la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2020”

XXII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

“Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”

In un momento di svolta, dopo che Pietro ha riconosciuto Gesù come messia, Gesù disorienta i suoi parlando del suo cammino in termini di sofferenza, rifiuto e morte. Le scelte di Gesù mettono in crisi infatti il modo di concepire un messia di tipo politico, della gloria e dell’affermazione.

Fino a questo momento Gesù nei suoi gesti e parole aveva annunciato il ‘regno di Dio’ come vicinanza ai poveri e dono di vita per tutti. Ora il suo insegnamento si concentra sulla cerchia dei discepoli. Gesù prospetta il suo cammino e dice loro che dovrà affrontare il rifiuto di quelli che contano, la sofferenza e la morte. E’ una prospettiva ben diversa dalle attese di Pietro che l’ha riconosciuto come messia ma che ora reagisce con forza: ‘Dio te ne scampi, Signore, ciò non ti accadrà mai’.

Viene così posta in risalto l’opposizione di due modi di pensare al messia. Pietro pensa in modo religioso, e attende un messia che s’impone in termini di potenza e riconoscimento. Attendeva in Gesù il volto di un re dominatore, capace di instaurare un nuovo ordine politico e sociale. Si rifiuta di pensare che Gesù sia messia nella via della debolezza, che deve subire ingiustizie, sofferenza e morte. Pietro pensa in termini di affermazione, di vittoria, di potenza secondo gli uomini: la sua logica è quella del successo. Si pone anche come maestro davanti a Gesù e gli indica che per quella strada non potrà giungere da nessuna parte.

Gesù reagisce alle parole e agli atteggiamenti di Pietro: il suo modo di pensare è ostacolo e inciampo (scandalo) sulla sua via. Da qui l’accusa di essere in tale modo il divisore e di compiere l’azione di satana/divisore. E’ un pensare non secondo Dio ma secondo gli uomini. Gesù chiede a Pietro di seguirlo con un cambiamento di mentalità: non è sufficiente affermare che egli è messia, anzi una espressione teorica staccata dalla sua vita e dal seguirlo si pone addirittura in contrasto con lui. Per vivere un cambiamento è necessario porre i propri passi sulla sua via. Gesù afferma un primato dell’esperienza sulla teoria.

Alcune condizioni per entrare in rapporto autentico con lui sono poste da Gesù. Chiede innanzitutto di ‘rinnegare se stessi’. Non si tratta di una richiesta di mortificazione. Gesù desidera persone libere che lo seguano, ma il primo passo da compiere è liberarsi dall’idolatria del proprio io, dalla sete insaziabile di guardare alla vita e agli altri secondo i propri interessi, dalla pretesa di stare al centro e di affermarsi a scapito degli altri. E’ un invito a uscire dai ristretti orizzonti dell’egoismo per spendere la vita senza ripiegamenti. E’ un invito da accogliere sia per la vita personale sia per la comunità ed in tal senso è forte provocazione contro ogni tipo di esclusivismo e di autoreferenzialità: Gesù chiede di allargare i propri pensieri, assumendo lo sguardo di Dio.

Una seconda condizione è prendere la propria croce: ancora non è un invito a rassegnarsi e a rimanere inerti di fronte alla sofferenza, addirittura cercandola. Gesù al contrario chiede di lottare contro la sofferenza degli altri e propria. Invita a seguire lui che ha dato se stesso per liberare i poveri e per donare speranza anche in situazioni di ingiustizia e di morte. Prendere la croce è richiesta esigente da parte di Gesù di camminare sulla sua via. Nel dono di sé e nel servizio la vita non viene perduta ma trova il suo compimento. Prendere la croce si può tradurre allora come attuare un amore gratuito e senza confini nell’operare accoglienza, ascolto, cura, ospitalità. Questa prassi di Gesù che scardinava i privilegi e le sicurezze dei poteri politici e religiosi, inaugurando un modo di vivere nella fraternità ha suscitato la reazione contro di lui fino alla decisione di farlo morire.

Gesù ai suoi dice che questa è la via della risurrezione perché in essa si potrà trovare la vita autentica secondo il pensiero di Dio. L’invito e la richiesta di Gesù a suoi è di seguirlo non per perdere ma per trovare la vita. Si attua così il paradosso di cui Gesù è testimone: nel perdere la vita per Dio e per gli altri si potrà accogliere il suo fiorire come dono di comunione.

Alessandro Cortesi op

Prendere la croce: dono o sacrificio?

‘Prendere la propria croce’ è un modo di dire entrato nel linguaggio comune ad indicare un atteggiamento di rassegnazione di fronte alla sofferenza. Le radici di questa impostazione stanno in un modo di intendere la vita e la morte di Gesù, il significato della croce – e quindi dei suoi discepoli – secondo il modello del sacrificio.

Nella storia del cristianesimo il riferimento alla morte di Gesù come sacrificio ha suscitato forme di spiritualità in cui sacrificio e sofferenza si legavano all’espiazione del peccato: per seguire Gesù si delinea così una via in cui la sofferenza è da accettare e subire, anche da ricercare, proprio a partire dalla considerazione che Gesù ha sofferto pagando a caro prezzo la nostra salvezza. D’altra parte la terminologia del sacrificio è abbondantemente presente nei riti liturgici in particolare nella messa.

Una assunzione acritica di questa categoria ha condotto al formarsi di una immagine di Dio diffusa nella catechesi e nella predicazione quale Dio che vuole il sacrificio del suo Figlio per concedere il suo perdono, assimilato ad un despota crudele e assetato di sangue. Un volto di Dio che nulla ha a che vedere con il Dio di Gesù Cristo. L’utilizzo della categoria del sacrificio è stata così alla base di profondi fraintendimenti della stessa esperienza di Gesù e del suo messaggio divenendo motivo di angoscia, turbamento e squilibri nella vita di molti.

In epoca contemporanea forti obiezioni a questa mentalità sacrificale sono sorte da vari ambiti. Aspre e dure quelle di filosofi come Nietzsche che hanno denunciato la mentalità sacrificale del cristianesimo che avrebbe condotto alla divinizzazione della crudeltà. Ma anche nell’ambito dell’esegesi e della teologia non sono mancate proposte di revisione e ripensamento a partire dall’approccio storico critico alle Scritture e da approfondimenti del medesimo pensiero teologico. 

La ricerca sui testi del Nuovo Testamento ha posto in rilievo come il riferimento al sacrificio (una pratica di culto attuata in forme assai diverse nel mondo ebraico connessa all’alleanza e presente in forme diverse nelle varie tradizioni religiose) non sia l’unico modo con cui viene offerta una interpretazione della morte stessa di Gesù. Altre categorie infatti vengono usate: si parla infatti di ‘nuova alleanza’ e la sua morte è vista in riferimento a quella del ‘servo sofferente’ come pure Gesù è indicato come ‘nuovo e ultimo Adamo’.

La rilettura dei vangeli ha condotto a porre in evidenza come Gesù nella sua vita non ponga mai la condizione di compiere qualche pratica di culto o di espiazione per perdonare i peccati. Il suo perdono è un atto totalmente gratuito che suscita un cambiamento (la conversione) ma senza porre condizioni previe. Veramente Gesù si è comportato nella linea dell’annuncio profetico: ‘misericordia io voglio e non sacrificio’ (Os 6,6).

Anche i racconti dell’ultima cena e quelli della passione non presentano riferimenti ad un culto di sacrificio o di espiazione, e le parole di Gesù sul pane e sul calice esprimono in modo simbolico il senso della sua esistenza come vita donata: una pro-esistenza data interamente per gli altri. Gesù vive fino in fondo la sua obbedienza al Padre nella speranza dell’attuarsi vicino del regno quale esperienza di vicinanza amorosa di Dio che perdona e fa vivere.

La lettura sacrificale della morte di Gesù ha iniziato a farsi strada nelle formule dei  primi annunci della fede dove si parla della morte di Gesù per i peccatori: “morì per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3); “ha dato se stesso per i nostri peccati” (Gal 1,4).

Tali formule intendono porre accento sul fatto che  Gesù ha vissuto ed è morto ‘per’ cioè ‘a favore di’, ‘per la salvezza’ degli uomini peccatori. Nella risurrezione Dio Padre ha approvato e riconosciuto tale dono. Tali espressioni potevano così essere intese nel senso di una morte ‘in espiazione dei nostri peccati’ con riferimento alla pratica del ‘sacrificio espiatorio’, e fu questo modello che ebbe diffusione con Paolo e la lettera agli Ebrei.

D’altra parte è da tener presente che proprio Paolo e la lettera agli Ebrei sottolineano ciò che specifica la morte di Gesù, come atto di amore gratuito di Dio che dona riconciliazione (Rom 5,8-11), come dono di se stesso (Eb 9,14) come atto compiuto una volta per tutte che pone fine alla pratica dei sacrifici durante i quali si uccidevano animali e si versava sangue (Eb 9,11-12). Con queste affermazioni il termine sacrificio veniva portato ad indicare non qualcosa da offrire a Dio quale prezzo da pagare, ma una vita buona donata che si attua non in pratiche di culto, ma nella quotidianità dell’esistenza (come Paolo riprende esortando i cristiani a vivere una vita spesa secondo lo Spirito in Rom 12,11).

Tuttavia nonostante questo spostamento nella storia del cristianesimo è rimasto il riferimento al ‘nucleo cruento’ del sacrificio, cioè l’idea che sacrificio sia un atto di espiazione da offrire ad un Dio giudice implacabile. Certamente un peso ha avuto la lettura della morte di Gesù come ‘soddisfazione’ resa a Dio, da parte di Anselmo nel quadro culturale del mondo feudale del Medioevo. Da qui si sono sviluppate anche le vie in cui la spiritualità del sacrificio è stata proposta come sequela di Gesù nella rinuncia di umanità e annientamento di sè, coltivando la religione della paura, dei sensi di colpa e della sottomissione.

Nel dibattito contemporaneo vari sono i tentativi per ripensare la categoria del sacrificio, e  soprattutto per offrire motivi per vivere una vita al seguito di Gesù in fedeltà al volto di Dio misericordia da lui testimoniato.

C’è chi, come il teologo tedesco Jürgen Werbick, propone di continuare ad utilizzare questo riferimento ma riconoscendone i limiti e precisando il significato:

“Considerare il sacrificio – e alla fine fine lo stesso sacrificio di croce – come il prezzo che gli uomini o il Figlio dell’uomo devono pagare per ingraziarsi Dio, significa contraddire profondamente l’esperienza di Dio e la prassi di vita di Gesù” (Soteriologia, Queriniana, Brescia 1993, 315).

C’è chi sostiene la necessità di cambiare linguaggio per rimanere fedeli alla prassi del perdono attuata da Gesù e al volto di Dio da lui annunciato e per non cadere nelle forme della rassegnazione e di una visione che affermi la positività del male, di quanto distrugge la vita e della sofferenza stessa.

Si pone con urgenza la questione di comunicare il vangelo quale ‘bella notizia’ per la vita  nei termini di salvezza quale dono gratuito di Dio che è stata portata da Gesù in una linea di donazione e di amore. La sua intera esistenza e la sua stessa morte non sono state vissute nel segno di una fatica e una sofferenza per placare un Dio adirato e offeso dal peccato umano ma sono state bella notizia della possibilità di vivere l’esistenza come dono in ogni momento: la sua vita e la sua stessa morte sono state dono vissuto nell’amore del Padre e per annunciare il volto del Dio di misericordia che fa nuove tutte le cose.

Roberto Mancini è tra i pensatori che più insiste sulla urgenza di modificare nella spiritualità cristiana il linguaggio del sacrificio sostituendolo con il linguaggio del dono: Nel sacrificio “l’enfasi cade sul prezzo, sul costo, sulla fatica e sulla presunta sofferenza salvifica…” nel dono “ l’accento sta sull’amore, sul bene che il donatore vuole all’altro, sul bene del donatario, sulla loro relazione” (R.Mancini, Per un cristianesimo fedele. La gestazione di un mondo nuovo, Cittadella, Assisi 2011, 67). Si tratta di una profonda riflessione sul dono come autodonazione di amore, esistenza data in una relazione che coinvolge e vivifica. Non è la sofferenza di Gesù la causa dell’amore di misericordia di Dio, ma è l’amore fedele di Dio la forza che ha condotto Gesù a vivere anche nella sofferenza, portata su di sé, la fiducia e fedeltà all’amore sino alla fine nella comunione.

Così osserva Giovanni Ferretti: “Riflessione filosofico-teologica e filologico-teologica sembrerebbero quindi convergere nel suggerire l’abbandono della categoria sacrificale perché in  se stessa ambigua, in contrasto con lo spirito evangelico originario, comunque non più in grado nel nostro contesto culturale, di comunicare il Vangelo come il ‘lieto annuncio’ della salvezza di Dio portata da Gesù agli uomini di ogni tempo. Non so se questa proposta di abbandono abbia qualche possibilità di recezione nella teologia cristiana…” (G.Ferretti, Spiritualità cristiana nel mondo moderno, Cittadella Assisi 2016, 127-128). E suggerisce che il riferimento al sacrificio può essere proposto da un lato ‘dicendolo’, ma nello stesso tempo ‘disdicendolo’ continuamente, revocando quanto affermato, perché nel momento in cui viene detto c’è qualcosa che va disdetto e precisato a rischio che le nostre parole tradiscano e non indichino il volto di Dio che Gesù Cristo ha raccontato.

Trovare nuovi linguaggi in fedeltà al vangelo è compito ineludibile oggi per aprire vie che aiutino ad incontrare la via proposta da Gesù come bella notizia per ogni esperienza umana.  

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Gesù, nella regione di Cesarea di Filippo, pone una domanda ai suoi discepoli ‘la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?’ e poi ancora ‘Ma voi chi dite che io sia?’

Nel suo parlare Gesù sa generare comunicazione e chiede una scelta a chi l’ascolta: come quando parlava in parabole, così in questo interrogare Gesù suscita un coinvolgimento, apre ad un incontro. Non ha bisogno di sapere qualcosa di sé ma chiede di essere riconosciuto e intende aprire strade di cambiamento.

Pietro risponde alla domanda di Gesù riconoscendo innanzitutto che Gesù è il messia. E’ questa una figura fondamentale nella spiritualità di Israele e conosciuta: indica un ‘unto’, un inviato da parte di Dio. Dio opera nella storia umana attraverso presenze storiche che a lui conducono e richiamano all’alleanza: entra nella storia servendosi di mediatori. Pietro quindi riconosce Gesù come presenza che apre all’incontro con Dio.

Lo riconosce inoltre come ‘Figlio del Dio vivente’. Indica così Gesù come figlio. La sua vita, come quella di un figlio sta in rapporto dal padre da cui proviene. Figlio di Dio sa  significare questa relazione profonda con Dio sorgente della sua vita: nelle sue parole e nel suo agire si rende trasparente il volto del Padre. Gesù fa quello per cui il Padre lo ha mandato. Pietro scorge tale rapporto unico di figlio con il Padre. Per lui tutto ciò non è una teoria ma è incontro che gli ha cambiato la vita. In Gesù ha scoperto il messia, Cristo. Quanto ha detto sull’identità di Gesù è dono e proviene dal Padre che è nei cieli.

“a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. La pietra, le chiavi, legare e sciogliere: sono tutti simboli di un affidamento di responsabilità.

Nella cornice di questo dialogo, di questa domanda e della risposta di Simone si pone un affidamento di responsabilità. E’ un affidamento che non proviene dalla sua grandezza o dalle sue capacità: ‘Né carne né sangue te lo hanno rivelato…’ Gesù affida a Simone le chiavi del regno dei cieli. Simone diventa Pietro, cioè roccia, fondamento di appoggio e sostegno. Simone diviene pietra perché nel suo rispondere a Gesù ha espresso il movimento della fede che l’ha condotto a seguire Gesù.  Esprime la sua esperienza di fede e il suo essere testimone.

Nel rapporto con Gesù Simone ha posto in gioco la sua vita e la sua identità stessa. L’ha riconosciuto come il Figlio del Dio vivente e si è lasciato prendere a lui. Ma questa fede è fragile. Simone aveva sperimentato il dubbio e la debolezza, narrata nella notte della tempesta quando cominciò ad affondare e fu afferrato da Gesù con il rimprovero ‘uomo della fede piccola, perché hai dubitato?’ (Mt 14,32). Pietro sarà chiamato a convertirsi ad una fede grande.

Le chiavi del regno che Gesù gli affida sono simbolo di un potere di aprire e chiudere. Aprire sta in riferimento alle porte dell’Ade che non possano trattenere e prevalere: le chiavi sono per legare tutto ciò che è potenza di morte e di male. E servono per sciogliere tutto ciò che viene tenuto prigioniero del male, della violenza e della morte. Sarà una promessa consegnata non solo ad uno ma a tutta la comunità degli apostoli (Mt 18,18).

A Pietro è affidato di essere roccia, punto di sostegno e di saldezza per la comunità. Il termine che Matteo usa qui – chiesa – richiama la convocazione dell’assemblea di Israele nel tempo dell’esodo. Gesù la indica dicendo la ‘mia’ chiesa e delinea una comunità che trova il suo centro in lui come messia. Il rinvio alla roccia evoca la casa sulla roccia (Mt 7,24-27). Su questa casa non giunge  distruzione e rovina. Simone divenuto pietra nella comunità dei credenti ha un compito di guida e di testimoniare la fede. La sua identità sorge dall’accoglienza di un dono e da un atto di fiducia, non proviene da una sua abilità né sarà motivo di esercitare un suo potere: potrà essere sostegno e appoggio non per le sue capacità umane, ma per dono del Padre che è nei cieli. Sarà chiamato solo a testimoniare la fede come cardine della sua esistenza.

Sarà chiamato a testimoniare Gesù come messia ma in modo diverso dalle attese di un dominatore ed in rapporto ad una comunità chiamata a camminare insieme al suo seguito. Gesù è messia che fa della sua vita un servizio. Pietro pensa ad un altro volto di messia e ciò condurrà ad uno scontro: Pietro stesso è chiamato a convertirsi ad un nuovo volto di messia e ad esserne testimone.  

Non dovrà essere né un capo né un sovrano sul modello dei dominatori, ma presenza con il compito di ricordare e trasmettere il perdono ricevuto, la sua incapacità, il suo affidamento. Ogni responsabilità e capacità vengono da Dio per aprire alla condivisione della vita e per dare liberazione. La sua testimonianza è in riferimento ad una convocazione (ekklesia) che ha al suo centro l’incontro con Gesù come messia e figlio.

Alessandro Cortesi op

Pietro Perugino, La consegna delle chiavi a Pietro 1481-1483 – Cappella Sistina

Vescovo di Roma, successore di Pietro

Con il Concilio Vaticano II si è aperta una nuova stagione di dialogo ecumenico tra le chiese e si è posta di conseguenza  la questione di ripensare il ruolo del papato. Il concilio Vaticano I aveva definito l’infallibilità papale costituendo il vertice di un crescendo che a partire dal XVI secolo, per contrastare le istanze della Riforma luterana, aveva visto la chiesa cattolica esaltare la figura del papa identificando quasi la chiesa stessa con il pontefice.

Il Vaticano Il ha proposto una lettura della funzione del vescovo di Roma nel quadro di una considerazione della funzione dei vescovi e situandolo nel contesto della collegialità apostolica guardando al successore di Pietro come uno tra i pastori che succedono al gruppo degli apostoli e che insieme sono chiamati a guidare la chiesa comunità di Gesù. Ma tante domande sono rimaste aperte e  soprattutto si è posta l’esigenza di un esame della tradizione guardando al rapporto tra le diverse chiese e tenendo conto dell’orientamento ecumenico ad attuare la comunione per cui Gesù stesso ha pregato.

Si è posta quindi la necessità di ‘rileggere’ le ‘definizioni’ offerte dai Concili in relazione alla nuova situazione dell’ecumenismo. E’ stato rilevato come in particolare la tradizione cattolica occidentale ha avuto uno sviluppo a partire dal secondo millennio con Gregorio VII, aumentando le prerogative del papa e rendendo il papa ‘più che papa’.

Un’esigenza di ripensamento e rilettura della tradizione per chiedersi come intendere oggi la figura del vescovo di Roma è stata presentata dall’enciclica Ut unum sint, di Giovanni Paolo del 1995 (n.95). In questo documento si indica come “significativo ed incoraggiante che la questione del primato del Vescovo di Roma sia attualmente diventata oggetto di studio, immediato o in prospettiva, e significativo ed incoraggiante è pure che tale questione sia presente quale tema essenziale non soltanto nei dialoghi teologici che la Chiesa cattolica intrattiene con le altre Chiese e Comunità ecclesiali, ma anche più generalmente nell’insieme del movimento ecumenico. (…) Dopo secoli di aspre polemiche, le altre Chiese e Comunità ecclesiali sempre di più scrutano con uno sguardo nuovo tale ministero di unità” (Ut unum sint 89).

Uno studio di Jean Marie Roger Tillard (Il vescovo di Roma, Queriniana Brescia 1985) ripercorre questa problematica offrendo importanti orientamenti per un rinnovamento della teologia e dell’esperienza ecclesiale nel rendere la funzione del vescovo di Roma un servizio di unità e non fattore di divisione. Nel suo studio Tillard innanzitutto sottolinea che la grande tradizione situa la funzione del papa in rapporto essenziale alla testimonianza del martirio di Pietro e di Paolo.

Missione del vescovo di Roma è mantenere la testimonianza della fede dei primi apostoli all’interno della rete di relazioni tra le chiese che si attua come una comunione di chiese.

La sottolineatura della funzione di testimonianza – nel senso di martirio – conduce a prendere le distanze da una visione giuridica su cui la funzione papale è stata letta nei secoli. Inoltre compito precipuo del vescovo di Roma è connesso alla testimonianza della fede in una prospettiva di comunione delle chiese. In tale quadro la sua figura si situa all’interno del rapporto con gli altri vescovi che hanno piena responsabilità come autentici ‘edificatori della Chiesa di Dio’ e verso i quali la funzione del vescovo di Roma è quella di offrire un servizio ed aiuto per la comunione.

Il suo compito si situa nella linea profetica della testimonianza delle fede e va letto in stretto rapporto all’Eucaristia.  Come la presidenza dell’Eucaristia è servizio nel quadro della vita di una comunità con diversi doni e ministeri che celebra, così il vescovo di Roma è al servizio di una comunità eucaristi-ca che trova il suo centro in Gesù Cristo morto e risorto.

Tillard inoltre sottolinea come la chiesa abbia il suo momento di nascita a Pentecoste. E’ questo l’evento decisivo nella costituzione stessa della Chiesa. Dalla Pentecoste hanno origine le diverse chiese locali che, insieme nel rapporto dinamico della comunione, attuano la chiesa di Dio. La dimensione locale della chiesa esprime la stretta relazione tra l’aspetto di dono della vita della chiesa, proveniente dalla comunione di Dio Trinità per la salvezza e l’aspetto umano e storico della vita di una comunità in rapporti concreti in un luogo e in un tempo. Il Vangelo si rende vicino e attuale in una storia di salvezza.  L’eucaristia è momento fondamentale in cui si manifesta la comunità dei credenti in Cristo.

La funzione del vescovo di Roma va letta per Tillard non solo guardando al rapporto papa vescovi ma nel leggere in modo rinnovato il rapporto tra le diverse chiese. Così egli sintetizza le sue intuizioni: “Nel collegio apostolico, il vescovo di Roma ha la funzione di manifestare in maniera particolare ciò di cui tutti i suoi fratelli vescovi sono i servitori: la bontà di Dio. Poiché egli è il primo, al quale si pensa subito quando si cerca il pensiero e l’atteggiamento della Chiesa, spetta a lui mostrare al mondo che essa è «sacramentum» (sacramento) della misericordia di Dio. Anche il suo potere di giurisdizione mi pare sottomesso a questa relazione con la misericordia del Dio e Padre del Signore Gesù Cristo. Questo punto è, a mio avviso, centrale” (J.-M. R. Tillard, Credo nonostante, 50-51).

Questo spostamento di attenzione da una dimensione giuridica e di potere ad una comprensione della funzione del vescovo di Roma connessa alla misericordia del Padre e a servizio della bontà di Dio insieme a tutti i vescovi, è indicazione di un percorso che è stato annunciato ma che ha avuto scarsi sviluppi di ricerca e dibattito e rimane ancora inattuato.

“È importante rilevare come la debolezza di Pietro e di Paolo manifesti che la Chiesa si fonda sulla infinita potenza della grazia (cfr. Mt 16,17; 2Cor 12,7-10). Pietro, subito dopo la sua investitura, è redarguito con rara severità da Cristo che gli dice: “Tu mi sei di scandalo” (Mt 16,23). Come non vedere nella misericordia di cui Pietro ha bisogno una relazione con il ministero di quella misericordia che egli sperimenta per primo? Ugualmente, tre volte egli rinnegherà Gesù. Anche il Vangelo di Giovanni sottolinea che Pietro riceve l’incarico di pascere il gregge in una triplice professione d’amore (cfr. 21,15-17) che corrisponde al suo triplice tradimento (cfr. 13, 38). Luca, da parte sua, nella parola di Cristo già citata, alla quale aderirà la prima tradizione nell’intento di delineare la missione di Pietro, insiste sul fatto che questi dovrà “confermare i suoi fratelli una volta che si sarà ravveduto” (cfr. Lc 22,32).” (Ut unum sint 91)

Quando Francesco nella sera dopo la sua elezione si è presentato davanti alla folla riunita a piazza san Pietro come ‘vescovo di Roma’ ed ha compiuto il gesto di chinarsi chiedendo la benedizione al popolo presente ha espresso una nuova comprensione della funzione del successore di Pietro, riprendendo le istanze presenti al Vaticano II.

Ha indicato la sua missione di pastore della chiesa di Roma come chiesa custode della testimonianza degli apostoli Pietro e Paolo. Ha indicato uno stile di servizio alla comunione delle chiese. Ha così posto un gesto profetico che richiama alla missione di testimoniare la misericordia del Signore e l’affidamento a Lui solo.

In quest’epoca che richiede ai cristiani una testimonianza più fedele al vangelo è importante ripensare anche la figura del successore di Pietro come vescovo di Roma a servizio della comunione delle chiese.

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno A – 2020

suor Elena Manganelli, monaca agostiniana guarigione della figlia della donna sirofenicia(Icona realizzata da suor Elena Manganelli, monaca agostiniana, sul brano evangelico della guarigione della figlia della donna sirofenicia)

Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore… li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera …il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”

All’incontro con il Dio dell’alleanza sono accolti gli stranieri. Questa apertura è fondamentale nel percorso della fede d’Israele: se da un lato non si deve confondere la propria fede con i culti degli stranieri venendo meno alla fedeltà al Dio dell’esodo e dell’alleanza, dall’altro la presenza dello straniero in Israele costituisce un segno importante. Il popolo d’Israele è stato straniero e schiavo in Egitto ed è chiamato a continuare il cammino, non come possessore della terra, ma nella gratitudine a Dio.

L’elezione non è privilegio da conservare, ma è invio ad essere un segno tra tutti i popoli in vista di una convocazione dei popoli nella pace che è il disegno di Dio sulla storia umana. Lo straniero ricorda anche che Dio è ‘straniero’ lui stesso. Il Dio straniero, diverso da ogni creatura, si fa incontrare in chi chiede accoglienza.

Anche nella pagina del vangelo compare una straniera: è una donna di Canaan che si avvicina mentre Gesù è nel territorio dei pagani. Gli chiede con insistenza un gesto di liberazione. Chiede la liberazione di sua figlia. Di fronte all’insistenza dei discepoli che lo invitano ad esaudirla per farla smettere di gridare, Gesù risponde: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’.

Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nel vivere l’apertura ad accogliere i cristiani che provenivano dal paganesimo ma fa anche riferimento alla missione di Gesù che non ha inteso fondare un’altra religione ma raccogliere i perduti della casa d’Israele (Mt 10,5) come anche tutte le pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36). La donna osserva che anche i pagani (i cagnolini) si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni.Tutto si gioca sul ‘gusto delle briciole’.

Gesù legge nel cuore di questa donna una fede che la spinge a rivolgersi con coraggio, a  superare tante barriere. E lo ‘costringe’ ad oltrepassare confini ed esclusioni. La donna non pretende nulla, ma chiede ciò che non può essere negato nemmeno a chi è estraneo: non pr4tende di essere tra i figli ma si accontenta delle briciole: non chiede il pane dei figli ma si accontenta delle briciole per color che erano considerati esclusi, senza salvezza. Gesù scorge in questa donna una apertura inedita. E’ capace di oltrepassare i muri di tipo religioso e culturale.

La supplica della donna è portatrice di vita, apre strade nuove. Costringe Gesù ad un gesto che dice accoglienza dei pagani. Gesù loda la fede presente nel cuore di questa donna e legge in questa fede ‘davvero grande’ una forza che opera la salvezza. Questo brano è indizio della scelta presente nelle prime comunità di annunciare il vangelo a tutti, senza esclusione e senza restrizioni.

Queste letture sono un invito ad essere attenti alla forza nascosta della fede presente nei cuori e a vivere l’accoglienza dello straniero come esperienza della fede in Gesù Cristo.

Alessandro Cortesi op

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Lo straniero respinto e rifiutato

Scrive Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci ne “Il manifesto” del 9 agosto 2020: “…per rassicurare gli italiani e le italiane, in realtà alimentando l’allarme e i sentimenti anti immigrati, che tanto comodo fanno alla destra razzista, il governo ha deciso di concentrare, ricorrendo alle navi quarantena che sono il simbolo dell’isolamento di massa, della separazione forzata, della logica concentrazionaria. Richiamano vecchie ma sempre verdi soluzioni contro le minoranze, in questo modo moltiplicando, nel dibattito pubblico, i numeri reali e quindi anche la percezione di essere di fronte ad una emergenza. In realtà non sta accadendo nulla di straordinario o imprevedibile. I governi sanno cosa succede in Libia e quante sono le persone in mano alle milizie, da noi finanziate e sostenute. Poche migliaia, rinchiuse nei centri di detenzione governativi o “privati” che basterebbe evacuare, come ha chiesto l’Unhcr. Ma si preferisce puntare su respingimenti delegati alla cosiddetta guardia costiera e alla retorica vittimistica dell’Italia lasciata sola dall’Europa. D’altra parte sulla Tunisia grava una crisi economica pesantissima e i giovani, come nel 2011, vogliono sottrarsi ad un destino senza prospettive. Si tratta di poche migliaia di ragazzi che, se potessero partire per l’ Europa legalmente e in sicurezza, non rischierebbero la loro vita pagando per una soluzione incerta e pericolosa, come quella via mare. Se il governo, rompendo con l’ideologia proibizionista che impedisce agli stranieri di rivolgersi agli Stati per emigrare, emanasse un decreto flussi con una quota d’ingressi dalla Tunisia, si ridurrebbe al minimo il flusso irregolare, dando ai trafficanti un colpo mortale. Si tenta invece di replicare il modello libico, investendo sulla guardia costiera tunisina, alla quale delegare i respingimenti di massa, proibiti dalle norme nazionali e internazionali. (…) Il governo è di fronte ad una scelta tutta politica: continuare a sostenere che deve fronteggiare un’emergenza, alimentando le paure e favorendo la campagna razzista delle destre, o scegliere la strada dell’accoglienza diffusa e integrata sul territorio, intervenendo con le procedure sanitarie usate per tutti i cittadini. Temiamo però che si sceglierà la strada di alimentare la paura, come sta già avvenendo, amplificando con essa anche i problemi”.

La questione stranieri è divenuta ormai motivo principe da sfruttare nelle campagne elettorali. Anche quando non vi è emergenza, anche quando è ormai chiaro che politiche appiattite sulla dimensione della sicurezza e della discriminazione non producono nemmeno i risultati attesi da chi le propone ma coltivano degenerazioni e fenomeni criminali.

Nel frattempo il rapporto con gli stranieri, con coloro che hanno diverso colore della pelle anche se stranieri non sono, con tutti coloro che costituiscono minoranze e diversità, con gli stranieri poveri in particolare, cioè i migranti, si sta approfondendo una attitudine diffusa di sospetto, esclusione, razzismo.

Sinora un argine a tale barbarie sono state le determinazioni del diritto internazionale. Ma la situazione si sta deteriorando in modo preoccupante. L’Italia è triste esempio della delega ad altri nell’attuare pratiche che vanno contro i trattati internazionali, atti di discriminazione e disumanità. E’ ben nota la politica perseguita dall’Italia in Libia dove si mantengono carceri in cui si praticano orrori indicibili su uomini donne e bambini e dove le milizie che hanno il controllo della guardia costiera possono usufruire di soldi e attrezzature procurate dall’Italia per attuare respingimenti e deportazioni.

Meno conosciuta è la situazione sulla frontiera est dell’Italia da cui provengono un numero maggiore di migranti per la rotta che attraversa via terra i Balcani, anch’essi tra enormi difficoltà e sofferenze. Nell’ultimo periodo alcune inchieste giornalistiche ed alcune prese di posizione dell’ASGI hanno denunciato una situazione di respingimenti e deportazioni attuate in modo sistematico violando il diritto fondamentale dei migranti a richiedere asilo.

Migranti fermati alla stazione di Trieste o vicino al confine vengono riportati oltre il confine senza permettere loro di chiedere protezione internazionale. Numerose testimonianze raccolte da Amnesty International attestano maltrattamenti e torture perché il viaggio non termina nemmeno in Slovenia ma al di là dei confini europei in Bosnia, con interventi violenti della polizia croata e senza che sia consegnato a queste persone alcuna documentazione in modo tale che non rimanga alcuna traccia del respngimento. “Un accordo di “riammissione informale” viene abusato dall’Italia per respingere i migranti in Slovenia, da dove vengono poi rimandati con respingimenti a catena in Bosnia-Erzegovina o in Serbia” (Respingimenti illegali e violenze ai confini: un rapporto di Border Violence Monitoring Network Balcani, giugno 2020).

Su “L’Espresso” di domenica 2 agosto è stato pubblicato un dossier su questa vicenda di violenza ed illegalità che sorprende e indigna. Si tratta di autentiche deportazioni attuate su base di accordi tra Italia Slovenia e Croazia nei confronti di migranti che vengono espulsi fuori dai confini dell’unione, in Bosnia senza alcuna notifica.

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha denunciato tali operazioni come riammissioni con carattere illegali ed ha inviato una lettera al Ministero dell’Interno, con la richiesta di “non eseguire le riammissioni senza un previo esame delle situazioni individuali ed un effettivo coinvolgimento delle persone interessate, tenuto conto, comunque, dei trattamenti inumani e degradanti ai quali, in violazione del divieto inderogabile previsto dall’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, le persone respinte vanno incontro lunga la rotta balcanica”.

Ad una precisa interrogazione su tale drammatica situazione il ministero dell’interno ha dichiarato ufficialmente che si possono respingere i richiedenti asilo. Un preoccupante segnale del venir meno di riconoscimento di diritti fondamentali.

Sono questi segni preoccupanti e drammatici della deriva culturale ed etica in cui stiamo vivendo ma anche dell’incapacità e della non volontà politica ad affrontare la questione epocale delle migrazioni e del rapporto con lo straniero. L’accoglienza dei migranti che fuggono da guerre, miseria e disastri ambientali – conseguenze di scelte politiche ed economiche globali – costituisce una delle linee di faglia del nostro tempo in cui si potrebbe impostare un nuovo modo di intendere i rapporti tra i popoli e individuare l’orientamento per la formazione di un nuovo mondo plurale, aperto, solidale.

Proprio per questo sono da ammirare e sostenere tutti coloro che si impegnano per difendere i diritti dei migranti, per aprire strade nuove e diverse. All’ultima udienza generale papa Francesco ha detto: “Mentre lavoriamo per la cura da un virus che colpisce tutti in maniera indistinta, la fede ci esorta a impegnarci seriamente e attivamente per contrastare l’indifferenza davanti alle violazioni della dignità umana” (udienza 12.08.20). Nel buio del presente va alimentata la speranza: ‘il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli’.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2020

8532a56c-678a-4be9-b5ae-d8e451da03201Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

“Elia giunse al monte di Dio l’Oreb. Ed ecco il Signore passò davanti a lui…” Nel deserto, in un momento di solitudine e desolazione, Elia incontra Dio che gli si fa vicino. Non nel vento forte, non nel fuoco, non nel terremoto ma nel silenzio. Elia si era scontrato con i sacerdoti di Baal che proponevano un culto che rispondeva al desiderio di potenza e di dominio, e conduceva ad abbandonare il Dio dell’esodo e dell’alleanza per cercare sicurezze immediate. Elia si oppone ad un modo di vivere la religione che deresponsabilizza e si fa idolatria. Per questo si era trovato solo e pensava che la sua vita fosse sprecata. Ma proprio in questo momento in cui non ha altri sostegni vive la sconvolgente esperienza del farsi vicino di Dio. Un Dio dicreto che non è nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento gagliardo ma nella ‘voce di un leggero silenzio’. Elia avverte una parola su di lui come promessa di futuro e invito a riprendere il cammino.

Dio si fa a lui vicino in modo inaspettato, in punta di piedi. Incontrarlo esige la capacità di ascoltare la voce del silenzio. In questo racconto c’è una critica a varie forme di intendere la religione, le forme della paura e del magico, ed anche alla pretesa di possedere Dio piegandolo a progetti umani. Elia scopre che il Dio che lo chiama è un Dio nascosto, Dio dell’esodo e del deserto: i suoi pensieri non corrispondono ai pensieri di grandezza e di dominio umani. E’ un Dio che spiazza, disorienta e sempre apre ad un ‘oltre’ e ad un ‘altrove’ verso cui andare, dove incontrarlo in modo nuovo. E’ un Dio che coinvolge e invia per una missione che cambia la vita. Anche Elia nel suo cammino di profeta è chiamato a convertirsi ad un volto di Dio che non corrisponde alle sue idee e a lui affidarsi.

La pagina del vangelo narra un altro momento di crisi: dopo la moltiplicazione dei pani Gesù costrinse ai discepoli a recarsi all’altra riva. E’ consapevole che il gesto della moltiplicazione dei pani può aprire a fraintendimenti: lo cercheranno non per divenire comunità che impara a condividere ma per usarlo per risolvere i propri interessi. Es inge i suoi altrove verso la riva dei pagani e lui rimane solo. Matteo a questo punto presenta così la crisi della comunità durante la tempesta nel lago. Riuniti sulla stessa barca i discepoli provano paura di fronte alla violenza del vento e delle onde. Ma Gesù stesso si fa loro incontro proprio in questo momento di paura e impotenza. Dice ai suoi: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Il camminare sulle acque è nella Bibbia prerogativa di Dio (Gb 9,8) e le sue parole evocano l’’Io sono’ il nome di Dio stesso (Es 3,14). La sua parola è di fiducia e incoraggiamento: chiama all’incontro con lui. Anche quando afferra Pietro lo richiama alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’ E Pietro scopre di essere descritto dall’invocazione ‘Signore salvami’. C’è un desiderio di salvezza al cuore profondo dell’esistenza umana.

Sulla barca, di fronte alle forza del male simboleggiate dallo sconvolgimento del mare, la paura è vinta dalla parola di coraggio rivolta da Gesù ai suoi. Gesù si fa vicino e sostiene il cammino della sua comunità simboleggiato dalla barca dove tutti, nessuno escluso, sperimentano la fatica e il disorientamento. Il racconto rinvia ai prodigi dell’esodo quando Dio fece passare Israele attraverso il mare (Es 15,8.16). Gesù apre ai suoi ancora la strada dell’esodo, di liberazione per divenire popolo di Dio.

Al mare, che racchiude il rinvio alle forze del male e della morte, Gesù dice ‘Taci, calmati’. La sua è una parola autorevole più forte del male. Matteo in questo racconto delinea il profilo di Gesù risorto, come il più forte, colui che nella risurrezione ha sconfitto ogni male. E porta la pace. Gesù invita i suoi ad avere fede: il suo farsi vicino vince la paura, libera dal sentirsi dipendenti da forze capricciose e sconvolgenti, ed apre alla fiducia di sapersi tra le mani di un Dio buono, che ci libera da ogni male e rende responsabili di liberazione e di condivisione – come il segno dei pani aveva indicato – per gli altri.

Alessandro Cortesi op

 

SS4UrDKjuwWSpC8Gm_tWBOLssIiC22xKs_lDmiQ3oQFvLDqZn1ES0HO7egfOT3jFZs3V7fDYx6RY7Do_gBZ4FJw7DXzzHc1hOZyYk0NLpWsLEbulRvxCupY.jpgCredere e dubitare

In questi giorni all’età di 104 anni è tornato alla casa del Padre Joseph Moingt, gesuita francese, uno dei maggiori teologi contemporanei.

Entrato a 23 anni nella Compagnia di Gesù dovette arruolarsi nell’esercito francese all’inizio della guerra e subì in seguito la prigionia dei tedeschi in campi tra la Germania e la Polonia. Terminata la guerra, nel 1949 fu ordinato prete e riprese gli studi. La sua tesi sotto la direzione di Jean Daniélou, approfondì temi della teologia trinitaria nella tradizione patristica, in Tertulliano in particolare e il suo studio divenne uno dei testi di riferimento fondamentali per la storia dei dogmi. Iniziò il suo insegnamento di storia dei dogmi e teologia dogmatica alla facoltà di Fourvière dei gesuiti presso Lione sin dal 1955. In quegli anni ebbe modo di partecipare a quell’ambiente intellettuale e spirituale in cui maturava la ‘nouvelle théologie’ che preparò per molti aspetti il rinnovamento del Concilio Vaticano. Vicino a amico di Michel De Certeau insegnò anche alla Ecole Pratique des Hautes dei gesuiti di Chantilly e al Centre Sèvres di Parigi, dal 1974 al 2002. E’ stato anche per molti anni direttore della rivista Recherche de sciences religieuses.

Il suo studio si è posto decisamente sulla linea del Vaticano II dopo il Concilio e nel tempo ha approfondito una riflessione sulla fede unita ad una sensibilità spirituale in ascolto della storia. Attraverso la conoscenza del pensiero cristiano nella storia è giunto a scorgere l’esigenza di ripensare sempre in modo nuovo il vangelo e di tornare lì per vivere la sequela di Gesù.

Nel 1993 ha pubblicato L’Homme qui venait de Dieu (Cerf, 1993), approfondendo una riflessione su Gesù e sul significato della fede in lui in rapporto alle domande e sensibilità del tempo contemporaneo. Poi ha fatto seguito la sua opera Dieu qui vient à l’homme (Cerf, 2002 e 2005). Nella sua ricerca ha sempre cercato di tener presente l’inquietudine propria della fede in particolare nel tempo presente in rapporto alla ricerca umana sul senso della vita. La sua profonda conoscenza della storia del pensiero cristiano lo spingeva ad attuare un ripensamento dei dogmi della fede cercando nuove formulazioni e interpretazioni in rapporto con la situazione contemporanea.

“Nei miei libri, tengo presenti i dogmi della Chiesa, ma li reinterpreto. Non li credo – non li ricevo – così come sono stati formulati, ma mi sforzo tuttavia di pensarli come sono stati creduti. […]. Tengo presente la fede […] che li ha ispirati” (Croire quand même, 178)

In tal senso ha vissuto un rapporto vivo e autentico proprio con la tradizione di cui era profondo conoscitore: “La Tradizione, quella vera, quella che è viva, non è ripetizione, ma incessante innovazione alla ricerca della Verità piena verso la quale lo Spirito Santo conduce i credenti” (Croire quand meme, 41).

Ed ha così messo insieme credere e dubitare perché non vi è autentica fede senza dubbio e ogni dubbio può essere motivo di nuovo cammino e ricerca nell’ascoltare e ricevere una parola sempre nuova verso una verità che sta sempre davanti e oltre.

“Io ho imparato a dubitare, perché è necessario conoscere per dubitare, e a credere, perché è necessario dubitare di ciò che si sa per conoscere ciò che si crede. Avevo imparato a credere e a parlare del Cristo accogliendo la tradizione della Chiesa; ho dovuto reimparare l’uno e l’altro interrogando direttamente il vangelo, con la preoccupazione di cercare la verità più che di ripetere una verità già data”. (L’homme qui venait de Dieu).

Insisteva sul rimanere ancorati alla Scrittura e sull’importanza di ritornare a trovare in essa la fonte del pensare teologico. Coltivava una tensione a comprendere mantenendo peraltro una attenzione al senso della fede di chi vive le fatiche e le gioie della vita ordinaria e quotidiana. Parlava così della religione del vangelo che sta “al cuore dell’umanità, in questo spazio spirituale strutturato dalle relazioni di carità. Dio vive lì. II suo cuore palpita lì, al cuore della nostra 
storia umana. Ecco la vera religione ‘in spirito e verità’” (L’Évangile sauvera l’Église, 145).

Il suo cammino intellettuale ed esistenziale si è svolto nel tentativo di ritornare al vangelo di Gesù facendo scorgere come alla base dell’esperienza cristiana sta una bella notizia di liberazione che implica un impegno di compagnia e di vicinanza alla causa dell’uomo: la causa di Dio è infatti la causa dell’uomo.

“Gesù (…) denuncia le pretese di dominio della religione (…) Nel suo relativizzare l’obbedienza alla legge religiosa dà tutta la sua forza alla legge etica (…) Le istituzioni religiose sono false mediazioni (…) Sono utili nella misura in cui indicano un cammino verso Dio, e sarebbe temerario rigettarle (…) ma non collegano direttamente a Dio anche se esse stesse e i fedeli lo credono” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, p. 387-391).

“Nel nostro tempo in cui rinascono in diversi luoghi del mondo violenti conflitti religiosi, è importante che il cristianesimo si segnali per ciò che lo differenzia da ogni altra religione, per il fatto cioè di non essere fondato sul sacro, sull’autorità di una legge e di una tradizione immemorabile e intoccabile, ma su un vangelo, una buona notizia, una parola di liberazione e di pace” (L’Évangile sauvera l’Église, 87-88).

Ciò per lui ha significato porsi in attenzione delle esperienze dei fedeli, delle difficoltà e delle obiezioni di chi ha abbandonato la chiesa. Da qui anche la sua critica ad un’amministrazione dei sacramenti staccata da una comunicazione della fede nel dialogo che coinvolge:

«La soluzione dei mali presenti non è rimediare all’amministrazione dei sacramenti, ma alla configurazione stessa della Chiesa che si è modellata nel corso dei secoli in vista di trasmettere una religione che Cristo non aveva istituito, con l’intenzione sicuramente di trasmettere così il Vangelo, ma dimenticando troppo presto che la parola evangelica, come ogni altra, si comunica attraverso il colloquio, il dialogo vivo che suscita nella comunità dei credenti e non attraverso i soli riti che la rappresentano. … Il rimedio ai nostri mali non può essere altro che ridare alla comunità dei credenti il libero uso della parola di fede e, per questo, costruire luoghi di Chiesa come luoghi di dialogo e di circolazione della predicazione evangelica» (Esprit, Église et Monde, 65).

Nel 2010 ha pubblicato Croire quand même. Libres entretiens sur le présent et le futur du catholicisme (ed Flammarion 2013).
 In questo testo esprime la sua convinzione di una urgenza di una “riforma radicale del cattolicesimo” a partire dal vangelo nel riconoscere ciò che è autenticamente umano accompagnando i percorsi e le inquietudini dei contemporanei.

Dall’incontro con Cristo sgorga un umanesimo nuovo che sta in rapporto alla pasqua di Gesù, la sua morte e risurrezione: si tratta di un umanesimo evangelico. E’ questa la proposta che Moingt vede essenziale per la vita della chiesa.

“Cristo passando per la morte e la risurrezione ha acquisito una dimensione di umanità universale, è diventato fratello di tutti (…) capace di una relazione personale con ciascuno (..) creando legami di fraternità con tutti (…) E’ promotore di un ‘io’ che è invitato ad integrarsi a un ‘noi (…) chiamato a d allargarsi a ‘tutti’ (….) questo umanesimo evangelico è caratterizzato dalla cancellazione delle frontiere e delle disuguaglianze (…) La rivelazione si manifesta così aperta sull’avvenire dell’umanità, nel senso che anch’essa viene, come la risurrezione, dalla fine della storia, da una storia che dev’essere fatta dagli uomini e per loro” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, 421-422)

Il regno di Dio si attua allora non in termini di pratiche religiose e cultuali ma nell’ambito della vita ordinaria, nelle relazioni e nell’impegno nel mondo:

“Il regno di Dio rientra … nell’ambito della ‘regola d’oro’, non in un dovere della religione, ma in un dovere dell’umanità ….. Questa regola, totalmente indeterminata, è consegnata al nostro desiderio, […] la via della salvezza è ampliamento del nostro senso di umanità. Ne emerge una preziosa conclusione: la salvezza è più vicina a una pratica umanistica che religiosa. …] L’umanesimo evangelico […] si pratica nel campo della secolarità” (Dieu qui vient à l’homme, t.2/2, 979).

“Non si tratta di adorare Dio in un culto ma di amare il prossimo in cui si trova l’assoluto di Dio (L’homme qui venait de Dieu, 483). “La carità diviene principio di salvezza e nessun atto di religione può sostituirla. Non si tratta di votarsi a Dio ma di dedicarsi al prossimo”. (ibid. 489).

Nel suo proporre un rinnovamento profondo della vita della chiesa scorge l’importanza della compagnia e del dialogo: 

“Penso che la salvezza della chiesa non sta nel rafforzare i ranghi del clero. Piuttosto si deve prima stabilire l’uguaglianza alla base ridare la parola di cui i fedeli godevano un tempo nella chiesa, lasciarla diffondere ampiamente perché i cristiani possano assumersi le loro responsabilità, cioè sentirsi responsabili della chiesa e della sua sopravvivenza nel mondo. Non credo da parte mia che la chiesa rischi di sparire per la mancanza di persone consacrate, per la mancanza di preti” (L’Évangile sauvera l’Église, 44)

Un aspetto rilevante di rinnovamento riguarda i ministeri che renderebbe possibile un riconoscimento del ruolo delle donne nella chiesa. A suo avviso la difficoltà fondamentale consiste nel superare un’impostazione teologica secondo la quale il ministero è stato pensato a partire dal riferimento al sacerdozio ministeriale. La sua proposta è quella di ripensare i ministeri a partire dal sacerdozio comune dei battezzati: da tale prospettiva è possibile la considerazione di una ministerialità nuova e differenziata in grado di includere tutte e tutti i fedeli e di non escludere alcune categorie.

“Vedo l’avvenire della Chiesa nelle piccole comunità, dove vi sarebbero cristiani e non cristiani, che insieme rifletterebbero sui loro problemi leggendo il Vangelo e imparerebbero così a vivere insieme seguendo Gesù: sarebbe già una vita nella Chiesa”.

In un’omelia pronunciata a 75 anni da quando fu accolto nella compagnia di Gesù diceva: “Gli rendo grazie per la sua pazienza ad insegnarmi il valore del tempo perduto ad ascoltare gli altri […]. Ciò di cui hai potuto impoverirti per altri va a tuo credito e ti arricchisce, Ecco che cosa ho imparato dalla mia lunga vita e di cui rendo grazie al Signore. Perché ogni perdita gratuitamente accettata è grazia, è sempre guadagno di grazia”.

Alessandro Cortesi op

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