la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “maggio, 2020”

Parole della pandemia

img_7538-collageNel tempo del confinamento causato dall’emergenza della pandemia Covid-19 molte e diverse sono state le esperienze vissute. Ho cercato di raccogliere tra persone amiche echi di questo tempo particolare, doloroso e impegnativo per custodire testimonianze, sentimenti, riflessioni.

Ringrazio tutte e tutti coloro che hanno voluto condividere un pensiero su di una parola chiave di questo tempo. Ne è risultato questo mosaico di voci raccolte sotto il titolo ‘Parole di un tempo difficile. Testimonianze e riflessioni nella quarantena del Covid-19’ che aiuta a custodire quanto abbiamo appreso e ad orientarci nel cammino che ora si apre. (ac)

Si può scaricare la pubblicazione cliccando qui

Sussidio per celebrazione della Pentecoste

img_8367Nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it è possibile scaricare un sussidio, curato da un gruppo ecumenico, con due proposte di preghiera per una celebrazione domestica della Pentecoste sia per famiglie e piccoli gruppi, sia per bambini.

Il sussidio può essere scaricato anche cliccando qui.

Solennità di Pentecoste – anno A – 2020

img_8368At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è termine che indica cinquanta giorni: è il tempo dopo la Pasqua in cui cade una tra le feste gioiose di pellegrinaggio, le più importanti per Israele (Deut 16,16). Situata all’inizio dell’estate raccoglie la gioia per le primizie della mietitura (Es 34,22; cfr Es 23,16): “celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26).

Pentecoste nasce come festa legata alla gioia comune al momento del raccolto che vide accompagnarsi anche la memoria del dono della Torah, la legge di Dio. La libertà aperta dalla Pasqua si fa cammino nell’accoglienza la parola di Dio, nella sua legge per servire Lui: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Nel Nuovo Testamento i cinquanta giorni dopo (pentecoste) sono momento del dono dello Spirito: ciò che Luca pone cinquanta giorni dopo la Pasqua nel IV vangelo è situato la sera del giorno stesso della risurrezione. Gesù si presenta in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Sulla croce morendo Gesù aveva consegnato lo spirito (Gv 19,30), ora lo soffia sui suoi amici donando loro pace e inviandoli a testimoniare riconciliazione.

La ‘prima pentecoste’ è il soffio di Dio su ogni creatura: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Lo Spirito è il soffio presente nella creazione ed è respiro generativo di un cosmo bello che proviene dalle mani di Dio.

Al soffio della creazione nella Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare di quella profetica. Il profeta Ezechiele condotto a vedere la desolazione di un popolo come una pianura di ossa aride, è spinto ad annunciare la promessa di Dio come dono dello Spirito: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,14)

Lo Spirito è soffio di presenza, forza di rigenerazione e apertura. Ad un saggio maestro d’Israele Gesù aveva detto: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8)

L’alitare di Gesù nella sera di Pasqua è ancora creazione, inizio dell’esistenza di una comunità che partecipa della sua vita.

Nella Pentecoste nasce una comunità chiamata a vivere relazioni nuove e una speranza: Gesù oltrepassa le barriere della paura e apre la comunità dei discepoli ad un invio: tutti sono investiti di forza: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

Nel Nuovo Testamento la Pentecoste è narrata più volte in modi diversi: oltre alla versione giovannea nella sera di Pasqua c’è il racconto di Luca della Pentecoste a Gerusalemme. Luca usa le immagini del vento impetuoso e delle lingue di fuoco.

Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Coloro che sono investiti di ‘forza dall’alto’ assumono un coraggio che non proviene dalle loro capacità. La loro parola è comprensibile e raggiunge gli uditori. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8).

Una nuova comunicazione si apre: nel racconto di Babele Dio era intervenuto ad interrompere il progetto dell’impero oppressore di dominare tutti con una sola lingua e aveva disperso lingue e popoli. Pentecoste è evento che si delinea non solo come l’anti-Babele, cioè critica ad ogni pretesa di uniformità e dominio ma diviene anche compimento della promessa di Babele, l’attuarsi cioè di una chiamata di Dio a vivere relazioni nuove nel riconoscimento delle differenze e attuando una comprensione ciascuno nella propria lingua: è il miracolo dell’accoglienza, del dialogo e dell’incontro.

“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). A Pentecoste lo Spirito è presenza che de-centra la nostra vita e rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Gioia

“Forse dal latino gaudia plurale di gaudium, forse da joca plurale di jocum, che dal latino s’è sparso dalla Provenza alla Romania; in ogni caso la radice antica sarebbe gawedh, che ha a che fare con qualcosa di materiale tipo i piaceri del sesso e solo viaggiando nei millenni si è disincarnato nei piaceri dello spirito. È bello che la gioia sia plurale, è bello che sia fatta di materia, naturalmente è pure bello che si sia dispiegata nello spirito. Alla vostra cortese attenzione porrei l’errore, ferale, che in epoca moderna non distingue la gioia dalle gioie intese come gioielli, quelli non hanno niente a che fare né con Joca né con gaudia, ma vengono diritto dall’arabo giohar, scusate la latinizzazione, che significa pietra preziosa, gemma. Per cui l’idea che i gioielli diano vera gioia è solo frutto di pura e stupida confusione. Gioia, da quant’è che non vi viene in mente di dirlo, che ne so, ho provato una grande gioia? E di pensarlo?” (M.Maggiani, “La Repubblica-Robinson” 24 maggio 2020)

Conclude Maggiani “In fin dei conti la gioia non è che una promessa, ed è spiegato dunque perché questi non son tempi gioiosi”. Non sono tempi gioiosi per molte ragioni soprattutto quando la promessa non solo non sembra inseguita ma viene anche calpestata e negata, soprattutto nei confronti dei bambini e delle bambine che in una società sono coloro che recano l’apertura alla promessa e quindi alla gioia.

Uno degli ambiti in cui oggi appare una disattenzione alla promessa è il mondo della scuola e degli studenti che hanno subito pesantemente il limite del confinamento e della chiusura delle scuole nel tempo della pandemia

“Dall’inizio della pandemia, quando l’intero sistema è stato stravolto e tutti – insegnanti, studenti, genitori – hanno dovuto rivedere radicalmente ciò che davano per scontato, dalle modalità di insegnamento e apprendimento agli spazi e orari quotidiani, sembra che le preoccupazioni principali della ministra dell’Istruzione siano state il mantenimento del calendario scolastico, la garanzia che nessuno sarebbe stato bocciato e la valutazione degli apprendimenti. Che intere settimane di scuola siano saltate prima che qualche cosa si mettesse in moto, che questo “qualcosa”, sotto l’etichetta di “didattica a distanza” si sia realizzato in modi diversissimi per impegno degli insegnanti, tempo, grado di coinvolgimento forzato dei genitori necessario, accessibilità da parte degli studenti, efficacia a seconda, non solo della capacità degli insegnanti, ma dell’età degli studenti e delle condizioni ambientali in cui vivono – tutto questo non sembra entrato nelle priorità della ministra” (Chiara Saraceno, la scuola ha tradito i più deboli, “La Stampa” 15 maggio 2020).

Da un sondaggio promosso da Cittadinanzattiva riportato sul sito www.vita.it risulta che “Il 92% delle scuole ha attivato la didattica a distanza, per lo più con lezioni in diretta su varie piattaforme (85%) e una durata media a lezione fra i 40 e i 60 minuti (69%). Buona la valutazione del lavoro svolto dai docenti in questa nuova veste (per il 60% dei rispondenti). Ma si conferma la grande questione della esclusione di tanti studenti che – per lo più per mancanza di device, per inadeguata connessione e in parte anche per condizioni familiari difficili – non partecipano alle videolezioni. A segnalarlo il 48% dei 1245 soggetti, fra genitori, insegnanti e studenti, coinvolti nel sondaggio civico promosso da Cittadinanzattiva sulla didattica a distanza. È ricorrente il fatto che alcuni ne siano esclusi principalmente per: connessione inadeguata (48,5%), condivisione del dispositivo fra più fratelli o familiari (33,5%), assenza di dispositivi (24,5%), assenza di connessione (16,4%)”.

In un’intervista a Mariapia Veladiano, scrittrice e dirigente scolastica, apparsa su ‘Il Regno’ curata da Sarah Numico (Sarah Numico, Scuola: declinare la prossimità Intervista a Mariapia Veladiano, “Il Regno Attualità” 15.05.20), vengono evidenziati alcuni aspetti del problema. Sono rilevati aspetti positivi, nel sottolineare la disponibilità delle scuole in particolare degli insegnanti ad attivarsi nell’utilizzo di strumenti nuovi per mantenere prossimità con gli alunni. Ma anche sono rilevati elementi negativi soprattutto per il fatto che in questo periodo si sono aggravate le disuguaglianze e molti pesi sono ricaduti in misura pesante sulle famiglie e sulle donne in particolare.

«Credo che mediamente ci sia stata una straordinaria capacità, da parte delle scuole, di mettere in campo in tempi rapidi degli strumenti capaci di non lasciar cadere il rapporto educativo con i ragazzi. La chiamo scuola di prossimità. Il primo e fondamentale compito della scuola è non lasciar cadere i bambini e i ragazzi, restare prossima ai luoghi in cui loro si trovano, sempre. La scuola di prossimità ha sempre forme diverse. Quella dei maestri di strada a Napoli si disseminava nei quartieri, fisicamente. Quella del tempo del coronavirus raggiunge a casa gli studenti con ogni strumento possibile. (…) in questa prima fase sono aumentate le disuguaglianze (…)

Per ora le indicazioni sono di continuare la DaD (Didattica a Distanza ndr) come se stesse andando bene per tutti, il che non è vero evidentemente. Che cosa si potrebbe fare, già ora, di meglio? Innanzi tutto pensare la scuola come un interesse di tutti e non delle singole famiglie che si devono arrangiare a trovare una soluzione. Congedi alternati per i genitori che devono seguire i bambini, è stato detto. Studiare possibilità di rientro differenziato come è stato fatto in Danimarca, ad esempio. I piccoli in piccole classi con accorgimenti opportuni: qui devono essere gli esperti a dire fin dove si può andare. Torno a pensare a piccoli gruppi seguiti, anche nella scuola a distanza, da ragazzi che si mettono a disposizione, forse ancora il servizio civile. Esplorare le possibilità. Se si fa finta di niente tutto ricadrà sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La crisi del 2008 ha riportato moltissime donne a casa, senza lavoro e senza reddito. Un arretramento terribile».

Quali azioni si possono mettere in campo perché la scuola del futuro si rinnovi alla luce di questa esperienza?

«Abbiamo imparato qualcosa che sapevamo ma che avevamo lasciato sullo sfondo della nostra consapevolezza. Che la normalità che conosciamo è fragilissima. Vale per molti aspetti della nostra civiltà; ma, restando nel campo della scuola, abbiamo visto che le situazioni di crisi accentuano la disuguaglianza se si parte già diseguali. Per cui certo occorre più omogeneità nell’accesso alla connessione e nell’accesso agli strumenti informatici, per permettere almeno quella scuola di prossimità di cui si parlava. Poi classi molto meno numerose. In certe condizioni forse saremmo già tornati a scuola, almeno i piccoli, se le nostre classi non fossero così compresse in spazi inadeguati. Poi qualcosa che riguarda il lavoro. I contratti devono prevedere forme di flessibilità non penalizzante…”.

Coltivare la promessa significa concretamente oggi porre attenzione a chi come i bambini ha meno difese e sostegni, eppure sono loro che possono portare gioia nuova ad una società che potrà trovare futuro solo scegliendo vie di solidarietà.

Alessandro Cortesi op

 

Proposta di una celebrazione domestica domenicale – VII domenica di Pasqua – Ascensione del Signore

IMG_8362A questo link nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it è possibile scaricare la proposta di una celebrazione domestica della domenica VII di Pasqua – festa dell’Ascensione del Signore – 24 maggio 2020

 

Ascensione del Signore – anno A – 2020

IMG_8348At 1,1-11; Efes 1,17-23; Mt 28,16-20

Nella risurrezione Gesù è ‘innalzato’: dopo la risurrezione è in una vicinanza nuova e piena con il Padre. Nel racconto di Atti la presenza del Padre è evocata dall’immagine della ‘nube’ che ‘lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli. La nube è segno della presenza nascosta di Dio, inafferrabile e ricorda che Dio rimane velato e al di là della nostra portata.

L’umanità di Gesù è coinvolta in questa comunione nuova. Nella sua vita è stato uomo che ha vissuto per gli altri. Con la risurrezione il Padre conferma che la vita spesa per gli altri di Gesù è manifestazione del volto dell’Amore che vince la morte. Gesù è preso dal Padre e condotto ad essere ‘signore’.

Il movimento della salita richiama il salire al trono del re cantata nel salmo: ‘applaudite popoli tutti… ascende Dio tra le acclamazioni…Dio è re di tutta la terra… Dio siede sul suo trono santo’ (Sal 46): Jahwè che si innalza su tutti i popoli, unifica tutti. L’innalzamento di Gesù è visto come attuarsi del regno di Dio. la sua esperienza è movimento di discesa nel farsi servo. Nel suo scendere si rende visibile il volto di Dio dell’amore. Per questo ‘Dio l’ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome’ (Fil 2,9).

Al momento di essere elevato Gesù benedice i suoi discepoli. C’è un rapporto profondo tra l’essere elevato di Gesù e la benedizione che è rivolta ai suoi discepoli.

Gesù richiama i suoi a non lasciarsi prendere da vane curiosità sui tempi e sui momenti in cui si costituirà il ‘regno di Israele’. Piuttosto chiede loro di attendere rimanendo in ascolto della promessa del Padre, quella di essere battezzati in Spirito Santo.

Indica di rimanere a Gerusalemme, luogo della passione morte e risurrezione e di attendere al promessa del Padre. Li invita ad impegnarsi nella testimonianza fino agli estremi confini della terra. Il salire di Gesù rinvia al tempo della comunità, chiamata ad incontrarlo in modo nuovo: è il tempo dell’attesa ma anche tempo in cui lo Spirito verrà come ‘forza che li investe dall’alto’.

Nel racconto di Matteo gli undici videro Gesù si prostrarono ma alcuni dubitavano. Gesù affida ad una comunità fragile ila sua promessa e l’invio. Dice loro: “Andate… fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli”. Gesù invia ad immergere la propria vita e quella dei popoli nella vita di Dio che ha il volto della comunione dell’ospitalità e dell’amicizia. L’invio a fare discepoli non sorge da una istanza ad aumentare il numero degli appartenenti al gruppo, ma richiama al seguire il cammino seguito da Gesù stesso, camino di dono e servizio.

Spinge fuori la comunità in una responsabilità di incontro, di relazione nel quaggiù: ‘perché state a guardare il cielo?’. La promessa è una vicinanza nuova che si apre nel vuoto di una assenza: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’.

Alessandro Cortesi op

img_8233Sarò con voi tutti i giorni…

Dopo la fine dell’emergenza stanno riprendendo le celebrazioni delle messe nelle chiese. In questo periodo molte sono state le esperienze nuove che sono state attuate. Il fatto che nel periodo del lockdown siano venute meno le attività pastorali e le celebrazioni comunitarie in particolare l’eucaristia, ha prodotto una serie di reazioni diverse.

Talvolta ha regnato lo smarrimento evidenziatosi in molti modi. Si sono da un lato sviluppate nuove forme di preghiera e celebrazione nell’ambito domestico o tentativi di creare nuove modalità comunitarie di condivisione a distanza, d’altro lato si è assistito ad una sorta di rincorsa a riempire spazi percepiti troppo vuoti utilizzando i mezzi della comunicazione (TV, dirette facebook, registrazione di celebrazioni poi inviate) forse non accettando il messaggio dell’interruzione e del sostare che il tempo del confinamento ha proposto.

Proprio tali modalità hanno accentuato la differenza tra i presbiteri che continuavano a celebrare la messa e una comunità che, pur coinvolta, viveva nella condizione di assistere. E’ apparsa anche chiara la difficoltà delle comunità di individuare altre forme di celebrazione che non fossero la messa.

Nella diversità delle esperienze e dei tentativi si è assistito da un lato al riemergere di un vocabolario (ad esempio la ‘messa privata’ – ved. riflessione di Andrea Grillo al proposito) e di forme che fanno riferimento a mentalità preconciliari con tendenze di forte clericalizzazione e con accento sulla dimensione sacrale. D’altra parte è stato anche un periodo di creatività, di esperimenti attuati con spirito di disponibilità nell’attenzione del legame profondo tra celebrazione e vissuto personale e comunitario.

Raccolgo in questo momento di passaggio tre voci, tra le tante possibili, che offrono diversi spunti e domande proprio in questa fase in cui si attua un prudente nuovo inizio. In esse si può scorgere da un lato il richiamo a lasciarsi interrogare profondamente dai segni del tempo che abbiamo vissuto e stiamo vivendo (Mario Menin), la provocazione a scorgere dimensioni inedite della vita di fede in un tempo nuovo (René Poujol) e la proposta di un futuro che non potrà essere un ritorno a ciò che era prima (Derio Olivero).

Mario Menin, missionario saveriano, nel suo articolo ‘Chiese vuote. Per chi suona la campana?’ s’interroga sulle chiese vuote e legge quanto sta avvenendo come un segno che dovrebbe interrogare per un cambiamento della vita della chiesa. L’emergenza della pandemia ha solamente reso più evidente un processo già in atto da tempo:

“Perché non riconoscere allora nelle chiese vuote un segno di quanto potrà succedere in un futuro non molto lontano, se non riformeremo – più evangelicamente – le nostre comunità? E perché prendersela con il coronavirus, che ha soltanto evidenziato – in modo certamente disgraziato – lo svuotamento già in corso? Eppure di segnali d’allarme ne avevamo ricevuti dal Concilio Vaticano II in poi, specialmente in Europa e in gran parte dell’Occidente, dove molte chiese, monasteri e seminari si sono svuotati o chiusi. Li abbiamo snobbati come non rivolti a noi e alle nostre comunità. Ci siamo, invece, ostinati ad attribuire lo svuotamento a cause esterne, soprattutto al fenomeno della secolarizzazione – nelle sue varie dimensioni e tappe –, senza renderci conto, come recentemente asserito da papa Francesco, che ‘non siamo più in un regime di cristianità…’. Forse questo tempo di chiese vuote può aiutarci a far emergere il vuoto nascosto nelle nostre comunità, le nostalgie liturgiche tridentine, che rendono più problematico il riaggancio della Chiesa alla società di oggi e il recupero del ritardo “di duecento anni” denunciato dal card. Martini”.

L’analisi di Menin suggerisce di maturare consapevolezza di un cambiamento d’epoca che pur vede una forte resistenza in quanti cercano di mantenere i caratteri di una chiesa che si concepisce nel quadro di un regime di cristianità, preoccupata di potere, di privilegi, dell’inseguire un modello di comunità centrato sui preti secondo la visione tridentina, anziché coltivare una disponibilità ad una riforma. Indica concretamente la via di un riconoscimento di ministerialità diffusa:

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Esse ci insegnano che i problemi delle nostre comunità non sono tanto la mancanza di vocazioni o la scarsità di preti, quanto un nuovo modo di essere Chiesa, dove la ministerialità dei laici, delle donne e delle famiglie, sia riconosciuta come costitutiva della Chiesa stessa. Per questo dovremmo prendere più sul serio, anche in Italia, le proposte del Sinodo Panamazzonico”.

René Poujol, giornalista francese, in un aritcolo nel suo blog dal titolo ‘E se qualcuno preferisse altro alla messa?’, facendo riferimento alla situazione del suo Paese ne delinea i tratti e traendo spunto dalle parole del filosofo Denis Moreau prosegue la riflessione invitando a laciarsi interrogare profondamente dal’esperienza in atto (riprendo la traduzione dal sito http://www.finesettimana.org:

“Il 26 aprile, sul suo profilo Facebook, il filosofo Denis Moreau, di cui avevo accolto con favore il libro “Comment peut-on être catholique?” pubblicato nel 2018, pubblicava una strana confessione. Cito: ‘Dall’inizio del confinamento, da semplice fedele quale sono, non posso più assistere alla messa domenicale, esattamente come chiunque altro. Non ho mai perso una messa della domenica da più di 30 anni. Ma, onestamente, devo proprio ammettere che non mi manca poi così tanto non poter assistere alla messa di persona e fare la comunione’. Siamo onesti: prosegue affermando di dover, per il futuro, imparare ‘a desiderare e amare un po’ di più la messa domenicale’. Ma lo dice per meglio sottolineare quanto gli paia essenziale che la Chiesa sappia trarre tutte le conseguenze da quanto molti cattolici stanno vivendo durante queste settimane di confinamento.

(…) La diminuzione – per non dire il crollo – della pratica per quanto riguarda la messa domenicale, nel nostro paese, non è più da dimostrare. Sono colpito dal numero dei giovani cattolici, che pure sono credenti, che riconoscono, in privato, di annoiarsi alla messa e di andarci talvolta solo per dovere. (…)

Le settimane di confinamento che abbiamo vissuto sono state segnate, per molti cattolici, da una fioritura di pratiche spirituali, a volte nuove nella loro vita: preghiera personale, riscoperta delle Scritture, in particolare del Vangelo, liturgie familiari, partecipazione a reti “spi” [Software in the Public Interest] via internet, creazione di comunità “virtuali” magari effimere, il seguire le messe alla televisione, su internet o sulle reti sociali, relazioni multiple non esclusivamente di tipo liturgico mantenute con preti o diaconi della parrocchia, riflessioni condivise sul ‘dopo’… Di che alimentare, per alcuni, il desiderio di prolungare o di approfondire, in futuro, delle esperienze che si sono rivelate ricche di senso. Al punto da trascurare domani la messa domenicale? Non necessariamente, ma forse di comprendere, di sentire nel più profondo di se stessi, che la ‘mancanza’ provata era innanzitutto di natura comunitaria più che sacramentale nel senso classico del termine. Di che alimentare molti interrogativi – temibili – nelle diocesi dove la diminuzione drastica del clero è ormai evidente. Ma perché non delineare anche delle piste di ripresa? (…) Questo confinamento ci obbliga in qualche modo ad immaginare ciò che sarà la Chiesa del dopo, quella che dovrà imparare a vivere con pochi preti, meno eucaristie, sacramenti meno accessibili e più raramente dispensati. E con mia grande sorpresa, io che sono piuttosto pessimista per natura, trovo che ciò che sta succedendo nella Chiesa di Francia dia piuttosto ragioni di speranza. È in questo senso che bisogna intendere il titolo di un mio precedente post: Déconfiner les églises ou déconfiner l’Eglise? (Por fine alla chiusura delle chiese o alla chiusura della Chiesa?). Forse i nostri vescovi e i nostri preti potrebbero, a partire dal 2 giugno, l’indomani della Pentecoste, invitarci a discuterne!”.

Una terza voce in questo dibattito proviene dalle parole appassionate del vescovo Derio Olivero di Pinerolo, che ha vissuto personalmente la malattia del Covid-19 passando attraverso le diverse fasi della cura fino ad essere ricoverato nel reparto di terapia intensiva e vivendo momenti drammatici che egli stesso ha raccontato dopo la guarigione.

Tornato alla sua diocesi ha scritto una lettera in cui invita ad un ritorno a celebrare che non potrà essere come prima, ma che auspica come un momento di ripensamento e rinnovamento radicale, con una attenzione nuova alle relazioni e a costruire tessuto di apertura, attenzione e cura per le persone superando barriere e confini:

“Non basta tornare a celebrare per pensare di aver risolto tutto. “Non è una parentesi”. Non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. O iniziamo a cambiare la Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni. (…) in modo netto e chiaro vi dico che non voglio più una Chiesa che si limiti a dire cosa dovete fare, cosa dovete credere e cosa dovete celebrare, dimenticando la cura le relazioni all’interno e all’esterno. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza delle relazioni all’interno, tra catechisti, animatori, collaboratori e praticanti. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: ‘Qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci!’. E all’esterno, con quelli che non frequentano o compaiono qualche volta per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale. Sogno cristiani che amano i non praticanti, gli agnostici, gli atei, i credenti di altre confessioni e di altre religioni. Questo è il vero cristiano. Sogno cristiani che non si ritengono tali perché vanno a Messa tutte le domeniche (cosa ottima), ma cristiani che sanno nutrire la propria spiritualità con momenti di riflessione sulla Parola, con attimi di silenzio, momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore, momenti di preghiera in famiglia, un caffè offerto con gentilezza. Non cristiani ‘devoti’ (in modo individualistico, intimistico, astratto, ideologico), ma credenti che credono in Dio per nutrire la propria vita e per riuscire a credere alla vita nella buona e nella cattiva sorte. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con propria passione e fiducia. Non una Chiesa che va in chiesa, ma una Chiesa che va a tutti. Carica di entusiasmo, passione, speranza, affetto. Credenti così riprenderanno voglia di andare in chiesa. Di andare a Messa, per nutrirsi. Altrimenti si continuerà a sprecare il cibo nutriente dell’Eucarestia. Guai a chi spreca il pane quotidiano (lo dicevano già i nostri nonni). Guai a chi spreca il ‘cibo’ dell’Eucarestia.”

Riflessioni importanti per vivere con consapevolezza il momento che stiamo vivendo.

Alessandro Cortesi op

 

Proposta di una celebrazione domestica domenicale – VI domenica di Pasqua

img_8200A questo link nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it è possibile scaricare la proposta di una celebrazione domestica della VI domenica di Pasqua – 17 maggio 2020

VI domenica di Pasqua – anno A -2020

img_8269At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

Nel cammino di Filippo sono da cogliere alcuni aspetti. Innanzitutto il luogo: la Samaria era una regione considerata eretica, abitata da un popolo che si era separato dalla tradizione religiosa giudaica con il suo centro a Gerusalemme. I giudei nutrivano nei confronti di samaritani sentimenti di ostilità (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20). In Samaria infatti si erano spostati cinque popoli pagani con il loro culto idolatrico (cfr. 2 Re 17,24-41; cfr. Gv 4,18). Proprio in Samaria, il territorio pagano ed eretico, la Parola è accolta: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. Il primo messaggio di questa pagina riguarda la libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso.

Un secondo elemento: l’agire di Filippo è descritto come un parlare di Gesù: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). I primi apostoli parlano di Gesù: è il messia atteso, il liberatore. Filippo indica una via e riprende lo stile di Gesù di farsi accanto e di spiegare la Parola. Segue la spinta dello Spirito quando scenderà sulla strada, salirà sul carro del funzionario etiope, ascolterà le sue domande e lo aiuterà a comprendere quello che leggeva (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. Il vangelo è dono che fa scoprire l’azione dello Spirito già presente nei cuori.

Un terzo elemento: la presenza dello Spirito viene riconosciuta con l’imposizione delle mani, e genera un’esperienza di gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). La predicazione di Filippo e degli altri apostoli apre ad una esperienza ‘gioiosa’. Proprio nei momenti di prova e delusione i discepoli vivevano la paradossale esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52; cfr. 1Cor 1,23). Il regno di Dio è infatti ‘pace e gioia nello Spirito Santo’ (Rom 14,17) e la gioia stessa è uno dei frutti dello Spirito (Gal 5,22).

Nella pagina del vangelo Gesù promette lo Spirito e lo indica con due nomi. Egli sarà un altro ‘paraclito’ (consolatore), e lo Spirito di verità. Lo Spirito è presenza che sta accanto e prende le difese, colui che nel tempo della storia guida la comunità all’incontro con Gesù. Lo Spirito è il ‘grande suggeritore’ che ricorda e mantiene la memoria su quanto Gesù ci ha comunicato. La promessa dello Spirito è indicata insieme al dono di uno stare accanto: ‘non vi lascerò orfani’. E’ promessa che apre una speranza. La presenza dello Spirito è un nuovo modo di rimanere accanto di Gesù risorto.

Lo Spirito poi introduce a tutta la verità e glorifica Gesù come Figlio. L’azione dello Spirito sta nel guidare al Figlio come presenza che rivela il Padre e fa spazio ad una comunione nuova. Lo Spirito di verità richiama alla verità vivente che non è un deposito di nozioni ma Gesù stesso. Ma lo Spirito non è solo ripetitore perché guida verso una verità ancora non incontrata pienamente. Con la sua forza interiore accompagna ad attualizzare quanto Gesù ha insegnato. Fa scoprire i modi concreti per tradurre il suo vangelo nel tempo e nei diversi contesti della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

img_8240Soffi dello Spirito

Nello scorrere dei giorni anche nelle nostre Samarie è possibile riscontrare come lo Spirito soffia ancora. Ma è un soffio leggero, il cui alito spesso viene ostacolato e compresso da ben altri soffi, da arie mefitiche che inquinano il presente.

L’abbiamo sperimentato in questi giorni nella gioia provata per la libertà riacquistata da Silvia Romano, giovane cooperante internazionale rapita in Kenia e tenuta in ostaggio in Somalia per un anno e mezzo. La gioia dell’incontro di una donna liberata con la sua famiglia che pensava di averla perduta è stato un soffio di libertà. Ma su questo evento e sulla sua persona si sono riversate parole e gesti irripetibili, espressioni di ignoranza senza limiti, di odio e rancori, di disprezzo che pongono in risalto il grave problema di una barbarie presente in mezzo a noi che pervade gli animi.

Bene ha osservato Annalisa Camilli (Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio, “Internazionale” 13 maggio 2020):

“Avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia che si ritrovano, dopo aver temuto per lungo tempo di essersi perdute. (…) Invece comincia un linciaggio ai danni dell’ostaggio liberato: le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam (…) Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia, con tutto l’armamentario ideologico, ormai quasi prevedibile, della peggiore islamofobia (…) Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata” (…) È già successo a molti ostaggi, soprattutto alle donne, di subire questa colpevolizzazione”.

Questa è la contraddizione che viviamo: il percepire soffi dello Spirito che aprono spazi di libertà, che fanno scorgere nell’oppressione la forza della vita e dell’amore, che decentrano e conducono a scorgere bellezza e profondità dell’esistenza umana, e d’altra parte forze che soffocano e spengono aperture e luci presenti.

In questi giorni una testimonianza toccante è stata quella di Pietro Ichino, giuslavorista di Milano, che in una sua lettera in memoria della moglie che l’ha lasciato dopo lunga malattia ha così scritto (“www.pietroichino.it” del 9 maggio 2020):

“In questi due ultimi anni nei quali la mia vita è stata legata a quella di Costanza ancor più di quanto non fosse stata nei precedenti, per tutte le svariate necessità dell’assistenza diurna e soprattutto notturna, in molti mi hanno chiesto come facessi a sopportare questo grande sacrificio. (…) Mi ero impegnato a essere per Costanza le gambe che aveva perduto, gli occhi al posto dei suoi che non funzionavano più, e nell’ultimo periodo anche le braccia e le mani per lavarsi, pettinarsi, vestirsi, portare il cibo alla bocca; questo ben presto ha creato tra me e lei, dopo 45 anni di matrimonio, un’intimità che non avevamo mai vissuto. (…)

Riguardando indietro a questi ultimi due anni nei quali la malattia ha infierito più duramente su Costanza, e di riflesso su chi la assisteva, non ho solo una memoria di sofferenza: è stato forse il periodo più ricco e intenso di tutto il nostro matrimonio, che pure, nell’arco dei quasi cinquant’anni della sua durata, è stato straordinariamente ricco di vita e di lavoro comune. (…)

Così quella regola del cercare il bene nascosto in tutte le pieghe della vita, che in questo nostro ultimo caso pareva subire una evidente eccezione, o pareva addirittura non poter essere menzionata senza assumere il significato di un’irrisione alla sofferenza, si è invece rivelata ancora una volta tangibilmente vera. Se mi è consentito utilizzare una parola grossa, la “fede” in quel bene nascosto si è rivelata non solo frutto di speranza, non solo immaginazione di una consolazione promessa altrove, ma conoscenza – nel senso più profondo del termine – di qualche cosa di molto concretamente tangibile”.

Soffi dello Spirito che aprono sentieri di libertà e di intensità di vita, da scorgere con gratitudine e custodire perché in essi è racchiuso un tesoro prezioso. La loro è una forza serena, che pur non toglie la preoccupazione e l’angoscia per le correnti di populismo, di odio, di volgarità che attraversano il nostro presente.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

Proposta di una celebrazione domestica domenicale – V domenica di Pasqua

img_8168A questo link nel sito http://www.insiemesullastessabarca.it è possibile scaricare la proposta di una celebrazione domestica della V domenica di Pasqua 10 maggio 2020

V domenica di Pasqua – anno A – 2020

img_8199At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Tommaso che chiede a Gesù l’indicazione di una via. E’ una domanda importante e rivela un po’ la fisionomia interiore di Tommaso, l’apostolo che desidera vedere e che si pone in ricerca: ‘non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ la risposta di Gesù è invito a guardare al suo cammino, alla sua vita come ‘via’. E aggiunge che il suo andare è per preparare un posto: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Gesù indica innanzitutto una via, non come sistema di dottrina o di morale, ma come rapporto vivo in un incontro.

Suggerisce poi che la sua via, l’orientamento fondamentale di tutta la sua vita è il preparare una accoglienza allargata: è l’orizzonte di una comunità e di una comunione. Il suo essere ‘via’ si collega all’altra immagine: Gesù è la porta, per entrare ed uscire in quell’incontro caratterizzato come ‘venire al Padre’. C’è il cuore di una comunione nella vita di Gesù, il suo essere nel Padre e in relazione con il Padre, che viene comunicato come dono che coinvolge nel profondo e genera una comunione nuova.

Il cammino di Gesù è tutto orientato al Padre, ed in lui si ‘fa vedere’ il volto invisibile del Padre. Il Padre stesso si cela e si manifesta nelle sue opere, nei segni della cura e del servizio di una esistenza vissuta come essere uomo-per-gli-altri. Il prologo del IV vangelo dirà perciò che Gesù è Parola, Verbo ‘rivolto verso il Padre’.

Gesù manifesta il volto del Padre, la sua ‘gloria’ nel suo affrontare la morte: la croce è esito della sua fedeltà all’amore. Per giungere al Padre la via è il dono di sé. Al centro della vita cristiana sta l’incontro con Dio, il Padre misericordioso. Non è volto autoritario di dominio e di imposizione, ma il volto amante di chi conosce i gesti della tenerezza, di chi si consegna fino in fondo a noi..

La prima lettera di Pietro, scritto battesimale per comunità che vivevano nella prova, richiama all’essere chiesa come uno ‘stringersi a Cristo’. Gesù risorto è pietra viva e fondamento di una costruzione composta di tante presenze, pietre vive. E l’autentico culto a Dio si attua nella vita, nel costruire una convivenza nella forza dello Spirito: “Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio… “.

Nel cammino dell’esodo, nel deserto, il popolo d’Israele aveva scoperto che Dio liberatore lo aveva chiamato quale ‘stirpe eletta, regale sacerdozio, nazione santa (Es 19,6) per testimoniare la sua presenza nella storia. Pietro riprende questo riferimento e parla della comunità come sacerdozio santo, stirpe eletta. Tutti nel popolo di Dio sono perciò ‘sacerdoti’, resi responsabili di una terra affidata (quindi ‘re’). Unico fondamento è Cristo pietra scartata dai costruttori, ma divenuta pietra d’angolo (Sal 118,22-23; cfr. Mt 21,42-43). E’ lui la base di un edificio che vive nello Spirito.

La comunità di Gesù non dovrà mai perdere di vista che suo fondamento è il crocifisso, lo scartato e oppresso e le logiche di relazione nella comunità dovranno essere quelle del servizio e della comune dignità. Ogni tentativo di evitare questo scandalo – il paradosso della gloria che si rende presente nella croce e nello svuotamento – utilizzando i modi di affermazione del potere e del dominio, e la violenza stessa, sarà un tradimento del suo Signore. La comunità ha così il volto di un popolo che vive nello Spirito ed è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via vivente e la patria del nostro cammino.

Nella comunità – ci ricorda la prima lettura – ci sono diversi doni e servizi. E questi ministeri sono anche da individuare in base delle esigenze storiche per lasciar correre il disegno di Dio. Un gruppo di nuovi predicatori della Parola viene strutturato in vista di un servizio a ‘quelli di lingua greca’. Il disegno di Dio non mira alla formazione di un gruppo contrapposto ad altri, ma alla salvezza, vita in abbondanza sin da qui e ora, per tutta l’umanità. Ogni servizio non proviene da un privilegio, ma da un dono ricevuto e da vivere per la crescita degli altri, sempre al di là di confini e recinti che spesso poniamo nel nostro pensare alla chiesa.

Alessandro Cortesi op

He Qi(immagine dell’artista He Qi)

Ministeri: un dibattito attuale

E’ viva oggi e in molti ambienti ecclesiali percepita come urgente la questione di un ripensamento del ministero e dei ministeri nella chiesa.

Il Concilio Vaticano II ha condotto un profonda revisione della teologia del ministero. I punti fondamentali della revisione conciliare possono essere brevemente elencati.

Si lascia una visione del ministero centrato su una dimensione in riferimento a Cristo e di tipo ontologico: il prete come riferimento principale nel suo agire in persona Christi.

Il ministero ordinato è posto nel quadro della considerazione della dignità messianica di tutto il popolo di Dio (LG 20.24), quindi nella cornice di una considerazione di chiesa come comunità in cui tutte e tutti hanno una medesima dignità fondata sul battesimo e vi è un sacerdozio battesimale che si esplica nei diversi servizi ministeri e carismi. Questi sono da intendere nell’orizzonte dell’edificazione di una comunità che si apre al disegno di salvezza di Dio per tutta l’umanità.

Il Concilio poi considera i processi di un divenire storico dei vari ministeri in funzione di mantenere la trasmissione del vangelo ricevuto. Si riconosce che le figure che hanno storicamente espresso il ministero ordinato sono mutate nel corso del tempo.

Il Vaticano II compie anche un altro passaggio: riconosce la sacramentalità dell’episcopato ed offre una lettura del carattere collegiale del ministero episcopale stesso.

A questa visione rinnovata dell’episcopato è legata la considerazione dei ministeri del presbiterato e diaconato che nel Concilio sono letti in rapporto con la pienezza del saramento dell’ordine nella consacrazione episcopale, non secondo la logica di una gradazione gerarchica, ma nella linea di collaborazione al servizio della chiesa locale.

Il Vaticano II centra poi la sua riflessione ecclesiologica nel considerare i tre aspetti di Gesù Cristo, sacerdote, re e profeta quali doni e compiti affidati a tutto il popolo di Dio (nel capitolo II di Lumen gentium) e letti in modo specifico relativamente al servizio dei vescovi, dei presbiteri e di tutti i fedeli.

In tale quadro si attua un superamento della concezione tridentina del sacerdote quale riferimento principale per articolare una riflessione sul ministero nella considerazione di una ecclesiologia del popolo di Dio, quale segno e strumento di salvezza per tutta l’umanità.

In tale impostazione va posta oggi sia la questione specifica dell’ordinazione e del diaconato delle donne sia una considerazione più ampia del pensare a diverse forme di ministerialità nel popolo di Dio (pur in considerazione del blocco posto alla questione sull’ordinazione delle donne da parte di Giovanni Paolo II nel 1994 con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis). Ma la ricerca teologica che s’interroga sulla traduzione del vangelo nei diversi contesti storici non può fermarsi e non può non ascoltare le attese delle comunità e la richiesta della via da seguire.

Il Vaticano II nella decisione di re-istituire il diaconato permanente non ha inteso compiere un’operazione solo di ripristino di un’antica istituzione, che attraversa la pratica ecclesiale del primo millennio, ma ha inteso più profondamente ripensare una articolazione del ministero che giungeva dalla tradizione introducendo una figura nuova in risposta alle esigenze storiche del tempo e della vita delle comunità cristiane.

Così oggi l’esigenza di pensare a figure ministeriali in cui le donne in particolare, e con loro tanti fedeli, siano riconosciute per il servizio che già operano in tante comunità e luoghi diversi si porrebbe in un orizzonte di accoglienza della tradizione e nel contempo di ascolto delle esigenze del tempo e della maturazione umana storica e di sensibilità in cui si rendono presenti le chiamate di Dio.

Sarebbe un’opera di ascolto dei segni dei tempi. Sarebbe anche un operare attivo per contrastare forme diverse di clericalismo insistentemente indicate da papa Francesco come in una recente omelia mattutina santa Marta (5 maggio us): “il clericalismo (che) si mette al posto di Gesù … la rigidità (che)… allontana dalla saggezza di Gesù… e toglie la libertà. E tanti pastori fanno crescere questa rigidità nelle anime dei fedeli, e questa rigidità non ci fa entrare dalla porta di Gesù”.

In particolare il riconoscimento di un specifico ministero di donne diaconesse ordinate – richiesto peraltro da una significativa maggioranza durante l’ultimo sinodo dei vescovi sull’Amazzonia – si porrebbe in continuità con il diaconato permanente quale servizio specifico che si pone nell’orizzonte della fedeltà al vangelo e del servizio pastorale e nel contempo dell’attenzione alla prassi di servizio concreto per l’umanità nelle sue sofferenze.

Ma le nuove e diverse situazioni sociali, le differenti esigenze pastorali oggi nelle regioni del mondo, e di una chiesa divenuta mondiale, presentano un’urgenza avvertita a livello diffuso di introdurre e riconoscere nuove forme di ministerialità: il diaconato delle donne è una di queste ma non è l’unico orizzonte su cui continuare a svolgere una ricerca in ascolto del vangelo e della storia.

Continuamente il seguire Gesù spinge a scorgere come attuare in modi nuovi ciò che la prima comunità di Gerusalemme ebbe il coraggio di vivere proprio in rapporto ad un ascolto delle chiamate di Dio nelle vicende storiche.

Alessandro Cortesi op

Proposta di celebrazione domestica – IV domenica di Pasqua

Per la celebrazione domestica della IV domenica di Pasqua si possono scaricare i seguenti sussidi per celebrazioni di persone singole, famiglie e con bambini scaricabili a questo link: 3 maggio 2020 celebrazione domestica.

Ravenna_Mausoleo_Galla_Placidia_Buon_Pastore-1536x989Ravenna – Mausoleo di Galla Placidia – mosaico buon pastore

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