei cuori.

Questa attenzione al di fuori di noi e la cura per coltivare un noi nella vita ordinaria sono frontiere in cui vivere la conversione a cui la quaresima richiama.

Alessandro Cortesi op

VII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6973Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Al cuore del cap. 19 del libro del Levitico, libro di norme e leggi sorte in un ambito sacerdotale ebraico, sta l’invito ad essere ‘santi come Dio è santo’. E’ un invito a lasciarsi orientare da Dio in ogni momento e a vivere l’esistenza come partecipazione alla sua stessa vita che è santità. Indica l’importanza di vivere un rapporto con Dio in tutti i momenti e le situazioni della vita, anche le più ordinarie e quotidiane. Si pone secondo la fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”. Ma soprattutto la parola sul rapporto con il prossimo apre uno squarcio di novità: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Gesù riprenderà queste parole unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. I due momenti vanno sempre insieme a formare un solo orientamento, amare Dio e riconoscere il prossimo. Non è possibile accostarsi a Dio senza riconoscere il volto dell’altro e di chi ha bisogno e aprirsi a lui. Il Dio biblico non è una energia impersonale ma presenza che chiama e apre ad un incontro con Lui che passa attraverso il rapporto con il prossimo. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”.

La concretezza di queste parole si traduce nell’imperativo “tu amerai il forestiero, cioè l’immigrato residente, come te stesso…” Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. … tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

Nel discorso della montagna Matteo raccoglie l’insegnamento di Gesù, la nuova legge. L’invito ad essere perfetti è – come nel Levitico – apertura a lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio. Solo il suo amore poco alla volta cambia il cuore e rende capaci di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non si tratta di una perfezione impossibile all’uomo e che rende ripiegati su di sè. Ma è indicazione di cammino per rispecchiare nella vita lo stile di Dio stesso: non covare odio, ma coltivare accoglienza, comprensione, dedizione concreta.

Coltivare questo apre l’esistenza ad un amore che non è limitato, ma giunge fino ad amare il nemico. Non si tratta di non reagire di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, non è invito a non disturbare i potenti. L’amore non può essere scambiato con l’assuefazione e la sottomissione all’ingiustizia. Ma è atteggiamento di libertà, orientamento della vita all’accoglienza gratuità e servizio. E’ stata questa la via che Gesù ha seguito. E’ stato questo amore inerme e nonviolento che ha suscitato la reazione contro di lui: Gesù non si è piegato all’ingiustizia ma ha testimoniato un amore oltre i confini togliendo esclusione, ostilità, violenza.

Alessandro Cortesi op

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Querida Amazonia…

E’ stata pubblicata nei giorni scorsi l’Esortazione apostolica post- sinodale dal titolo Querida Amazonia di papa Francesco. Fa seguito al Sinodo svoltosi a Roma nell’ottobre del 2019 con la partecipazione di molti vescovi dell’area amazzonica che copre nove Paesi dell’America Latina. I lavori del sinodo si sono situati all’interno di un ampio processo di ascolto e coinvolgimento con le comunità locali che ha visto un capillare coinvolgimento e dialogo nei mesi precedenti al sinodo.

Questo processo era iniziato il 19 gennaio 2018, quando Francesco si era recato a Puerto Maldonado, e lì aveva rivolto l’invito a “plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno”. Il sinodo si è posto così quale occasione di attenzione e di cura per l’Amazzonia, un territorio di enorme ricchezza e bellezza naturale e di diversità di popoli, ma anche una terra particolarmente minacciata oggi da diversi tipi di sfruttamento delle risorse, di impoverimento dei suoi abitanti e di processi di devastazione ambientale.

Proprietà di questo documento di Francesco è l’essere un testo che intende porsi accanto al Documento finale approvato dall’Assemblea del Sinodo con votazione. “Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale” (QA 2).

Tali espressioni indicano come il Sinodo rimanga in un certo modo aperto ad un processo di ricezione e di attuazione di quanto emerso. Ma l’attenzione all’Amazzonia è un appello a tutte le comunità per riconoscere la peculiarità di questa terra e per accogliere le sfide dell’inculturazione nei diversi contesti oggi: “L’Amazzonia è una totalità multinazionale interconnessa, un grande bioma condiviso da nove paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela e Guyana Francese. Tuttavia, indirizzo questa Esortazione a tutto il mondo. Lo faccio, da una parte, per aiutare a risvegliare l’affetto e la preoccupazione per questa terra che è anche “nostra” e invitarli ad ammirarla e a riconoscerla come un mistero sacro; dall’altra, perché l’attenzione della Chiesa alle problematiche di questo luogo ci obbliga a riprendere brevemente alcuni temi che non dovremmo dimenticare e che possono ispirare altre regioni della terra di fronte alle loro proprie sfide” (QA 5).

Francesco esprime così i quattro sogni che indica in riferimento all’Amazzonia ma che si allargano ad essere sogni di cambiamento per il cammino dell’umanità e della chiesa:

“6. Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestino meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi. Per questo mi permetto umilmente, in questa breve Esortazione, di formulare quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira.

7. Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.

Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.

Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.

Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici”.

A fronte di una analisi della situazione in cui si rileva il dramma dello sfruttamento e delle politiche di dominio di dominio che incombono in Amazzonia è presentato il sogno sociale “quello di un’Amazzonia che integri e promuova tutti i suoi abitanti perché possano consolidare un “buon vivere”. Ma c’è bisogno di un grido profetico e di un arduo impegno per i più poveri” (QA 8). Tutto ciò implica indignazione profetica in una lotta alla colonizzazione che si attua oggi in forme diverse e puntando sulla capacità di fraternità propria dei popoli amazzonici (QA 20).

Il secondo sogno è un sogno culturale, di attenzione e valorizzazione delle culture proprie di questo enorme territorio e dei popoli e comunità che lì risiedono: “Il tema è promuovere l’Amazzonia; ciò però non significa colonizzarla culturalmente, bensì fare in modo che essa stessa tragga da sé il meglio. Questo è il senso della migliore opera educativa: coltivare senza sradicare; far crescere senza indebolire l’identità; promuovere senza invadere” (QA 28). I sogno culturale implica prendersi cura delle radici, ossia della saggezza culturale dei popoli e della diversità.

Il terzo sogno è un sogno ecologico. “In una realtà culturale come l’Amazzonia, dove esiste una relazione così stretta dell’essere umano con la natura, l’esistenza quotidiana è sempre cosmica. Liberare gli altri dalle loro schiavitù implica certamente prendersi cura dell’ambiente e proteggerlo, ma ancor più aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi con fiducia a quel Dio che non solo ha creato tutto ciò che esiste, ma ci ha anche donato sé stesso in Gesù Cristo” (QA 41).

A tal riguardo Francesco inserisce nel testo molteplici citazioni di poeti e poetesse indigeni che esprimono con il linguaggio della poesia il mistero di una terra percepita come madre e la minaccia di una distruzione imminente: “La poesia aiuta ad esprimere una dolorosa sensazione che oggi in molti condividiamo. La verità ineludibile è che, nelle attuali condizioni, con questo modo di trattare l’Amazzonia, tanta vita e tanta bellezza stiano “prendendo la direzione della fine”, benché molti vogliano continuare a credere che non è successo nulla: «Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano. Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. […]
Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi.
Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere. Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue»” (QA 47).

Il documento esprime la consapevolezza che la vita dell’intero pianeta dipende dal rispetto dell’ambiente naturale in amazzonia e in biomi come quello del Congo in Africa e del Borneo. L’invito è di proteggere l’Amazzonia, “cuore del pianeta”, e ad affrontare temi quali la deforestazione, il flagello della tratta delle persone, l’inquinamento ambientale.

Riprendendo intuizioni espresse nella enciclica Laudato sì Francesco invita ad ascoltare insieme il grido della terra e il grido dei poveri, richiamando al tenere insieme un approccio ecologico e un approccio attento alla giustizia sociale (QA 8).

“Imparando dai popoli originari, possiamo contemplare l’Amazzonia e non solo analizzarla, per riconoscere il mistero prezioso che ci supera. Possiamo amarla e non solo utilizzarla, così che l’amore risvegli un interesse profondo e sincero. Di più, possiamo sentirci intimamente uniti ad essa e non solo difenderla, e allora l’Amazzonia diventerà nostra come una madre. Perché «il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri»” (QA 55).

Il quarto sogno è un sogno ecclesiale. Francesco esprime a tal riguardo il sogno di una chiesa dal volto amazzonico. A tal proposito insiste sulla dinamica dell’inculturazione. L’annuncio del kerigma cristiano «riconfigura sempre la propria identità nell’ascolto e nel dialogo con le persone, le realtà e le storie del suo territorio» (QA 66).

“perché la Chiesa ha un volto pluriforme «non solo da una prospettiva spaziale […], ma anche dalla sua realtà temporale». Si tratta dell’autentica Tradizione della Chiesa, che non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce” (QA 66).

A tal riguardo è presente una attenzione alla inculturazione del liturgia secondo un approccio di incontro e ascolto raccogliendo gli elementi degli indigeni nel loro contatto con la natura e stimolando le espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli (QA 82) Si osserva che dopo il Concilio Vaticano II è stato condotto uno sforzo di inculturazione della liturgia nei popoli indigeni, ma pochi progressi si sono realizzati (QA 82)

E’ recepito «il lamento di tante comunità dell’Amazzonia “private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo”. Si afferma che c’è bisogno di ministri che possano comprendere dall’interno la sensibilità e le culture amazzoniche» (QA 86). Tuttavia nulla viene detto a proposito delle richieste esplicite emerse dai lavori del sinodo a riguardo della creazione di nuovi ministeri sia nel chiamare al sacerdozio ministeriale dei diaconi permanenti, sia nell’istituzione del diaconato delle donne.

Viene prospettato un orientamento di maggiore promozione di servizi laicali: “Abbiamo bisogno di promuovere l’incontro con la Parola e la maturazione nella santità attraverso vari servizi laicali, che presuppongono un processo di maturazione – biblica, dottrinale, spirituale e pratica – e vari percorsi di formazione permanente” (QA 93). Inoltre si prospetta l’impegno a sviluppare “una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale. Le sfide dell’Amazzonia esigono dalla Chiesa uno sforzo speciale per realizzare una presenza capillare che è possibile solo attraverso un incisivo protagonismo dei laici” (QA 94). Questa sollecitazione è certamente motivo per rallegrarsi e può essere indicazione importante anche per tutte le altre chiese.

Gli aspetti più deboli di questa parte appaiono nell’indicazione di far fronte alla mancanza di preti con la preghiera di nuove vocazioni e con l’invio di missionari nei territori dell’Amazzonia (QA 90) e soprattutto nel modo in cui si affronta la presenza delle donne nella chiesa. Di esse si riconosce un ruolo fondamentale nella vita delle comunità ecclesiali: “per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente. Loro stesse, nel Sinodo, hanno commosso tutti noi con la loro testimonianza” (QA 99). Si riconosce che “di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche” (QA 103).

Ma, viene osservato, accordare alle donne “accesso all’Ordine sacro… “limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo” (QA 100). Si dice solamente che “dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio” (QA 103).

A tal proposito osserva René Poujol in un articolo dal titolo Francesco e l’Amazzonia: non aprire le porte… senza tenerle chiuse! (trad. Finesettimana): “Ma tornare continuamente all’immagine, certo ammirevole, di Maria, non è certo il modo migliore per mobilitare le donne a servizio della missione. Vedere nell’accesso all’Ordine sacro (qui il diaconato) un “rischio di clericalizzare le donne”, lascia perplessi. Ci si pone forse la stessa domanda per i candidati maschi al diaconato o al presbiterato? Ordinare un uomo celibe non è forse clericalizzare un laico? Conosciamo l’ostilità del Vaticano e di papa Francesco per “l’ideologia del genere”. Ma se la crisi che attraversa la Chiesa ha davvero come causa il deficit di inculturazione, l’istituzione potrà ancora a lungo ignorare l’aspirazione delle donne cattoliche, al pari delle donne in tutti gli altri settori della vita, ad una forma di uguaglianza che non si accontenta più di un semplice discorso sulla complementarietà?”

Motivo di speranza per futuri sviluppi che peraltro il documento di Francesco non chiude, ma nemmeno apre con la sua parola autorevole, possono essere colti nell’affermazione al n.104: “Accade spesso che, in un determinato luogo, gli operatori pastorali intravedano soluzioni molto diverse per i problemi che affrontano, e perciò propongano forme di organizzazione ecclesiale apparentemente opposte. Quando succede questo, è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione stia nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà” (QA 104).

“Le autentiche soluzioni non si raggiungono mai annacquando l’audacia, sottraendosi alle esigenze concrete o cercando colpe esterne. Al contrario, la via d’uscita si trova per “traboccamento”, trascendendo la dialettica che limita la visione per poter riconoscere così un dono più grande che Dio sta offrendo… in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose di inculturazione” (QA 105).

Due temi considerati in questa ultima parte del documento, in cui la terminologia del sacerdozio è applicata solo ai chierici senza considerazione del sacerdozio comune di tutti i fedeli, rimangono aperti: come pensare una chiesa non nei termini nella contrapposizione tra laicato e chierici ma nel quadro della comune dignità e responsabilità dei battezzati nel popolo di Dio che possono essere soggetti di diversi ministeri? Come pensare e vivere un’esperienza di chiesa composta di uomini e di donne nell’uguaglianza fondamentale che proviene dalla fede e dal battesimo e nel riconoscimento delle differenze, individuando forme diverse, anche nuove, di una ministerialità articolata e differenziata di uomini e di donne quali soggetti a pieno titolo nel popolo di Dio? Soprattutto superando il clericalismo congiunto al maschilismo e la mentalità di potere che segna ancora pesantemete la situazione attuale della chiesa.

All’interno di una chiamata a conversione dell’umanità, in particolare di quella parte di umanità che detiene la ricchezza e il potere economico, a rinunciare alla mentalità del potere che opprime e devasta l’ambiente e genera sofferenza e ingiustizia, anche la chiesa è chiamata ad una conversione profonda che si esprime anche nella riforma delle sue strutture e nella coerenza e creatività della sua testimonianza.

E’ da attendere con pazienza – ma ciò non toglie il senso di un certo sconforto a fronte di questi appuntamenti mancati – che lo Spirito di Dio faccia ‘traboccare’ il suo dono in una stagione in cui si avverte forte l’esigenza di un rinnovamento della vita ecclesiale e di scelte di semplicità e coraggio nel percorrere vie nuove in fedeltà al vangelo e in ascolto delle domande di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario anno A – 2020

IMG_6820Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37 

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno…

Se vuoi… la Parola di Dio è appello ad una libertà che risponde. Al primo posto sta il ‘se vuoi…’ una porta socchiusa, della libertà. E, immediatamente legata sta la fiducia del rapporto personale: “se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Da questo ‘se vuoi’ e dalla fiducia inizia un possibile cammino in cui la scoperta inattesa e sorprendente è quella di ‘essere custoditi’ dalle sue parole e il poter assaporare le profondità della vita. Entrare nel coinvolgimento di un sì libero: in questo passo di accogliere e consentire si attua l’abbandono della fede, e da qui trae origine un movimento nuovo.

Non la pretesa di una vita di cui già si sa tutto, proprietà e dominio rinserrato tra le mani, ma la disponibilità ad essere custoditi dalle parole dell’alleanza. Un sorprendente esproprio vissuto nella responsabilità: quello dell’essere accompagnati a vivere il senso profondo di ogni parola, che declina l’unica parola dell’alleanza e dell’incontro: ‘Io sono il Signore Dio tuo’.

Vivere la libertà del ‘se vuoi’ apre allora a scoprirsi guardati da occhi ‘che stanno su coloro che lo temono’ ed incontrare le parole del Signore come via per crescere, con fatica, accompagnati da una pazienza amica, in umanità autentica, in un cammino sempre aperto al futuro… vivrai.

Ma è anche cammino esigente, segnato dall’impegno del prendere parte e dello schierarsi di fronte al bene e al male. Non un esser custoditi perché svincolati dalla responsabilità piuttosto un esser custoditi nella responsabilità e gettati in essa. Resi capaci di camminare verso una vita che esprima le sue dimensioni più profonde proprio nella libertà e in scelte di responsabilità.

Paolo parla di una sapienza che non è di chi domina. I dominatori vengono ridotti al nulla e ogni loro sapere si rivela vano. Ma lo Spirito è presenza dono che comunica una sapienza che non viene meno. “lo Spirito infatti conosce ogni cosa, anche le profondità di Dio”. La sapienza di Dio si è resa vicina in Gesù, il crocifisso: ciò appare stoltezza e follia. Come pensare che da un condannato a morte provenga una parola di sapienza? Sta qui la pretesa del vangelo: è bella notizia che la vita donata e la morte di Gesù manifestano la sapienza di Dio.

Il crocifisso è il Signore della gloria, il medesimo, non un altro: in lui si può scorgere la sapienza di Dio, la sapienza dell’amore che secondo i criteri umani è stoltezza. Solo lo Spirito può far accogliere questo ‘vangelo’. Un vita spirituale è appunto vita nello Spirito, aperta al suo soffio. Lo Spirito conosce anche le profondità di Dio, solo Lui può far sì che siamo custoditi dalla parola della croce, stoltezza e debolezza, ma sapienza e potenza di Dio, in modo paradossale, perché è comunicazione dell’amore che salva.

Nel discorso della montagna si trovano una serie di affermazioni poste in parallelo: ‘avete inteso che fu detto, ma io vi dico…’. Gesù presenta un modo più radicale di vivere la fedeltà a Dio. ‘Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e farisei’. Gesù chiede ai suoi ‘giustizia’, da tradursi nei termini di una fedeltà sovrabbondante. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse così il giusto è colui che compie la parola di Dio.

Gesù chiede di superare la logica del dovuto, di chi pretende di essere a posto perché compie alcune norme o pratiche della legge. Gesù non richiede infatti l’attuazione di una misura stabilita ma indica un modo di vivere la fede con un coinvolgimento pieno, chiede di ‘portare a pienezza’. Le sue parole aprono una strada e sono sfida alla libertà. Toccano il cuore e chiedono radicalità. ‘ma io vi dico’.

C’è una pretesa che risuona in queste parola: deriva da una autorevolezza della vita stessa di Gesù. Gesù per primo ha seguto questa strada e il suo è appello perché la vita di coloro che lo seguono sia secondo le beatitudini non da schiavi sotto la legge ma da liberi fiduciosi nella grazia. Gesù pone una domanda alla coscienza, chiede un movimento del ‘cuore’ della persona. Non è esigenza di una perfezione lonatna dalla vita e impossibile, ma è invito ad orientare lo sguardare al Padre che è nei cieli e camminare in una consegna di sé senza riserve, lasciandosi guidare dalla sua parola.

Alessandro Cortesi op

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Radicalità

Spesso si pensa che la radicalità sia atteggiamento di chi compie scelte particolari e fuori dall’ordinario, di chi si impone con forte visibilità suscitando stupore, di chi vive in modo eccezionale esperienze non possibili ai più.

Cinquant’anni fa, il 12 febbraio 1980 Vittorio Bachelet vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, insigne giurista, docente dell’Università La Sapienza di Roma e cattolico impegnato presidente della Azione Cattolica Italiana, venne ucciso in un agguato delle Brigate Rosse proprio sulla scalinata dell’Università dopo aver concluso una lezione nella facoltà di scienze politiche.

Apparteneva ad una generazione particolare di giuristi; non era tra coloro che nel dopoguerra avevano scritto la Costituzione, ma faceva parte di coloro che avevano assunto il compito di far sì che la Costituzione venisse tradotta in modo coerente negli ordinamenti e nelle scelte ordinarie, diventasse la guida ispiratrice dello strutturarsi di una società italiana ancora profondamente segnata dalla pesante eredità del fascismo e da tante divisioni.

Vittorio Bachelet era profondamente radicato nella Costituzione e nel vangelo. Il suo atteggiamento, in anni di contestazione radicale e di inquietudini profonde che agitavano la società italiana era quello di mantenere ferma l’attitudine di dialogare, di accompagnare, di includere. Compito arduo e difficile in un tempo in cui veniva teorizzata l’eliminazione di chi non pensava in modo uguale e si diffondeva il mito della lotta armata.

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La radicalità di vita da lui testimoniata non era qualcosa di eccezionale: era piuttosto il suo impegno sereno nella vita della famiglia attento alle piccole cose di ogni giorno, la cura nell’organizzare da giurista le forme dell’organizzazione militare e della pubblica amministrazione secondo l’art 11 della Costituzione secondo cui ‘l’Italia ripudia la guerra’ (fu professore di diritto amministrativo a Pavia, Trieste e poi Roma), il rigore con cui da professore preparava le sue lezioni con sguardo fiducioso e attento ai suoi studenti, l’impegno ad assumere responsabilità nella chiesa per attuare il Concilio Vaticano II,  la pazienza nel dialogare con i figli che portavano a casa le obiezioni e i malesseri di una generazione che viveva i rivolgimenti profondi dell’epoca delle rivolte studentesche.

Nella celebrazione del suo funerale le parole di preghiera del figlio Giovanni, tornato dagli Stati Uniti dov’era a studiare, diedero espressione ai sentimenti che in quel momento erano presenti in una famiglia unita: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

Furono parole che diedero a pensare, che suscitarono stupore e lasciarono interdetti anche tanti del mondo laico. Furono parole che esprimevano la radicalità e la serenità del vangelo a fronte della logica disumana del terrorismo, svelandone la sua inconsistenza e indicando altresì la possibilità di un modo nuovo di concepire l’esistenza, secondo vie di giustizia e nella ricerca della vita e non della morte degli altri.

Così ricorda quel momento lo stesso Giovanni «Con mamma, mia sorella, gli zii decidemmo di provare a dire quello che avrebbe detto mio padre di fronte a persone non troppo abituate ad ascoltare il messaggio del Vangelo, per lui così importante. Purtroppo di funerali di Stato ce n’erano tanti in quel periodo e una volta, con il suo tono un po’ burlone, riferendosi a un paio di politici notoriamente non cattolici mi disse: ‘Certo sono situazioni tragiche, ma chissà che tutte ’ste messe non gli facciano bene…’. Noi tentammo di fargli fare una buona figura, riaffermando i valori della democrazia e della Costituzione a cui papà aveva dedicato la vita”. («Vi racconto papà Vittorio Bachelet» intervista a Giovanni Bachelet a cura di Giovanni Bianconi, “Corriere della Sera” 10 febbraio 2020).

Giovanni, ricordando la tensione di quegli anni – era il tempo dell’omicidio Moro avvenuto due anni prima, dice: “Proprio sotto l’attacco del terrorismo era necessario spegnere le strumentalizzazioni antidemocratiche, sebbene ci fosse la sensazione di trovarsi sul ciglio del burrone”.

E richiesto di un suo parere sul fatto che a distanza di molti anni gli assassini di Vittorio Bachelet, dopo aver scontato le pene previste sono tornati liberi, osserva: «Hanno fatto il percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, e ritengo che mio padre come Aldo Moro, due persone che hanno dato la vita per la Repubblica e lo Stato di diritto, non possano che rallegrarsi di ciò. L’incontro con i terroristi non l’ho mai cercato; l’ha fatto mio zio Adolfo, fratello di papà, che era un gesuita. A me è capitato casualmente, anni dopo, di stringere la mano alla donna che sparò a mio padre, e non ricordo particolari sensazioni. Nella legislatura in cui sono stato deputato, assieme a Sabina Rossa e Olga D’Antona (figlia e moglie di altre due vittime delle Br, ndr ) presentammo un disegno di legge per interrompere la prassi di pretendere dagli ex terroristi un contatto con i familiari delle persone colpite, a riprova del loro “sicuro ravvedimento”; proponemmo che ad accertare “il completamento del percorso rieducativo” fossero solo giudici e operatori penitenziari, senza mettere in mezzo i parenti delle vittime. Ma la proposta non venne nemmeno posta in discussione”. (ibid.)

Intervenendo a Palazzo dei Marescialli nel ricordo di Vittorio Bachelet come giurista il presidente Sergio Mattarella ha offerto importanti elementi per scorgere la testimonianza di radicalità nell’ordinario propria della testimonianza di Vittorio Bachelet (U.Magri, Vittorio Bachelet giurista mite assassinato perché dialogava, “La Stampa” 12.02.2020). Le Brigate Rosse lo individuarono come un nemico e quale bersaglio simbolico nella loro lotta. Per chi praticava la eversione armata Bachelet costituiva un grande pericolo, l’antitesi della teorizzazione dello scontro in cui l’avversario politico diviene nemico senza volto, privato della sua dignità e indicato come obiettivo da eliminare. Bachelet con il suo fare mite, con la sua cultura giuridica, con il suo profondo rispetto per l’altro, con il suo impegno e testimonianza era una denuncia dell’inconsistenza di una visione della vita umana nei termini di conflittualità e di guerra. “Dimostrava con la sua azione che è possibile realizzare una società più giusta senza mai ricorrere alla contrapposizione aspra e pregiudiziale. Era convinto che nell’impegno sociale, in quello politico, in quello istituzionale, proprio attraverso il dialogo fosse possibile ricomporre le divisioni, interpretando così il senso più alto della convivenza”. Proprio il suo essere uomo di dialogo costituiva la radicalità del suo vivere il riferimento al vangelo e nel contempo la fedeltà all’architettura di uno stato democratico e pluralistico.

La sua visione della politica era riassunta in questa espressione: la politica come “corresponsabile costruzione della città, in cui ognuno deve portare il contributo delle sue capacità in vista della costruzione di quel bene comune che rappresenta il fine relativamente ultimo della politica. Vi è infatti un modo diffuso di fare politica che non si limita alla partecipazione nei partiti e nelle istituzioni, ma che riguarda ad esempio il competente esercizio di un mestiere e di una professione, che rappresenta in sé un alto valore politico. L’impegno politico non è altro che una dimensione del più generale e essenziale impegno a servizio dell’uomo” (testimonianza di Giovanni Bachelet – Cesena 2011)

La radicalità del vangelo, che si esprime nella mitezza nonviolenta che offre possibilità di parola e di riconoscimento dell’altro fino alla fine, la radicalità di fedeltà alla Costituzione che pone tra i principi fondamentali la dignità della persona umana e la struttura democratica del convivere è una radicalità vissuta da Vittorio Bachelet non in gesti eccesionali, ma nella ordinario di un impegno quotidiano di semina che mantiene anche nel tempo del lutto e della tempesta la serenità e la semplicità di sguardo nutrito del vangelo e della Costituzione.

Così egli scriveva nel 1976: “non vi è forza politica che sempre – ma specialmente in un momento come questo – possa proporsi come orientamento e guida del paese se non ritrova i valori morali profondi della sua forza ispiratrice. Non si tratta solo degli scandali che turbano l’opinione pubblica: anche gli sbagli più gravi possono essere occasione di una ripresa morale quando l’ispirazione etica che guida e sostiene l’azione politica ha una forza capace di vincere nel bene il male. Si tratta di sapere se nella intricata e mutevole vicenda della nostra storia, e in particolare in quella del nostro paese, v’è un ideale di uomo e società capace d’incidere in questa storia e di orientarla a servizio dell’uomo; capace di costituire un punto di riferimento e una forza traente al di là di vittorie e sconfitte, di successi e di soluzioni subite: capace di confrontarsi su altre proposte e altri valori senza intolleranze ma senza lasciarsi intimidire; capace di affrontare non con operazioni di piccolo cabotaggio, ma con animo grande i temi essenziali della vita dell’uomo, della difesa della sua dignità, della sua famiglia, del suo lavoro, della sua cultura, della sua responsabilità, della sua libertà nella giustizia e nella pace”. (Vittorio Bachelet, Ritrovare una profonda ispirazione, “Coscienza”, 2/1976, 28 (in V. Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti politici, a cura di Rosy Bindi e Paolo Nepi, Roma, AVE, 1992, 104-105).

Alessandro Cortesi op

In ricordo di un amico scout

Celebrazione delle esequie di Mauro Santini

chiesa di san Domenico Pistoia – 12 febbraio 2020

A questo link il foglietto della celebrazione CELEBRAZIONE ESEQUIE Mauro Santini

spianessa 100All’inizio

Quando busserò alla tua porta…

Siamo qui per salutarti Mauro, e lo facciamo con il cuore. Ti accompagniamo a bussare alla porta della casa del Signore dove ci sono molti posti e dove tu porti le gioie e le fatiche della tua lunga vita. Viviamo questa Eucaristia in tanti insieme. E l’esserci è segno di grande affetto, di legami che non vengono meno. Siamo attorno a te e ai tuoi familiari. E ti affidiamo al Signore portando con te le ceste di dolore e i grappoli d’amore, la strada che hai percorso, i tuoi piedi e le tue mani…

E’ questo un momento di grande fiducia e di speranza e vuole essere la tua festa Mauro. Il prossimo 8 marzo avresti compiuto 90 anni: ci stavamo preparando per organizzare una festa per dirti affetto e gioia per la tua amicizia. La viviamo ora attorno a te, affidandoti al Dio della gioia. Portiamo ora nel canto il nostro affidamento e la richiesta di perdono per ogni fragilità e mancanza….

Dal libro del profeta Baruc (Bar 3,9-4,4)

Impara dov’è la prudenza, dov’è la forza, dov’è l’intelligenza, per comprendere anche dov’è la longevità e la vita, dov’è la luce degli occhi e la pace. Ma chi ha scoperto la sua dimora, chi è penetrato nei suoi tesori? (…) Ma colui che sa tutto, la conosce e l’ha scrutata con la sua intelligenza, colui che ha formato la terra per sempre e l’ha riempita di quadrupedi, colui che manda la luce ed essa corre, l’ha chiamata, ed essa gli ha obbedito con tremore. Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito; egli le ha chiamate ed hanno risposto: “Eccoci!”, e hanno brillato di gioia per colui che le ha create. Egli è il nostro Dio, e nessun altro può essere confrontato con lui. Egli ha scoperto ogni via della sapienza e l’ha data a Giacobbe, suo servo, a Israele, suo amato. Per questo è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini. Essa è il libro dei decreti di Dio e la legge che sussiste in eterno; tutti coloro che si attengono ad essa avranno la vita, quanti l’abbandonano moriranno. Ritorna, Giacobbe, e accoglila, cammina allo splendore della sua luce.

IL SIGNORE E’ IL MIO PASTORE (salmo 23)

Il Signore è il mio pastore / nulla manca ad ogni attesa / in verdissimi prati mi pasce / mi disseta a placide acque.

È il ristoro dell’anima mia / in sentieri diritti mi guida / per amore del santo suo nome / dietro lui mi sento al sicuro

Pur se andassi per valle oscura / non avrò a temere alcun male / perché sempre mi sei vicino / mi sostieni col tuo vincastro.

Quale mensa per me tu prepari / sotto gli occhi dei miei nemici / e di olio mi ungi il capo / il mio calice è colmo di ebbrezza.

Bontà e grazia mi sono compagne / quanto dura il mio cammino / io starò nella casa di Dio / lungo tutto il migrare dei giorni

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,3-13)

Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4 Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5 così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. 6 Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; 7 chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; 8 chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; 10 amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11 Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. 12 Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. 13 Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità.

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 7,24-27)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande”.

Parola del Signore

29917a2c-3555-47fc-b031-77aa2976bfa5Omelia

“Al cader della giornata…” sono queste le parole che tante volte abbiamo cantato insieme quando eravamo riuniti attorno al fuoco sotto le stelle. “Te nel bosco e nel ruscello, Te nel monte e Te nel mar, Te nel cuore del fratello, Te nel mio cercai d’amar”: nella natura e nel respiro del creato, nell’incontro con i volti degli altri si vive un incontro con il Dio della creazione.

Impara dov’è la prudenza,
dov’è la forza, dov’è l’intelligenza,
per comprendere anche dov’è la longevità e la vita,
dov’è la luce degli occhi e la pace.
15 Ma chi ha scoperto la sua dimora,
chi è penetrato nei suoi tesori? (Bar 3,14-15)

Queste parole della prima lettura del profeta Baruc ci aiutano a scorgere un grande dono presente nella tua vita Mauro: è quella sapienza che tu hai ricercato, che inseguivi come luce interiore. Tu sapevi riconoscere i versi degli animali, i rumori del bosco, sapevi seguire le tracce dei sentieri e quando eri più giovane avevi assaporato il gusto di salire sulle cime sulla roccia, l’ebbrezza di veleggiare in mare aperto inseguendo il vento. Venivi da Lucca e hai sempre mantenuto il ricordo dei tuoi monti, le Apuane e del mare che tu conoscevi. Amavi la montagna, in gioventù avevi vissuto avventure che ricordavi e raccontavi con nostalgia, quelle avventure che con pochi mezzi e tanta forza ed entusiasmo si potevano vivere.

In questa tua passione per la natura, per il silenzio dei boschi, per i profili delle montagne e per la luce dei tramonti tu scrutavi quella sapienza che è come una bambina che corre e risponde al Dio delle grandi e delle piccole cose e nel tuo cuore era presente una ricerca di colui che sa tutto e sta all’origine di ogni cosa.

32 Ma colui che sa tutto, la conosce
e l’ha scrutata con la sua intelligenza,
colui che ha formato la terra per sempre
e l’ha riempita di quadrupedi,
33 colui che manda la luce ed essa corre,
l’ha chiamata, ed essa gli ha obbedito con tremore.
34 Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia
e hanno gioito;
35 egli le ha chiamate ed hanno risposto: “Eccoci!”,
e hanno brillato di gioia per colui che le ha create. (Bar 3,32-35)

Tu che amavi le stelle sapevi commuoverti quando le stelle brillavano nelle notti di estate. Quanti lupetti e coccinelle sono stati guidati da te ad imparare come si percorre un sentiero, a quanti hai insegnato nelle notti limpide dell’Appennino a scorgere le stelle indicando i nomi delle costellazioni, con il tuo raggio laser puntato verso l’infinito parlando della Lira, del Cigno e di Ofiuco.

Possiamo dire grazie per la tua vita Mauro perché nel tuo cammino hai lasciato spazio a quello che la seconda lettura ci ha ricordato: “anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12,5).

E come Paolo dice nella prima lettera ai Corinzi: 4 Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7 A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune (1Cor 12,4-7).

Ti piaceva vivere in comunità, senza avere tante cose, ma condividendo e partecipando ad un progetto comune, per costruire un mondo più bello, e per tessere reti di relazioni.

“Te nel volto del fratello te nel mi cercai di amar…”: nella tua esistenza e nel volto dei fratelli e sorelle, hai cercato di amare, hai percorso sentieri che ti hanno portato a scoprire quell’amore non egoistico e chiuso, ma l’amore fatto di gratuità e di rispetto per ognuno.

“Nel volto di ogni uomo e donna da riconoscere come fratelli e sorelle, non solo i nostri simili o vicini, ma tutti, soprattutto i poveri, Te ho cercato di amare”: è stata questa la tua esperienza e il tuo desiderio Mauro, che il Signore oggi accoglie.

Avevi scoperto la bellezza del volontariato. Proprio in questi giorni il presidente Mattarella a Padova capitale europea del volontariato 2020 ha ricordato i tratti di quell’esperienza fondamentale che è il volontariato:

“Persone accanto ad altre persone, che vivono e sviluppano il senso della comunità, appunto, il senso dello “stare accanto”. Commette un errore chi pensa che l’impegno volontario, e i valori che esso trasmette, appartengano ai tempi residuali della vita e che non incidano sulle strutture portanti del nostro modello sociale. Al contrario, la dimensione della gratuità, unita alla responsabilità civica e a un forte desiderio di condivisione, produce riflessi e crea interrelazioni con ogni altro ambito della vita sociale”.

Insieme a te Mauro abbiamo imparato il valore dello ‘stare accanto’… Quanto affetto unito a questo impegno ci ha legato e ci lega. Sei stato per tutti noi una presenza originale: come un nonno, come un babbo, ma anche come fratello e amico. Hai vissuto la tua giornata incontrando nello scoutismo l’ambiente in cui esprimere i tuoi doni, le tue passioni. Eri capace di fare tante cose, abile nel maneggiare attrezzature, nell’aggiustare, nel costruire. Non sapevi stare fermo e le tue mani erano sempre all’opera. Nel tuo pensare esprimevi una intelligenza pratica e progettuale. Hai scoperto che i doni che abbiamo possono essere condivisi e posti al servizio per educare altri, per una crescita nel saper fare e in umanità.

E questa tua capacità l’hai espressa soprattutto in quella grande avventura che per l’AGESCI di Pistoia è stata e continua ad essere la costruzione della casa di Spianessa. Ti piaceva ricordare che l’avevi individuata tu quella casa. E forse ci avevi anche sognato su quel rudere cinquant’anni fa immaginando ciò che sembrava impossibile… che divenisse un luogo di condivisione, di amicizia, di comunità. E il tuo lavoro, la tua energia l’hai messa lì, nell’essere sempre presente, fino all’ultimo campo di lavoro di giugno scorso, fino alla raccolta della legna di settembre nonostante i tuoi acciacchi. Sempre presente quando ci si allargava al cerchio o seduti stretti nelle panche della cappella mentre venivi a sederti con il tuo andare un po’ barcollante. E tu come uno dei tanti rover e scolte portavi la tua parola nelle condivisioni e nelle preghiere e sapevi lasciar parlare il cuore. Era questa tua semplicità che è stata per noi dono. La semplicità di chi desidera costruire per altri.

“chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”.

Spianessa per te e per tutti noi è questo sogno, segno di qualcosa di più grande: perché Spianessa è una casa che respira in ogni mattone, e in ogni trave di legno, del lavoro di tutti. E’ infatti una casa che intende essere spazio di accoglienza. Non un luogo di villeggiatura o dove si portano i bambini a giocare, ma un luogo in cui imparare a vivere insieme, a sperimentare la gratuità, il servizio. Casa sulla roccia in cui imparare un rapporto di cura per il creato, in cui apprendere a condividere, a pensare agli altri, ad ascoltare la Parola di Dio, a fare comunità, ad essere uomini e donne responsabili della società. Spianessa è esperienza in cui con gratuità competenze diverse vengono poste al servizio di una casa comune. Questo tu Mauro l’avevi intuito e lo sapevi, con quella sapienza del cuore che non ha bisogno di parole difficili. Esprimevi questo nel tuo esserci, nel tuo interessarti, nel tuo impegnarti, nel tuo aver sempre in mente un progetto nuovo, con l’entusiasmo di bambino.

Avevi mantenuto anche nell’età in cui di solito ci si rattrista e ci si ripiega una energia serena: l’energia dei giovani. Era ciò che ti faceva scintillare gli occhi quando comunicavi una tua idea di miglioramento della casa, sperando che anche gli altri accogliessero le tue proposte. Avevi mantenuto, Mauro, il gusto di pensare agli altri che vengono dopo di noi, a non soffermarti su te stesso e sui tuoi acciacchi. Amavi stare insieme anche quando il venir meno dell’udito non ti permetteva più di seguire i discorsi di coloro che stavano vicino a te.

Questo è un altro insegnamento di cui dirti grazie e da affidare al Signore. Credevi nell’importanza di Spianessa perché lassù, nel condividere l’essenzialità di una vita insieme senza grandi comodità, potendo vedere l’alba e il tramonto verso il Libro aperto, avevi scoperto come ogni persona è importante, è volto unico e originale ed è possibile incontrarsi riscoprendo l’umanità che ci accomuna in una sola famiglia. La montagna è maestra per questo. Sapevi scorgere anche nei più piccoli un volto prezioso.

Per questo ti facevi benvolere da tante e tanti e alcuni hanno avvertito nella tua presenza il volto di un babbo o di un nonno perduto. E lo sei stato con discrezione e non nascondendo anche i difetti del tuo carattere. E sapevi avere la delicatezza di insegnare ad usare un martello o un falcetto a chi non l’aveva mai preso in mano: e facevi sentire importante chi ti reggeva i tronchi di legno mentre sistemavi la staccionata con il tuo metodo di unire i tronchi con le viti filettate. Eri un maestro, Mauro, senza pretesa di esserlo e senza volerlo essere, perché ti sentivi un bambino.

Avevi scoperto il segreto della vita, l’amicizia: quell’amicizia che è il cuore della vita di Gesù che ha detto ‘Non vi ho chiamati servi ma amici…’ e ha vissuto l’amicizia sino a dare la vita per tutti. Sentivi che l’amicizia è come un sacramento, un’esperienza tangibile in cui si respira qualcosa di più grande, il soffio di un incontro con Gesù, testimone dell’amore.

La morte ti ha raggiunto improvvisamente Mauro, in un primo pomeriggio di un giorno assolato di febbraio mentre camminavi con il tuo bastone. Desideriamo ricordare nella preghiera anche chi guidava quell’auto che ti ha investito, senza accorgersi di quanto stava accadendo. Possiamo pensare il dolore e il rimorso suo e della famiglia. Chiediamo al Signore per tutti la consolazione che solo Lui può dare e la pace.

Ora Mauro ti ricordiamo con affetto ed anche con gioia. La tua lunga vita è stata una vita bella, ricca di volti, di persone, di affetto, di cui eri contento e riconoscente al Signore. Possiamo ripetere con te “Se il Signore non costruisce la casa invano si affaticano i costruttori…” Possiamo chiedere per te di incontrare faccia a faccia il volto di Dio amicizia, riflesso nell’amicizia che tu hai assaporato nelle tante persone con cui hai condiviso tratti di strada e di incontro. E noi ci stringiamo insieme a pregare per te e con te.

La tua lunga giornata è giunta al tramonto. Il tempo che ci è dato è un’occasione. Il Signore ci faccia camminare ancora come abbiamo camminato insieme a te. “Insieme… per strade non battute”, insieme a scoprire ciò che nessun libro può insegnare che l’amore è il senso della vita…

Possiamo ora ringraziare con te il Signore perché anche tutti noi al termine della nostra giornata terrena possiamo cantare: “tu l’avesti a noi donata bene spesa fu per Te….”

Alessandro Cortesi op – 12 febbraio 2020

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V domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6759Is 58,7-10; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

Il terzo Isaia è profeta del periodo del dopo esilio: riprende gli orientamenti di Isaia profeta del VIII secolo in una situazione nuova. Il suo è un libro di aperture e speranza. S’interroga sull’essenziale alla fede, dopo un’esperienza traumatica e dolorosa come l’esilio. In essa tuttavia vi è stata occasione per ripensare la fede, per considerare la profondità del disegno di salvezza di Dio. Chi lo accoglie è liberato da una religiosità che chiude in orizzonti nazionalistici e autocentrati.

Per questo Isaia contesta tutte le forme di religione che svuotano il rapporto con Dio riducendolo ad una religiosità magica. La pratica di forme individuali di sacrificio per ingraziarsi un Dio percepito come lontano è espressione di un modo di intendere Dio stesso come entità da placare e controllare con un culto separato dalla vita. Isaia critica così ‘digiuni e sacrifici’ e indica invece un ‘altro digiuno’ che ha a che fare con rapporti di giustizia: al centro della fede sta la sfida del rapporto con l’altro. La fede trova terreno di verifica in rapporti di giustizia e cura con gli altri. La ragione di questo sta nell’agire stesso di Dio: il Dio d’Israele scende a liberare, ascolta il grido dell’oppresso, si prende cura di marginali ed esclusi. Il povero, l’orfano, la vedova e lo straniero sono coloro che non hanno altre sicurezze umane e possono trovare sostegno solamente in Lui. A chi vive la fede è affidato il compito di continuare questa azione di Dio nella storia.

In tal modo si può ‘essere luce’: è un cammino in cui attuare azioni di liberazione: lo sciogliere le catene, rompere i vincoli di chi è oppresso. E dividere il proprio pane: la fame è schiavitù che conduce alla morte. A Dio sta a cuore che i suoi figli abbiano da mangiare e imparino a condividere.

“Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo”. Gesù chiama i suoi discepoli, dopo aver indicato loro la via delle beatitudini, ad essere segno di alleanza per tutti. Sono mandati ad essere segno generando fascino e attrazione. La comunicazione della fede, come incontro con Cristo, non è opera di indottrinamento ma di testimonianza e di contagio. Gesù chiede ai suoi discepoli di essere luce e sale, cioè segni, in cui nella vita traspaia una testimonianza.

Il sale svolge la sua funzione solamente in rapporto ad altro, come la luce. Matteo elabora l’immagine della luce in una parabola: la città sul monte e il candelabro.

Essere sale e luce implica ‘stare dentro’ alla realtà, divenire responsabili, non pretendendo visibilità e riconoscimenti, ma dando sapore senza pretendere nulla per se stessi. E’ seguire la via di Gesù che si fa solidale con la nostra storia entrandovi dentro e immergendosi. I discepoli sono invitati ad essere come sale che dà sapore in termini di servizio e di disinteresse: è seguire Gesù che attua la via delle beatitudini. Gesù non chiama ad estraniarsi dalla storia, ma a stare dentro le realtà ed essere lì segno di una luce ricevuta, di un sapore da condividere. Seguire Gesù rinvia ad assumere la responsabilità della testimonianza e a vivere in modo nuovo i rapporti con gli altri.

Alessandro Cortesi op

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Sale e luce

L’immagine del sale e della luce rinvia ad uno stile di essere chiesa su cui è in atto una riflessione tra coloro che si chiedono come essere fedeli oggi al vangelo in una situazione nuova e particolare, un cambimento d’epoca. Senza esaltare e idealizzare un passato con i suoi pregi e limiti ma che è una situazione diversa da quella del presente. E scorgendo proprio nella condizione attuale, con tutte le difficoltà, un’occasione propizia per ascoltare in modo nuovo la Parola di Dio, per accogliere il vangelo e per generare una vita.

“Bisogna quindi suscitare dei riferimenti, dei segni che facciano corpo con la coscienza di questi giovani come la struttura cromosomica fa corpo con l’embrione. Questa immagine ci dà l’esatta misura della questione, della sua straordinaria difficoltà (se la si considera dall’esterno), e della sua «estrema semplicità». La genesi di una coscienza cristiana non si produce in un attimo: una coscienza è nella durata umana; la fede cristiana poi ha una storia propria che si è inserita nella durata umana. Per questo duplice motivo, occorre tempo. A volte però delle cose al tempo stesso minime e molto importanti capitano sull’istante, all’improvviso. Ogni volta che ciò accade, significa che una parola, un fatto, qualcuno, una circostanza, un gruppo di persone, una comunità hanno fatto immagine. Una coscienza allora comprende qualcosa. Un riferimento o un segno cominciano a formarsi in essa, sia tramite essa stessa sia tramite ciò che ha fatto immagine. La parola detta, il fatto, la circostanza, la persona, il gruppo di persone, hanno allora assunto la posizione di genitori la cui unione è all’origine di un concepimento. Ciò si produce soltanto nella misura in cui l’autore della parola, del gesto, la persona, il gruppo di persone non sono in situazione di divorzio, in loro stessi o tra di loro” (C.Theobald, Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma, EDB 2019, 359-368)

Christoph Theobald insiste sul fatto che l’annuncio del vangelo è motivo fondante della, vita dei discepoli e ragion d’essere della chiesa e dei cristiani. Ma tale annuncio non è una sorta di imposizione di qualcosa che piomba dall’esterno sulla vita delle persone. E’ piuttosto un cammino in cui imparare a riconoscere la sua presenza già all’opera all’interno dei cuori, nei percorsi esistenziali di uomini e donne nelle loro situazioni di vita. Ed è nel contempo anche condivisione di un dono di gioia e di bella notizia nella vita: è un incontro da accompagnare, sostenere.

Generare è verbo in riferimento alla vita: e come la vita è passare un dono che non è proprietà e non sta in mano all’uomo. Così sottolinea Theobald: “Se ci viene affidato di generare con altri la vita, e alla Chiesa di generare la fede, non dobbiamo mai dimenticare che la forza spirituale di questa vita, ma anche della fede, non è trasmissibile: pur suscitata da noi, la fede non può sorgere che liberamente dall’interno stesso dell’altro” (ibid.).

La stessa vita della chiesa è da leggere come un dono che si riceve prima di tutto. In tale senso un orizzonte di pastorale generativa si differenzia dalla pastorale di inquadramento, eredità dell’epoca post-tridentina e proprio di un modo di intendere la trasmissione della, fede in cui al centro stava il catechismo e la riproduzione di modelli di vita e di azione con forte accento sull’uniformità.

“La Chiesa è da ricevere qui e ora nella sua genesi sempre fragile, sorge all’improvviso, secondo gli eventi della vita che l’avranno chiamata al suo compito di suscitare la fede. In una breve formula molto precisa Philippe Bacq ha così riassunto la questione: «Si potrebbe qualificare la pastorale generativa nel modo seguente: essa è un modo di essere in relazione e un modo di agire ispirati dal vangelo che permettono a Dio di generare delle persone alla sua stessa vita»”.

Per questo nell’orizzonte della pastorale generativa (che non intende essere un metodo risolutore o una novità), al centro si pone la questione di uno stile di essere chiesa e l’attenzione alle relazioni nella vita. Da qui ne deriva un profilo di comunità dei discepoli e discepole di Gesù, non tanto preoccupata di visibilità, ma di essere segno del vangelo, disinteressata rispetto ad avere peso tra i poteri del mondo piuttosto tesa ad essere sale e luce appunto. Tesa a porsi accanto per dialogare con le persone, per accogliere i cammini di fede dell’altro, come traghettatori che fanno propria la ospitalità di Gesù.

Importanza fondamentale hanno quindi le relazioni, lo spazio dato all’incontro e all’ascolto delle inquietudini e domande, accogliendo come vi può essere una diversità di situazioni anche nell’ambito della fede. Ciò implica attuare una comunicazione da pari a pari, nella disponibilità ad un ascolto impegnativo e serio.

«Noi passeremo probabilmente da una Chiesa alla Rembrandt ad una Chiesa alla Monet; da una Chiesa dalle strutture forti, nette, chiaramente definite e ben visibili, a una Chiesa dai contorni tenui, costituita da piccole comunità sparse e collegate tra di loro da una moltitudine d’uomini e donne del Regno. In breve, una Chiesa alquanto simile alle comunità cristiane del primo secolo. A prima vista, ciascuna di esse potrà apparire isolata e dispersa nell’immenso impero, ma stabiliranno reciprocamente un legame di comunione forte e vivificante che esprimeranno al meglio quanto le prime lettere apostoliche si comunicavano tra di loro». (Ph. Bacq, La pastorale d’engendrement: qu’est-ce à dire?, in «Lumen Vitae» 58(2008) 3, pp. 299-318 p. 313.

E nelle relazioni pastorali ciò implica dare priorità alla Scrittura, da ascoltare insieme con altri desiderosi di interrogarsi, lasciando spazio e valorizzando la fede elementare.

“La comunicazione del Vangelo è una storia di amore, che fa incontrare l’altro e aiuta anche noi a trovare quello che abbiamo di più personale, la sicurezza della nostra vita, quel Signore Gesù che testimoniamo con la nostra fede e con le nostre scelte. Non aspettiamo che tutto cada dal cielo; non ci attacchiamo ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla vanità; non prestiamo attenzione più all’organizzazione che alle persone, così che finiamo per entusiasmarci più per la “tabella di marcia” che per la marcia stessa. Liberi dall’ansia odierna di arrivare a risultati immediati sopportiamo il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce (cf. EG 82)” (Chiesa di Bologna, Programma pastorale 2019-2020, La sete di Dio).

Alessandro Cortesi op

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