la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2020”

XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_8704Is 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente…

Acqua vino e latte sono insieme simboli di nutrimento, ma anche di gioia e di serenità. La terra a cui Israele ritorna dopo l’esilio offre non solo la possibilità di nutrirsi, segno della provvidenza di Dio, ma anche la libertà che apre ad un nuovo inizio in cui si sperimenta da ora il contenuto della promessa. La speranza d’Israele vede nel segno del banchetto la pienezza di vita che vi sarà alla fine nell’incontro con Dio. “Il Signore… preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande” (Is 25,6). Il nutrimento diviene simbolo di accoglienza e di incontro, e racchiude in sé il rinvio alla fine della storia, che sarà un incontro dei popoli, e un condividere l’abbondanza di vita dono di Dio.

Matteo nel suo vangelo narra il gesto di Gesù che ha dato da mangiare alle folle, un gesto ricordato in tutti i vangeli. E’ un gesto che parla di attenzione alle attese concrete e dice la compassione di Gesù. E’ poi un gesto carico di simboli: il pane ricorda il percorso dell’esodo, e rinvia all’esperienza d’Israele quando nel deserto accolse la manna come cibo donato da Dio. La manna non poteva essere accumulata, tutti potevano raccoglierla ed era sufficiente per un giorno. Un segno nel cammino verso la libertà che annuncia il banchetto promesso come segno dei tempi ultimi, dell’incontro con il messia.

In particolare Matteo narra il gesto di Gesù, che offre il pane alla folla che aveva fame, facendo riferimento alle parole e ai gesti dell’ultima cena: ‘dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati’.

Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i gesti di quella cena in cui Gesù donò il pane ai suoi come segno della sua vita donata e spezzata. Matteo riprende qui il riferimento a quei gesti che la sua comunità ripeteva nella memoria di Gesù ed è attento a sottolineare come il dono di Gesù è comunicato attraverso la comunità: ai discepoli infatti vengono dati i pani ed essi sono coinvolti in un gesti di distribuzione e condivisione: devono loro stessi distribuirli alla folla.

La distribuzione dei pani si connota così come gesto carico di significati. Innanzitutto è un gesto che viene incontro alla fame e ad una situazione di sofferenza. Rivela la cura di un Dio che ascolta il desiderio e la sofferenza dei suoi figli. E’ segno della compassione e del guarire i malati, che sono i tratti dell’agire di Gesù in cui si rispecchia l’agire di Dio stesso.

Il disegno di Dio è un mondo in cui il pane venga condiviso e vi sia attenzione per la vita di chi soffre. La lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani indica anche un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli e figlie: non c’è distinzione tra coloro che erano accorsi ad ascoltare Gesù. Al centro della preoccupazione di Gesù sta l’attenzione a che abbiano da mangiare tutti. La testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti la profezia di un mondo di condivisione. L’impegno a fare partecipare ogni persona e ogni popolo al banchetto della vita è traduzione concreta di questa certezza della fede.

Questo racconto manifesta anche che nella comunità di Matteo si rende chiaro come il ripetere i gesti di Gesù nell’ultima cena, cioè celebrare l’eucaristia non può essere un gesto avulso da un’opera concreta di condivisione e distribuzione del pane. In questo agire trova la sua più piena realizzazione il fare memoria del gesto di Gesù e divenire suoi discepoli. Nel segno del pane Gesù ha indicato il senso della sua vita. Accogliere la chiamata a distribuire e condividere la sua vita significa continuare nella propria vita i gesti di lui, impegnarsi perché il pane sia condiviso tra i popoli della terra.

Alessandro Cortesi op

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Fame

A metà luglio la FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricol-tura ha pubblicato un rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI). Da esso risulta che quasi 690 milioni di persone durante il 2019 sono state colpite dalla mancanza di cibo e le previsioni sono che nel 2020 d circa 80 milioni di persone a più 130 milioni, potrebbero soffrire la fame per le conseguenze della pandemia sulla vita economica. Questi numeri segnalano come l’obiettivo fame zero, stabilito dall’ONU nel 2030, è messo a rischio e si sta allontanando.

Le cifre indicate nel rapporto indicano peraltro che vi è un aumento di persone che soffrono la fame negli ultimi anni. Vi è poi da considerare tutti coloro che non si possono permettere una dieta sana e adeguata a causa della condizione di povertà divenendo così esposti a soffrire malattie, ad avere una qualità di vita assai fragile e una aspettativa di vita molto limitata.

Il più alto numero di persone che soffre la fame è in Asia (circa 381 milioni), poi in Africa (250 milioni) e in America Latina e Caraibi (48 milioni). Dal 2014 anziché esservi una diminuzione della sottonutrizione si registra un aumento costante, che segue parallelamente l’aumento della popolazione mondiale.

La sottoalimentazione e la mancanza di una alimentazione sana sono i due ambiti in cui si renderebbe urgente una serie di scelte politiche ben diverse da quelle in atto. I cam-biamenti richiesti per garantire una alimentazione sufficiente e sana andrebbero a limitare molto le spese sanitarie che attualmente sono dedicate alle conseguenze negative della sottoalimentazione.

Se guardiamo alla situazione italiana un approfondimento del Censis per Confcooperative offre alcuni dati su cui riflettere: a causa della pandemia 3,3 milioni di lavoratori irregolari e 2,9 milioni di working poor sono stati posti sulla soglia della povertà. Oltre a questo altre 2,1 milioni di famiglie che in Italia sono sul baratro della povertà: sono le famiglie in cu si mangia perché qualcuno pratica lavori irregolari. Il periodo della chiusura delle attività ha infatti avuto pesanti conseguenze soprattutto sulle persone che si mantenevano con lavori precari, sfruttati o mal pagati.

Persone che fino a qualche mese fa riuscivano a sostenere le spese indispensabili oggi si vedono costrette a rivolgersi alle mense o alla distribuzione dei pacchi alimentari. Colpisce il titolo di una recente inchiesta di Francesca Mannocchi: ‘Anche nella ricca Milano la gente ha fame’ (L’Espresso, 3 luglio 2020). E’ questo un titolo che fotografa la situazione di un mondo ricco in cui è tuttavia presente, e non senza responsabilità, lo spettro della fame. E la fame è condizione di vulnerabilità che da un lato implora solidarietà, dall’altro apre a tutte le vie per uscire da questo tunnel. “La disperazione della fame può rovesciare le logiche del buon senso e i volontari delle organizzazioni caritatevoli oggi sono chiamati anche a questo: arginare la vulnerabilità prima che diventi devianza” (ibid.).

Questo stato di cose richiederebbe una trasformazione delle scelte politiche globali. I dati rivelano il fallimento di un sistema economico che mantiene i ricchi sempre più ricchi e aumenta le condizioni della povertà globale. Ma questo dovrebbe interpellare profondamente le comunità cristiane. E’ vero che ci sono tante iniziative e tanti gesti di solidarietà ma appare anche una certa assuefazione ad un mondo dominato da una logica di potere che mantiene queste dinamiche di impoverimento, di ingiustizia, di fame. La domanda che emerge infatti è: che cosa i cristiani dovrebbero oggi testimoniare in tale situazione in cui grande parte della popolazione mondiale non ha neppure da mangiare?

Accosterei così alcune osservazioni di José Castillo in questo tempo di pandemia relative alla chiesa. Egli osserva “c’è un fatto indiscutibile: i problemi che ci minacciano e ci opprimono sono in aumento, fino al punto di vedere il futuro dell’umanità, della terra e della vita ogni giorno più incerto e opprimente. Stando così le cose, qual è l’apporto della religione e degli uomini di religione in risposta alle molte domande che le persone sentono nella loro vita ed alle quali non trovano soluzione?” E richiama ad una situazione per cui

“La confusione è consistita nel fatto che ha mescolato e fuso il Vangelo di Gesù con la religione che proveniva dal giudaismo e come si viveva nell’impero. Ebbene, questa fusione di ‘religione’ e di ‘Vangelo’ non è stata ancora risolta. Ecco perché la Chiesa in modo del tutto naturale vive un gran numero di cose che sono fondamentali. E sono cose che contraddicono ciò che Gesù, la Parola di Dio e il Figlio di Dio, ha detto e fatto. Dando loro tanta importanza – a queste cose – da costargli la vita. A cosa sto facendo riferimento? Al “potere” ed alla sua maniera concreta di esercitarlo. Al “denaro” e ai rapporti oscuri che la Chiesa ha con questa questione capitale. E alle “relazioni umane” che la Chiesa consente e mantiene, che non sono proprio relazioni di “uguaglianza” e “bontà” nell’amore reciproco, e che la Chiesa non risolve.

Prima delle decisioni ecclesiastiche c’è il Vangelo, nel quale Dio si è rivelato a noi. Finché la Chiesa non porrà il Vangelo al centro della vita, il cristianesimo non sarà in grado di fornire la soluzione di cui questo mondo e in questo momento ha bisogno” (José María Castillo, Il disinteresse per l’elemento religioso, “Religión Digital (www.religiondigital.com) 25 luglio 2020).

Alessandro Cortesi op

 

 

XVII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

parabola del tesoro nel campo

(Gerrit Dou – su disegno di Rembrandt-, Parabola del tesoro nascosto, 1630 circa; ved. commento artistico e teologico cliccando qui)

1Re 3,5.7-12; Rom 8,28-30; Mt 13,44-52

“Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…”

La prima lettura presenta un dialogo tra Dio e Salomone, il re esempio della sapienza e dell’arte del governare. Salomone non chiede né potenza, né ricchezza né gloria personale. Consapevole del suo limite chiede a Dio di saper distinguere il bene dal male, di essere operatore di giustizia in mezzo al popolo.

Chiede a Dio un cuore docile: il cuore, centro delle scelte secondo la Bibbia, è luogo dell’ascolto. E’ luogo da coltivare per capire bene le situazioni, saper distinguere con fatica il bene dal male, e portare ad attuazione le scelte maturate. Cuore docile potrebbe essere indicato come coscienza attenta.

Un cuore capace di ‘giustizia’ indica sia il rapporto con Dio sia il rapporto con gli altri. Salomone vive la consapevolezza di una duplice fedeltà: a Dio in primo luogo, perché le sue scelte siano ispirate da lui. Nel contempo egli vede il suo compito in riferimento alle persone a lui affidate, un intero popolo. Desidera essere re come responsabile di governare la vita, per attuare cura per gli altri.

Nel vangelo di Matteo dopo i capitoli 11 e 12 che presentano le difficoltà e la crisi che attraversa la vita di Gesù – l’arresto di Giovanni, l’ostilità e l’abbandono – nel capitolo 13 Matteo raccoglie la risposta di Gesù a queste difficoltà. Il suo parlare è tutto orientato ad indicare l’orizzonte della sua vita, la speranza che lo guida nel cammino, la bella notizia in cui desidera coinvolgere chi incontra: il regno dei cieli come incontro con Dio vicino ai poveri che si prende cura dei suoi figli e apre relazioni nuove.

Gesù parla del regno dei cieli indicando innanzitutto l’esperienza della ricerca. Chi ascolta le sue parole è chiamato ad una apertura e a mettersi in cammino. Il regno dei cieli è scoperta di una realtà nascosta ma preziosa, più grande di ogni tesoro umano. L’immagine del tesoro racchiude questo senso di preziosità di fronte alla quale tutto io resto diviene meno importante.

Il ritrovamento di una perla indica nel regno dei cieli un’occasione unica, che si dà in modo inatteso e sorprendente. Un dono da non perdere, da non sprecare. E suggerisce anche lo stile con cui accogliere questa scoperta: con gioia.

La terza parabola rinvia all’esperienza della pesca. Nella legge ebraica alcuni pesci erano considerati impuri e dopo la pesca andavano eliminati (Lev 11,10). Gesù parte da questa esperienza per parlare del regno come di una realtà presente che esige pazienza e attesa. L’azione di selezionare i pesci buoni dai cattivi è da lasciare alla fine. Non è questo il momento. Il compito del presente è un altro, è il tempo del gettare la rete nel mare dell’umanità, il tempo del raduno. Il regno è realtà già in atto e rinvia ad un futuro nelle mani di Dio.

Il regno dei cieli è cuore dell’insegnamento di Gesù: nelle difficoltà risponde con questa fiducia incrollabile nella presenza del regno che è tesoro e perla ed esige attesa.

Anche nella seconda lettura risuona questa medesima fiducia nel tempo come luogo in cui Dio sta conducendo il suo disegno di salvezza: ‘noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno’.

Alessandro Cortesi op

VanGogh_barche(Amsterdam, Van Gogh Museum – Vincent van Gogh Foundation)

Cercare, trovare

“Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”. “Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”. (M.Buber, Il cammino dell’uomo ed. Qiqajon)

Le parabole di Gesù parlano di ricerca e scoperta. C’è un tesoro nascosto dove meno si aspetta. La vita umana può essere letta come avventura di ricerca ininterrotta.

Due testi diversi possono aiutare a scorgere dimensioni presenti nella ricerca e nella tensione a trovare, pur rimanendo sulla soglia. Il primo è questo testo di Martin Buber. E’ tratto dal libretto Il cammino dell’uomo, e parla di un percorso, quello della vita, quello di ogni uomo e donna che attraversa regioni lontane e sentieri difficili spinto da una tensione a trovare un tesoro. Un tesoro nascosto. Eppure quel tesoro è sotto la stufa di casa e tanto cammino conduce a scoprire l’inatteso. E’ un testo che risente della profonda spiritualità dell’attesa e della promessa propri dell’ebraismo.

Il secondo è un testo di un gruppo musicale contemporaneo, gli U2, gruppo sorto attorno alla figura di Bono Vox nel 1976 a Dublino e che da allora è uno dei gruppi che ha segnato la storia della musica rock . E’ una canzone che parla di cammini, di esperienze nella tensione ad uno ‘stare con’, ad un incontro percepito più importante. Compaiono riferimenti al ‘regno’ che viene o è già venuto e l’affermazione di un credere che pur si mantiene insieme ad un non aver trovato. Sospeso in una ricerca aperta. E’ quasi un’eco della bellissima invocazione del vangelo, forse eco della autentica preghiera: ‘Credo, aiutami nella mia incredulità’ ma è anche rispecchiamento della condizione umana di essere viandante, in cammino, proteso a cercare e trovare. La canzone comunica il senso di una sospensione tra il movimento della ricerca e i riferimenti all’incontro con quel tu che all’inizio viene evocato ed è presente, e nascosto, interlocutore di un’apertura e desiderio che attraversano la vita nella sua complessità e concretezza. Presenza che suscita la domanda e spinge ad una ricerca ininterrotta.

Ho scalato le montagne più alte / Ho corso attraverso i campi / Solo per stare con te / Solo per stare con te / Ho corso / Ho strisciato / Ho scalato queste mura della città / Queste mura della città / Solo per stare con te / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando

Ho baciato labbra di miele / ho sentito la salvezza nelle dita / bruciava come fuoco / questo bruciante desiderio / Ho parlato con la lingua degli angeli / ho tenuto la mano di un diavolo / faceva caldo nella notte / ero freddo come una pietra / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando

Credo nel regno che viene / Allora tutti i colori sbiadiranno in uno solo / Sbiadiranno in uno / Ma sì, sto ancora correndo / Hai rotto i lacci / e hai sciolto le catene / hai portato la croce della mia vergogna, / della mia vergogna / Sai che ci credo / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando / Ma non ho ancora trovato / Cosa sto cercando

Alessandro Cortesi op

Qui di seguito il link youtube https://www.youtube.com/watch?v=e3-5YC_oHjE e il testo inglese

I have climbed the highest mountains / I have run through the fields / Only to be with you / Only to be with you / I have run I have crawled / I have scaled these city walls / These city walls / Only to be with you / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for

I have kissed honey lips / Felt the healing in the fingertips / It burned like fire / This burning desire / I have spoke with the tongue of angels / I have held the hand of a devil / It was warm in the night / I was cold as a stone / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for

I believe in the Kingdom come / Then all the colors will bleed into one / Bleed into one / But yes, I’m still running / You broke the bonds / and you loosened chains / carried the cross of my shame, of my shame / You know I believe it / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for / But I still haven’t found / What I’m looking for

 

XVI domenica tempo ordinario – anno A 2020

Seminatore-Millet-Museum-Fine-Arts-BostonJean François Millet, Il seminatore, 1850 – Museum of Fine Arts Boston

Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

“Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”. Dopo la parabola del seminatore altre parabole sulla semina: quella del seme e della zizzania che crescono insieme nel campo altre, quella del seme di senapa e infine una breve parabola del lievito.

Le parabole costituiscono un linguaggio proprio di Gesù. Parlano di vicende quotidiane che potevano essere vissute da chiunque lo ascoltava. Ed in esse c’è sempre rinvio ad una realtà nuova, la vicinanza di Dio che cambia la storia prendendo le parti dei poveri e chiamando ad una trasformazione dei rapporti. Dio apre ad un futuro di liberazione e salvezza.

Gesù annuncia che è iniziato un tempo nuovo, in cui Dio interviene per adempiere la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). E’ dono di speranza e di incontro per tutti, che non pone confini di appartenenza culturale e religiosa che richiede solamente fiducia in lui (cfr Mt 8,5-17).

Le parabole rivelano una prima attitudine di Gesù nei confronti delle persone: il suo parlare toccava la vita, richiamava all’esperienza umana, invitava ad uno sguardo profondo sulle cose di tutti i giorni, sulle realtà semplici e ordinarie lontane dalla sfera della religione. Con ciò indicava che nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro, vi è qualcosa da cercare: è la presenza del Dio vicino, liberatore.

Le parabole sono anche una chiamata: parlano sempre del ‘regno di Dio’: nella quotidianità è già presente il dono di una vita nuova. Le parabole nel loro essere racconti e paragoni richiamano a questa ‘novità’ e ad un impegno da accogliere.

Le tre parabole di questa pagina richiamano alcuni tratti del ‘regno dei cieli’. In primo luogo il regno non si afferma senza fatica e senza lotta; esige pazienza e attesa. Non risponde alle esigenze del magico e dell’immediato; richiede invece uno sguardo che si lasci formare allo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma ci sono elementi che possono soffocare il grano buono.

C’è chi vorrebbe subito fare chiarezza, mietere con violenza, separare i buoni dai cattivi. La parabola presenta la novità del regno: lo stile di Dio è la fiducia nella crescita, la pazienza dell’attesa, lo sguardo dei tempi lunghi. Il sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

E’ una parola su Dio. Ed è anche una chiamata ad essere responsabili del proprio ambiente: il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato. Gesù presenta lo stile di Dio, non del freddo giudizio ma della cura appassionata.

Una seconda caratteristica del regno è la sproporzione: la parabola del seme di senapa presenta la differenza tra la piccolezza del seme di senape e la grandezza spropositata dell’albero. Il regno non si impone con mezzi grandiosi, ma è presente in realtà minuscole e che non attirano attenzione: Dio sceglie ciò che è debole, piccolo e disprezzato. A partire da quel seme quasi invisibile cresce un albero molto grande.

Una terza caratteristica del regno è la sua forza che fa crescere dall’interno: l’azione del lievito nella pasta, la fa levare con la sua energia nascosta. Gesù indica l’azione quotidiana dell’impastare. Seguire lui è intendere la propria vita come il lievito, in un movimento al servizio di una realtà più grande: nella pasta della storia e dell’umanità c’è un servizio da compiere per la crescita di una realtà più grande. Nascosto nella pasta il lievito si perde ma fa crescere la vita e offre la sua forza per una crescita di qualcosa di più grande.

Gesù indica anche uno stile: non la separazione, la contrapposizione nella condanna dell’altro, ma la silenziosa azione, la condivisione che fa crescere piano piano, non cercando il proprio interesse ma perdendosi all’interno della realtà. Questo è il modo di agire di Dio, che lascia spazio, condivide e scende. Questo dovrebbe essere lo stile dei discepoli, lievito nella pasta della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

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“Poche ore prima che il Parlamento confermasse, con una sparuta dissidenza, i fondi per la cosiddetta Guardia costiera libica, a cui si chiede di catturare i migranti in mare e riportarli nei campi di prigionia a terra, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire gettare degli esseri umani tra i carcerieri finanziati dall’Italia. “Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili”. Proprio così, “orrori inimmaginabili” li ha chiamati Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: “L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia”. Tutto inutile. Gli autori degli “orrori indicibili”, già denunciati dal segretario generale Onu e ribaditi dalla Corte penale dell’Aja, non dovranno spegnere la macchina istituzionale della tortura. Da governi diversi, il voto ha riunito tutti i protagonisti di questi anni, da destra a sinistra, riuscendo nel “miracolo libico” di creare una maggioranza trasversale nelle stesse ore in cui 65 esseri umani rischiano di perdere la vita mentre nessuno interviene: né le motovedette di Tripoli, né Malta e meno che mai l’Italia, ormai autorelegata all’interno delle acque territoriali”.

Così riferisce Nello Scavo su Avvenire (Vivi e morti abbandonati in mare. Partiti uniti contro i migranti, “Avvenire” 16 luglio 2020) denunciando con cognizione di causa, come l’Italia e i paesi europei stiano tradendo i principi affermati solennemente nei Trattati costitutivi e i fondamentali diritti di ogni uomo e donna riconosciuti a livello internazionale. La linea politica è quella di finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica formata dai medesimi sfruttatori e trafficanti di esseri umani che tengono i migranti prigionieri, torturati nei campi di detenzione in Libia.

La foto pubblicata sui quotidiani di un cadavere di un uomo in mare, adagiato su di un gommone sgonfio trascinato dalle onde, più volte segnalato nell’arco di due settimane perché fosse recuperato, e lasciato abbandonato è ennesima prova di quello che ormai tutti da tempo sappiamo e che viene documentato dalle ONG, da giornalisti, da organizzazione internazionali. E’ la situazione di una continua, sistematica e atroce violazione di diritti umani dei migranti che trovano in Libia un luogo di schiavitù e di sfruttamento.

Non vi è soccorso dei vivi durante le traversate in mare. Vi è impedimento in tutti i modi alle ONG di essere presenti per soccorrere per testimoniare le atrocità che stanno avvenendo nel Mediterraneo. Tanto meno vi è soccorso dei morti. Con la conferma del Memorandum di accordi con la Libia – che non è stato sottoposto a discussione e ratifica nel Parlamento – il governo italiano ricerca un’ immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico scaricando il lavoro sporco di deportare e tenere imprigionati i migranti alla cosiddetta ‘Guardia costiera’ libica.

Fa indignare la scelta del Parlamento italiano che ha trovato il consenso della maggioranza per approvare il rinnovo dei fondi di sostegno alla Libia con la conoscenza diffusa dei delitti e reati contro l’umanità che continuano ad essere perpetrati in quel Paese immerso in una guerra civile e in cui dovrebbero essere evacuati tutti i centri di detenzione trasferendo coloro che sono tenuti prigionieri in luoghi sicuri.

Genera desolazione e tristezza la mancanza di volontà da parte di un governo che aveva preso l’impegno di abolire i decreti Salvini e di instaurare nuove linee di politica sulle migrazioni. Appare l’incapacità politica di sollevarsi da un clima avvelenato in cui la questione dei migranti e dell’accoglienza degli stranieri nelle società europee non viene affrontata in prospettiva costruttiva e con un progetto politico ma è lasciata quale tema di campagna elettorale continua facendo ricadere situazioni di atroce ingiustizia sulla pelle dei più deboli.

Al confine nordest dell’Italia altre violazioni sempre contro i migranti sono compiute e non trovano eco nei media. Gianfranco Schiavone dell’ASGI lo ricorda: “È inconcepibile che (i richiedenti asilo, ndr) attraversino tre paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, e infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”. (cfr. G.Marcon, Il silenzio sugli innocenti, Huffington Post 13 luglio 2020).

In un accorato Discorso alla città nella festa di santa Rosalia mons. Corrado Lorefice vescovo di Palermo, richiamando il riferimento al mare Mediterraneo in questi terribili giorni, che prolungano anni drammatici e desolanti di disumanità, ha detto:

“E’ lo stesso mare nel quale oggi finiscono le vite e le speranza di tante donne e di tanti uomini dell’Africa e dal Medio Oriente, spinti dalla fame e dalla guerra verso il nostro Occidente e sottoposti per questo ad un esodo disumano: abbandonati nel deserto, catturati e torturati nei campi di concentramento libici, lasciati morire in mare o magari crudelmente respinti. Apro il mio cuore davanti a te stasera, cara Santuzza nostra, perché la pandemia sembra essere diventata un motivo ulteriore di disinteresse, di chiusura e di respingimento. Come se il nostro malessere fosse una scusa buona per chiudere la porta in faccia a quanti, ancora una volta da noi, hanno ricevuto, dopo secoli di soprusi e di rapine, anche il virus che si trova sui barconi. Giorni fa, addirittura, abbiamo avuto l’ardire di rimandare in Libia, nei campi di concentramento, un bambino neonato. E’ stato il colmo dell’abiezione. E stasera davanti a te io devo gridare basta: basta con questo egoismo omicida e suicida! Basta con questa miopia! Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide. I ‘traditori degli ospiti’, ricordiamocelo, Dante li getta nel fondo dell’inferno (cfr La Divina Commedia. Inferno, Canto XXXIII). Ma l’inferno per questi nostri fratelli è diventata, per causa nostra, questa terra. E’ diventato questo ‘mare salato’ di cui cantava il poeta, salato per le lacrime dei disperati che vi sono affondati senza riparo, senza una mano che li soccorresse, nella distruzione di ogni speranza”.

E’ tempo per coltivare pazienza, con la speranza contro ogni speranza perché possa crescere il seme buono dell’ospitalità e dell’incontro anche oggi su questa terra. E’ anche tempo che richiede coraggio e responsabilità per denunciare ed opporsi al diffondersi della zizzania della xenofobia, dell’egoismo, dell’indifferenza nel campo di questa storia.

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_8586Is 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

“Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra… così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10) Lo scendere della pioggia, l’andare del seminatore, l’uscire della parola, sono tre movimenti presenti nelle letture di questa domenica.

La pioggia scende e, nell’incontrarsi con la terra, suscita un processo di trasformazione . Dal suo scendere sorgono frutti, seme al seminatore e pane da mangiare. L’acqua è elemento essenziale della vita.

Le culture del deserto sanno bene che l’acqua è indispensabile. Con questa immagine il profeta secondo-Isaia vuole dire qualcosa sull’agire di Dio: “Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. La pioggia scende dall’alto come dono di un Dio che ha pensieri oltre i nostri limitati schemi e le nostre povere parole. I pensieri di Dio sono la gratuità del suo amore, dono abbondante, senza limitazioni, che si diffonde ovunque ed offre possibilità di vita.

E’ una vita che fa germogliare semi diversi. Non annulla ciò che esiste ma lo fa crescere, dà forza perché quella vita che è già dono, ed ogni seme possa esprimere la sua carica vitale. E rimane totalmente dono. La pioggia che scende indica che la Parola di Dio è dono, viene prima di ogni germoglio e frutto, né è condizione di crescita.

Ogni opera nostra ha radici che ricevono un’acqua che viene dall’alto. Il ‘parlare’ di Dio – ‘dabar’ in ebraico – è un dire ma è anche un ‘fare’, un agire. Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e la sua forza creatrice di vita: “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata”.

E’ ancora il percorso della parola al centro della pagina del vangelo, narrazione in parabola dell’agire del seminatore. Prima che un messaggio sulla diversità dei terreni, questa parabola suggerisce una domanda sul seminatore e sul seme stesso: è un coltivatore che getta il seme in modo abbondante, senza calcoli e senza preoccupazione di sprecare il seme. I suoi gesti indicano una ampiezza di cuore. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Gesù presenta una scena quotidiana e chi lo ascolta può riconoscersi coinvolto. Non cala dall’alto un insegnamento lontano la vita ma invita  a leggere dentro i gesti ordinari della vita e pone di fronte ad una scelta. ‘voi, che ascoltate, da che parte vi ponete? Di fronte all’azione del seminatore che getta la parola con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità e lasciarsi coinvolgere cambiando la propria esistenza, entrando in questo movimento.

La parabola è anche un invito alla speranza. Alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà e i fallimenti: anzi il suo esito è spropositato. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, lo spreco, ma questa parabola ci parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore è gratuito, la sua azione ha una fecondità inedita.

C’è poi anche un invito a riconoscere il nostro terreno, a saper cogliere gli ostacoli che spesso ci fanno essere incapaci di accogliere la Parola di Dio, la comunicazione della sua vita. E così soffocarla.

La seconda lettura ci parla di speranza: tutta la creazione sta vivendo un parto. Qualcosa di nuovo sta per nascere ma l’attesa e il passaggio è drammatico. Accogliere la parola di Dio è vivere in questa attesa e in questo impegno con tutta la creazione.

Alessandro Cortesi op

van-gogh- seminatore(Vincent Van Gogh, Il seminatore al tramonto, 1888)

Fallimento e fecondità

La scena del seminatore che esce a seminare è la storia di un fallimento. Semina ovunque, ma da ogni parte qualcosa interviene a far sì che quel seme non possa trovare spazio per attecchire e crescere. La strada, i sassi, le spine dei rovi. E’ un po’ la fotografia di tanti aspetti della nostra vita: fatta di generosità, di energie elargite con abbondanza e con tante attese e aperture sul futuro e fatta anche di ostacoli, di fallimenti, di delusioni.

Questo racconto, parabola che è narrazione e paragone, parla del coraggio di chi decide di uscire a ripetere quel gesto che è gesto ampio, senza calcolo, generoso. Seminare è agire in perdita, è sprecare aprendosi all’attesa, è attraversare terreni dove non si sa cosa possa venire. E in secondo luogo questo racconto parla di un inedito che si fa presente. Per tanti terreni dove il seme non prende vita, c’è un terreno in cui sorge qualcosa di eccezionale e di imprevisto. C’è una abbondanza che fa sorprendere, nascosta in ogni uscire e in ogni gesto che si pone come dono (indipendentemente da dove provenga e chi ne sia il soggetto).

L’esperienza della catastrofe e del fallimento segna il nostro presente: si può riflettere sull’esperienza della pandemia che sta colpendo soprattutto i più poveri sulla terra e sta generando un senso di desolazione. Si può pensare alla rigidità e all’incapacità di mettersi in discussione di persone, responsabili dei meccanismi di un sistema economico che ha devastato la terra, l’ha resa incapace di produrre semi di vita e genera iniquità.Si può pensare alla insensibilità e indifferenza di fronte al dramma epocale del movimento di singoli e popoli, costretti a lasciare le loro terre per condizioni di miseria, fame, violenza, guerra e disastri climatici. E lasciati morire, respinti brutalmente o consegnati nelle mani di aguzzini e di sistemi di sfruttamento e tortura.

Il disastro appunto, la catastrofe sono esperienza che attraversa il nostro quotidiano. E può rendere delusi e ripiegati, preoccupati solamente per se stessi e bloccati di fronte ad ogni speranza. Presi da un senso di impotenza e rinchiusi nell’attuare un piccolo cabotaggio che eviti le grandi questioni e le sofferenze di vittime innumerevoli di ingiustizia e disumanità. In questo disastro si può tuttavia scorgere quelel fessure da cui proviene una fecondità inattesa e che decentra: i tanti gesti delal cura di medici infermieri, di persone che hanno svolto il loro lavoro con attenzione agli altri nella pandemia, l’accoglienza di chi salva i naufraghi nel tempo del rifiuto e della xenofobia (un messaggio di una ONG in questi giorni ricordando un salvataggio diceva: ci siamo salvati insieme…)

La scena del seminatore ci parla di due esperienze di Gesù: la serenità nell’uscire. C’è una abbondanza della Parola – chiamata di vita, annuncio di un mondo nuovo, bella notizia di rapporti possibili nella fraternità, annuncio e testimonianza che Dio prende su di sé la causa dei poveri – che proviene da un ‘uscire’. E’ l’uscire stesso di un amore che è sorgente di vita e di speranza. E’ l’uscire stesso di Dio; è l’uscire di Gesù che non ha smesso di uscire anche di fronte al fallimento e all’incomprensione. Si può accogliere e rimanere coinvolti in questo movimento di uscita che porta a scorgere un secondo aspetto del racconto. C’è il fallimento, l’infecondità della fatica del seminare. Ma in modo sorprendente, inatteso, ci sarà un luogo della vita in cui il dono apparentemente inutile, senza esito e fallimentare, diviene spazio di accoglienza per un seme gettato con generosità e senza calcoli.

Anche l’esperienza di chiesa non è indenne da questa dialettica di fallimento e speranza. Prima dell’inizio del sinodo sull’Amazzonia nell’ottobre del 2019 si è tenuto un momento di celebrazione e affidamento a san Francesco del cammino del sinodo con un gesto simbolico: è stato piantato un albero che proveniva da Assisi su una terra recata dall’Amazzonia e bagnata con le acque dei fiumi di quella regione. Sr Liliana Franco in quell’occasione ha detto:

“E’ il momento. E’ giunto il momento di piantare, di credere nella forza che deriva da tutto ciò che germina, di riconoscere il potenziale fecondo dei semi. Il momento di ascoltare la voce che lo Spirito ci porta dall’Amazzonia, voce con una capacità di abbracciare e trasformare (…) Seminare significa conoscere il momento opportuno, inchinarsi, accarezzare la terra e fidarsi umilmente di ciò che non si vede, organizzare tutto ed essere sorpresi dalla fecondità creativa di Dio, che è capace di far abbondare grazie e frutti, anche nei campi più sterili” (in S.Noceti, Chiesa, casa comune, EDB Bologna 2020,137-138).

Anche dopo il Sinodo tante delusioni hanno raffreddato attese e speranze per una chiesa che fosse disponibile ad ascoltare la profezia e le domande provenienti dalle comunità dei poveri che si affidano al Signore in regioni considerate marginali e insignificanti ma dove il vangelo è testimoniato nella vita. Rimane tuttavia la forza di un gesto, il seminare che non si stanca, anche al tramonto di un mondo e di un modello di chiesa – come suggerisce il quadro di Van Gogh – e la fecondità del seme gettato che trova spazio nonostante i fallimenti.

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

img_8551Zc 9,9-10; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

“… a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino”. Zaccaria, profeta del VI secolo invita a guardare al futuro di Israele. Dopo la drammatica esperienza dell’esilio si apre un tempo nuovo. Il suo sguardo si spinge ancor più lontano fondandosi sulle promesse di Dio. Il futuro sarà segnato da una presenza: il venire del messia. Il presente va letto allora quale tempo della benevolenza del Signore.

Il tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme ed altre città vengono riedificate: il popolo d’Israele disprezzato e oppresso può ora restaurare antiche rovine. Ma questo è segno di un’altra ricostruzione ancor più importante: una ricostruzione interiore, spirituale. Il tempo della prova apre una chiamata a scorgere che non sono da inseguire progetti di affermazione politica, ma la testimonianza della fede nel Dio dell’alleanza.

Zaccaria presenta l’urgenza di una rinascita spirituale a partire dai cuori e invita a gioire perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza non sta nelle sue capacità ma nella fiducia solo in Dio. E’ un re mite: non viene con gli strumenti della violenza e della guerra ma disarmato, e così costruisce la pace. È a capo di una comunità di umili, i poveri di Jahweh, coloro che non hanno altre sicurezze, si appoggiano su Dio, in Lui ripongono la loro fiducia.

Il brano del vangelo riporta una preghiera di Gesù ed apre uno squarcio sulla preghiera di Gesù: per lui è innanzitutto dire grazie, è esperienza di gratitudine e gioia. E’ comunione con Dio l’Abbà. Gesù si lascia sorprendere ed è contento perché l’Abbà sceglie gli esclusi e quelli che non contano. Ringrazia così il Padre perché ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri. Il vangelo che Gesù è venuto portare è bella notizia per i poveri. Sono loro che non hanno altri sostegni e scoprono che Dio prende le loro parti.

Gesù utilizza lo stile ebraico della preghiera: la benedizione, che è dire il bene e ringraziare Dioper come agisce; parla poi del suo rapporto come Figlio al Padre e della conoscenza tra il Padre e il Figlio; infine invita a seguirlo. E’ Gesù il messia mite e povero e chiede ai piccoli ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’.

E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre. L’immagine del giogo era utilizzata dai maestri ebrei per parlare della legge (Sof 3,9); Gesù toglie ogni senso di pesantezza e di insopportabilità: ‘il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. Incoraggia dicendo: ‘venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi’ – propone una via di incontro con il Padre nell’affidamento.

“Lo Spirito di Dio abita in voi” è il messaggio di Paolo alla comunità di Roma. E’ un annuncio che cambia la vita. Lo Spirito stesso non solo è donato ma abita dentro i cuori. C’è una presenza di Dio da accogliere e da riconoscere in tutti, oltre ogni pretesa di essere in qualche modo detentori esclusivi, perché lo Spirito soffia oltre ogni confine. Opera dello Spirito è dare respiro di vita. Nella risurrezione di Gesù e nella vita nuova di chiunque scopre questa sorgente di vita nell’interiorità.

Alessandro Cortesi op

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Ricostruzione

“Non è una parentesi”. E’ titolo che incuriosisce quello di questo libro da poco uscito (Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, ed. Effata 2020), una raccolta di riflessioni attuate a partire da una richiesta del vescovo di Pinerolo Derio Olivero.  Di origini cuneesi, prete a Fossano e dal 2017 vescovo di Pinerolo è stato contagiato dal Covid nel mese di marzo. la malattia si è aggravata fino a rendersi necessario il ricovero nel reparto di terapia intensiva. E’ rimasto sospeso per giorni tra la vita e la morte. E’ uscito da quel tunnel accompagnato dalle cure di medici e infermieri ed è guarito. Per altri, per molti, per la medesima malattia in questo tempo c’è stata la morte. Si può comprendere che chi ha vissuto concretamente tale esperienza di prova, di stare tra vita e morte, maturi una sensibilità nuova.

Derio Olivero è convinto che non stata una parentesi. Il tempo dell’epidemia Covid è per lui un’esperienza che ha parlato e continua a parlare, con richieste pressanti per un cambiamento della nostra vita sociale.

“La pandemia ci ha messo di fronte a due dimensioni: l’imprevedibile e il tragico. Noi ci pensavamo al sicuro. Il virus ci ha messo di fronte ad una situazione inedita: l’imprevedibile ovvero non sapere come muoversi e reagire, e il tragico, ovvero la possibilità di morire. Il limite, la fragilità sono sempre presenti e la morte è nostra compagna. Questa non è stata dunque una parentesi ma un invito a modificare profondamente il nostro vivere”. (Intervista Il Covid non è una parentesi, ma un invito a modificare il nostro vivere, “Il Corriere della sera” – Torino 15 giugno 2020)

Nelle sue prime testimonianze dopo essere uscito dall’ospedale ha ricordato di aver vissuto una inattesa serenità nei momenti dell’isolamento e della crisi. Ricorda di aver chiaramente percepito come in lui rimanevano solo l’affidamento a Dio e le relazioni (intervista a “La Repubblica” 27 aprile 2020). La pandemia parla e urla proprio riguardo alle relazioni e chiede un nuovo modo di ricostruire rapporti tra le persone e i popoli:

“Il virus ci ha insegnato che il fratello e la sorella sono la nostra fortuna, non un peso ma un dono. Stare chiusi in casa o lottare contro una malattia, ci ha fatto comprendere che senza l’altro non c’è vita. L’altro ci manca come l’aria. Noi siamo relazione, dialogo, incontro. Non solo le relazioni familiari, ma con tutti gli uomini e le donne del mondo. Oggi abbiamo bisogno di un abbraccio fisico, di una relazione che ritrovi la corporeità, per questo sono necessari tempo, spazio e gesti. La dimensione virtuale e digitale ci ha permesso di rimanere uniti, ma dobbiamo fare un passo avanti”

La sua analisi scorge anche come questo tempo pone anche provocazioni al modo di vivere la fede, a come si attua l’esperienza di chiesa. Invita a superare forme di linguaggioe e di proposta dell’esperienza cristiana che si sono allontanate dal vangelo e non ascoltano le domande del vivere umano:

“Anche la nostra fede è andata in crisi, ci siamo resi conto che le parole del cristianesimo erano diventate logore. Di fronte all’imprevedibile e al tragico, come Chiesa, con l’eccezione di papa Francesco, siamo entrati in crisi. Si è pensato di più al rispetto delle norme, soffermandoci troppo poco sulle risposte da dare alle grandi domande antropologiche e spirituali che la pandemia ci ha posto”.

E’ chiaro per Derio che di fronte quanto questo tempo di prova ci ha portato non è possibile pensare di tornare alla situazione di prima, alla società e alla chiesa di prima. C’è una ricostruzione da attuare, che deve partire dalle fondamenta. Per questo invita a ricostruire, anzi «costruire sognando», una nuova società e una nuova chiesa, a partire non da modelli precostituiti o normativi, ma nella relazione con le vite delle persone, attuando così un ascolto nuovo del vangelo in questo tempo.

“Credo che la questione più importante sia la capacità di parlare alla concretezza della vita e non per dottrine e norme. Il cristianesimo deve entrare nelle esistenze degli uomini di oggi. Tutto questo si può fare tornando al vangelo, ma non semplicemente per rileggerlo ma cogliendone la sua portata vitale. La sfida è dunque interrogare le coscienze di ogni persona sulle grandi domande della vita”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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