la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Sap 6,12-16; 1Tess 4,13-18; Mt 25,1-13

A conclusione del suo vangelo prima del racconto della passione e morte, Matteo raccoglie nei capitoli 24 e 25 il discorso escatologico di Gesù sulle realtà finali. La parabola delle vergini sagge e stolte è la seconda di tre parabole tutte centrate sulla vigilanza: il servo fedele, le vergini stolte e sagge, i talenti. Al cuore di questi capitoli sta l’intento di confermare che il Signore ritornerà e l’invito a vivere il presente in modo responsabile e con operosità.

Il contesto della parabola è quello delle nozze, una grande immagine che rinvia a all’incontro presentato dai profeti tra Dio sposo e il popolo d’Israele (Os 2,18.21-22; Is 54,1-10). Il rito del matrimonio ebraico prevedeva che nel quadro di lunghi festeggiamenti la sposa con le amiche attendesse al tramonto l’arrivo dello sposo. Da qui si muoveva il corteo verso la casa di quest’ultimo dove si svolgeva il rito e il banchetto. In questa grande allegoria l’esperienza della comunità che attende il ritorno dello sposo (Gesù nella sua gloria) è orientata alla gioia della festa di una convivialità piena.

Sono indicati due gruppi di fanciulle, alcune stolte perché hanno preparato le lampade senza portare con sé l’olio e alcune sagge perché insieme alle lampade presero anche l’olio in piccoli vasi. Nel vangelo di Matteo questa contrapposizione era già stata presentata nella descrizione dell’uomo saggio che costruisce la casa sulla roccia diversamente dallo stolto, che costruisce sulla sabbia (Mt 7,24-27). Ciò che differenzia il saggio e lo stolto è l’impegno di vita. Matteo infatti pone il riferimento all’uomo saggio e allo stolto a commento delle parole: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.

Al tramonto è necessario accendere le lampade per accogliere lo sposo. Ma il ritardo porta ad una situazione imprevista. Il sonno giunge e fa assopire le amiche della sposa: tutte si addormentano. E’ importante questa precisazione. Il sonno si contrappone alla veglia, e richiede un’attesa. E per tutte è difficile rimanere nella veglia. Ma quando giunge la voce ‘Ecco lo sposo’ tutte prepararono le lampade. Le stolte chiedono alle sagge un po’ dell’olio ma queste rispondono ‘no perché non ne venga a mancare a noi e a voi’. La parabola va letta in riferimento al cuore dell’annuncio che essa reca: non intende infatti essere un’indicazione di comportamenti (è infatti un po’ sorprendente l’atteggiamento duro di chi non dà del proprio olio a chi ne avrebbe bisogno) ma insiste sul fatto che la vita è un’attesa. In quest’attesa è essenziale avere con sé olio per le lampade, olio che fa riferimento ad una sapienza (Prov 31,18) che si attua in un concreto agire (Mt 5,14-16). Le fanciulle sono sagge perché il recare con sé l’olio indica che la loro attesa non è vana e fatta solo di parole ma si esprime in una prassi coerente pur se anche loro si lasciano prendere dal sonno.  

La porta è aperta per chi vive con senso di pazienza e nella gioia l’attesa dell’incontro con Dio. La sapienza autentica non è questione di una conoscenza teorica ma si attua in un coinvolgimento di vita, in gesti concreti di attenzione e cura.  E’ questo il messaggio presente in Sap 6, la prima lettura, in cui la sapienza è dono di Dio e nel contempo va cercata e richiede un vigilare. Nel tempo che ci è dato – è questo il messaggio della parabola – anche se l’attesa del ritorno del Signore si prolunga, la comunità dei discepoli è chiamata a vivere un agire responsabile fatto di concretezza e di fedeltà alla storia. Attuare la speranza è lasciare che fluisca l’olio dell’ospitalità, della fraternità, della benedizione, nelle piccole cose del quotidiano.

Alessandro Cortesi op


Lampade accese… Incontro internazionale di preghiera per la pace tra le grandi religioni mondiali – Roma Campidoglio – 28 ottobre 2020
“Nessuno si salva da solo – Pace fraternità”

Vigilare

Cosa significa vivere la vigilanza in questo tempo della pandemia? E’ questa una domanda che sorge dal riflettere sull’esigenza di non rimanere assopiti e incapaci di orientamento in una situazione che spinge a rinchiudersi, ad essere sospettosi degli altri e lasciarsi sommergere da sentimenti di paura e di disperazione.

Una prima esigenza di vigilanza sta nell’individuare informazioni corrette che aiutino ad orientarsi. Non è facile nella stagione delle fake news, dei confronti televisivi in cui hanno voce persone incompetenti o coloro che urlano più forte degli altri. Seguire bravi giornalisti che aiutano a leggere quanto sta accadendo e offrono elementi solidi per formarsi un giudizio è una fatica da intraprendere. Potrebbe essere questo un impegno per non rimanere risucchiati in una corrente di informazione che ruotare unicamente attorno all’unico argomento della pandemia in un vortice di numeri, percentuali e messaggi angoscianti. Si potrebbe aprire un ascolto su drammatiche situazioni a livello mondiale: le guerre in atto, le violazioni di diritti umani, i processi economici e politici che generano diseguaglianze. Solamente uno sguardo attento alla realtà può scaturire l’individuazione di una direzione da dare al proprio impegno.  

Una seconda attenzione può essere quella di mantenere gli occhi aperti su tutto ciò che non appare ma fa parte della vita. Lo spostamento della attenzione generale sui mondi virtuali dei social media rischia di distogliere lo sguardo dalla vita reale. Può essere un importante esercizio di vigilanza portare attenzione al lavoro quotidiano di tante e tanti che operano negli ospedali e nei luoghi di cura in questo tempo, di chi provvede alla distribuzione del cibo, di chi raccoglie nei campi la frutta e la verdura che giunge sulle tavole, di chi opera nei trasporti, di tutti gli insegnanti ed educatori che stanno cercando modalità nuove di coltivare le relazioni e l’insegnamento coni propri alunni, di tutti coloro che nell’operare quotidiano offrono un contributo a quella tessitura di relazioni che costituisce il vivere sociale non di individui separati ma di una città connessa in tanti modi. Uno sguardo alla vita reale apre a scorgere anche le sofferenze che segnano la vita di molte persone e famiglie, chi è stato toccato dalla malattia e soprattutto di tutti coloro che non hanno spazi di visibilità, le famiglie in cui sono presenti persone disabili, gli anziani soli, i migranti e coloro che vivono ai margini della vita sociale.

Una terza attenzione da coltivare potrebbe essere l’ascolto delle riflessioni di chi non indica un immediato ritorno alla normalità, alla situazione cioè in cui lo scoppio della pandemia ha trovato il mondo, ma suggerisce di sostare, di interrogarsi in ascolto della provocazione di questa crisi in vista di un cambiamento radicale. Abbiamo vissuto e viviamo sfruttando risorse, provocando iniquità, indifferenti all’esclusione di molti e alla condizione di tanti impoveriti. L’illusione del tornare allo stato di prima dimenticando le sofferenze e la crisi evidenziata da questo passaggio epocale può essere una malattia altrettanto grave del virus che dilaga: si tratta della malattia dell’indifferenza, dell’assuefazione all’ingiustizia, della cecità a fronte di un venir meno della difesa e promozione dei diritti umani e della cura dell’ambiente e del creato. 

Una quarta attenzione potrebbe essere rivolta alla vita delle comunità ecclesiali. Anche a tal riguardo si afferma il pensiero di un ritorno alla situazione precedente, senza porre porre nulla in discussione, senza assumere il coraggio di pensare alle provocazioni che questo evento della pandemia in corso sta offrendo: sfide a ripensare la vita della fede, la testimonianza, le modalità della vita comunitaria e delle celebrazioni, le forme del ministero, la responsabilità di contribuire alla fraternità umana, a come aprire vie del dialogo e di incontro.

Viviamo un tempo che presenta un crinale su cui camminare. I recenti fatti di violenza e di terrorismo fanatico – l’attenzione dei media è stata rivolta agli attentati di Nizza e Vienna, meno risalto ha registrato l’attentato all’università di Kabul che ha provocato ventidue vittime tra studenti e studentesse – segnalano come il rischio concreto sia quello di lasciarsi prendere da una paura che paralizza, suscita sospetto e rifiuto dell’altro, spinge alla ricerca di nemici contro cui lottare secondo una logica di guerra. Oppure per contro scegliere di vigilare pur nelle difficoltà scoprendo nuovi orizzonti di una libertà che sempre deve comporsi con la fraternità. E decidersi a costruire dal proprio ambiente e dalle piccole cose un futuro non contro gli altri ma insieme. Sempre più urgente appare l’importanza di coltivare un impegno quotidiano, continuo, per opporsi alle diverse forme della violenza, dell’aggressività, del disprezzo e attuare invece scelte di cura a fronte di molteplici sofferenze, di incontro in un contesto di tanta solitudine, di rispetto per l’altro, di attenzione soprattutto ai più fragili.

In queste linee forse oggi è da coltivare quella vigilanza a cui il vangelo richiama.

Alessandro Cortesi op

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