la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 55,6-9; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

La parabola dei lavoratori nella vigna non intende dare indicazioni su come pagare i dipendenti o su come impostare i rapporti di lavoro. Come tutte le parabole di Gesù è un racconto che intende provocare ad accogliere il ‘regno di Dio’ cioè il farsi vicino di Dio che inaugura un mondo di rapporti nuovi.

Un padrone di casa a diverse ore della giornata esce di casa per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. La vigna è nella Bibbia l’immagine del popolo di Dio, rinvia  ad una vicenda di amore e di cura tra il coltivatore e la vigna stessa che è la storia dell’incontro tra Dio e l’umanità.

Gli operai sono chiamati in diversi momenti, dall’alba sino al tramonto e a tutti è promessa la medesima paga. Ma al termine della giornata qualcosa di strano interviene. Il padrone comincia a pagare per primi gli ultimi. Non solo ma paga anche gli ultimi con la stessa paga dei primi. I primi allora si lamentano: questo modo di agire del padrone appare come una palese ingiustizia. Il racconto costruisce così uno spaesamento. A questo punto Gesù introduce il suo invito a scorgere come la sua parola è invito a scorgere il volto di Dio stesso. Il suo racconto non riguarda una sorta di morale del lavoro, ma vuole indicare il volto di Dio come buono.

I servi che lavoravano dal mattino iniziarono a mormorare: ‘mormorare’ è un verbo importante nella Bibbia, usato ad indicare la protesta contro Dio di Israele nel deserto perché di fronte alla fame e alla fatica veniva meno la fiducia nelle promesse. Il mormorare rivela così un atteggiamento che ha che fare con il rapporto con Dio stesso: una mancanza di fiducia, una incomprensione della sua vicinanza e promessa.

Di fronte a questo ‘mormorare’ il padrone risponde con una parola di amicizia e si rivolge a chi si lamenta chiamandolo ‘amico’. Sta qui il centro della parabola che intende proporre di accogliere il volto del Padre: sotto il profilo del padrone è da scorgere la presenza di un Dio che nutre verso di noi lo sguardo di un amico. Con lui non è questione di un rapporto da dipendenti, ma da amici: a lui sta a cuore un incontro di affidamento.

‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Al fondo della lamentela del servo sta una non comprensione dell’autentico volto di Dio. Egli per questo nutre un senso di competizione e di invidia nei confronti degli altri. Gesù racconta in questa parabola un volto di Dio semplicemente buono che offre a ciascuno non tanto una paga ma la preziosità di un incontro che non ha prezzo, va oltre ogni tesoro: è il dono di sé stesso. Un Dio che si prende a cuore tutti, i primi come gli ultimi, preoccupato che tutti possano incontrarlo e sperimentare lo stile della misericordia.

Il padrone della vigna dà a ciascuno la paga che aveva stabilito, ma va oltre la giustizia e vive un atteggiamento di misericordia: agli ultimi come ai primi. Coloro che mormorano non comprendono che la passione di questo padrone della vigna – dietro al quale si nasconde il volto del Padre – è che si possa attuare un incontro in cui ciascuno vive di ciò che è sufficiente. La fede diviene allora accoglienza di tale dono. Gli ultimi, che Dio desidera incontrare, sono tutti coloro che non possono vantare diritti e meriti. Il regno di Dio è dono per tutti, è novità di rapporti nuovi, è chiamata a percorrere le vie della fraternità e a superare ogni invidia.

Gesù in questa parabola esprime una critica profonda verso i modi di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, secondo la logica di dare-avere, del merito e della ricompensa. Apre ad affidarsi al Dio della gratuità e dell’amicizia, sorgente di un nuovo rapporto con gli altri. La via della misericordia è indicata come lo stile di vita della comunità che segue Gesù.

Alessandro Cortesi op

Compassione

Profonda emozione ha causato la notizia dell’uccisione a Como di don Roberto Malgesini che si dedicava alla vicinanza e alla cura dei poveri e dei migranti a Como. Le sue braccia aperte fissate in una foto consegnata alla stampa sono segno di una disposizione del cuore e di orientamento di tutta la sua esistenza.

Aveva maturato la sua scelta di vivere il servizio di presbitero nella chiesa proprio quale modo per esprimere la sua risposta ad una chiamata che avvertì a porsi a servizio dei poveri. Si era presentato a fare esperienza alla Casa della Carità a Milano provenendo da Como: era quella la casa voluta dal vescovo Martini quale eredità del suo servizio episcopale e segno di attenzione agli ultimi. Per un anno ha fatto il pendolare seguendo l’accoglienza degli ospiti nella sezione delle docce. Poi è tornato a Como deciso a ‘servire il Signore negli ultimi’.

Don Virginio Colmegna direttore della Casa della carità così lo ha ricordato (Intervista a Virginio Colmegna, a cura di Paolo Lambruschi, “Avvenire” 16 settembre 2020): «Era venuto per una passione per il Vangelo, è importante dirlo. La sua era una scelta di viverlo partendo dalle realtà degli ultimi. Aveva, e lo ha conservato, un grande entusiasmo e ci ha trasmesso il senso di stare insieme alle persone più fragili cercando una relazione”. Ed ha aggiunto “la sua è la santità della porta accanto, della normalità. Era una persona generosa”. Qualcuno ha osservato che don Roberto non era presente nei social, non era attivo con tweet o altro, ma era presente nel contatto diretto, quotidiano, che non ricerca visibilità e non pretende di avere riconoscimenti come leader o come eroe.

Chi lo conosceva ne ricorda il tratto mite, la discrezione e l’asciuttezza di parole, la concretezza propria di un uomo di montagna. Il suo impegno vissuto in modo fattivo e senza pretese di efficientismo generava condivisione e coinvolgimento di altri: erano gli studenti che lo accompagnavano nel portare colazioni e conforto ai senza fissa dimora ed erano tutti coloro che lo accompagnarono quando a Como, pochi mesi fa, furono chiusi dall’amministrazione i luoghi di accoglienza e in molti si presentarono in piazza con una coperta sotto il braccio quale segno di resistenza alla deriva di disumanità che stava conquistando le città italiane.

Ancora don Colmegna ha osservato: «Questa morte ci dice che è necessario continuare a prendersi cura delle persone più fragili, segnate anche dalla sofferenza psichica, che non possono essere abbandonate da sole sulla strada. Una riflessione che diventa ancora più forte dopo il tempo del Covid”. Don Roberto ha vissuto una vita donata ed ha espresso un tratto di quel volto del Dio della compassione e della cura che sta al cuore del vangelo.

Alessandro Cortesi op

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