la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Gesù, nella regione di Cesarea di Filippo, pone una domanda ai suoi discepoli ‘la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?’ e poi ancora ‘Ma voi chi dite che io sia?’

Nel suo parlare Gesù sa generare comunicazione e chiede una scelta a chi l’ascolta: come quando parlava in parabole, così in questo interrogare Gesù suscita un coinvolgimento, apre ad un incontro. Non ha bisogno di sapere qualcosa di sé ma chiede di essere riconosciuto e intende aprire strade di cambiamento.

Pietro risponde alla domanda di Gesù riconoscendo innanzitutto che Gesù è il messia. E’ questa una figura fondamentale nella spiritualità di Israele e conosciuta: indica un ‘unto’, un inviato da parte di Dio. Dio opera nella storia umana attraverso presenze storiche che a lui conducono e richiamano all’alleanza: entra nella storia servendosi di mediatori. Pietro quindi riconosce Gesù come presenza che apre all’incontro con Dio.

Lo riconosce inoltre come ‘Figlio del Dio vivente’. Indica così Gesù come figlio. La sua vita, come quella di un figlio sta in rapporto dal padre da cui proviene. Figlio di Dio sa  significare questa relazione profonda con Dio sorgente della sua vita: nelle sue parole e nel suo agire si rende trasparente il volto del Padre. Gesù fa quello per cui il Padre lo ha mandato. Pietro scorge tale rapporto unico di figlio con il Padre. Per lui tutto ciò non è una teoria ma è incontro che gli ha cambiato la vita. In Gesù ha scoperto il messia, Cristo. Quanto ha detto sull’identità di Gesù è dono e proviene dal Padre che è nei cieli.

“a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. La pietra, le chiavi, legare e sciogliere: sono tutti simboli di un affidamento di responsabilità.

Nella cornice di questo dialogo, di questa domanda e della risposta di Simone si pone un affidamento di responsabilità. E’ un affidamento che non proviene dalla sua grandezza o dalle sue capacità: ‘Né carne né sangue te lo hanno rivelato…’ Gesù affida a Simone le chiavi del regno dei cieli. Simone diventa Pietro, cioè roccia, fondamento di appoggio e sostegno. Simone diviene pietra perché nel suo rispondere a Gesù ha espresso il movimento della fede che l’ha condotto a seguire Gesù.  Esprime la sua esperienza di fede e il suo essere testimone.

Nel rapporto con Gesù Simone ha posto in gioco la sua vita e la sua identità stessa. L’ha riconosciuto come il Figlio del Dio vivente e si è lasciato prendere a lui. Ma questa fede è fragile. Simone aveva sperimentato il dubbio e la debolezza, narrata nella notte della tempesta quando cominciò ad affondare e fu afferrato da Gesù con il rimprovero ‘uomo della fede piccola, perché hai dubitato?’ (Mt 14,32). Pietro sarà chiamato a convertirsi ad una fede grande.

Le chiavi del regno che Gesù gli affida sono simbolo di un potere di aprire e chiudere. Aprire sta in riferimento alle porte dell’Ade che non possano trattenere e prevalere: le chiavi sono per legare tutto ciò che è potenza di morte e di male. E servono per sciogliere tutto ciò che viene tenuto prigioniero del male, della violenza e della morte. Sarà una promessa consegnata non solo ad uno ma a tutta la comunità degli apostoli (Mt 18,18).

A Pietro è affidato di essere roccia, punto di sostegno e di saldezza per la comunità. Il termine che Matteo usa qui – chiesa – richiama la convocazione dell’assemblea di Israele nel tempo dell’esodo. Gesù la indica dicendo la ‘mia’ chiesa e delinea una comunità che trova il suo centro in lui come messia. Il rinvio alla roccia evoca la casa sulla roccia (Mt 7,24-27). Su questa casa non giunge  distruzione e rovina. Simone divenuto pietra nella comunità dei credenti ha un compito di guida e di testimoniare la fede. La sua identità sorge dall’accoglienza di un dono e da un atto di fiducia, non proviene da una sua abilità né sarà motivo di esercitare un suo potere: potrà essere sostegno e appoggio non per le sue capacità umane, ma per dono del Padre che è nei cieli. Sarà chiamato solo a testimoniare la fede come cardine della sua esistenza.

Sarà chiamato a testimoniare Gesù come messia ma in modo diverso dalle attese di un dominatore ed in rapporto ad una comunità chiamata a camminare insieme al suo seguito. Gesù è messia che fa della sua vita un servizio. Pietro pensa ad un altro volto di messia e ciò condurrà ad uno scontro: Pietro stesso è chiamato a convertirsi ad un nuovo volto di messia e ad esserne testimone.  

Non dovrà essere né un capo né un sovrano sul modello dei dominatori, ma presenza con il compito di ricordare e trasmettere il perdono ricevuto, la sua incapacità, il suo affidamento. Ogni responsabilità e capacità vengono da Dio per aprire alla condivisione della vita e per dare liberazione. La sua testimonianza è in riferimento ad una convocazione (ekklesia) che ha al suo centro l’incontro con Gesù come messia e figlio.

Alessandro Cortesi op

Pietro Perugino, La consegna delle chiavi a Pietro 1481-1483 – Cappella Sistina

Vescovo di Roma, successore di Pietro

Con il Concilio Vaticano II si è aperta una nuova stagione di dialogo ecumenico tra le chiese e si è posta di conseguenza  la questione di ripensare il ruolo del papato. Il concilio Vaticano I aveva definito l’infallibilità papale costituendo il vertice di un crescendo che a partire dal XVI secolo, per contrastare le istanze della Riforma luterana, aveva visto la chiesa cattolica esaltare la figura del papa identificando quasi la chiesa stessa con il pontefice.

Il Vaticano Il ha proposto una lettura della funzione del vescovo di Roma nel quadro di una considerazione della funzione dei vescovi e situandolo nel contesto della collegialità apostolica guardando al successore di Pietro come uno tra i pastori che succedono al gruppo degli apostoli e che insieme sono chiamati a guidare la chiesa comunità di Gesù. Ma tante domande sono rimaste aperte e  soprattutto si è posta l’esigenza di un esame della tradizione guardando al rapporto tra le diverse chiese e tenendo conto dell’orientamento ecumenico ad attuare la comunione per cui Gesù stesso ha pregato.

Si è posta quindi la necessità di ‘rileggere’ le ‘definizioni’ offerte dai Concili in relazione alla nuova situazione dell’ecumenismo. E’ stato rilevato come in particolare la tradizione cattolica occidentale ha avuto uno sviluppo a partire dal secondo millennio con Gregorio VII, aumentando le prerogative del papa e rendendo il papa ‘più che papa’.

Un’esigenza di ripensamento e rilettura della tradizione per chiedersi come intendere oggi la figura del vescovo di Roma è stata presentata dall’enciclica Ut unum sint, di Giovanni Paolo del 1995 (n.95). In questo documento si indica come “significativo ed incoraggiante che la questione del primato del Vescovo di Roma sia attualmente diventata oggetto di studio, immediato o in prospettiva, e significativo ed incoraggiante è pure che tale questione sia presente quale tema essenziale non soltanto nei dialoghi teologici che la Chiesa cattolica intrattiene con le altre Chiese e Comunità ecclesiali, ma anche più generalmente nell’insieme del movimento ecumenico. (…) Dopo secoli di aspre polemiche, le altre Chiese e Comunità ecclesiali sempre di più scrutano con uno sguardo nuovo tale ministero di unità” (Ut unum sint 89).

Uno studio di Jean Marie Roger Tillard (Il vescovo di Roma, Queriniana Brescia 1985) ripercorre questa problematica offrendo importanti orientamenti per un rinnovamento della teologia e dell’esperienza ecclesiale nel rendere la funzione del vescovo di Roma un servizio di unità e non fattore di divisione. Nel suo studio Tillard innanzitutto sottolinea che la grande tradizione situa la funzione del papa in rapporto essenziale alla testimonianza del martirio di Pietro e di Paolo.

Missione del vescovo di Roma è mantenere la testimonianza della fede dei primi apostoli all’interno della rete di relazioni tra le chiese che si attua come una comunione di chiese.

La sottolineatura della funzione di testimonianza – nel senso di martirio – conduce a prendere le distanze da una visione giuridica su cui la funzione papale è stata letta nei secoli. Inoltre compito precipuo del vescovo di Roma è connesso alla testimonianza della fede in una prospettiva di comunione delle chiese. In tale quadro la sua figura si situa all’interno del rapporto con gli altri vescovi che hanno piena responsabilità come autentici ‘edificatori della Chiesa di Dio’ e verso i quali la funzione del vescovo di Roma è quella di offrire un servizio ed aiuto per la comunione.

Il suo compito si situa nella linea profetica della testimonianza delle fede e va letto in stretto rapporto all’Eucaristia.  Come la presidenza dell’Eucaristia è servizio nel quadro della vita di una comunità con diversi doni e ministeri che celebra, così il vescovo di Roma è al servizio di una comunità eucaristi-ca che trova il suo centro in Gesù Cristo morto e risorto.

Tillard inoltre sottolinea come la chiesa abbia il suo momento di nascita a Pentecoste. E’ questo l’evento decisivo nella costituzione stessa della Chiesa. Dalla Pentecoste hanno origine le diverse chiese locali che, insieme nel rapporto dinamico della comunione, attuano la chiesa di Dio. La dimensione locale della chiesa esprime la stretta relazione tra l’aspetto di dono della vita della chiesa, proveniente dalla comunione di Dio Trinità per la salvezza e l’aspetto umano e storico della vita di una comunità in rapporti concreti in un luogo e in un tempo. Il Vangelo si rende vicino e attuale in una storia di salvezza.  L’eucaristia è momento fondamentale in cui si manifesta la comunità dei credenti in Cristo.

La funzione del vescovo di Roma va letta per Tillard non solo guardando al rapporto papa vescovi ma nel leggere in modo rinnovato il rapporto tra le diverse chiese. Così egli sintetizza le sue intuizioni: “Nel collegio apostolico, il vescovo di Roma ha la funzione di manifestare in maniera particolare ciò di cui tutti i suoi fratelli vescovi sono i servitori: la bontà di Dio. Poiché egli è il primo, al quale si pensa subito quando si cerca il pensiero e l’atteggiamento della Chiesa, spetta a lui mostrare al mondo che essa è «sacramentum» (sacramento) della misericordia di Dio. Anche il suo potere di giurisdizione mi pare sottomesso a questa relazione con la misericordia del Dio e Padre del Signore Gesù Cristo. Questo punto è, a mio avviso, centrale” (J.-M. R. Tillard, Credo nonostante, 50-51).

Questo spostamento di attenzione da una dimensione giuridica e di potere ad una comprensione della funzione del vescovo di Roma connessa alla misericordia del Padre e a servizio della bontà di Dio insieme a tutti i vescovi, è indicazione di un percorso che è stato annunciato ma che ha avuto scarsi sviluppi di ricerca e dibattito e rimane ancora inattuato.

“È importante rilevare come la debolezza di Pietro e di Paolo manifesti che la Chiesa si fonda sulla infinita potenza della grazia (cfr. Mt 16,17; 2Cor 12,7-10). Pietro, subito dopo la sua investitura, è redarguito con rara severità da Cristo che gli dice: “Tu mi sei di scandalo” (Mt 16,23). Come non vedere nella misericordia di cui Pietro ha bisogno una relazione con il ministero di quella misericordia che egli sperimenta per primo? Ugualmente, tre volte egli rinnegherà Gesù. Anche il Vangelo di Giovanni sottolinea che Pietro riceve l’incarico di pascere il gregge in una triplice professione d’amore (cfr. 21,15-17) che corrisponde al suo triplice tradimento (cfr. 13, 38). Luca, da parte sua, nella parola di Cristo già citata, alla quale aderirà la prima tradizione nell’intento di delineare la missione di Pietro, insiste sul fatto che questi dovrà “confermare i suoi fratelli una volta che si sarà ravveduto” (cfr. Lc 22,32).” (Ut unum sint 91)

Quando Francesco nella sera dopo la sua elezione si è presentato davanti alla folla riunita a piazza san Pietro come ‘vescovo di Roma’ ed ha compiuto il gesto di chinarsi chiedendo la benedizione al popolo presente ha espresso una nuova comprensione della funzione del successore di Pietro, riprendendo le istanze presenti al Vaticano II.

Ha indicato la sua missione di pastore della chiesa di Roma come chiesa custode della testimonianza degli apostoli Pietro e Paolo. Ha indicato uno stile di servizio alla comunione delle chiese. Ha così posto un gesto profetico che richiama alla missione di testimoniare la misericordia del Signore e l’affidamento a Lui solo.

In quest’epoca che richiede ai cristiani una testimonianza più fedele al vangelo è importante ripensare anche la figura del successore di Pietro come vescovo di Roma a servizio della comunione delle chiese.

Alessandro Cortesi op

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