la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “marzo, 2020”

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 17

IMG_7154Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Diciassettesimo giorno – 31 marzo 2020 – morte

In ricordo della ‘professoressa’ Elettra Giaconi

Elettra

Ci si rende conto della preziosità delle persone che abbiamo avuto accanto in modo particolare nel momento in cui ci vengono a mancare. Elettra Giaconi, ‘la professoressa’, l’amica ‘Lulli’ per molti, è tornata alla casa del Padre, ieri, domenica 29 marzo nella mattinata, nella sua casa a Pistoia.

In questo periodo l’impossibilità di celebrare un commiato e un funerale rende il distacco più doloroso. Queste immagini e queste parole siano un filo per dire grazie al Signore per la vita di Elettra, per ricordarla con gratitudine e affetto e per affidare la sua vita all’ “Amor che move il sole e l’altre stelle”. (ac)

Ricordo di Elettra Giaconi – articolo da Report Pistoia

Elettra Giaconi in memoria – Alessandro Cortesi

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Un sostare nei giorni dell’epidemia – 16

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Sedicesimo giorno – 30 marzo 2020 – badanti

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 15

IMG_7704Dalla meditazione di papa Francesco, 27 marzo 2020 a piazza san Pietro

“Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.(…)

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. (…)

In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

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Quindicesimo giorno – 28 marzo 2020 – ultimi

 

 

Proposta per una celebrazione domestica – V domenica di Quaresima anno A – 2020

Senza titolo

Codex Purpureus – Rossano – VI secolo

A questo link si può scaricare una Proposta per una celebrazione domestica – V domenica Quaresima per vivere un momento di preghiera insieme come comunità della casa – chiesa domestica, in questo tempo (ac)

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V domenica di Quaresima – anno A – 2020

0A711DC2-39F3-42E8-9C55-09682AF5E42EEz 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Nel capitolo 11 del IV vangelo il ‘segno’ della vita, dell’uscita dal buio del sepolcro, segue ai segni del vino a Cana, dell’acqua con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco.

Gesù, informato he il suo amico Lazzaro è morto attende e non si reca subito da lui. In questo intende offrire un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio’. Il ‘segno’ della vita di Lazzaro è orientato a far comprendere che la persona di Gesù è presenza di vita. Nella sua presenza c’è il dono di un profumo che vince l’odore della morte. In lui si può incontrare la vicinanza del Padre che vuole la vita. Nel credere come affidarsi in lui, una vita nuova può essere scoperta sin da ora: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Gesù dice a Marta. ‘tuo fratello risusciterà’. E ciò costituisce una conferma della fede di Marta che gli risponde: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma Gesù le propone un affidamento più profondo e radicale: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà’. Ogni segno nel IV vangelo è orientato a condurre all’unico grande segno in cui Dio rivela la sua gloria: la morte sulla croce di Gesù, ora di rivelazione del volto di un Dio che si è umanizzato e che s’incontra nell’amore.

Gesù propone a Marta non solo di vivere la fede nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di vivere sin d’ora un’esperienza di vita nuova nell’incontro con lui, nell’uscire dalle chiusure e camminare sulla sua via. Per Marta – e per ognuno di noi – è già ora presente la possibilità di una vita nuova, l’esperienza della risurrezione. Gesù guida Marta ad aprirsi non solo al superamento di una mentalità che vede la vita chiudersi con la morte ma la invita anche ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’.

Gesù fa uscire Lazzaro dal sepolcro: nella mentalità semitica era questo l’ingresso nello Sheol, l’ambiente delle ombre: ‘Non gli inferi ti lodano Signore, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio quest’oggi’ (Is 38,18-19).

Uscire fuori da ogni dominio e oppressione è possibile a chi scopre che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione, dono dell’incontro con lui è realtà già in atto nella nostra esistenza e già ha inizio nel presente.

Paradossalmente dopo il segno di Betania cresce l’opposizione contro di lui: proprio di fronte a gesti di vita si prepara la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Di fronte alla morte Gesù è turbato e reagisce opponendosi a tutto quello che essa comporta. Negli elementi presenti nel racconto si può scorgere già in filigrana l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento in cui si rende visibile il volto di Dio, la sua gloria come amore: nel suo morire, avendo amato fino alla fine, Gesù rende visibile una vita che va oltre la morte. La via di fedeltà all’amore e al servizio è strada che non va verso la chiusura e il buio ma va verso la vita.

Alessandro Cortesi op

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Respiro

Non attendere che Dio su te discenda/ e ti dica «Sono»./ Senso alcuno non ha quel Dio che afferma/ l’onnipotenza sua./ Sentilo tu nel soffio, onde Egli ti ha colmo/ da che respiri e sei/. Quando non sai perché t’avvampa il cuore:/ è Lui che in te si esprime. (18.05.1898 Viareggio – Rainer Maria Rilke – 1875-1926 – Poesie giovanili 1895-1898, a cura di G.Baioni A. Lavagetto, Einaudi, Biblioteca della Pléiade 1994)

E’ una riflessione amara e triste quella di questi giorni, di fronte ad uno scenario di morte. L’epidemia che divampa in tutto il mondo è impressionante perché toglie il respiro. Toglie il respiro a coloro che si trovano a lottare nei reparti di terapie intensiva per far entrare un po’ d’ossigeno nei polmoni incapaci, toglie il respiro a tutti coloro che si dedicano, con l’affanno e l’ansia di chi non ha mezzi sufficienti, nell’arginare la sofferenza dei malati. Toglie il respiro a chi rimane a casa, ingabbiato tra le mura domestiche nel desiderio e nella nostalgia dell’aria aperta. Toglie il respiro a chi si espone per motivi di lavoro, di servizio, di cura ad entrare in contatto con altri in un tempo in cui l’invisibile nemico si annida dove non sappiamo, in un piccolo particolare del quotidiano. Chi sta lottando nella malattia testimonia la durezza del cercare il respiro attimo per attimo. Chi sta vivendo l’interruzione del lavoro, di impegni avverte la sospensione dell’aria che dà vita nel venir meno delle risorse, nel pensiero di un futuro incerto e buio.

In questa ricerca di respiro che tutti avvolge indistintamente da origine e cultura, da colore della pelle e appartenenze sociali, da lingua e religione, da condizione di vita ci scopriamo uniti nella medesima umanità e nel legame che ci rende interdipendenti gli uni dagli altri. Un legame che fa avvertire il dolore dell’altro come proprio, la speranza dell’altro come propria, la sofferenza dell’altro come propria. E’ questo forse il respiro della compassione, respiro che è anelito di tanti, di tutti… respiro in cui si fa vicino non il Dio lontano delle religioni e dei sistemi teologici, ma il Dio della vita, il Dio da scrutare nel respiro della terra, nel fiato corto di chi fa più fatica, nel respiro di un’umanità ferita e in ricerca.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nel tempo dell’epidemia – 14

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Quattordicesimo giorno – 27 marzo 2020 – contatto

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 13

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Tredicesimo giorno – 26 marzo 2020 – ambiente

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 12

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Dodicesimo giorno – 25 marzo 2020 – cura

25 marzo – Annunciazione di Maria

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Fra Giovanni da Fiesole (beato Angelico) annunciazione, pala d’altare – ca. 1425/27 – Museo del Prado – Madrid (part.)

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 11

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Undicesimo giorno – 24 marzo 2020 – casa

Oggi è l’anniversario dell’uccisione di mons. Oscar Romero (1917-1980): quando Romero fu assassinato il 24 marzo 1980 stava celebrando la messa nel primo anniversario della morte di Sara Meardi de Pinto, madre di Jorge de Pinto, redattore ed editore del settimanale salvadoregno «El Independiente».

“…. Cari fratelli e sorelle, penso che questa sera non dovremmo solo pregare per il riposo eterno della nostra cara signora Sarita, ma soprattutto dovremmo fare nostro il suo messaggio a cui ogni cristiano deve dare forma e vita in maniera intensa. Molti non capiscono, e pensano che il cristianesimo non dovrebbe immischiarsi in queste cose. Ma, al contrario, avete appena ascoltato il vangelo di Cristo (Gv 12,23-26 ndr): nessuno deve amare se stesso tanto da evitare di coinvolgersi nei rischi che la storia ci chiede; coloro che evitano il pericolo perdono la loro vita, mentre quelli che vivono dell’amore di Cristo donano sé stessi al servizio degli altri e vivranno. Come il seme di grano che muore, ma solo apparentemente. Se non morisse, rimarrebbe da solo. La mietitura arriva solo perché esso muore, perché permette a se stesso di essere sacrificato nella terra e distrutto. Solo distruggendo se stesso produce il raccolto. Siamo ammoniti del fatto che guadagnare il mondo e perdere sé stessi non porta nulla. Nondimeno, l’attesa di una nuova terra non deve indebolire, ma piuttosto stimolare il nostro impegno per rendere migliore questa terra dove cresce il corpo di una nuova famiglia. Un corpo che già adesso è in grado, in un qualche modo, di prefigurare il nuovo tempo. (….)”

 

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