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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

I domenica avvento – anno B – 2020

Michel Gobin (1650-1713) Jeune chantre lisant à la lueur d’une chandelle, 1681 © Orléans, Musée des Beaux-Arts

Is 63,16-17.19; 64,1-7; Sal 79; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

Le prime domeniche di avvento ci invitano a vivere la fede nel tempo che ci è dato. Ci è richiesto di attendere e stare con gli occhi aperti andando incontro al Signore che viene: è il Signore risorto che tornerà e chiede a noi di vivere il presente con impegno e fiducia. La nostra vita è passaggio e tende ad un incontro. Siamo chiamati ad attuare una responsabilità nella storia, e questo richiede uno sguardo al presente e una tensione all’oltre.

Il profeta ‘terzo Isaia’ offre un messaggio sul volto di Dio ‘Tu Signore sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore … Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani’.

Il nome di Dio è ‘padre’ e ‘liberatore’. E’ lui il parente vicino, prossimo, che interviene perché non si perda la libertà, dono prezioso del cammino dell’esodo che costituisce l’identità più profonda dei credenti.

La vita umana è come argilla a cui le mani dell’artigiano possono dare forma nuova. In quest’immagine si delineano i tratti della vita umana come terra che richiede di essere formata e di lasciarsi plasmare in un’opera di creazione che continua e non è compiuta. Scoprirsi nelle mani di Dio, stare nelle sue mani, significa anche questo: non solo la percezione di essere custoditi da colui che è vicino, ma anche la disponibilità a lasciarsi cambiare come l’argilla viene plasmata dal vasaio.

Tra questi nomi si fa strada un’invocazione perché si renda presente: ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi!… Il contesto è quello della devastazione conseguente all’esperienza dell’esilio che diviene paradigma di ogni momento di prova: “perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, perché non ti si tema? Ritorna per amore dei tuoi servi…”. ‘Ritorna’: è un grido che si fa preghiera ‘convertiti’. E’ una intensa supplica. ‘Ritorna’ è voce colma di attesa, che sgorga da chi si sente disperso e senza direzione: parla di un convertirsi di Dio a noi che rende possibile il nostro convertirci a Lui da una condizione di desolazione: avvizziti come foglie d’autunno, come panni che devono essere lavati. ‘Ritorna’: l’avvento ci richiama a non smarrire il senso del cambiamento e della conversione… è un tempo per lasciare spazio al desiderio di un incontro che trasforma e plasma un mondo nuovo. L’avvento è segnato da una tensione da un’attesa, attesa che riguarda la vita personale e il cammino della storia.

Dio, il Padre, è fedele e chiama alla comunione. Il termine che Paolo usa quale attributo di Dio stesso ha la medesima radice del termine ‘credere’. L’affidamento a Dio in un incontro personale che trasforma l’esistenza – e qui Paolo non può non aver presente la sua esperienza personale – è fondato sulla scoperta di una fedeltà che precede, afferra e trasforma la vita. E’ la fedeltà di colui che non viene meno alla sua promessa. Questa fedeltà rinvia alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo e in lui ad un incontro nuovo che si apre a tutta l’umanità.

“E’ come un uomo (il Signore) che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”.

La parabola riportata da Marco non è indirizzata ad esortare i servi a ‘prendere il potere’ costruendo una situazione ben installata e tranquilla ma ha al suo centro l’invito a ‘stare svegli’: un uomo lascia la propria casa per un viaggio e lascia a ciascuno dei suoi servi un compito; e incarica di vegliare: ‘vegliate, perché non sapete quando viene il signore della casa’. E’ suggerirmento di una spiritualità degli occhi aperti tesi a leggere i segni dei tempi. La parabola di Gesù rivolta ai capi e responsabili religiosi richiamandoli all’incarico di una custodia, dalla comunità dopo la pasqua è riletta come appello all’attesa del ritorno del Figlio dell’uomo. ‘vigilate’, indica la condizione di chi non si lascia prendere dal sonno. E’ questo il medesimo invito rivolto ai discepoli nell’orto degli ulivi: ‘vegliare e pregare’ (Mc 14,37-39). L’attesa della fine dei tempi e del ritorno del Signore non può andare scissa dalla disponibilità a seguire il Signore nella sua passione. Colui che tornerà un giorno sulle nubi del cielo è colui che ha percorso la strada della passione.

E’ innanzitutto attenzione per non lasciarsi irretire da chi chiede di farsi seguire con annunci apparentemente religiosi ma dove non c’è il vangelo: sono gli annunci dei falsi profeti (Mc 13,22). Vegliare implica una disponibilità ad esser protesi in una cura che lasci spazio all’altro, che sta arrivando, è presente e va incontrato. Sta qui il fare propria la via di Gesù.

L’avvento richiama ad un cammino nell’attendere il Signore in questa storia, nel lasciargli spazio, nel leggere i segni della sua chiamata che ci converte a Lui.

Alessandro Cortesi op

Sollevarsi

E ancora io mi sollevo

Puoi sminuire la mia Storia
con le tue affilate, contorte bugie.
Puoi calpestarmi nella feccia
ma come polvere, ancora, io mi solleverò.

La mia sfacciataggine ti disturba?
Perché ti assale la tristezza e ti rabbui?
Solo perché cammino come avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio soggiorno.

Proprio come lune e soli,
con la puntualità delle maree,
proprio come speranze che balzano in alto,
ancora io mi solleverò.

Volevi vedermi a pezzi?
testa china e occhi bassi?
spalle cadenti come lacrime,
indebolita da pianti disperati?

La mia superbia ti offende?
Su, non prendertela a male se me la rido
come avessi miniere d’oro
scavate nel mio giardino.

Puoi pure spararmi con le tue parole,
tagliarmi con gli occhi,
ammazzarmi col tuo odio,
ma proprio come la vita, io mi solleverò.

La mia sensualità ti disturba?
Ti sorprende davvero
che io balli come se avessi diamanti
in mezzo alle cosce?

Fuori dalle baracche vergogna della Storia
io mi sollevo.
Su da un passato che ha radici nel dolore
io mi sollevo.
Sono un oceano nero, impetuoso e vasto,
che monta s’ingrossa, e la marea sostiene.

Lasciandomi alle spalle notti di terrore e paura
io mi sollevo.
In un’alba meravigliosamente limpida
io mi sollevo.
Portando i doni che gli antenati mi diedero,
io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
E così, naturalmente,
ecco, mi sollevo.

(traduzione Evelina Santangelo, in L’Espresso 22.11.20)

E ancora io mi sollevo: in questo titolo che è anche ritornello della poesia di Maya Angelou (1928-2014) sta la traduzione poetica del significato dell’appello che proviene dal tempo di avvento e da questo tempo di pandemia che attraversa il mondo. Sollevarsi significa scorgere che il destino della propria vita non sta nell’abbassamento e nella rassegnazione all’oppressione. Sollevarsi è scoperta di una possibilità di liberazione da domini percepiti come invincibili e da cui sembra non esservi via di scampo, per sè stessi e per gli altri. Sollevarsi è movimento racchiuso nell’offerta di parole che escono dal silenzio del dolore e divengono motivo di vita per gli altri. “Io sono il sogno e la speranza dello schiavo”…

Maya Angelou in Still I rise evoca il difficile percorso della sua esistenza, segnata dalla violenza e dallo sfruttamento. Ha condiviso la condizione di discriminazione degli afroamericani negli USA ed ha avuto una infanzia segnata dalla sofferenza e dagli abusi, giungendo anche a non parlare più. Ma nonostante il peso di una sofferenza personale e collettiva la sua voce consegnata ai suoi libri e alle sue poesie è stata ispirazione e forza per molti e punto di riferimento per percorsi di liberazione, in particolare per gli afroamericani e per le donne. Nata nel 1928 a St Louis, in Missouri e cresciuta in Arkansas in un contesto di segregazione e di razzismo, madre in età giovanissima, Maya Angelou ha vissuto esperienze le più varie, adattandosi a lavori e situazioni diversissime. Impegnata nel movimento per i diritti civili è stata amica personale di Martin Luther King. Artista e insegnante, la voce della sua poesia ha ispirato e confortato. Una delle sue biografie ha per titolo: Io so perché canta l’uccello in gabbia (trad. ital. E.Cantarelli, ed. Beat 2015). Finalista per il premio Pulitzer per la poesia ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito letterario e nel 2011 è stata insignita del più alto riconoscimento civile negli Stati Uniti, la medaglia per la Liberta’. Barack Obama ha detto di lei: “ha ispirato tutti noi a essere migliori… nel corso della sua vita, Maya è stata molte cose e la sua voce ha aiutato generazioni di americani a trovare il loro arcobaleno fra le nuvole… Con una parola gentile ed un forte abbraccio, aveva l’abilità di ricordarci che noi siamo tutti figli di Dio che abbiamo tutti qualcosa da offrire”.

Tardo ottobre

Con cura / le foglie d’autunno / cospargono tintinnii / di piccole cose / e i cieli sazi / di infuocati tramonti / di albe rosate / si avvolgono senza posa / in ragnatele grigie e virano / al nero / per riposare.

Solo gli amanti / vedono l’autunno / un segnale della fine / brusco gesto che avverte / chi non si lascerà allarmare / che iniziamo a fermarci / semplicemente / per ricominciare. (da Maya Angelou, The complete Poetry)

Alessandro Cortesi op

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