la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Ez 33,7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

“Se tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello”

Questa pagina del vangelo è tratta dalla sezione del vangelo di Matteo in cui sono raccolti gli insegnamenti di Gesù riguardo alla vita della comunità. In tali parole si avverte la chiamata ad una responsabilità di tutti nel custodire il fratello (e la sorella) nel suo cammino, quando le cose vanno bene ma anche quando si presentano errori e comportamenti sbagliati che portano una ferita alla vita di tutti della comunità.

Al cuore di questa pagina sta la richiesta di vivere uno stile nuovo di vita fraterna, secondo il progetto del Padre che ha cura di tutti. Un detto di Gesù (proveniente dalla fonte Q riportato anche da Luca) è la chiave di questa pagina: “State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli” (Lc 17,3). Tra la disapprovazione del male e il perdono sta un possibile percorso in cui si aiuta l’altro a prendere consapevolezza e a orientarsi in modo diverso, costruendo così nuovi rapporti nella comunità stessa. 

Matteo sviluppa questo insegnamento: non solo indica il perdono quale esigenza del vangelo ma indica come attuare concretamente una custodia del cammino dell’altro che ha sbagliato. La questione fondamentale è come costruire una comunità di persone in cui si può presentare un comportamento sbagliato e l’offesa di qualcuno verso un altro. E’ un modo di considerare realisticamente la vita fatta anche di errori e di offese.  

E’ importante innanzitutto rendersi conto e guardare in faccia il male, non rimanere indifferenti e non scambiare il male per bene. Nella comunità che Gesù desidera è poi importante coltivare un atteggiamento di chi ha a cuore la vita e il cammino dell’altro. In tal senso non rimanere indifferenti al male è scelta di responsabilità per la vita dell comunità e per il cammino degli altri.  Ma il rimprovero stesso non va compiuto con attitudine di superiorità e freddezza. Si deve suggerire una correzione mantenendo lo stile della fraternità. E’ così indicato il difficile e faticoso processo della correzione fraterna.

Vari momenti e passaggi sono delineati. Dapprima si suggerisce di incontrare il fratello che ha sbagliato a tu per tu, parlandogli personalmente e chiaramente con lo spirito di chi si fa carico dell’altro. Si tratta di una correzione che non intende essere un giudizio di condanna, ma un aiuto e una compagnia, sapendo che tutti siamo esposti a sbagliare e vivere scelte che feriscono gli altri. Chi viene corretto non deve essere umiliato nel rendere scoperto il suo errore. Se questa via non porta risultati si indica di cercare altri modi per dialogare, prima con uno o due testimoni, poi davanti alla comunità. Se infine non c’è ascolto nemmeno della comunità ‘consideralo come un pagano e un pubblicano’. Se tutti i tentativi di correzione si rivelano inutili l’ultima parola non è l’esclusione, piuttosto è il riconoscimento di una situazione di estraneità nella quale il fratello con il suo non-ascolto si è situato.  Ma è pur sempre un volto a cui guardare con il medesimo sguardo di Gesù verso i pubblicani e i peccatori.

Tutte le strade devono essere percorse per non acconsentire al male e per farsi carico del cammino dell’altro. Questa pagina di Matteo, forse elaborata sulla base dell’esperienza, è invito a sentirsi responsabili di chi sbaglia perché possa ritrovare la giusta via e perché nessuno vada perduto così com’è il desiderio del Padre per tutte le sue pecore (cfr. Mt 18,12-14). Se l’ascolto è la via nella quale costruire la comunità, il non ascolto della Parola di Dio e della parola del fratello è la via che segna una estraneità ed un allontanamento.

Alla parola sul perdono e sulla correzione fraterna seguono poi tre detti di Gesù: il primo è l’affidamento a tutta la comunità di quanto era stato detto a Pietro: essere responsabile di ‘legare e sciogliere’, di interpretare la legge e ammettere alla comunione. L’intera comunità è coinvolta in questo affidamento e responsabilità. Il criterio di riferimento rimane quello della misericordia di Dio che è al di là dei nostri pensieri.

Il secondo detto è sulla la preghiera: il Padre esaudirà senza dubbio la preghiera compiuta insieme. Qui Matteo pensa probabilmente alla situazione della comunità che insieme prega e supplica per il fratello che ha sbagliato.

Il terzo detto è un parola di fiducia. Gesù promette di essere presente laddove la comunità si riunisce nel suo nome, cioè unita nella fede in lui. I rabbini dicevano che Dio è presente laddove due o tre si riuniscono per leggere insieme la legge, per ascoltare la Parola di Dio. Gesù promette la sua presenza quando due o te si riuniscono nel suo nome: l’incontro con Gesù avviene nel tessuto degli incontri umani e nell’impegno a costruire una comunità come lui desidera.

Alessandro Cortesi op

Perdono

Trattando del perdono nell’esperienza dell’amore di coppia lo psicanalista e scrittore Massimo Recalcati analizza le dinamiche della rottura e del tradimento che rendono non solo difficile il perdonare, ma pongono di fronte alla stessa impossibilità del perdono. Possibilità di perdonare e impossibilità di attuare questo passaggio sono come due aspetti vicini della medesima esperienza di vulnerabilità dell’amore: “La possibilità del perdono e l’esperienza del perdono come impossibile non sono solo due opzioni semplicemente alternative. Esse condividono piuttosto un punto in comune, sono due facce della stessa medaglia: entrambe si confrontano con il muro reale dell’impossibile; vivono l’amore come esperienza radicale, come rischio dell’assoluta esposizione all’Altro”. (M.Recalcati, Non è più come prima, Raffaello Cortina Editore, 61).

Se è da considerare l’impossiblità del perdono è anche da scorgere come perdonare l’imperdonabile possa essere il gesto radicale dell’amore. Non è questione di un momento, non è un passaggio da dare per scontato. Si connota come un lavoro, il lavoro del perdono:

“Quando il gesto del perdono diventa davvero possibile è perché vi è stato un passaggio interno alla vita più intima del soggetto che perdona. Allora ogni simmetria immaginaria con l’offesa subita si rompe. Ma questo passaggio necessita di tempo. Il perdono non è un atto reattivo ma un lavoro che esige tempo e che ha come suo presupposto imprescindibile il raccoglimento del soggetto su se stesso. Di fronte alla distruzione totale della fiducia provocata dal trauma del tradimento è solo il lavoro del perdono. che può rinnovare tutto decidendo ancora per l’“ancora” dell’amore. Essendo un lavoro che ha come suo presupposto la recisione netta di ogni simmetria e di ogni reciprocità, il perdono non può mai scaturire dai comportamenti di chi ha tradito. Esso risulta sempre asimmetrico, oltrepassa la logica dello scambio che consiste nel dare all’Altro solamente per ricevere qualcosa dall’altro com’era. Il perdono non può cancellare le tracce della ferita, non può essere il frutto di una pura e semplice amnesia. Tutto quello che circondava l’amato – ricordi, esperienze, figli, amicizie, imprese –, deve essere voluto una seconda volta, deve essere fatto vivere in modo nuovo, ancora un’altra volta, ancora. In questo senso si può pensare che il gesto del perdono sia uno dei gesti più alti dell’amore: solo il lavoro del perdono può far decidere per un altro “Sì!”, può ribadire, controvento, che il volto del Nuovo ha davvero il volto dello Stesso, può mantenere il caso vincolato al suo destino” (ibid. 59).

Tali riflessioni sono parte di un profondo esame sulle dinamiche dell’amore e del desiderio. Ma la sottolineatura che il perdono non è cosa facile, che implica un lungo processo non uniforme e con esiti non scontati è un aspetto su cui sostare a fronte di una retorica diffusa che non considera nemmeno il perdono visto come scelta impossibile o, per contro, che lo presenta come esigenza della fede cristiana senza riferimento alle difficoltà e senza rapporto con un cammino di maturazione umana.

La complessa elaborazione del perdono comporta in ogni situazione non un ritorno alla situazione di prima, talvolta sognata e idealizzata, ma una assunzione responsabile del porsi di frinte agli altri in una condizione nuova. Coincide con l’offrire una nuova possibilità di futuro e di dialogo, in cui anche ripensare radicalmente le proprie attese, i propri desideri, la stessa identità. Costituisce in fondo un superamento dell’innamoramento narcisistico per fare ingresso nello spazio senza garanzie e assicurazioni della radicalità dell’amore.  

Là dove salta ogni simmetria e reciprocità, là dove la persona è posta davanti al superamento di ogni scambio, si apre uno spazio aperto che richiede tempo e lavorio interiore. Il perdonare perde così un’aura idealizzata di scelta a disposizione senza problemi che si risolve in un attimo. Assume invece i contorni di un lungo cammino che implica apertura ad una novità insieme alla sofferenza.

“Il lavoro del perdono non si nutre dell’infatuazione narcisistica della propria immagine ideale, ma viene dall’abisso del trauma dell’abbandono; non confronta il soggetto con l’immagine ideale dell’Altro, ma con la sua alterità più spigolosa, con il reale più reale dell’Altro. Se l’innamoramento si soddisfa del potenziamento dell’Io, il perdono conduce al di là dell’Io, ci accosta al mistero della totale ingovernabilità dell’Altro, del suo essere irriducibilmente straniero, eteros” (ibid. 64-65).

Il complesso percorso del perdonare implica accogliere la rottura di situazioni in cui si vive l’idealizzazione del volto dell’altro o degli altri, o il rispecchiamento del proprio io negli altri. E’ cammino che implica fare i conti con le ferite che non possono essere cancellate e che rimangono come cicatrici nella possibilità di intraprendere un nuovo inizio.

Recalcati nel suo libro ha pagine dense di lettura dell’atteggiamento di Gesù – in particolare nell’episodio dell’incontro con la donna adultera – che si pone dalla parte della donna e pensa davvero a lei: “Invece di inseguire la logica giuridica dell’assoluzione o della punizione, Gesù sceglie la via assai più ardua del perdono come gesto assoluto, gratuito, radicalmente libero (ibid. 55-56). Nel suo offrire perdono apre nuovi orizzonti che fanno inseguire l’autentico desiderio, che accompagnano a scorgere la chiamata di fondo della propria vita, offrendo un nuovo futuro e nuove possibilità.  

Alessandro Cortesi op

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