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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Quaresima – anno A – 2020

IMG_6790Gen 12,1-4a; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9

La vita umana è un viaggio in cui è presente un desiderio profondo che spinge ad andare avanti, a vivere una tensione ed una ricerca. L’esperienza del credere si inserisce in questo cammino, ne condivide fatiche e gioie, il peso quotidiano. Giunge in qualche modo a scavarne le radici. Condivide soprattutto quella fiducia fondamentale che è spinta ad andare avanti nella vita a cercare futuro anche dove esso non è visibile. In questo cammino percepisce in modo profondo che tale apertura proviene da una presenza, è risposta ad una chiamata che precede, è orientata ad un incontro, procedendo come se si vedesse l’invisibile.

Abramo è padre dei credenti perché la sua vita è stata segnata da una chiamata a partire e andare. La sua è stata risposta ad una voce percepita nella sua esistenza fuori di lui, guardando le stelle, e dentro di lui, nelle profondità del cuore. Un viaggio verso terre lontane, promesse, ma anche un viaggio dentro a se stesso. Abramo partì, lasciando la sua terra e le sue sicurezze verso un futuro nascosto, sconosciuto, racchiuso nelle mani del Dio della promessa: ‘va’, lascia…’.

La chiamata di Abramo è spinta ad andare con lo sguardo rivolto ad un popolo numeroso: una indicazione evocata e senza alcun appoggio sul presente. Abramo è in quel momento un uomo solo ma la promessa lo lega ad una moltitudine… La chiamata di Dio ad andare infatti indica orizzonti di popoli e umanità: ‘farò di te un grande popolo e ti benedirò… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’.

Il suo cammino è un esempio di un rinnovarsi mai concluso: Abramo è chiamato a superare lo scandalo dell’attesa, del dubbio e della prova. Il suo peregrinare presenta i tratti di quello di ogni credente, chiamato a farsi benedizione per gli altri.

Il racconto della trasfigurazione è posto da Matteo a metà del suo vangelo. Fa così scorgere la direzione del cammino di Gesù verso Gerusalemme: è già un racconto pasquale. Non a caso Matteo usa un termine, per parlare dell’evento sul monte, che evoca un cambiamento: non tanto trasfigurazione ma ‘metamorfosi’, quello che accade nel passaggio dal bruco alla farfalla. Nel volto umano di Gesù si scorge una luce che viene dall’alto e lo trasforma, trasformando anche chi lo guarda.

Gesù è presentato nel suo andare verso Gerusalemme, verso la croce, ma nello stesso tempo con il volto luminoso: le sue vesti sul monte divengono splendenti ed è accompagnato da Mosè ed Elia, che insieme simboleggiano tutta la storia di Isreale.

Il monte, lo splendore, la nube, la voce richiamano quanto accadde al Sinai nel dono della legge, e insieme il cammino dell’esodo: la gloria di Dio, la sua presenza, camminava nella tenda che conteneva le tavole della legge (Es 40,34-38). Tenda e dimora sono ora la presenza di Gesù che cammina davanti ai suoi discepoli.

Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo ‘Signore’ e fa riferimento alla festa delle tende, sei giorni dopo il giorno dell’espiazione (Yom Kippur), festa di attesa del messia. I tempi del messia sono presenti (2Pt1,16-18).

Subito dopo l’annuncio della passione, e dopo l’invito a seguire Gesù sulla sua strada  questo momento è segnato dalla luce. Gesù percorre la via del dono e del servizio, fino alla croce, ma il volto sfigurato di colui che affronta ostilità e sofferenza, in fedeltà all’amore è il medesimo volto del risorto, che ha vinto il male e la morte con l’inermità di un amore vissuto fino alla fine.

La trasfigurazione indica anche i tratti del volto del discepolo, chiamato a seguire Gesù per la via da lui percorsa. In questa via vi sono momenti di gioia: ‘è bello per noi stare qui’. Ma il cammino deve continuare, sui sentieri della vita di ogni giorno e trovare riferimento solo sulla sua parola: ‘Ascoltatelo’. La quaresima può essere tempo in cui lasciare spazio all’ascolto della Parola di Dio e a guardare il volto Gesù, via aperta all’incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op

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Trasfigurazione e poesia

E’ morto in questi giorni a Managua Ernesto Cardenal, monaco, mistico, politico, poeta. Dopo la sua conversione aveva in gioventù decise di entrare in un monastero trappista e incontrò Thomas Merton da cui rimase profondamente influenzato. Intraprese una vita da monaco, fondando nel 1966 in una isola del gran Lago Nicaragua una comunità tra la popolazione povera: predicava la nonviolenza e lasciava spazio all’ansia per la giustizia, la ricerca della bellezza della parola e dell’arte. Lì sorse una scuola di artisti (Il Vangelo a Solentiname, Cittadella 1978).

Portò il suo contributo nell’elaborazione della teologia della liberazione divenendone uno dei protagonisti con la sua parola. La comunità di Solentiname subì la repressione violenta della dittatura nel 1977. Con un gruppo di artisti Ernesto Cardenal si dedicò alla lotta rivoluzionaria per abbattere la dittatura di Anastasio Somoza Debayle che dominava in Nicaragua. Partecipò al primo governo democratico del Paese, esito della rivoluzione popolare sandinista, come ministro della cultura. Non fu compreso né tollerato dal Vaticano questo suo impegno politico e venne sospeso dal ministero presbiterale. Fu rimproverato duramente da Giovanni Paolo II che lo umiliò all’aeroporto di Managua mentre inginocchiato con il basco in mano gli porgeva il saluto. Era il 1983.

Rimase ministro fino al 1987. In quegli anni promosse progetti per l’accesso all’istruzione della popolazione povera del Nicaragua sviluppando tra l’altro i ‘laboratori di poesia’ quali luoghi di alfabetizzazione in un Paese con metà della popolazione analfabeta. Pensò alla poesia come bene comune, insieme all’acqua, al pane e all’aria. Era convinto che attraverso la poesia si possono sostenere le fatiche e le prove del presente smascherando l’ingiustizia e nutrendo la speranza.  Negli anni ’90 fu severo critico della deriva autoritaria del regime di Daniel Ortega in Nicaragua. Visse fino agli ultimi giorni da povero. L’anno scorso papa Francesco ha revocato la sospensione che gli era stata imposta.

Ernesto Cardenal è uno dei maggiori poeti dell’America Latina. Insignito della Legion d’onore francese, del premio Pablo Neruda e del Premio regina Sofia di Spagna per la poesia iberoamericana nel 2012. La sua poesia ha un carattere particolare, fatta di parole con diretto riferimento alle cose. Parole chiare, dirette, senza allusioni, metafore. ‘Exteriorismo’ è denominato questo stile, proprio di un poeta che ha praticato le forme dell’epigramma ispirandosi a Marziale, ha rivisitato i salmi biblici con rinvii al presente ed ha scritto un ampio Cantico cosmico (1992).

Così annota Dorothee Sölle nell’introduzione a “Grido – salmi degli oppressi” (Cittadella 1971): “Cardenal non ha ‘tradotto’ i salmi, come se si trattasse di qualche cosa di passato che dovesse essere trasposto nel presente per poter divenire comprensibile e gustabile. Il movimento della sua poesia è piuttosto quello contrario: Cardenal cerca di esprimere il presente, servendosi del linguaggio e del mondo immaginifico della Bibbia. Così una struttura sociale che disumanizza quasi completamente la vita umana, viene intesa come esilio da Gerusalemme, come lontananza dalla patria”.

La poesia è strumento di bellezza e di liberazione in un mondo di ingiustizia e di lotte per la libertà. Non è via di evasione ma mezzo per denunciare e capovolgere le tirannie. Negli ultimi anni della sua vita ha animato un laboratorio di poesia con i bambini ricoverati nel reparto oncologico dell’ospedale di Managua.

La poesia, come egli stesso ricordava in un breve epigramma, è espressione di una forza inerme che sopravvive alla violenza, e si fa resistenza contro la pretesa di potere illimitato delle dittature:

Le nostre poesie non si possono ancora pubblicare. / Circolano di mano in mano, manoscritte, / o copiate a ciclostile. Ma un giorno / si dimenticherà il nome del dittatore
contro il quale furono scritte, / e continueranno ad essere lette.

Fortunato l’uomo che non segue le direttive del Partito / e non partecipa alle sue manifestazioni / e non si siede allo stesso tavolo con i gangsters / o con i Generali nel Consiglio di Guerra / Fortunato l’uomo che non spia il suo fratello / o denuncia il suo compagno di scuola / Fortunato l’uomo che non legge gli annunci pubblicitari / e non ascolta le loro radio / e non crede nei loro slogan / Sarà come un albero piantato accanto a una fonte (Salmo 1, traduzione di Antonio Melis)

Ascolta le mie parole Signore / Odi i miei gemiti / Ascolta la mia protesta / Perché tu non sei un Dio amico dei dittatori / o sostenitore della loro politica / e non ti influenza la propaganda / e non sei in società con il gangster / Non c’è sincerità nei loro discorsi / o nelle loro conferenze stampa / Parlano di pace nei loro discorsi / mentre aumentano la loro produzione bellica / Parlano di pace nelle Conferenze di Pace / e in segreto si preparano per la guerra / Le loro radio bugiarde ruggiscono tutta la notte / le loro scrivanie sono piene di piani criminali / e di pratiche sinistre / Ma tu mi salverai dai loro piani / Parlano con la bocca delle mitragliatrici / Le loro lingue luccicanti / sono le baionette… / castigali o dio / fai fallire la loro politica / confondi i loro memorandum / impedisci i loro programmi. / Nell’ora della Sirena d’Allarme / tu sarai con me / tu sarai il mio rifugio il giorno della Bomba / Chi non crede nella menzogna dei loro annunci commerciali / e nelle loro campagne pubblicitarie e nelle loro campagne politiche / tu lo benedici / Lo circondi con il tuo amore / come con carri armati (Salmo 5)

Come in cielo così in terra

Miliardi di galassie con miliardi di stelle / (ci sono oltre centomila milioni di galassie) / la nostra galassia ha trilioni di stelle / è soltanto una di milioni di galassie / un gas stellare / e un gas di galassie / apro la finestra e guardo / le stelle da dove veniamo / sembra che l’universo abbia avuto uno scopo / nel quale c’entriamo noi / l’universo autocosciente: / polvere di stelle / che di notte può / guardare le stelle / Nati dall’esplosione di supernove / figli del Sole e del Sistema Solare / Abbiamo un ruolo nell’universo? / Io direi di sì / Siamo in un universo quasi vuoto / che per la maggior parte non si vede / circondati ovunque dal mistero / in mezzo a una materia che non vediamo / un universo quasi tutto invisibile / e cosa sia la materia non sappiamo / Ogni galassia si allontana da noi / quasi alla velocità della luce / luce che soltanto adesso arriva a noi / un universo di dimensioni sconosciute / forse con altri mondi che non vediamo / un milione di milioni di stelle / piccolissime ma che sono come il Sole / e la galassia stessa un punto nell’universo / insignificante per il cosmologo / Il Sole stella normalissima / in un angolo qualsiasi dell’universo / non siamo in esso per caso / Qualcosa di così immenso / può esistere senza uno scopo? (…)  (traduzione di Zingonia Zingone e Celina Moncada) tratto da Il Messaggero di sant’Antonio

Dietro al monastero, vicino alla strada, / esiste un cimitero di cose consumate, / dove giacciono il ferro arrugginito, pezzi / di stoviglie, tubi spezzati, fili di ferro attorcigliati, / scatole di sigarette vuote, segatura / e zinco, plastica vecchia, copertoni rotti, / che aspettano come noi la resurrezione. (traduzione di Antonio Melis)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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