la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2020”

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 41

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Giorno 41 – lavoro

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 40

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Giorno 40 – cammino

Dalle finestre di casa

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E’ uscito stamani il libro Dalle finestre di casa. Sguardi sapienziali in tempo di pandemia, ed. Queriniana 2020.

E’ una raccolta di saggi su alcune parole chiave a partire da un confronto condiviso condotto in collegamento streaming dal gruppo ‘chiesa e futuro’ a partire da marzo 2020.

Corpi; Tempo sospeso e spazio vuoto; Prossimità; Com/partecipare; Autorità; Terra/cielo; Saperi; Centro/periferia; Pubblico; Futuro.

Le parole sono state scelte quali importanti snodi per comprendere il presente in cui siamo rinchiusi nella dimensione della casa, ma anche quali sguardi protesi oltre, dalle finestre delle case, in apertura ad un futuro diverso. Proprio questo tempo può inaugurarlo, se saremo in grado di assumere le tante sofferenze delle vittime e dei poveri, di cogliere i segni dei tempi e le chiamate di Dio in questa storia.

Il desiderio condiviso dagli autori di questo e-book – nato nel quadro di una condivisione di amicizia e di impegno – è quello di suscitare una riflessione che si allarghi in ambiti diversi, nella chiesa e nella società.

Testi di: Vittorio Berti, Enzo Biemmi, Alessandro Cortesi, Marco Giovannoni, Andrea Grillo, Fabrizio Mandreoli, Giorgio Marcello, Simone Morandini, Serena Noceti, Riccardo Saccenti.

Copertina: Luca Palazzi. Editing grafico: Alberto Dal Maso.

 Video di presentazione a cura di Francesco Fabrini

L’e-book può essere scaricato gratuitamente dal sito della casa editrice Queriniana oppure dal sito insiemesullastessabarca

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 39

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Giorno 39 – piccoli

santa Caterina da SienaFesta di s.Caterina da Siena

“… E così rimarrete in perfettissima letizia, credendo, come aviamo detto, che Dio non vuole altro che il nostro bene. Confortatevi in Cristo crocifisso, e non temete. Altro non vi dico, se non che tutte le vostre operazioni siano fatte con amore e timore di Dio…” (Lett. 31 a donna Mitarella)

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 38

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Giorno 38 – profeti

Con riferimento alla Nota della Conferenza Episcopale Italiana del 26.04.20 ripropongo per riflessione quattro testi:

– un post del 27-4-2020 di Giovanni Ferretti, filosofo, teologo, presbitero torinese già rettore dell’Università di Macerata (1995-98) autore de Il criterio misericordia, ed.Queriniana,

– alcuni brani di una sua intervista rilasciata a “La Repubblica”,

– una riflessione di Rocco D’Ambrosio, ordinario di filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana 

– brani dall’intervista a mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (La Repubblica 28.04.20) che è stato malato di coronavirus ed è stato ricoverato in terapia intensiva

post facebook di Giovanni Ferretti 27.04.20: “Libertà di culto non è libertà di infettare la gente. La nota CEI dal titolo “Il disaccordo dei vescovi” mi ha profondamente amareggiato, come cittadino, come cattolico e come prete. Vi si accusa il Governo di “compromettere l’esercizio della libertà di culto” con il Decreto sulla “Fase 2” e si “esige” di poter riprendere le Messe con il popolo. Sia per il tono che per il contenuto mi pare un errore politico e pastorale.
Il tono è perentorio, di chi è sicuro del suo diritto e della evidenza delle proprie ragioni. Proprio in tempi in cui veramente c’è poco di certo sul modo di affrontare la pandemia e le restrizioni riguardano non solo un aspetto della libertà di culto (la Chiesa può continuare a diffondere per TV e nei media tutte le celebrazioni possibili…) ma la libertà di spostarsi, di riunirsi, di insegnare nelle scuole, di andare a teatro, a un concerto, di fare sport. ecc. Perché esigere eccezioni o privilegi e non accettare di dover contribuire con tutti a superare l’epidemia, condividendo la situazione comune della nostra gente?
Quanto al contenuto, mi chiedo: veramente abbiamo come Chiesa italiana un comitato tecnico-scientifico che ci dia valutazioni migliori di quello governativo? E’ nostra competenza una tale valutazione? D’altro lato, siamo veramente in grado oggi di assicurare nelle Messe con il popolo, che non vi sarà pericolo di contagio per i fedeli? Sapremo sanificare bene le chiese come richiesto alle fabbriche e ai negozi, con controlli delle ASL e relative sanzioni? Metteremo alle porte delle chiese il controllo della temperatura della gente, un puntuale conteggio del numero contingentato degli ingressi, lasciando fuori gli altri? Sapremo obbligare la gente a tenere in chiesa le distanze richieste, a portare le mascherine, con un servizio d’ordine che faccia uscire chi non si adegua? E il prete celebrerà con la mascherina e lascerà cadere l’ostia dall’alto sulle mani dei fedeli? Che Messe con il popolo sarebbero mai queste?
Una libertà senza responsabilità, lo abbiamo sempre predicato, non è vera libertà. Tanto più quando in gioco c’è la vita delle persone”

Brani dall’intervista a Giovanni Ferretti cura di Domenico Agasso jr – tratto da “La Stampa” 27 aprile 2020

(…) Don Ferretti, qual è stata la sua reazione alla dura nota della Cei che accusa il decreto Conte di violare la libertà di culto? «Sono rimasto amareggiato. Mi è parso un errore politico e pastorale; nel tono, perentorio, e nel contenuto, perché mi sembra non tenga nel debito conto la difficoltà e complessità della situazione».

Però le richieste dei fedeli di poter di nuovo partecipare alla messa appaiono sempre più numerose, e anche dure e disperate. Anzi, in molti sostengono che i vescovi siano stati fino a ieri troppo morbidi e accondiscendenti, soprattutto sulla Pasqua. Che cosa direbbe a un suo parrocchiano? «Direi che il dovere della carità verso il prossimo, da salvaguardare dal contagio in base al principio di precauzione e prevenzione, ha la precedenza sul pur giusto desiderio di celebrare assieme la Messa. Direi che dobbiamo riscoprire le altre forme del culto, quelle che san Paolo chiamava il “culto spirituale”: la preghiera, la meditazione delle Scritture, l’offerta della vita a favore del prossimo, anche con sacrifici. Quanto al passato comportamento dei vescovi, direi che non è stata condiscendenza, ma prudenza quella di accogliere le indicazioni del Governo, che andrebbero sollecitate come contributo indispensabile e non avversate. (…)

Libertà di culto e responsabilità civile: dove va cercato l’equilibrio tra questi due pilastri sociali e politici decisivi per ogni società, a maggior ragione in tempi di pandemia? «Libertà e responsabilità non possono mai essere disgiunti né contrapposti. Non siamo in una dittatura ma in un paese democratico, ove il Governo è l’espressione del libero volere dei cittadini. La Chiesa non ha uno statuto privilegiato nello stato democratico, che le dia il diritto di sottrarsi allenorme del vivere civile, soprattutto, come oggi, quando ne va della vita delle persone. Certo, la Chiesa è libera, come tutti i cittadini, di esprimere le proprie idee, ma deve anche accettare, in un campo così opinabile come questo, che esse siano criticate e non condivise del Governo come dagli stessi fedeli».

R.D’Ambrosio, I riti religiosi e l’etica politica (tratto da https://formiche.net)

“(…) Certo l’Eucarestia è un dono grandissimo e comprendo il sacrifico dell’attuale “digiuno” eucaristico. Tuttavia sono molto sorpreso dal fatto che diversi che lamentano e quasi gridano allo scandalo per la mancanza di Messe non hanno mai ricordato che Cristo non è solo presente nell’Eucaristia ma anche nella sua Parola e nei poveri, affamati, stranieri, ammalati, carcerati e cosi via (Mt 25). Dimenticarlo è forse conseguenza di una fede intimistica, individualista, fuori del tempo e del mondo, che spesso papa Francesco stigmatizza. La nostra fede non andrà in crisi perché non abbiamo messe, se la perdessimo vuol dire che non l’abbiamo mai avuta. Al contrario, la nostra fede si potrà fortificare se ci ricordiamo che, come ammonisce Gesù, “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Viviamo un momento di privazione, sotto diversi punti di vista. Ci auguriamo che finisca presto e bene. Intanto è innegabile che il digiuno eucaristico forzato ha dato possibilità a tante famiglie di riscoprire la preghiera e la riflessione nella “chiesa domestica”; a tanti gruppi di inventare forme di comunicazioni meno scontate e, forse, più profonde. (…)

Il digiuno eucaristico forzato, tuttavia, pone anche in evidenza una frattura esistente nella Chiesa italiana da diversi anni e che emerge ogni qualvolta si toccano temi sociali, culturali, politici, economici. Si tratta di modelli di Chiesa diversi. Per questa distinzione qualcuno ha osato persino introdurre la categoria di scisma sommerso. Che sia tale o no, resta il dovere di aprire o continuare un dibattito che, nella sua profonda radice, riguarda la domanda su quale sia il modello di Chiesa più fedele alla missione affidataci da Gesù Cristo per i nostri tempi. Non ci sono dubbi che la discriminante, tra i due modelli, sia il concilio Vaticano II, vera e propria pietra angolare o, spesso, pietra di scandalo e, attualmente, il magistero di papa Francesco. Per farsi rinnovare dal Concilio, al di là delle esperienze personali e comunitarie, bisogna mettere in crisi quel modello di Chiesa che sembra avere molte certezze e pochi dubbi; che insiste solo su alcuni temi morali e trascura altri, che ricerca la maggioranza numerica e la preminenza culturale; che tende ad accrescere privilegi e sussidi statali; che non è molto vigile su degenerazioni del potere e corruzione; che si organizza in maniera molto gerarchizzata e clericalizzata; che forma male e promuove poco il laicato, che è più rituale e meno caritativa. È lo stesso modello di Chiesa che sembra essere poco attento ai temi cari a questo pontificato. L’accoglienza di questi temi richiede, in molti casi un cambiamento radicale, o, come ha spiegato il pontefice, un frantumare alcuni schemi consolidati. A tal proposito è illuminante un passo dell’Evangelii gaudium: “La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr Mc 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi” (n. 22)”.

– Paolo Rodari, Il vescovo di Pinerolo: “Serve prudenza. Io per quel virus ho rischiato di morire”, “La Repubblica” 28.04.20

(…)  “Ai vescovi suggerisco prudenza. Non sapete fino in fondo cosa sia questa malattia. Non è finita ancora, non forzate la mano”.

Monsignor Derio Olivero, 59 anni, vescovo di Pinerolo, a fine marzo è risultato positivo al test per coronavirus. È stato gravissimo. Intubato e tracheostomizzato, ha rischiato di morire. Ora è guarito, seppure sia convalescente in ospedale. A Repubblica racconta la sua esperienza, spesso interrompendosi per piangere.

Come commenta lo scontro fra vescovi e governo?
“Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti bensì di collaborare”.

Si può vivere senza l’eucaristia?
“Abbiamo rinunciato al triduo pasquale. Perché non provare a pazientare? Credo che questa epidemia possa essere un kairòs, un’occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale. Molti vescovi si sono industriati per far pregare le persone nelle case. Molti sono tornati a pregare come non facevano prima. Perché non insistere sulla necessità di reimparare la fede nelle case? Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le messe lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano”.

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 37

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Giorno 37 – templi

Nel passaggio di questi giorni può essere d’aiuto la riflessione presentata nella  Lettera_di_monsignor_Daniele_Libanori, vescovo ausiliare del settore centro di Roma, 20 marzo 2020 (tratta dal sito della diocesi di Roma). Qui di seguito alcuni stralci:

“(…) Non mi pare che questo sia il tempo delle pur utili esortazioni sull’eco del “vogliamoci bene”. La vera carità, che è dovuta a tutti e specialmente a chi maggiormente avverte la gravità della situazione, non ha niente a che fare con stucchevoli sorrisi, carezze affettate, pacche sulle spalle e minestre calde. Il mondo si aspetta dalla Chiesa ben altro che il pronto soccorso dell’elemosina: si aspetta delle ragioni che aiutino ad accettare e vivere con maturità quello che sta succedendo, ha urgente necessità di motivi seri per sperare, ha bisogno di qualcuno capace di aprirgli orizzonti diversi e veri, perché il telone di fondo sul quale per anni sono stati proiettati i deliri di grandezza di questa nostra età è stato improvvisamente strappato e ha svelato un buio angosciante. È tempo che la Chiesa smetta di alimentare quei sentimentalismi dolciastri che rendono insopportabile tanta nostra predicazione per dire finalmente al mondo cose serie. La Chiesa deve ripetere instancabilmente a chi oggi, frastornato da quello che accade, cerca «la» buona ragione per vivere e per morire che la può trovare nella morte e la risurrezione di Gesù. E deve aggiungere che se quest’anno non potremo celebrare la Pasqua nella liturgia, non di meno è il Signore stesso che la sta celebrando nella grande liturgia della storia che ci chiede di vivere con lui in questi giorni difficili. (…)

Questo tempo ci impone un digiuno eucaristico che per noi costituisce una novità, mentre è purtroppo una triste necessità in tante regioni del mondo in cui mancano i sacerdoti o non vi sono le condizioni per celebrare la Messa. Stiamo assistendo a una “domanda di Eucaristia” che può esserci di conforto (….).

Nella richiesta troppo insistente dell’Eucaristia non di rado c’è una fede sincera … ma non matura. Si dimentica che la salvezza viene dalla fede e non dalle opere, benché sante, sicché ci si affida alle buone pratiche senza confidare in Dio, al punto da stimare i suoi doni più di Dio stesso. Come bambini si afferra avidamente il dono senza ascoltare le parole amorose di chi lo porge. Si è concentrati più sul proprio grido che sul volto di Colui che si china per ascoltarlo. Questo ci dice che c’è un grosso lavoro da fare per aiutare i fedeli a cogliere il senso e la profondità del Mistero eucaristico e si possono sperare grandi frutti da una catechesi ben fatta. Intanto però occorre ricordare a tutti che il Signore è realmente presente con il suo Spirito tra coloro che sono riuniti nel suo Nome; è presente nella Parola e continua realmente a “nutrire” chi la legge e la medita; il Signore vivo si fa prossimo nel povero e nei bisognosi. Il Signore è nel desiderio stesso dei sacramenti. Ma soprattutto ha la sua dimora in colui che osserva i suoi comandamenti e condivide i suoi sentimenti….”

 

III domenica di Pasqua anno A – 2020

IMG_7915At 2,14-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Come e dove incontrare Gesù Cristo dopo la sua risurrezione? Questa è la domanda che guida Luca nel suo racconto dell’incontro di Emmaus. Sia Luca che scrive, sia la sua comunità non hanno conosciuto direttamente Gesù e sono passati molti anni dalla sua morte. L’incontro con lui è ancora possibile? Il cammino dei due di Emmaus diviene un esempio ed una provocazione. Anche per noi oggi.

La scena di due discepoli che si allontanano dalla città di Gerusalemme apre il racconto. Lontano della città dove si è svolta un’ingiustizia e un assassinio. E’ un percorso di allontanamento, di desolazione e delusione. Le loro speranze sono crollate, i loro cuori sono chiusi. E discorrevano e discutevano: non si sa di più delle loro parole ma forse erano parole di delusione, colme di senso di fallimento e disincanto, forse anche di protesta per un sogno tradito.

In questo loro andare si fa vicino uno sconosciuto, che si accosta loro e rivolge loro una domanda, ponendosi con la disponibilità di chi ascolta. il dialogo inizia da una meraviglia mista a rimprovero ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’ L’interrogare del viandante porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda, a rileggere la storia e la loro storia.

Le sue domande li fanno a tornare ai giorni di Gerusalemme, li provocano a ricomporre passo passo tutti i tasselli degli eventi di cui sono stati protagonisti. E li elencano uno dopo l’altro, ma ancora immersi in un buio inestricabile senza riuscire ad individuare un filo ed una direzione. E in questo dialogo emerge la pazienza di quel viandante, la sua capacità di far emergere un po’ alla volta, senza imposizione, una speranza sopita, il senso di una attesa tradita, la nostalgia di un senso.

Il suo stare accanto a loro non impartisce spiegazioni dall’alto, non è paternalistico ammonimento: suscita un percorso interiore nei due che erano tristi, fa scavare nell’inquietudine, accompagna ad andare al fondo della tristezza e non offre risposte, soluzioni, o condanne. Lo sconosciuto che si è fatto loro accanto li accompagna a ricomporre un quadro della loro esperienza: avevano tutti gli elementi, ma incapaci di leggere i segni. Forse superficiali, forse stolti…

Come i loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi. Al centro del loro ricordo sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’.

Al centro un annuncio dell’impossibile, portato da chi non contava. Eppure i loro cuori non sono aperti all’accoglienza di questa parola. Gesù allora li accompagna a vivere due esperienze: il ripercorrere le Scritture e lo spezzare il pane insieme. Quel sondare le Scritture diviene guida per passare dalla cronaca a scorgere le profondità della vita nel quadro di una alleanza con il Dio vicino e fedele. E questo inizia a scaldare il cuore, a far passare dalla disperazione alla speranza.

E quando gli dicono ‘resta con noi perché si fa sera’, si ferma e a tavola, insieme, spezza il pane. Quel gesto rinvia a tutti i momenti in cui sono stati a tavola con Gesù, a quelle tavole dove tanti erano accolti, anche gli esclusi e i marginali. I due erano delusi: i loro sogni di realizzazione e di potere si erano infranti.

Nella locanda, in quel tramonto, sono ricondotti ad un potere diverso, quello di chi serve a tavola. E ricordano così anche l’ultima cena. L’incontro con il risorto diviene possibile in ogni gesto in cui il pane della propria esistenza è spezzato. Si aprirono allora gli occhi. I due si mettono in movimento. Il loro cammino va verso la comunità che avevano abbandonato con la pretesa di farcela da soli. E’ possibile incontrare il vivente, Gesù risorto, nella vita.

Alessandro Cortesi op

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Liberazione

“Noi speravano che fosse lui a liberare…”. Il cammino di Emmaus è un paradigma del cammino umano alla ricerca di liberazione. E’ espressione di attesa, di delusione, di fallimento, di apertura. Nella storia ci sono momenti che hanno rappresentato esperienze condivise in cui si è manifestato il senso di una liberazione che coinvolge insieme l’umanità in un cammino comune e condiviso.

Sono significative e da riascoltare le parole che Piero Calamandrei pronunciò in un discorso tenuto alla presenza di Ferruccio Parri nel 1954 soprattutto laddove parla della resistenza come di un movimento sorto da un anelito di liberazione presente nei cuori e che ha unito uomini e donne di diversa provenienza, formazione, tradizione. Nel riferirsi a quanto accadde in Italia dopo l’8 settembre 1943 ebbe a dire:

“Nessuno aveva ordinato l’adunata: questi uomini accorsero da tutte le parti, e si cercarono e si adunarono da sé… un’adunata spontanea e collettiva; un movimento di popolo, una iniziativa di popolo. (…) Ma questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava dentro, che comandava dentro: Se sei un uomo, se hai dignità d’uomo, questa è l’ora!’ E fu una sorpresa consolante, una scoperta miracolosa il trovarsi dentro questa voce, questo misterioso tesoro che molti ignorano di custodire dentro di sé: questo inebriante accorgersi che la stessa voce aerea parlava contemporaneamente al centro di ogni coscienza e che in fondo ad ogni cuore c’era questa resurrezione della patria umana, in cui tutti gli uomini liberi si riconoscevano e si intendevano nella stesa lingua. Questi uomini di qualunque partito e di qualunque fede, dicevano prima di morire tutti la stessa frase: ‘muoio per un’idea’ (…) Ma che cos’era questa ‘idea’ che comandava di dentro, che nello stessi istante parlava dentro la coscienza di tutti, che per tutti era più forte della vita? Qualcuno ha parlato di partito, qualcuno ha parlato di chiesa. Sì, fu anche questo; ma non fu soltanto questo. Le fedi erano diverse e diversi erano i partiti; ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito o ad alcuna chiesa. Qualcuno ha parlato di ‘anima collettiva’, qualcuno ha parlato di ‘provvidenza’; forse bisognerebbe parlare di Dio: di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi, che parla contemporaneamente in tutte le lingue. (…) Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacquee che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini” ((dal discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, in P.Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Laterza 2011).

Il 26 gennaio 1955 parlando agli studenti di Milano e presentando loro i tratti fondamentali della Carta Costituzionale Piero Calamandrei disse: “Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Nei giorni in cui facciamo memoria della Liberazione dell’Italia dal fascismo e dalla guerra e viviamo un tempo segnato da desiderio di liberazione dal virus che genera dolore e morte, riflettere su queste parole aiuta ad ascoltare quella voce che parla al cuore di ogni uomo e donna e ad accogliere ispirazioni che soffiano dentro ed invitano ancor oggi a scorgere come ogni giorno è da ricercare e custodire liberazione da tutte le forme di oppressione.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 36

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Giorno 36 – resistenza

 

25 aprile – Festa della Liberazione

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Vittoria contro noi stessi: aver ritrovato dentro noi stessi la dignità dell’uomo. Questo fu il significato morale della Resistenza: questa fu la fiamma miracolosa della Resistenza. Aver riscoperto la dignità dell’uomo, e la universale indivisibilità di essa: questa scoperta della indivisibilità della libertà e della pace, per cui la lotta di un popolo per la sua liberazione è insieme lotta per la liberazione di tutti i popoli dalla schiavitù del denaro e del terrore, questo sentimento della uguaglianza morale di ogni creatura umana, qualunque sia la sua nazione o la sua religione o il colore della sua pelle, questo è l’apporto più prezioso e più fecondo di cui ci ha arricchito la Resistenza. Quando si dice che la guerra partigiana si distingue da tutte le altre guerre perché fu una guerra fatta interamente da volontari, si dice giusto, ma non si dice tutto. Essa fu qualcosa di più: un’adunata spontanea e collettiva: un movimento di popolo, una iniziativa di popolo. […] L’8 settembre, quando cominciò spontaneo e non ordinato da qualcuno questo accorrere di uomini liberi verso la montagna, avvenne qualcosa di misterioso che a ripensarlo oggi sembra un miracolo di cui si stenta a trovare una spiegazione umana. Nessuno aveva ordinato l’adunata: questi uomini accorsero da tutte le parti e si cercarono e si adunarono da sé. […] Quella chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respirava, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava dentro: «Se sei un uomo, se hai dignità d’uomo, questa è l’ora!» (dal discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, in P.Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Laterza 2011)

Proposta di celebrazione domestica – III domenica di Pasqua 2020

IMG_8026(immagine tratta da video del sito http://www.théobule.org)

Per alcune proposte diversificate di celebrazione domestica (per la preghiera personale; per bambini; per famiglie) rinvio al seguente link nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it:

proposta di celebrazione domestica – domenica 26 aprile 2020

Un sostare nel tempo dell’epidemia – 35

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Giorno 35 – disabili

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