la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Pasqua anno A – 2020

IMG_7915At 2,14-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Come e dove incontrare Gesù Cristo dopo la sua risurrezione? Questa è la domanda che guida Luca nel suo racconto dell’incontro di Emmaus. Sia Luca che scrive, sia la sua comunità non hanno conosciuto direttamente Gesù e sono passati molti anni dalla sua morte. L’incontro con lui è ancora possibile? Il cammino dei due di Emmaus diviene un esempio ed una provocazione. Anche per noi oggi.

La scena di due discepoli che si allontanano dalla città di Gerusalemme apre il racconto. Lontano della città dove si è svolta un’ingiustizia e un assassinio. E’ un percorso di allontanamento, di desolazione e delusione. Le loro speranze sono crollate, i loro cuori sono chiusi. E discorrevano e discutevano: non si sa di più delle loro parole ma forse erano parole di delusione, colme di senso di fallimento e disincanto, forse anche di protesta per un sogno tradito.

In questo loro andare si fa vicino uno sconosciuto, che si accosta loro e rivolge loro una domanda, ponendosi con la disponibilità di chi ascolta. il dialogo inizia da una meraviglia mista a rimprovero ‘tu solo dei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’ L’interrogare del viandante porta i due a scoprirsi essi stessi forestieri e li conduce anche ad una ricerca più profonda, a rileggere la storia e la loro storia.

Le sue domande li fanno a tornare ai giorni di Gerusalemme, li provocano a ricomporre passo passo tutti i tasselli degli eventi di cui sono stati protagonisti. E li elencano uno dopo l’altro, ma ancora immersi in un buio inestricabile senza riuscire ad individuare un filo ed una direzione. E in questo dialogo emerge la pazienza di quel viandante, la sua capacità di far emergere un po’ alla volta, senza imposizione, una speranza sopita, il senso di una attesa tradita, la nostalgia di un senso.

Il suo stare accanto a loro non impartisce spiegazioni dall’alto, non è paternalistico ammonimento: suscita un percorso interiore nei due che erano tristi, fa scavare nell’inquietudine, accompagna ad andare al fondo della tristezza e non offre risposte, soluzioni, o condanne. Lo sconosciuto che si è fatto loro accanto li accompagna a ricomporre un quadro della loro esperienza: avevano tutti gli elementi, ma incapaci di leggere i segni. Forse superficiali, forse stolti…

Come i loro occhi erano incapaci di riconoscere Gesù, così il loro sguardo era incapace di leggere dentro agli eventi. Al centro del loro ricordo sta la testimonianza delle donne: ‘ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo’.

Al centro un annuncio dell’impossibile, portato da chi non contava. Eppure i loro cuori non sono aperti all’accoglienza di questa parola. Gesù allora li accompagna a vivere due esperienze: il ripercorrere le Scritture e lo spezzare il pane insieme. Quel sondare le Scritture diviene guida per passare dalla cronaca a scorgere le profondità della vita nel quadro di una alleanza con il Dio vicino e fedele. E questo inizia a scaldare il cuore, a far passare dalla disperazione alla speranza.

E quando gli dicono ‘resta con noi perché si fa sera’, si ferma e a tavola, insieme, spezza il pane. Quel gesto rinvia a tutti i momenti in cui sono stati a tavola con Gesù, a quelle tavole dove tanti erano accolti, anche gli esclusi e i marginali. I due erano delusi: i loro sogni di realizzazione e di potere si erano infranti.

Nella locanda, in quel tramonto, sono ricondotti ad un potere diverso, quello di chi serve a tavola. E ricordano così anche l’ultima cena. L’incontro con il risorto diviene possibile in ogni gesto in cui il pane della propria esistenza è spezzato. Si aprirono allora gli occhi. I due si mettono in movimento. Il loro cammino va verso la comunità che avevano abbandonato con la pretesa di farcela da soli. E’ possibile incontrare il vivente, Gesù risorto, nella vita.

Alessandro Cortesi op

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Liberazione

“Noi speravano che fosse lui a liberare…”. Il cammino di Emmaus è un paradigma del cammino umano alla ricerca di liberazione. E’ espressione di attesa, di delusione, di fallimento, di apertura. Nella storia ci sono momenti che hanno rappresentato esperienze condivise in cui si è manifestato il senso di una liberazione che coinvolge insieme l’umanità in un cammino comune e condiviso.

Sono significative e da riascoltare le parole che Piero Calamandrei pronunciò in un discorso tenuto alla presenza di Ferruccio Parri nel 1954 soprattutto laddove parla della resistenza come di un movimento sorto da un anelito di liberazione presente nei cuori e che ha unito uomini e donne di diversa provenienza, formazione, tradizione. Nel riferirsi a quanto accadde in Italia dopo l’8 settembre 1943 ebbe a dire:

“Nessuno aveva ordinato l’adunata: questi uomini accorsero da tutte le parti, e si cercarono e si adunarono da sé… un’adunata spontanea e collettiva; un movimento di popolo, una iniziativa di popolo. (…) Ma questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava dentro, che comandava dentro: Se sei un uomo, se hai dignità d’uomo, questa è l’ora!’ E fu una sorpresa consolante, una scoperta miracolosa il trovarsi dentro questa voce, questo misterioso tesoro che molti ignorano di custodire dentro di sé: questo inebriante accorgersi che la stessa voce aerea parlava contemporaneamente al centro di ogni coscienza e che in fondo ad ogni cuore c’era questa resurrezione della patria umana, in cui tutti gli uomini liberi si riconoscevano e si intendevano nella stesa lingua. Questi uomini di qualunque partito e di qualunque fede, dicevano prima di morire tutti la stessa frase: ‘muoio per un’idea’ (…) Ma che cos’era questa ‘idea’ che comandava di dentro, che nello stessi istante parlava dentro la coscienza di tutti, che per tutti era più forte della vita? Qualcuno ha parlato di partito, qualcuno ha parlato di chiesa. Sì, fu anche questo; ma non fu soltanto questo. Le fedi erano diverse e diversi erano i partiti; ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito o ad alcuna chiesa. Qualcuno ha parlato di ‘anima collettiva’, qualcuno ha parlato di ‘provvidenza’; forse bisognerebbe parlare di Dio: di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi, che parla contemporaneamente in tutte le lingue. (…) Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacquee che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini” ((dal discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, in P.Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Laterza 2011).

Il 26 gennaio 1955 parlando agli studenti di Milano e presentando loro i tratti fondamentali della Carta Costituzionale Piero Calamandrei disse: “Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Nei giorni in cui facciamo memoria della Liberazione dell’Italia dal fascismo e dalla guerra e viviamo un tempo segnato da desiderio di liberazione dal virus che genera dolore e morte, riflettere su queste parole aiuta ad ascoltare quella voce che parla al cuore di ogni uomo e donna e ad accogliere ispirazioni che soffiano dentro ed invitano ancor oggi a scorgere come ogni giorno è da ricercare e custodire liberazione da tutte le forme di oppressione.

Alessandro Cortesi op

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