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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Solennità di Pentecoste – anno A – 2020

img_8368At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è termine che indica cinquanta giorni: è il tempo dopo la Pasqua in cui cade una tra le feste gioiose di pellegrinaggio, le più importanti per Israele (Deut 16,16). Situata all’inizio dell’estate raccoglie la gioia per le primizie della mietitura (Es 34,22; cfr Es 23,16): “celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26).

Pentecoste nasce come festa legata alla gioia comune al momento del raccolto che vide accompagnarsi anche la memoria del dono della Torah, la legge di Dio. La libertà aperta dalla Pasqua si fa cammino nell’accoglienza la parola di Dio, nella sua legge per servire Lui: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Nel Nuovo Testamento i cinquanta giorni dopo (pentecoste) sono momento del dono dello Spirito: ciò che Luca pone cinquanta giorni dopo la Pasqua nel IV vangelo è situato la sera del giorno stesso della risurrezione. Gesù si presenta in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Sulla croce morendo Gesù aveva consegnato lo spirito (Gv 19,30), ora lo soffia sui suoi amici donando loro pace e inviandoli a testimoniare riconciliazione.

La ‘prima pentecoste’ è il soffio di Dio su ogni creatura: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Lo Spirito è il soffio presente nella creazione ed è respiro generativo di un cosmo bello che proviene dalle mani di Dio.

Al soffio della creazione nella Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare di quella profetica. Il profeta Ezechiele condotto a vedere la desolazione di un popolo come una pianura di ossa aride, è spinto ad annunciare la promessa di Dio come dono dello Spirito: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,14)

Lo Spirito è soffio di presenza, forza di rigenerazione e apertura. Ad un saggio maestro d’Israele Gesù aveva detto: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8)

L’alitare di Gesù nella sera di Pasqua è ancora creazione, inizio dell’esistenza di una comunità che partecipa della sua vita.

Nella Pentecoste nasce una comunità chiamata a vivere relazioni nuove e una speranza: Gesù oltrepassa le barriere della paura e apre la comunità dei discepoli ad un invio: tutti sono investiti di forza: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

Nel Nuovo Testamento la Pentecoste è narrata più volte in modi diversi: oltre alla versione giovannea nella sera di Pasqua c’è il racconto di Luca della Pentecoste a Gerusalemme. Luca usa le immagini del vento impetuoso e delle lingue di fuoco.

Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Coloro che sono investiti di ‘forza dall’alto’ assumono un coraggio che non proviene dalle loro capacità. La loro parola è comprensibile e raggiunge gli uditori. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8).

Una nuova comunicazione si apre: nel racconto di Babele Dio era intervenuto ad interrompere il progetto dell’impero oppressore di dominare tutti con una sola lingua e aveva disperso lingue e popoli. Pentecoste è evento che si delinea non solo come l’anti-Babele, cioè critica ad ogni pretesa di uniformità e dominio ma diviene anche compimento della promessa di Babele, l’attuarsi cioè di una chiamata di Dio a vivere relazioni nuove nel riconoscimento delle differenze e attuando una comprensione ciascuno nella propria lingua: è il miracolo dell’accoglienza, del dialogo e dell’incontro.

“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). A Pentecoste lo Spirito è presenza che de-centra la nostra vita e rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Gioia

“Forse dal latino gaudia plurale di gaudium, forse da joca plurale di jocum, che dal latino s’è sparso dalla Provenza alla Romania; in ogni caso la radice antica sarebbe gawedh, che ha a che fare con qualcosa di materiale tipo i piaceri del sesso e solo viaggiando nei millenni si è disincarnato nei piaceri dello spirito. È bello che la gioia sia plurale, è bello che sia fatta di materia, naturalmente è pure bello che si sia dispiegata nello spirito. Alla vostra cortese attenzione porrei l’errore, ferale, che in epoca moderna non distingue la gioia dalle gioie intese come gioielli, quelli non hanno niente a che fare né con Joca né con gaudia, ma vengono diritto dall’arabo giohar, scusate la latinizzazione, che significa pietra preziosa, gemma. Per cui l’idea che i gioielli diano vera gioia è solo frutto di pura e stupida confusione. Gioia, da quant’è che non vi viene in mente di dirlo, che ne so, ho provato una grande gioia? E di pensarlo?” (M.Maggiani, “La Repubblica-Robinson” 24 maggio 2020)

Conclude Maggiani “In fin dei conti la gioia non è che una promessa, ed è spiegato dunque perché questi non son tempi gioiosi”. Non sono tempi gioiosi per molte ragioni soprattutto quando la promessa non solo non sembra inseguita ma viene anche calpestata e negata, soprattutto nei confronti dei bambini e delle bambine che in una società sono coloro che recano l’apertura alla promessa e quindi alla gioia.

Uno degli ambiti in cui oggi appare una disattenzione alla promessa è il mondo della scuola e degli studenti che hanno subito pesantemente il limite del confinamento e della chiusura delle scuole nel tempo della pandemia

“Dall’inizio della pandemia, quando l’intero sistema è stato stravolto e tutti – insegnanti, studenti, genitori – hanno dovuto rivedere radicalmente ciò che davano per scontato, dalle modalità di insegnamento e apprendimento agli spazi e orari quotidiani, sembra che le preoccupazioni principali della ministra dell’Istruzione siano state il mantenimento del calendario scolastico, la garanzia che nessuno sarebbe stato bocciato e la valutazione degli apprendimenti. Che intere settimane di scuola siano saltate prima che qualche cosa si mettesse in moto, che questo “qualcosa”, sotto l’etichetta di “didattica a distanza” si sia realizzato in modi diversissimi per impegno degli insegnanti, tempo, grado di coinvolgimento forzato dei genitori necessario, accessibilità da parte degli studenti, efficacia a seconda, non solo della capacità degli insegnanti, ma dell’età degli studenti e delle condizioni ambientali in cui vivono – tutto questo non sembra entrato nelle priorità della ministra” (Chiara Saraceno, la scuola ha tradito i più deboli, “La Stampa” 15 maggio 2020).

Da un sondaggio promosso da Cittadinanzattiva riportato sul sito www.vita.it risulta che “Il 92% delle scuole ha attivato la didattica a distanza, per lo più con lezioni in diretta su varie piattaforme (85%) e una durata media a lezione fra i 40 e i 60 minuti (69%). Buona la valutazione del lavoro svolto dai docenti in questa nuova veste (per il 60% dei rispondenti). Ma si conferma la grande questione della esclusione di tanti studenti che – per lo più per mancanza di device, per inadeguata connessione e in parte anche per condizioni familiari difficili – non partecipano alle videolezioni. A segnalarlo il 48% dei 1245 soggetti, fra genitori, insegnanti e studenti, coinvolti nel sondaggio civico promosso da Cittadinanzattiva sulla didattica a distanza. È ricorrente il fatto che alcuni ne siano esclusi principalmente per: connessione inadeguata (48,5%), condivisione del dispositivo fra più fratelli o familiari (33,5%), assenza di dispositivi (24,5%), assenza di connessione (16,4%)”.

In un’intervista a Mariapia Veladiano, scrittrice e dirigente scolastica, apparsa su ‘Il Regno’ curata da Sarah Numico (Sarah Numico, Scuola: declinare la prossimità Intervista a Mariapia Veladiano, “Il Regno Attualità” 15.05.20), vengono evidenziati alcuni aspetti del problema. Sono rilevati aspetti positivi, nel sottolineare la disponibilità delle scuole in particolare degli insegnanti ad attivarsi nell’utilizzo di strumenti nuovi per mantenere prossimità con gli alunni. Ma anche sono rilevati elementi negativi soprattutto per il fatto che in questo periodo si sono aggravate le disuguaglianze e molti pesi sono ricaduti in misura pesante sulle famiglie e sulle donne in particolare.

«Credo che mediamente ci sia stata una straordinaria capacità, da parte delle scuole, di mettere in campo in tempi rapidi degli strumenti capaci di non lasciar cadere il rapporto educativo con i ragazzi. La chiamo scuola di prossimità. Il primo e fondamentale compito della scuola è non lasciar cadere i bambini e i ragazzi, restare prossima ai luoghi in cui loro si trovano, sempre. La scuola di prossimità ha sempre forme diverse. Quella dei maestri di strada a Napoli si disseminava nei quartieri, fisicamente. Quella del tempo del coronavirus raggiunge a casa gli studenti con ogni strumento possibile. (…) in questa prima fase sono aumentate le disuguaglianze (…)

Per ora le indicazioni sono di continuare la DaD (Didattica a Distanza ndr) come se stesse andando bene per tutti, il che non è vero evidentemente. Che cosa si potrebbe fare, già ora, di meglio? Innanzi tutto pensare la scuola come un interesse di tutti e non delle singole famiglie che si devono arrangiare a trovare una soluzione. Congedi alternati per i genitori che devono seguire i bambini, è stato detto. Studiare possibilità di rientro differenziato come è stato fatto in Danimarca, ad esempio. I piccoli in piccole classi con accorgimenti opportuni: qui devono essere gli esperti a dire fin dove si può andare. Torno a pensare a piccoli gruppi seguiti, anche nella scuola a distanza, da ragazzi che si mettono a disposizione, forse ancora il servizio civile. Esplorare le possibilità. Se si fa finta di niente tutto ricadrà sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La crisi del 2008 ha riportato moltissime donne a casa, senza lavoro e senza reddito. Un arretramento terribile».

Quali azioni si possono mettere in campo perché la scuola del futuro si rinnovi alla luce di questa esperienza?

«Abbiamo imparato qualcosa che sapevamo ma che avevamo lasciato sullo sfondo della nostra consapevolezza. Che la normalità che conosciamo è fragilissima. Vale per molti aspetti della nostra civiltà; ma, restando nel campo della scuola, abbiamo visto che le situazioni di crisi accentuano la disuguaglianza se si parte già diseguali. Per cui certo occorre più omogeneità nell’accesso alla connessione e nell’accesso agli strumenti informatici, per permettere almeno quella scuola di prossimità di cui si parlava. Poi classi molto meno numerose. In certe condizioni forse saremmo già tornati a scuola, almeno i piccoli, se le nostre classi non fossero così compresse in spazi inadeguati. Poi qualcosa che riguarda il lavoro. I contratti devono prevedere forme di flessibilità non penalizzante…”.

Coltivare la promessa significa concretamente oggi porre attenzione a chi come i bambini ha meno difese e sostegni, eppure sono loro che possono portare gioia nuova ad una società che potrà trovare futuro solo scegliendo vie di solidarietà.

Alessandro Cortesi op

 

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