la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2020”

Dante ‘a veglia’

Una iniziativa proposta da ‘Biblioteca dei domenicani’ di Pistoia e Accademia di Masetto – Pistoia

Letture per “stare insieme” in un tempo inquieto

Dante a veglia è un’idea che nasce da una necessità e da una speranza: dalla necessità di condivisione, che in un tempo inquieto e di distanziamento può costituire un corroborante per le nostre vite separate, e dalla speranza di creare un argine di resistenza alle nostre paure e alla nostra dispersione. Leggere Dante insieme, tornare alla bellezza e alla forza della sua poesia, in modo spontaneo, crediamo che possa essere un’occasione per mettere “in rete” i nostri pensieri, per ritrovarsi nei dintorni di una parola che ci interroga, che ci impegna e che ci impone di guardare avanti con forza.

I domenica avvento – anno B – 2020

Michel Gobin (1650-1713) Jeune chantre lisant à la lueur d’une chandelle, 1681 © Orléans, Musée des Beaux-Arts

Is 63,16-17.19; 64,1-7; Sal 79; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

Le prime domeniche di avvento ci invitano a vivere la fede nel tempo che ci è dato. Ci è richiesto di attendere e stare con gli occhi aperti andando incontro al Signore che viene: è il Signore risorto che tornerà e chiede a noi di vivere il presente con impegno e fiducia. La nostra vita è passaggio e tende ad un incontro. Siamo chiamati ad attuare una responsabilità nella storia, e questo richiede uno sguardo al presente e una tensione all’oltre.

Il profeta ‘terzo Isaia’ offre un messaggio sul volto di Dio ‘Tu Signore sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore … Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani’.

Il nome di Dio è ‘padre’ e ‘liberatore’. E’ lui il parente vicino, prossimo, che interviene perché non si perda la libertà, dono prezioso del cammino dell’esodo che costituisce l’identità più profonda dei credenti.

La vita umana è come argilla a cui le mani dell’artigiano possono dare forma nuova. In quest’immagine si delineano i tratti della vita umana come terra che richiede di essere formata e di lasciarsi plasmare in un’opera di creazione che continua e non è compiuta. Scoprirsi nelle mani di Dio, stare nelle sue mani, significa anche questo: non solo la percezione di essere custoditi da colui che è vicino, ma anche la disponibilità a lasciarsi cambiare come l’argilla viene plasmata dal vasaio.

Tra questi nomi si fa strada un’invocazione perché si renda presente: ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi!… Il contesto è quello della devastazione conseguente all’esperienza dell’esilio che diviene paradigma di ogni momento di prova: “perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, perché non ti si tema? Ritorna per amore dei tuoi servi…”. ‘Ritorna’: è un grido che si fa preghiera ‘convertiti’. E’ una intensa supplica. ‘Ritorna’ è voce colma di attesa, che sgorga da chi si sente disperso e senza direzione: parla di un convertirsi di Dio a noi che rende possibile il nostro convertirci a Lui da una condizione di desolazione: avvizziti come foglie d’autunno, come panni che devono essere lavati. ‘Ritorna’: l’avvento ci richiama a non smarrire il senso del cambiamento e della conversione… è un tempo per lasciare spazio al desiderio di un incontro che trasforma e plasma un mondo nuovo. L’avvento è segnato da una tensione da un’attesa, attesa che riguarda la vita personale e il cammino della storia.

Dio, il Padre, è fedele e chiama alla comunione. Il termine che Paolo usa quale attributo di Dio stesso ha la medesima radice del termine ‘credere’. L’affidamento a Dio in un incontro personale che trasforma l’esistenza – e qui Paolo non può non aver presente la sua esperienza personale – è fondato sulla scoperta di una fedeltà che precede, afferra e trasforma la vita. E’ la fedeltà di colui che non viene meno alla sua promessa. Questa fedeltà rinvia alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo e in lui ad un incontro nuovo che si apre a tutta l’umanità.

“E’ come un uomo (il Signore) che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”.

La parabola riportata da Marco non è indirizzata ad esortare i servi a ‘prendere il potere’ costruendo una situazione ben installata e tranquilla ma ha al suo centro l’invito a ‘stare svegli’: un uomo lascia la propria casa per un viaggio e lascia a ciascuno dei suoi servi un compito; e incarica di vegliare: ‘vegliate, perché non sapete quando viene il signore della casa’. E’ suggerirmento di una spiritualità degli occhi aperti tesi a leggere i segni dei tempi. La parabola di Gesù rivolta ai capi e responsabili religiosi richiamandoli all’incarico di una custodia, dalla comunità dopo la pasqua è riletta come appello all’attesa del ritorno del Figlio dell’uomo. ‘vigilate’, indica la condizione di chi non si lascia prendere dal sonno. E’ questo il medesimo invito rivolto ai discepoli nell’orto degli ulivi: ‘vegliare e pregare’ (Mc 14,37-39). L’attesa della fine dei tempi e del ritorno del Signore non può andare scissa dalla disponibilità a seguire il Signore nella sua passione. Colui che tornerà un giorno sulle nubi del cielo è colui che ha percorso la strada della passione.

E’ innanzitutto attenzione per non lasciarsi irretire da chi chiede di farsi seguire con annunci apparentemente religiosi ma dove non c’è il vangelo: sono gli annunci dei falsi profeti (Mc 13,22). Vegliare implica una disponibilità ad esser protesi in una cura che lasci spazio all’altro, che sta arrivando, è presente e va incontrato. Sta qui il fare propria la via di Gesù.

L’avvento richiama ad un cammino nell’attendere il Signore in questa storia, nel lasciargli spazio, nel leggere i segni della sua chiamata che ci converte a Lui.

Alessandro Cortesi op

Sollevarsi

E ancora io mi sollevo

Puoi sminuire la mia Storia
con le tue affilate, contorte bugie.
Puoi calpestarmi nella feccia
ma come polvere, ancora, io mi solleverò.

La mia sfacciataggine ti disturba?
Perché ti assale la tristezza e ti rabbui?
Solo perché cammino come avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio soggiorno.

Proprio come lune e soli,
con la puntualità delle maree,
proprio come speranze che balzano in alto,
ancora io mi solleverò.

Volevi vedermi a pezzi?
testa china e occhi bassi?
spalle cadenti come lacrime,
indebolita da pianti disperati?

La mia superbia ti offende?
Su, non prendertela a male se me la rido
come avessi miniere d’oro
scavate nel mio giardino.

Puoi pure spararmi con le tue parole,
tagliarmi con gli occhi,
ammazzarmi col tuo odio,
ma proprio come la vita, io mi solleverò.

La mia sensualità ti disturba?
Ti sorprende davvero
che io balli come se avessi diamanti
in mezzo alle cosce?

Fuori dalle baracche vergogna della Storia
io mi sollevo.
Su da un passato che ha radici nel dolore
io mi sollevo.
Sono un oceano nero, impetuoso e vasto,
che monta s’ingrossa, e la marea sostiene.

Lasciandomi alle spalle notti di terrore e paura
io mi sollevo.
In un’alba meravigliosamente limpida
io mi sollevo.
Portando i doni che gli antenati mi diedero,
io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
E così, naturalmente,
ecco, mi sollevo.

(traduzione Evelina Santangelo, in L’Espresso 22.11.20)

E ancora io mi sollevo: in questo titolo che è anche ritornello della poesia di Maya Angelou (1928-2014) sta la traduzione poetica del significato dell’appello che proviene dal tempo di avvento e da questo tempo di pandemia che attraversa il mondo. Sollevarsi significa scorgere che il destino della propria vita non sta nell’abbassamento e nella rassegnazione all’oppressione. Sollevarsi è scoperta di una possibilità di liberazione da domini percepiti come invincibili e da cui sembra non esservi via di scampo, per sè stessi e per gli altri. Sollevarsi è movimento racchiuso nell’offerta di parole che escono dal silenzio del dolore e divengono motivo di vita per gli altri. “Io sono il sogno e la speranza dello schiavo”…

Maya Angelou in Still I rise evoca il difficile percorso della sua esistenza, segnata dalla violenza e dallo sfruttamento. Ha condiviso la condizione di discriminazione degli afroamericani negli USA ed ha avuto una infanzia segnata dalla sofferenza e dagli abusi, giungendo anche a non parlare più. Ma nonostante il peso di una sofferenza personale e collettiva la sua voce consegnata ai suoi libri e alle sue poesie è stata ispirazione e forza per molti e punto di riferimento per percorsi di liberazione, in particolare per gli afroamericani e per le donne. Nata nel 1928 a St Louis, in Missouri e cresciuta in Arkansas in un contesto di segregazione e di razzismo, madre in età giovanissima, Maya Angelou ha vissuto esperienze le più varie, adattandosi a lavori e situazioni diversissime. Impegnata nel movimento per i diritti civili è stata amica personale di Martin Luther King. Artista e insegnante, la voce della sua poesia ha ispirato e confortato. Una delle sue biografie ha per titolo: Io so perché canta l’uccello in gabbia (trad. ital. E.Cantarelli, ed. Beat 2015). Finalista per il premio Pulitzer per la poesia ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito letterario e nel 2011 è stata insignita del più alto riconoscimento civile negli Stati Uniti, la medaglia per la Liberta’. Barack Obama ha detto di lei: “ha ispirato tutti noi a essere migliori… nel corso della sua vita, Maya è stata molte cose e la sua voce ha aiutato generazioni di americani a trovare il loro arcobaleno fra le nuvole… Con una parola gentile ed un forte abbraccio, aveva l’abilità di ricordarci che noi siamo tutti figli di Dio che abbiamo tutti qualcosa da offrire”.

Tardo ottobre

Con cura / le foglie d’autunno / cospargono tintinnii / di piccole cose / e i cieli sazi / di infuocati tramonti / di albe rosate / si avvolgono senza posa / in ragnatele grigie e virano / al nero / per riposare.

Solo gli amanti / vedono l’autunno / un segnale della fine / brusco gesto che avverte / chi non si lascerà allarmare / che iniziamo a fermarci / semplicemente / per ricominciare. (da Maya Angelou, The complete Poetry)

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2020

Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16.28; Mt 25,31-46

La grande scena della separazione delle genti conclude la sezione del discorso escatologico del vangelo di Matteo centrato sui temi dell’attesa (parabola del servo fedele), della vigilanza (parabola delle vergini stolte e sagge) della responsabilità nel tempo (parabola dei talenti). La scena inizia indicando un tempo del venire del figlio dell’uomo: “quando il Figlio dell’uomo verrà…”. L’esito ultimo della storia non sarà il vuoto e la solitudine, ma vedrà un venire, sarà un incontro. La vicenda dell’intera famiglia umana va verso un futuro che ha i tratti di un avvento: qualcuno ci verrà incontro.

Gesù è indicato come ‘figlio dell’uomo’, espressione ripresa dal libro di Daniele (cap. 7) che indicava una figura con la funzione di giudizio sull’intera storia. Il figlio dell’uomo che verrà è il medesimo Gesù che ha annunciato beati i poveri, beati i miti beati, quelli che hanno fame e sete della giustizia. E’ colui che ha chiamato a seguirlo dicendo che il regno dei cieli è vicino; è colui che ha radunato una comunità chiamata a porre al centro i piccoli, in cui nessuno vada perduto e a vivere il perdono come stile di vita. E’ colui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto. Di fronte al sommo sacerdote nel quadro del processo finale che gli chiedeva ‘se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio’ (Mt 26,64), Gesù dirà: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Il giudizio sulla storia – dice Matteo – si compie in rapporto a Gesù che ha dato la sua vita per tutti. 

La scena del giudizio ultimo dev’essere letta scorgendo l’accento sulla prima parte segnata dall’invito: ‘venite benedetti del Padre mio…’. La seconda parte che presenta atteggiamenti contrastanti è articolata secondo lo schema letterario che intende  far risaltare quanto è detto nella prima. Si apre allora una chiamata sin d’ora alla comunità. La fine della storia sarà una grande accoglienza, e sarà una parola definitiva di comunione ‘Venite’. E’ una comunione offerta in un incontro che esige responsabilità perché non basta dire ‘Signore Signore’ per entrare nel regno dei cieli (Mt 7,21). L’invito a venire è accostato ad una chiara indicazione che il giudizio si compie già nelle scelte storiche del presente e nell’agire concreto nel rapporto con gli altri, con coloro che sono gli impoveriti e le vittime nella storia.

L’incontro della comunione finale sarà un dono non come riconoscimento di una appartenenza religiosa, né di un culto vuoto, ma quale svelamento di una prassi vissuta nella gratuità. Sono accolti tutti coloro che hanno vissuto la vita in attenzione all’altro, anche senza sapere che in quei gesti di cura, ascolto, attenzione incontravano Gesù stesso presente nei poveri. “Quando ti abbiamo visto…?” Il loro agire è stato un prendersi cura dell’altro, un gesto di umanità.  E tutti i gesti  indicati sono rivolti all’altro povero, che vive nella povertà radicale della condizione umana espressa dalle varie situazioni dell’aver fame e sete, dell’essere senza casa e aver bisogno di assistenza, del vivere una storia ferita e stare in condizione di emarginazione.

Il re rivolge un discorso molto laico: ero affamato e mi avete dato da mangiare… Richiama gesti che hanno a che fare con la concretezza della vita e con l’accoglienza del povero. Nel suo invito ‘venite’ si può così cogliere anche un altro messaggio: l’incontro con Gesù si sperimenta nella storia, nell’incontro con il volto dei poveri. D’ora in poi egli si identifica con i più piccoli dei fratelli: “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me”. E’ una identificazione scandalosa: Gesù si dà ad incontrare al di fuori di ogni accampamento, al di là di ogni chiesa.  Sovverte ogni appartenenza ed ogni pretesa di limitare la sua presenza in qualche luogo o rappresentanza.

Dopo la risurrezione i discepoli si chiedevano: dove è possibile incontrare il volto di Cristo ora che non è più tra noi come prima? Matteo con questa pagina risponde dicendo: Gesù continua a venirci incontro e incontrarlo è possibile: chi incontra i volti dei poveri si apre all’incontro con Lui, vede cambiare la sua esistenza ed attua così il senso più profondo della sua vita.

Alessandro Cortesi op

Un anello, l’orrore e la speranza

Una barca blu semiaffondata, un anello, uno zainetto e pochi vestiti. Questi pochi resti sono stati ritrovati dagli operatori della nave della ONG Open arms giunta sul luogo di un naufragio avvenuto da poche ore nelle acque del Mediterraneo.

E’ quel Mediterraneo che sempre più assume i contorni di un enorme cimitero. Cimitero non solo di una schiera innumerevole di vite umane, donne, uomini, bambini, ma anche cimitero di quegli ideali di dignità, di diritti proclamati e solennemente enunciati in Trattati internazionali e dichiarazioni ufficiali dall’Unione europea che proprio su di essi dovrebbe trovare le ragioni della propria esistenza e di ogni suo progetto.

Quello zainetto ritrovato sulla barca semiaffondata apparteneva forse ad una delle vittime inghiottite dal mare e vederne la foto ha portato a toccare con mano la fragilità dell’esistenza, fatta di poche cose, preziose e  da custodire. Alcuni fogli scritti in arabo con disegni di farfalle, due anelli nuziali con i nomi incisi sul lato interno – Ahmed e Doudou – maglie, indumenti, effetti personali. Il tutto ben ripiegato e protetto dentro sacchetti di plastica per evitare che l’acqua e la salsedine nella traversata potessero danneggiare queste poche cose, il tesoro di un vita, il seme di una speranza, che racchiudevano, nel silenzio della loro materialità, l’affidamento di un futuro possibile e diverso.

In quello stesso giorno la Open arms aveva soccorso molti migranti – circa cento persone tra cui alcuni bambini e donne incinte – a bordo di un gommone che aveva improvvisamente ceduto e le persone erano tutte cadute in acqua, senza salvagente e prive di dispositivi di sicurezza. Alcuni nonostante i soccorsi erano morti: tra di essi un bambino di sei mesi.

Le poche cose di quello zainetto facevano riandare ad altre tragedie dei medesimi giorni e di anni e anni. E costituiscono un ricordo tangibile del desiderio e della forza che spinge innumerevoli persone a partire, come da sempre è accaduto nella storia umana, inseguendo sogni, aneliti, cercando pane e fuggendo da pesi insostenibili. 

Nei giorni dopo il ritrovamento, il 14 novembre, Alessandra Ziniti, giornalista di Repubblica scriveva: “Forse queste poche tracce di Ahmed, stese ad asciugare sul ponte della Open Arms, entreranno come un missile in qualche casa sull’altra sponda del Mediterraneo. Forse serviranno quantomeno a placare l’angoscia di chi non sa. O forse rimarranno solo testimonianza di quello che accade ogni giorno in un mare che negli ultimi giorni ha restituito più di 30 cadaveri sulle spiagge libiche … E’ tutto quello che resta dell’amore giovane di Ahmed e Doudou, finito in fondo al Mediterraneo in un giorno di novembre”.

Ma non è stata questa l’ultima parola di tale triste ritrovamento. Leggendo la notizia sui quotidiani, alcuni volontari di Medici senza Frontiere hanno riconosciuti Ahmed e Doudou, accolti alla Casa dei Gabbiani nei pressi di Agrigento.

Erano stati soccorsi dai pescatori di un peschereccio mentre il barchino dal colore azzurro dove avevano trascorso le ultime drammatiche ore, affondava. Partiti da Zawija in Libia il 19 ottobre – dove si erano recati alla ricerca di un lavoro lasciando il loro paese d’origine l’Algeria – avevano deciso di imbarcarsi con altre famiglie, consci del rischio cui andavano incontro. Erano rimasti senza più carburante durante la traversata fino alla notte del 21 ottobre. Tra le onde quella notte furono trascinati via in cinque tra coloro che erano insieme a loro e tra loro una bambina di pochi anni che viaggiva insieme con il fratellino e la mamma.

“E’ un orrore senza fine quello che vediamo. Se gli Stati europei non vogliono fare il proprio lavoro, il minimo che possono fare è lasciare che le navi umanitarie di ricerca e soccorso facciano il loro. Devono lasciarci tornare in mare per salvare vite” così Ester Russo psicologa di MSF indica ad Alessandra Ziniti quello che al minimo si potrebbe fare (La favola di Ahmed e Doudou, “La Repubblica” 16 novembre 2020), pronunciando parole che risentono della sua vicinanza quotidiana a vite spezzate nel dolore nel silenzio.

Cosa pensare alla luce di questa favola che lascia il cuore pesante e rattristato nonostante il sollievo di sapere che Ahmed e Doudou sono vivi e hanno potuto recuperare le loro poche cose preziose?

Si può pensare a come i viaggi dei migranti siano simili ai viaggi di ogni uomo e donna che recano con sé i loro sogni, la loro vita e quanto sta a cuore. Quelle cose rivelano una comunanza di sentimenti, di appartenenza alla medesima umanità che dovrebbe far sorgere un senso di compassione e di vicinanza. E da qui far maturare anche la ricerca di modi diversi di pensare le nostre società perché non rimangano chiuse e abbrutite ma possano aprirsi ad un futuro nuovo.

D’altra parte sapere che nel Mediterraneo da anni e anni si sta svolgendo una continua strage nell’indifferenza di governi europei bloccati dalla paura e dall’incapacità di elaborare un progetto che guardi al domani è motivo di sconforto da un lato e di urgenza per non lasciarci contagiare da questo virus del cinismo e dell’ignavia più pericoloso del virus della pandemia in atto. 

E’ motivo anche per allargare lo sguardo a considerare i vari luoghi in cui oggi vengono attuate politiche che violano diritti umani fondamentali, non lontano dalle nostre case, ad esempio al confine est dell’Italia dove da mesi si stanno compiendo autentiche deportazioni illegali nei termini di respingimenti a catena (tra Italia, Slovenia, Croazia fino ai confini esterni della UE) senza alcuna possibilità da parte dei migranti di presentare richiesta di protezione e di aver riconosciuta la sacra dignità di esseri umani.

E, ancora, pensare alle politiche di delegittimazione e di autentica persecuzione attuate nei confronti delle ONG che in assenza di politiche di ricerca e soccorso da parte dell’Europa hanno intrapreso progetti per prestare soccorso in mare, apre ad una reazione di impegno, di solidarietà e di sostegno per tutti coloro che sono oggi testimonianza di una umanità che resiste senza protagonismi vacui, senza ricerca di visibilità e di riconoscimenti. Sono loro testimoni di vangelo vissuto oltre le mura, al di fuori di confini confessionali e di appartenenza, coloro che rispondono all’invito ‘ero straniero e mi avete visitato. C’è chi oggi ci ricorda questa parola con i gesti della vita. E diviene monito contro l’assopimento e l’indifferenza che segna questa vecchia Europa e pervade l’aria facendo mancare il respiro.

Alessandro Cortesi op       

XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Prov 31,10-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti è una tra le parabole del capitolo 25 del vangelo di Matteo situata nel contesto dell’ultimo dei cinque grandi discorsi che compongono il vangelo. E’ il discorso cosiddetto escatologico sulle realtà ultime della venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi come sposo – la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13) – e del giudizio sulla storia – il quadro del Figlio dell’uomo/re che separa, come fa il pastore, le pecore dai capri (Mt 25,31-46)-.

Messaggio centrale di questa parte del vangelo è l’invito a vigilare: la storia è orientata verso un incontro, il Signore viene come sposo e sarà il giudice della storia. E’ urgente rispondere all’invito di accogliere il suo regno. Già nel presente lo si accoglie nelle scelte della vita nel rapporto con gli altri: ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me’ (Mt 25,40). 

L’intero capitolo è attraversato da uno sguardo al punto finale della storia: sarà un incontro di comunione e di amore. Per preparare la venuta del Signore è necessario coltivare l’attesa e  ‘vegliare’: “Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,12).

Il discorso è anche segnato da un esigente richiamo: non ci si deve lasciar prendere dalla distrazione e dall’indifferenza perché sin d’ora è da rimanere svegli e operare. 

La parabola dei talenti si situa in questo contesto. Potrebbe essere indicata come la parabola dei tre servi: il racconto vede tre momenti. Un padrone affida i suoi beni a tre suoi servi prima di partire per un viaggio. I tre si comportano in modo diverso durante l’assenza del padrone, infine – ed è la parte più estesa – i tre rendono conto di quanto hanno fatto quando il padrone ritorna. 

Alla sua partenza Il padrone distribuisce i suoi beni ‘secondo le capacità di ciascuno’, non quindi operando discriminazioni e a tutti dà un numero diverso di talenti. E’ da tener presente che i talento al tempo di Gesù era un lingotto d’oro o d’argento di 36 chili: una ricchezza spropositata che era più abbondante del guadagno di un’intera vita. Il racconto converge verso la parte finale e si concentra sul contrasto tra la lode dei servi, che sono detti ‘buoni e fedeli’ perché hanno fatto fruttare il dono ricevuto e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato.

Come tutte le parabole anche questa è da leggere non a partire dai singoli elementi ma nel quadro dell’intera struttura della narrazione con attenzione al punto focale dell’intero racconto. Il vertice va colto nel dialogo tra il padrone e il terzo servo: infatti i primi due sono elogiati ma il terzo viene rigettato non perché abbia compiuto qualcosa di sbagliato ma proprio perché non ha fatto nulla e non è stato creativo nel far sì che il dono ricevuto potesse moltiplicarsi in qualche modo. Soprattutto è rimasto chiuso in una condizione di paura  e di sospetto verso il padrone. Agli altri servi è detto di ‘entrare nella gioia’. Ad essi il padrone si rivolge con l’espressione: ‘servo buono e fedele’. Gesù accompagna a scorgere che qui sta parlando del rapporto non con un padrone umano ma con Dio. 

I talenti non sono le doti personali di ciascuno ma un dono dal valore quasi incalcolabile. Accogliere l’affidamento di un dono richiama a responsabilità. Ciò che il terzo servo non ha compreso è che l’autentica ricchezza è costituita dal rapporto con il padrone nel quale Gesù tratteggia il volto di Dio Padre. Egli rimane bloccato dalla paura, rinchiuso in un’idea preconcetta che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma sis sente sotto il controllo di un padrone cattivo. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con il coinvolgimento di tutta la sua vita e che il desiderio di Dio è far entrare nella sua gioia. Non ha compreso che al cuore di quell’affidamento stava la chiamata a vivere un’esistenza nel servizio e nella creatività.

La parabola racchiude un messaggio che invita a considerare innanzitutto come Dio a tutti affidi un dono grande. Da qui sorge la responsabilità di essere fecondi nell’amore. L’attesa del ritorno del Signore non è motivo di paura ma di fiducia e di apertura.  Quel che abbiamo ricevuto dev’essere portato ad altri, in atteggiamento di servizio. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non secondo una religione della paura che porta all’immobilismo e al rifiuto di ogni cambiamento, ma ad entrare in una relazione di gioia che apre l’esistenza alla novità all’inedito e alla fecondità nell’amore. 

Alessandro Cortesi op

Talenti: dono fecondo

Pier Giorgio Cattani era consapevole di cosa significassero i talenti della parabola di Gesù. Ha vissuto la sua disabilità con la forza e il coraggio di chi accoglie l’esistenza come dono e ha saputo rendere la sua fragilità feconda di vita per gli altri. Nell’impegno, nella fatica del pensare, nel condurre una sofferta e profonda ricerca spirituale, nell’apertura a creare legami e generare amicizie, nell’intendere la vita come viaggio.

Costretto sin da bambino in carrozzina da un patologia invalidante, la distrofia muscolare di Duchenne, non si è lasciato impedire nei movimenti interiori dell’intelligenza e del sentimento, della creatività, del pensiero, delle relazioni: “una delle sue tante qualità era la capacità di creare legami, tessere relazioni, avviare un dialogo sollevando in un certo senso i suoi genitori comprensibilmente in ansia per le sue condizioni di salute che avrebbero potuto isolarlo, ma non è mai stato così” (M.T.Pontara Pederiva, Piergiorgio Cattani: le fragilità e le risorse, “Settimananews” 11 novembre 2020)

La scrittura e l’attività editoriale unite all’impegno a livello sociale e politico sono stati gli ambiti della sua azione, che si nutriva di una profonda fede e di una continua riflessione sul senso di essere cristiani in questo tempo. E’ stato presidente dell’associazione ‘Oscar Romero’ (2007-2015) e tra i fondatori della casa editrice “Il Margine” per cui ha scritto alcuni libri. Tra di essi una intensa meditazione sulla fede in “Cara Valeria, lettere sulla fede” – ventiquattro lettere a un’amica alla viglia del matrimonio nell’intento di rintracciare le radici della fede – e l’ultimo libro “Il pane di Farina: conversazioni al tramonto di un mondo”, un dialogo con don Marcello Farina uscito nel 2016. 

Era direttore del quotidiano online unimondo.org, e collaboratore del quotidiano “Trentino”, e di “QT – Questo Trentino”, il giornale delle Acli Trentine.

Così l’hanno ricordato i responsabili de “Il margine”: “Chiunque abbia avuto la grazia di conoscere Piergiorgio ha ricavato senz’altro l’impressione di trovarsi di fronte un resistente. Un uomo che non conosceva la parola «rassegnazione». Il suo modo di resistere era quello di elaborare progetti sempre nuovi. Di uno degli ultimi abbiamo avuto la fortuna di essere messi a parte. Per la rivista «Il Margine», espressione della Associazione Oscar O. Romero, aveva ideato un ciclo di otto articoli ispirati da una rilettura dei Sepolcri di Foscolo. Essi avrebbero dovuto trattare i seguenti argomenti: la condizione umana e la morte; il legame tra gli uomini e con la natura oltre la fine; la necessità di lasciare, per laici o credenti, una «eredità di affetti»; la morte e i cimiteri dimenticati dalla città; la sepoltura come inizio della civiltà e il cimitero/giardino; la morte e la politica; oltre l’oblio: l’arte e la memoria. Il titolo che aveva scelto ci sembra la migliore eredità che possiamo (dobbiamo) raccogliere da lui: «Con soavi cure. Riflessioni sulla morte e la vita, sulla memoria e il tempo, sull’arte e la natura».” (Andrea Schir e Francesco Ghia, Caro Piergiorgio: la cura della vita e della morte, “Trentino” 9 novembre 2020). 

Aveva vissuto un intenso impegno politico prima della ‘Margherita’ – raccontato nel libro “Ho un sogno popolare” (2001) – poi del ‘Partito democratico’ in Trentino, da cui poi aveva preso le distanze – esponendo la sua lettura critica nel libro “Solo al comando: Dellai, i gregari, il Trentino” (2013) -. Recentemente aveva collaborato alla fondazione dell’associazione “Futura” di cui era  presidente. Nel 2015 aveva riportato la sua esperienza di malattia e ricovero in ospedale in un libro: Guarigione: un disabile in codice rosso

Don Marcello Farina amico di Piergiorgio e a lui legato dalla comune ricerca su temi filosofici ed esistenziali testimonia la profondità e libertà del suo pensiero: “Piergiorgio ha avuto un coraggio inimmaginabile e immenso. La sua forza arrivava da un insieme di cose, dall’idea di poter essere presente tra le persone portando un contributo di profondità: uno degli aspetti più veri della vita di Piergiorgio è stato quello di riempire i contatti con la serietà, con la bellezza dell’esperienza umana e della ricerca. Questa curiosità profonda, questa stima per l’umano, Piergiorgio l’aveva in una condizione che si potrebbe dire paradossalmente così poco ricca di umanità per lui dal punto di vista fisico, ma con una sovrabbondanza di spirito che gli veniva dal senso della dignità di ogni persona, oltre che da una profonda ricerca spirituale. Perché Piergiorgio è stato un uomo di grande spiritualità…” (Ci ha insegnato la libertà di pensiero e di coscienza. Intervista a Marcello Farina a cura di Marica Viganò, “L’Adige” 9 novembre 2020)

In particolare ha sottolineato che motivo ispiratore della vita di Piergiorgio è stato “la libertà che il Vangelo porta con sé, l’idea che la religione poteva essere uno degli stimoli a coltivare la libertà di pensiero, la libertà di coscienza. Questa apertura che egli vedeva soprattutto nel Vangelo, nel rispetto delle coscienze” (ibid.).

Il suo ultimo articolo pubblicato in Trentino l’8 novembre testimonia tale profondità critica nell’affrontare le questioni dell’oggi. Confrontandosi con il tema della legge naturale e giungendo ad affrontare la questione dell’omosessualità alla luce della Bibbia così scriveva: “C’è un concetto molto scivoloso e che si usa troppo spesso a sproposito: quello di ‘legge naturale’. … La confusione regna però sovrana e la parola natura si usa disinvoltamente indicando sia l’ambiente esterno sia le caratteristiche intrinseche a un fenomeno. In ambiti religiosi – confondendo naturale con ‘essenziale’ – ci si riferisce alla ‘legge naturale’ come il disegno che Dio ha voluto per la creazione: se si segue quel disegno si asseconderà una “legge morale” oggettiva e universale, inscritta nelle cose: altrimenti si trasgredisce. Ovviamente sono alcuni specialisti del sacro che interpretano, sanciscono e descrivono questo disegno di Dio” (Il concetto di legge naturale, “Trentino”, 8 novembre 2020). 

L’interrogarsi sulle domande del tempo si accompagnava in lui al riflettere sull’esistenza, segnata dal dolore, dal limite, dalla fragilità trovando motivo di speranza nell’affidamento a Dio amante della vita e che si prende cura di ogni volto. Nel suo libro “Cara Valeria” così scriveva: “La nostra insignificante vita costruisce una parte di storia, forse poco appariscente, lontana dalle decisioni che contano, ma proprio per questo fondamentale agli occhi di Dio […] E la fede significa sentirsi parte di questa storia … scaturisce da una convinzione personale che trova il suo senso in una storia comune, la storia di Dio”.

E la sera prima di morire così scriveva ad un amico, Paolo Ghezzi (già direttore dell’Adige) che ha condiviso su facebook questo suo appunto: “Coloro i cui desideri hanno la forma delle nuvole sono mutevoli, fuggitivi, leggeri. Il viaggio per loro è necessità: non conoscenza, ma impulso, non esperienza, ma attesa costante dell’impossibile. … Sul loro desiderio – che è il desiderio di chi culla il proprio “infinito sul finito dei mari” – si commisura lo scarto che ogni viaggio rivela tra l’attesa e l’evento, tra il sogno senza confine e il limite, tra la rappresentazione del mondo e l’esperienza del mondo” (Antonio Prete, I fiori di Baudelaire, Donzelli 2007, p. 42). Mi piacerebbe essere così”.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Sap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

A conclusione del suo vangelo prima del racconto della passione e morte, Matteo raccoglie nei capitoli 24 e 25 il discorso escatologico di Gesù sulle realtà finali. La parabola delle vergini sagge e stolte è la seconda di tre parabole tutte centrate sulla vigilanza: il servo fedele, le vergini stolte e sagge, i talenti. Al cuore di questi capitoli sta l’intento di confermare che il Signore ritornerà e l’invito a vivere il presente in modo responsabile e con operosità.

Il contesto della parabola è quello delle nozze, una grande immagine che rinvia a all’incontro presentato dai profeti tra Dio sposo e il popolo d’Israele (Os 2,18.21-22; Is 54,1-10). Il rito del matrimonio ebraico prevedeva che nel quadro di lunghi festeggiamenti la sposa con le amiche attendesse al tramonto l’arrivo dello sposo. Da qui si muoveva il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il rito e il banchetto. In questa grande allegoria l’esperienza della comunità che attende il ritorno dello sposo (Gesù nella sua gloria) è orientata alla gioia della festa di una convivialità piena.

Sono indicati due gruppi di fanciulle, alcune stolte perché hanno preparato le lampade senza portare con sé l’olio e alcune sagge perché insieme alle lampade presero anche l’olio in piccoli vasi. Nel vangelo di Matteo questa contrapposizione era già stata presentata nella descrizione dell’uomo saggio che costruisce la casa sulla roccia diversamente dallo stolto, che costruisce sulla sabbia (Mt 7,24-27). Ciò che differenzia il saggio e lo stolto è l’impegno di vita. Matteo infatti pone il riferimento all’uomo saggio e allo stolto a commento delle parole: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.

Al tramonto è necessario accendere le lampade per accogliere lo sposo. Ma il ritardo porta ad una situazione imprevista. Il sonno giunge e fa assopire le amiche della sposa: tutte si addormentano. E’ importante questa precisazione. Il sonno si contrappone alla veglia, e richiede un’attesa. E per tutte è difficile rimanere nella veglia. Ma quando giunge la voce ‘Ecco lo sposo’ tutte prepararono le lampade. Le stolte chiedono alle sagge un po’ dell’olio ma queste rispondono ‘no perché non ne venga a mancare a noi e a voi’. La parabola va letta in riferimento al cuore dell’annuncio che essa reca: non intende infatti essere un’indicazione di comportamenti (è infatti un po’ sorprendente l’atteggiamento duro di chi non dà del proprio olio a chi ne avrebbe bisogno) ma insiste sul fatto che la vita è un’attesa. In quest’attesa è essenziale avere con sé olio per le lampade, olio che fa riferimento ad una sapienza (Prov 31,18) che si attua in un concreto agire (Mt 5,14-16). Le fanciulle sono sagge perché il recare con sé l’olio indica che la loro attesa non è vana e fatta solo di parole ma si esprime in una prassi coerente pur se anche loro si lasciano prendere dal sonno.  

La porta è aperta per chi vive con senso di pazienza e nella gioia l’attesa dell’incontro con Dio. La sapienza autentica non è questione di una conoscenza teorica ma si attua in un coinvolgimento di vita, in gesti concreti di attenzione e cura.  E’ questo il messaggio presente in Sap 6, la prima lettura, in cui la sapienza è dono di Dio e nel contempo va cercata e richiede un vigilare. Nel tempo che ci è dato – è questo il messaggio della parabola – anche se l’attesa del ritorno del Signore si prolunga, la comunità dei discepoli è chiamata a vivere un agire responsabile fatto di concretezza e di fedeltà alla storia. Attuare la speranza è lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op


Lampade accese… Incontro internazionale di preghiera per la pace tra le grandi religioni mondiali – Roma Campidoglio – 28 ottobre 2020
“Nessuno si salva da solo – Pace fraternità”

Vigilare

Cosa significa vivere la vigilanza in questo tempo della pandemia? E’ questa una domanda che sorge dal riflettere sull’esigenza di non rimanere assopiti e incapaci di orientamento in una situazione che spinge a rinchiudersi, ad essere sospettosi degli altri e lasciarsi sommergere da sentimenti di paura e di disperazione.

Una prima esigenza di vigilanza sta nell’individuare informazioni corrette che aiutino ad orientarsi. Non è facile nella stagione delle fake news, dei confronti televisivi in cui hanno voce persone incompetenti o coloro che urlano più forte degli altri. Seguire bravi giornalisti che aiutano a leggere quanto sta accadendo e offrono elementi solidi per formarsi un giudizio è una fatica da intraprendere. Potrebbe essere questo un impegno per non rimanere risucchiati in una corrente di informazione che ruotare unicamente attorno all’unico argomento della pandemia in un vortice di numeri, percentuali e messaggi angoscianti. Si potrebbe aprire un ascolto su drammatiche situazioni a livello mondiale: le guerre in atto, le violazioni di diritti umani, i processi economici e politici che generano diseguaglianze. Solamente uno sguardo attento alla realtà può scaturire l’individuazione di una direzione da dare al proprio impegno.  

Una seconda attenzione può essere quella di mantenere gli occhi aperti su tutto ciò che non appare ma fa parte della vita. Lo spostamento della attenzione generale sui mondi virtuali dei social media rischia di distogliere lo sguardo dalla vita reale. Può essere un importante esercizio di vigilanza portare attenzione al lavoro quotidiano di tante e tanti che operano negli ospedali e nei luoghi di cura in questo tempo, di chi provvede alla distribuzione del cibo, di chi raccoglie nei campi la frutta e la verdura che giunge sulle tavole, di chi opera nei trasporti, di tutti gli insegnanti ed educatori che stanno cercando modalità nuove di coltivare le relazioni e l’insegnamento coni propri alunni, di tutti coloro che nell’operare quotidiano offrono un contributo a quella tessitura di relazioni che costituisce il vivere sociale non di individui separati ma di una città connessa in tanti modi. Uno sguardo alla vita reale apre a scorgere anche le sofferenze che segnano la vita di molte persone e famiglie, chi è stato toccato dalla malattia e soprattutto di tutti coloro che non hanno spazi di visibilità, le famiglie in cui sono presenti persone disabili, gli anziani soli, i migranti e coloro che vivono ai margini della vita sociale.

Una terza attenzione da coltivare potrebbe essere l’ascolto delle riflessioni di chi non indica un immediato ritorno alla normalità, alla situazione cioè in cui lo scoppio della pandemia ha trovato il mondo, ma suggerisce di sostare, di interrogarsi in ascolto della provocazione di questa crisi in vista di un cambiamento radicale. Abbiamo vissuto e viviamo sfruttando risorse, provocando iniquità, indifferenti all’esclusione di molti e alla condizione di tanti impoveriti. L’illusione del tornare allo stato di prima dimenticando le sofferenze e la crisi evidenziata da questo passaggio epocale può essere una malattia altrettanto grave del virus che dilaga: si tratta della malattia dell’indifferenza, dell’assuefazione all’ingiustizia, della cecità a fronte di un venir meno della difesa e promozione dei diritti umani e della cura dell’ambiente e del creato. 

Una quarta attenzione potrebbe essere rivolta alla vita delle comunità ecclesiali. Anche a tal riguardo si afferma il pensiero di un ritorno alla situazione precedente, senza porre porre nulla in discussione, senza assumere il coraggio di pensare alle provocazioni che questo evento della pandemia in corso sta offrendo: sfide a ripensare la vita della fede, la testimonianza, le modalità della vita comunitaria e delle celebrazioni, le forme del ministero, la responsabilità di contribuire alla fraternità umana, a come aprire vie del dialogo e di incontro.

Viviamo un tempo che presenta un crinale su cui camminare. I recenti fatti di violenza e di terrorismo fanatico – l’attenzione dei media è stata rivolta agli attentati di Nizza e Vienna, meno risalto ha registrato l’attentato all’università di Kabul che ha provocato ventidue vittime tra studenti e studentesse – segnalano come il rischio concreto sia quello di lasciarsi prendere da una paura che paralizza, suscita sospetto e rifiuto dell’altro, spinge alla ricerca di nemici contro cui lottare secondo una logica di guerra. Oppure per contro scegliere di vigilare pur nelle difficoltà scoprendo nuovi orizzonti di una libertà che sempre deve comporsi con la fraternità. E decidersi a costruire dal proprio ambiente e dalle piccole cose un futuro non contro gli altri ma insieme. Sempre più urgente appare l’importanza di coltivare un impegno quotidiano, continuo, per opporsi alle diverse forme della violenza, dell’aggressività, del disprezzo e attuare invece scelte di cura a fronte di molteplici sofferenze, di incontro in un contesto di tanta solitudine, di rispetto per l’altro, di attenzione soprattutto ai più fragili.

In queste linee forse oggi è da coltivare quella vigilanza a cui il vangelo richiama.

Alessandro Cortesi op

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