la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVI domenica tempo ordinario – anno A 2020

Seminatore-Millet-Museum-Fine-Arts-BostonJean François Millet, Il seminatore, 1850 – Museum of Fine Arts Boston

Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

“Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”. Dopo la parabola del seminatore altre parabole sulla semina: quella del seme e della zizzania che crescono insieme nel campo altre, quella del seme di senapa e infine una breve parabola del lievito.

Le parabole costituiscono un linguaggio proprio di Gesù. Parlano di vicende quotidiane che potevano essere vissute da chiunque lo ascoltava. Ed in esse c’è sempre rinvio ad una realtà nuova, la vicinanza di Dio che cambia la storia prendendo le parti dei poveri e chiamando ad una trasformazione dei rapporti. Dio apre ad un futuro di liberazione e salvezza.

Gesù annuncia che è iniziato un tempo nuovo, in cui Dio interviene per adempiere la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). E’ dono di speranza e di incontro per tutti, che non pone confini di appartenenza culturale e religiosa che richiede solamente fiducia in lui (cfr Mt 8,5-17).

Le parabole rivelano una prima attitudine di Gesù nei confronti delle persone: il suo parlare toccava la vita, richiamava all’esperienza umana, invitava ad uno sguardo profondo sulle cose di tutti i giorni, sulle realtà semplici e ordinarie lontane dalla sfera della religione. Con ciò indicava che nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro, vi è qualcosa da cercare: è la presenza del Dio vicino, liberatore.

Le parabole sono anche una chiamata: parlano sempre del ‘regno di Dio’: nella quotidianità è già presente il dono di una vita nuova. Le parabole nel loro essere racconti e paragoni richiamano a questa ‘novità’ e ad un impegno da accogliere.

Le tre parabole di questa pagina richiamano alcuni tratti del ‘regno dei cieli’. In primo luogo il regno non si afferma senza fatica e senza lotta; esige pazienza e attesa. Non risponde alle esigenze del magico e dell’immediato; richiede invece uno sguardo che si lasci formare allo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma ci sono elementi che possono soffocare il grano buono.

C’è chi vorrebbe subito fare chiarezza, mietere con violenza, separare i buoni dai cattivi. La parabola presenta la novità del regno: lo stile di Dio è la fiducia nella crescita, la pazienza dell’attesa, lo sguardo dei tempi lunghi. Il sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

E’ una parola su Dio. Ed è anche una chiamata ad essere responsabili del proprio ambiente: il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato. Gesù presenta lo stile di Dio, non del freddo giudizio ma della cura appassionata.

Una seconda caratteristica del regno è la sproporzione: la parabola del seme di senapa presenta la differenza tra la piccolezza del seme di senape e la grandezza spropositata dell’albero. Il regno non si impone con mezzi grandiosi, ma è presente in realtà minuscole e che non attirano attenzione: Dio sceglie ciò che è debole, piccolo e disprezzato. A partire da quel seme quasi invisibile cresce un albero molto grande.

Una terza caratteristica del regno è la sua forza che fa crescere dall’interno: l’azione del lievito nella pasta, la fa levare con la sua energia nascosta. Gesù indica l’azione quotidiana dell’impastare. Seguire lui è intendere la propria vita come il lievito, in un movimento al servizio di una realtà più grande: nella pasta della storia e dell’umanità c’è un servizio da compiere per la crescita di una realtà più grande. Nascosto nella pasta il lievito si perde ma fa crescere la vita e offre la sua forza per una crescita di qualcosa di più grande.

Gesù indica anche uno stile: non la separazione, la contrapposizione nella condanna dell’altro, ma la silenziosa azione, la condivisione che fa crescere piano piano, non cercando il proprio interesse ma perdendosi all’interno della realtà. Questo è il modo di agire di Dio, che lascia spazio, condivide e scende. Questo dovrebbe essere lo stile dei discepoli, lievito nella pasta della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

109229665_4054023907972021_416006122324272751_oZizzania

“Poche ore prima che il Parlamento confermasse, con una sparuta dissidenza, i fondi per la cosiddetta Guardia costiera libica, a cui si chiede di catturare i migranti in mare e riportarli nei campi di prigionia a terra, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire gettare degli esseri umani tra i carcerieri finanziati dall’Italia. “Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili”. Proprio così, “orrori inimmaginabili” li ha chiamati Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: “L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia”. Tutto inutile. Gli autori degli “orrori indicibili”, già denunciati dal segretario generale Onu e ribaditi dalla Corte penale dell’Aja, non dovranno spegnere la macchina istituzionale della tortura. Da governi diversi, il voto ha riunito tutti i protagonisti di questi anni, da destra a sinistra, riuscendo nel “miracolo libico” di creare una maggioranza trasversale nelle stesse ore in cui 65 esseri umani rischiano di perdere la vita mentre nessuno interviene: né le motovedette di Tripoli, né Malta e meno che mai l’Italia, ormai autorelegata all’interno delle acque territoriali”.

Così riferisce Nello Scavo su Avvenire (Vivi e morti abbandonati in mare. Partiti uniti contro i migranti, “Avvenire” 16 luglio 2020) denunciando con cognizione di causa, come l’Italia e i paesi europei stiano tradendo i principi affermati solennemente nei Trattati costitutivi e i fondamentali diritti di ogni uomo e donna riconosciuti a livello internazionale. La linea politica è quella di finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica formata dai medesimi sfruttatori e trafficanti di esseri umani che tengono i migranti prigionieri, torturati nei campi di detenzione in Libia.

La foto pubblicata sui quotidiani di un cadavere di un uomo in mare, adagiato su di un gommone sgonfio trascinato dalle onde, più volte segnalato nell’arco di due settimane perché fosse recuperato, e lasciato abbandonato è ennesima prova di quello che ormai tutti da tempo sappiamo e che viene documentato dalle ONG, da giornalisti, da organizzazione internazionali. E’ la situazione di una continua, sistematica e atroce violazione di diritti umani dei migranti che trovano in Libia un luogo di schiavitù e di sfruttamento.

Non vi è soccorso dei vivi durante le traversate in mare. Vi è impedimento in tutti i modi alle ONG di essere presenti per soccorrere per testimoniare le atrocità che stanno avvenendo nel Mediterraneo. Tanto meno vi è soccorso dei morti. Con la conferma del Memorandum di accordi con la Libia – che non è stato sottoposto a discussione e ratifica nel Parlamento – il governo italiano ricerca un’ immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico scaricando il lavoro sporco di deportare e tenere imprigionati i migranti alla cosiddetta ‘Guardia costiera’ libica.

Fa indignare la scelta del Parlamento italiano che ha trovato il consenso della maggioranza per approvare il rinnovo dei fondi di sostegno alla Libia con la conoscenza diffusa dei delitti e reati contro l’umanità che continuano ad essere perpetrati in quel Paese immerso in una guerra civile e in cui dovrebbero essere evacuati tutti i centri di detenzione trasferendo coloro che sono tenuti prigionieri in luoghi sicuri.

Genera desolazione e tristezza la mancanza di volontà da parte di un governo che aveva preso l’impegno di abolire i decreti Salvini e di instaurare nuove linee di politica sulle migrazioni. Appare l’incapacità politica di sollevarsi da un clima avvelenato in cui la questione dei migranti e dell’accoglienza degli stranieri nelle società europee non viene affrontata in prospettiva costruttiva e con un progetto politico ma è lasciata quale tema di campagna elettorale continua facendo ricadere situazioni di atroce ingiustizia sulla pelle dei più deboli.

Al confine nordest dell’Italia altre violazioni sempre contro i migranti sono compiute e non trovano eco nei media. Gianfranco Schiavone dell’ASGI lo ricorda: “È inconcepibile che (i richiedenti asilo, ndr) attraversino tre paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, e infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”. (cfr. G.Marcon, Il silenzio sugli innocenti, Huffington Post 13 luglio 2020).

In un accorato Discorso alla città nella festa di santa Rosalia mons. Corrado Lorefice vescovo di Palermo, richiamando il riferimento al mare Mediterraneo in questi terribili giorni, che prolungano anni drammatici e desolanti di disumanità, ha detto:

“E’ lo stesso mare nel quale oggi finiscono le vite e le speranza di tante donne e di tanti uomini dell’Africa e dal Medio Oriente, spinti dalla fame e dalla guerra verso il nostro Occidente e sottoposti per questo ad un esodo disumano: abbandonati nel deserto, catturati e torturati nei campi di concentramento libici, lasciati morire in mare o magari crudelmente respinti. Apro il mio cuore davanti a te stasera, cara Santuzza nostra, perché la pandemia sembra essere diventata un motivo ulteriore di disinteresse, di chiusura e di respingimento. Come se il nostro malessere fosse una scusa buona per chiudere la porta in faccia a quanti, ancora una volta da noi, hanno ricevuto, dopo secoli di soprusi e di rapine, anche il virus che si trova sui barconi. Giorni fa, addirittura, abbiamo avuto l’ardire di rimandare in Libia, nei campi di concentramento, un bambino neonato. E’ stato il colmo dell’abiezione. E stasera davanti a te io devo gridare basta: basta con questo egoismo omicida e suicida! Basta con questa miopia! Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide. I ‘traditori degli ospiti’, ricordiamocelo, Dante li getta nel fondo dell’inferno (cfr La Divina Commedia. Inferno, Canto XXXIII). Ma l’inferno per questi nostri fratelli è diventata, per causa nostra, questa terra. E’ diventato questo ‘mare salato’ di cui cantava il poeta, salato per le lacrime dei disperati che vi sono affondati senza riparo, senza una mano che li soccorresse, nella distruzione di ogni speranza”.

E’ tempo per coltivare pazienza, con la speranza contro ogni speranza perché possa crescere il seme buono dell’ospitalità e dell’incontro anche oggi su questa terra. E’ anche tempo che richiede coraggio e responsabilità per denunciare ed opporsi al diffondersi della zizzania della xenofobia, dell’egoismo, dell’indifferenza nel campo di questa storia.

Alessandro Cortesi op

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